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L'avventura del poliziotto morente.  Arthur Conan Doyle
Libro. L'AVVENTURA DEL POLIZIOTTO MORENTE
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La signora Hudson, la povera padrona di casa di Sherlock Holmes, era una creatura dotata di infinita pazienza. Non soltanto il suo appartamento del primo piano era invaso a tutte le ore da gente d'ogni specie, dall'aspetto singolare e spesso poco convincente, ma il suo straordinario inquilino mostrava una tale eccentricità e irregolarità di vita da mettere a dura prova la sua longanimità.

Il suo disordine incredibile, la sua passione per la musica nelle ore più inconsuete, le sue esercitazioni di tiro a segno tra quattro mura, i suoi strampalati e spesso maleodoranti esperimenti scientifici e l'atmosfera di violenza e di pericolo che regnava intorno a lui, facevano di Sherlock Holmes il peggior inquilino di tutta Londra. D'altro canto però pagava come un principe, e sono sicuro che l'intero stabile avrebbe potuto essere acquistato, in cambio del prezzo versato da Holmes per le poche stanze da lui occupate durante gli anni che rimasi con lui.

La povera signora Hudson aveva un sacro terrore del mio amico, e non osava mai rimproverarlo, per strampalato che fosse il suo modo d'agire. Del resto gli era affezionata giacché Holmes usava con le donne una gentilezza e una cortesia non comune. Disamava il sesso opposto e ne diffidava, ma fu sempre un avversario cavalleresco.

Sapendo quanto fossero genuine le attenzioni della brava donna nei suoi confronti, ascoltai avidamente il racconto che venne a riferirmi a casa mia, durante il secondo anno della mia vita di uomo ammogliato, e in cui mi narrò del triste stato in cui il mio povero amico s'era ridotto.

"Sta morendo, dottor Watson" mi disse. "Sono già tre giorni che peggiora, e dubito che possa arrivare fino a sera. Ma non vuole che vada a chiamargli un medico. Stamattina, quando gli ho visto le ossa saltar fuori dalla faccia, e quei suoi grandi occhi lustri che mi guardavano, non ho più potuto resistere. - Col suo permesso o senza, signor Holmes, vado a chiamare immediatamente un dottore - gli ho detto. - Se proprio ci tiene, chiami Watson - mi ha risposto. Se io fossi in lei, dottore, non tarderei un'ora di più se vuole ancora trovarlo in vita".

Quella notizia mi inorridì, dato che non sapevo assolutamente nulla della sua malattia. E' inutile dire che mi precipitai a prendere cappotto e cappello, e mentre ci avviavamo insieme in carrozza chiesi alla brava signora Hudson ulteriori particolari.

"Non posso dirle gran che, dottore. Si occupava di un caso giù a Rotherhithe, in un vicolo vicino al fiume, e laggiù si è beccato questa malattia. Si è messo a letto mercoledì pomeriggio e da allora non si è più mosso. Da tre giorni non inghiotte né cibo né bevanda".

"Santo Dio! Ma perché non ha mandato a chiamare un dottore?".

"Non me l'ha permesso. Sa com'è autoritario! Io non ho osato disobbedirgli. Ma ormai ha poco da vivere; del resto lo capirà da sé non appena lo vedrà".

Holmes offriva davvero uno spettacolo miserevole. Nella luce incerta di una nebbiosa giornata di novembre, la stanza dell'ammalato era un luogo di tenebre, ma fu soprattutto quella faccia scarna, distrutta, che mi fissava dal letto, a darmi una stretta e un brivido al cuore. I suoi occhi luccicavano di febbre, aveva gli zigomi invermigliati di un rossore malaticcio e le labbra ricoperte di croste nerastre; le mani esangui posate sulla coperta si contorcevano incessantemente, la sua voce aveva un suono gracchiante ed era costantemente interrotta da singulti spasmodici. Quando entrai giaceva inerte nel letto, ma la mia vista portò nei suoi occhi un barlume di lucidità.

"Caro Watson, a quanto pare per me va molto male", disse con un fil di voce ma con una traccia ancora del suo antico accento scanzonato. "Mio carissimo", esclamai avvicinandomi a lui.

"Indietro, si tiri indietro!" esclamò con quell'imperiosità brusca che era sempre associata in lui ai momenti di crisi. "Se lei mi viene vicino, Watson, sarò costretto a farla buttare fuori di casa".

"Ma perché?".

"Perché voglio così; non le basta questo?" Sì, la signora Hudson aveva ragione. Era più autoritario che mai, ma faceva ugualmente pietà vederlo in quello stato.

"Io volevo semplicemente aiutarla" mormorai.

"Appunto! Lei potrà aiutarmi se farà esattamente quello che le dirò".

"Certamente, Holmes".

La sua imperiosità di modi si placò alquanto.

"Non è in collera, vero?" mi domandò, ansando in cerca di fiato.

Poveretto, come potevo essere in collera vedendolo così ridotto?

"E' per il suo bene, Watson" gracchiò.

"Per il mio bene?" "So quello che ho. E' il cosiddetto morbo dei coolie di Sumatra...

Una malattia di cui gli olandesi si intendono assai più di noi, benché sino a oggi siano riusciti a capirne ben poco. Una sola cosa comunque è certa: che è infallibilmente mortale, e orribilmente contagiosa".

Parlava ora con energia febbrile, mentre le sue lunghe mani si agitavano e si torcevano nel gesto di allontanarmi.

"La si prende col semplice contatto, Watson... proprio così, col semplice contatto. Stia alla larga e tutto andrà bene".

"Gran Dio, Holmes! E lei crede che una simile considerazione possa influenzarmi sia pure per un istante? Non ci penserei su due volte neppure se si trattasse di un estraneo, e lei ritiene di potermi impedire di compiere il mio dovere verso un vecchio amico come lei?" Feci nuovamente per avvicinarmi ma egli mi respinse con uno sguardo carico di collera furiosa.

"Se si fermerà lì dov'è parlerò. In caso contrario dovrà lasciare questa stanza".

Io ho un rispetto così profondo per le doti straordinarie di Holmes che ho sempre aderito ai suoi desideri, anche quando li comprendevo meno. Ma in quel momento tutti i miei istinti professionali erano risvegliati. Facesse pure il padrone altrove, ma al capezzale d'un malato le redini le dovevo tenere io!

"Holmes" dissi, "lei non è in sé. Un infermo è come un bambino, e io la tratterò come tale.

Che le piaccia o no esaminerò i suoi sintomi e la curerò".

Per tutta risposta mi lanciò un'occhiata carica di veleno.

"Se dovrò avere un medico per forza mi conceda almeno che sia qualcuno in cui ho fiducia", mi disse.

"Come! Non si fida di me?" "Della sua amicizia, certamente; ma i fatti sono fatti, Watson, e dopotutto lei non è che un medico generico con un'esperienza molto limitata e qualità mediocri. E' doloroso dover dire queste cose, ma lei non mi concede altra scelta".

Mi sentii terribilmente offeso.

"Un'osservazione simile sul mio conto è indegna di lei, Holmes.

Essa rivela chiaramente lo stato dei suoi nervi. Se però non ha fiducia in me non insisterò per offrirle i miei servigi, ma mi permetta almeno di portarle sir Jasper Meek oppure Penrose Fisher, o un altro qualsiasi dei nostri più illustri luminari londinesi.

Ma qualcosa deve essere fatto. Su questo non c'è dubbio. Se lei crede che io ho intenzione di restarmene qui a vederla morire senza permettermi di aiutarla o senza permettermi di portarle qualche medico competente, si è sbagliato di grosso".

"Lo so che lei è pieno di buone intenzioni, Watson", disse il malato con un accento che era tra il singhiozzo e il gemito.

"Vuole che le dimostri la sua ignoranza? Che ne sa lei, per favore, della febbre di Tapanuli?

Che nozioni ha intorno alla putrefazione nera di Formosa?" "Non le ho mai intese nominare".

"Ci sono molte malattie ignote, molti problemi patologici sconosciuti, in Oriente, Watson".

A ogni frase s'interrompeva per raccogliere quel poco di forze che gli restavano. "Quante cose ho appreso durante alcune recenti ricerche, e che hanno un aspetto medico-criminale.

E' stato appunto nel corso di tali ricerche che ho contratto questa infezione. Lei non può farci nulla".

"Probabilmente no; ma so per caso che il dottor Ainstree, la più grande autorità vivente in fatto di malattie tropicali, si trova attualmente a Londra. Ogni rimostranza è inutile, Holmes. Vado da lui". E mi mossi risolutamente verso la porta.

Mai in vita mia avevo provato un'emozione simile! In un attimo, con un balzo felino, il morente m'aveva preceduto. Udii un brusco giro di chiave. Un attimo dopo si era riaccasciato nel suo letto, esausto e ansimante in seguito a un così forsennato scoppio di energia.

"Lei non mi prenderà questa chiave neppure con la forza, Watson.

Ormai è in mio potere, amico mio. Qui c'è e qui resterà fino a mio ordine. Ma la capisco".

(Tutto questo era detto a sbalzi, con accenti interrotti, tra un terribile sforzo e l'altro per prendere fiato). "Lo so che lei ha a cuore soltanto il mio bene. Si capisce che lo so. Lei farà poi come vuole, ma mi dia il tempo di recuperare le forze. Non adesso, Watson, non adesso. Adesso sono le quattro. Alle sei potrà andare".

"Ma questa è pazzia, Holmes".

"Mancano solo due ore, Watson. Le prometto che alle sei la lascerò andare. Non è contento di aspettare?".

"A quanto pare non ho altra scelta".

"Proprio così, Watson. Grazie. Ma non occorre che lei mi aiuti ad accomodare le coperte. E la prego di tenersi a distanza. E adesso, Watson, devo imporle un'altra condizione. Lei cercherà sì aiuto, ma non dall'uomo di cui ha parlato, bensì da quello che vorrò io".

"Va bene".

"Sono le due prime parole sensate che ha pronunciato da quando è entrato in questa stanza, Watson. Troverà dei libri laggiù. Mi sento alquanto esausto: mi chiedo che cosa deve provare una batteria costretta a riversare elettricità in un elemento cattivo conduttore. Alle sei, Watson, riprenderemo la nostra conversazione".

Questa era però destinata a essere ripresa molto prima dell'ora da lui stabilita, e in circostanze che mi procurarono un'emozione quasi altrettanto forte quanto quella causatami dal suo balzo verso la porta. Ero rimasto per alcuni minuti a osservare la silenziosa figura chinato nel letto. Aveva il viso quasi interamente coperto dalle lenzuola, sembrava che dormisse... A un tratto, incapace di mettermi tranquillamente a leggere, presi a girare lentamente per la stanza, esaminando i ritratti di criminali famosi di cui le pareti erano adorne. Infine, nel mio girovagare senza scopo, mi avvicinai alla mensola del camino. Vi erano sparsi sopra alla rinfusa pipe, sacchetti di tabacco, siringhe, temperini, cartucce di rivoltella, e altri oggetti disparati. Tra questi c'era una scatoletta di avorio bianco e nero munita di un coperchio scorrevole. Era una cosetta graziosa, e già avevo allungato la mano per esaminarla più da vicino, quando...

Che urlo spaventoso lanciò... un urlo che certamente dovettero udire anche giù in strada. A quello strido orrendo la pelle mi si accapponò e i capelli mi si rizzarono sul capo.

Voltandomi colsi la visione fuggevole di un viso convulso e di due occhi forsennati. Rimasi paralizzato, con la scatoletta in mano.

"La metta giù! Giù, subito, Watson... immediatamente, dico!" La sua testa riaffondò nel guanciale ed egli emise un profondo sospiro di sollievo appena vide che rimettevo la scatola sulla mensola. "Non posso soffrire che si tocchi la mia roba, Watson. Lo sa che è una cosa che non sopporto. Lei mi esaspera al di là d'ogni sopportazione, lei, medico... è più che sufficiente per portare al manicomio un povero malato. Si sieda, la supplico, e mi lasci riposare in pace!".

Quell'incidente lasciò in me un'impressione sgradevolissima.

Un'eccitazione così violenta e futile, accompagnata da tanta brutalità di parola, così lontana dalla sua dolcezza naturale, mi rivelava quanto era profonda la disorganizzazione della sua mente.

Di tutte le rovine quella di un nobile cervello è la più dolorosa.

Rimasi seduto in profondo abbattimento sinché non giunse il momento fissato. Si sarebbe detto che fosse rimasto a osservare l'orologio al pari di me, poiché non erano quasi neppure scoccate le sei che incominciò a discorrere con la stessa febbrile animazione di prima.

"Su, Watson", mi disse. "Ha degli spiccioli in tasca?" "Sì".

"Spiccioli d'argento?".

"Abbastanza".

"Quante mezze corone?".

"Cinque".

"Ah, troppo poche! Troppo poche! Che sfortuna, Watson! Comunque per poche che siano sarà meglio che se le metta nel taschino del panciotto e il resto degli altri soldi nella tasca sinistra dei pantaloni. Bravo! Sarà molto più equilibrato, così!".

Questo era veramente delirio furioso. A un tratto rabbrividì e di nuovo gli uscì dalla strozza quel suono misto tra la tosse e il singhiozzo.

"Ora accenderà il gas, Watson, ma starà bene attento a non alzarlo a più di metà, sia pure per un istante. La supplico di essere prudente. Grazie, così va benissimo. No, non ha bisogno di abbassare le persiane. E adesso avrà la cortesia di mettermi qui su questo tavolo, a portata di mano, alcune lettere e delle carte.

Grazie. Mi dia un po' di quella roba che sta sulla mensola.

Benissimo, Watson! Troverà laggiù una molletta per lo zucchero.

Sollevi piano piano, con l'aiuto di questa, il coperchio di quella scatoletta d'avorio. La metta lì tra le carte. Bene ! Adesso può andare a prendere al numero tredici di Lower Burke Street il signor Culverton Smith".

Per dire la verità il mio desiderio di andare a cercare un medico si era alquanto rallentato, poiché il povero Holmes era così evidentemente in istato di delirio che mi sembrava molto pericoloso lasciarlo solo. Ora però appariva altrettanto ansioso che io consultassi la persona da lui nominata quanto ostinato si era mostrato due ore prima nel rifiutare chicchessia.

"Non l'ho mai inteso nominare", dissi.

"Può darsi, mio buon Watson. La sorprenderà forse sapere che l'uomo più versato al mondo in questa malattia non è un medico ma un piantatore. Il signor Culverton Smith è un noto residente di Sumatra, attualmente in visita a Londra. Uno scoppio di questa epidemia nella sua piantagione che si trovava lontana da ogni assistenza sanitaria lo indusse a studiarla personalmente con risultati molto soddisfacenti. E' una persona molto metodica e non ho desiderato che lei uscisse prima delle sei perché sapevo che non l'avrebbe trovato nel suo studio. Se riuscisse a persuaderlo a venire qui e a concederci il beneficio della sua esperienza, unica nel campo di questa malattia, e la cui ricerca è sempre stata la sua passione preferita, sono certo che egli potrebbe giovarmi".

Riferisco queste frasi di Holmes come se fossero state pronunciate consecutivamente, senza tentar di spiegare come venissero invece interrotte da gemiti e ansiti continui e da quell'incessante annaspare delle mani che rivelava le sofferenze che lo travagliavano. In quelle poche ore il suo aspetto era gravemente peggiorato. Le macchie di rossore malaticcio sulle sue guance si erano accentuate, gli occhi brillavano di una luce ancor più febbrile, fuori dalle orbite cave, e un gelido sudore gli imperlava la fronte. E tuttavia nel suo accento c'era sempre quel tocco autoritario che gli sarebbe rimasto sino all'ultimo respiro.

"Riferirà esattamente in quali condizioni mi ha lasciato", disse.

"Gli dirà l'impressione precisa che ho fatto su di lei... cioè di un uomo morente... di un uomo morente e delirante. Francamente non riesco a capire come mai tutto il letto dell'oceano non sia un'unica massa solida di ostriche, tanto sembrano prolifiche queste creature. Ah, sto divagando! Strano come il cervello riesca a controllare il cervello! Che cosa le stavo dicendo, Watson?".

"Mi stava dando istruzioni per il signor Smith".

"Ah, già, ricordo. La mia vita dipende da lui. Lo supplichi, Watson. Tra noi non esistono buoni rapporti. Suo nipote... io avevo sospettato qualcosa di losco e gliel'ho lasciato capire.

Il ragazzo ha fatto una morte orribile e lui mi serba rancore. Cerchi di impietosirlo, Watson. Lo preghi, lo supplichi, lo conduca qui con ogni mezzo. Solo lui può salvarmi...

solo lui!".

"Lo porterò qui con una carrozza, dovessi trascinarlo di peso".

"Lei non farà nulla di tutto ciò. Lo persuaderà a venire e quindi lo precederà. Trovi una scusa qualunque, ma non venga insieme a lui. Non lo dimentichi, Watson. Lei non mi tradirà. Non mi ha mai tradito. Senza dubbio esistono nemici naturali che limitano l'aumento delle creature. Lei e io, Watson, abbiamo fatto la nostra parte. Dovrà dunque l'universo essere sommerso da ostriche?

No, no; che orrore sarebbe! Le raccomando, segua attentamente le mie istruzioni".

Lo lasciai con l'animo sconfortato al pensiero di quello splendido cervello vaneggiante come quello di un bambino idiota. Mi aveva consegnato la chiave e la presi al volo nel timore che potesse rinchiudersi dall'interno. La signora Hudson aspettava nel corridoio tremante e piangente. Dietro di me, mentre mi allontanavo, udii la voce acuta e sottile di Holmes disperdersi in un canto sconnesso. Sotto, mentre aspettavo che passasse una vettura per chiamarla con un fischio, un uomo mi raggiunse tra la nebbia.

"Come sta il signor Holmes, dottore?" mi chiese.

Era una vecchia conoscenza, l'ispettore Morton di Scotland Yard, vestito in borghese.

"Malissimo", risposi.

Mi guardò in un modo così strano che se questo pensiero non fosse stato troppo perverso mi sarei immaginato di veder risplendere sulla sua faccia, sotto la luce debole del lampione, un lampo di esultanza.

"Avevo ben udito qualcosa del genere", osservò. Intanto era arrivata la vettura e io lo lasciai.

Lower Burlie Street era una strada fiancheggiata di belle abitazioni che si snodava in quel tratto un po' incerto della città stendentesi tra Notting Hill e Kensington. Il palazzo particolare di fronte al quale il mio vetturino si fermò aveva un aspetto di ritrosa e delicata rispettabilità nei suoi cancelli di ferro di foggia antiquata, nel suo portone massiccio a due battenti, nelle sue luccicanti maniglie d'ottone. Il tutto era in carattere con un maggiordomo solenne che apparve incorniciato nella rosea radiosità di una luce elettrica schermata che lo illuminava di spalle.

"Sissignore, il signor Culverton Smith è in casa. Il dottor Watson? Molto bene, signore, gli porterò il suo biglietto".

Ma il mio umile nome e il mio modesto titolo non parvero impressionare il signor Culverton Smith. Dall'uscio semiaperto sentii provenire una voce acuta, petulante, penetrante.

"Chi è questa persona? Cosa vuole? Santo Cielo, Staples, quante volte ti ho detto che non voglio essere disturbato quando studio!".

La voce del maggiordomo mi giunse in un sommesso fluire di spiegazioni propiziatorie.

"Non importa, non voglio vederlo, Staples. Non posso permettere che si interrompa così il mio lavoro. Digli che non sono in casa.

Digli di venire domattina se proprio vuole vedermi".

Altro mormorìo sommesso. "Bene, bene, digli così. Può venire domani mattina, o può anche non ritornare più. Non posso permettere che qualcuno interrompa il mio lavoro".

Pensai a Holmes, dolorante nel suo letto d'infermo, intento forse a contare i minuti, nell'attesa che io potessi portargli soccorso.

Non era il caso di badare a cerimonie. La sua vita dipendeva dalla mia prontezza d'azione.

Prima ancora che l'apologetico maggiordomo avesse potuto riferirmi il messaggio del suo padrone io lo avevo spinto da una parte ed ero entrato nella stanza.

Da una sedia a sdraio posta accanto al fuoco si alzò un uomo lanciando una stridula esclamazione di collera. Vidi una grossa faccia gialla, una carnagione dalla grana rozza e sudaticcia, un doppio mento enorme e due occhi grigi, minacciosi e accigliati che mi scrutarono da sotto un paio di chiare sopracciglia irsute. La testa calva, appuntita, era ricoperta da una papalina di velluto inclinata in modo civettuolo su un lato della sua rosea curva.

Aveva un cranio di capacità enorme e tuttavia abbassando lo sguardo vidi con mio stupore che la figura dell'uomo era piccola e fragile, contorta nelle spalle e nella schiena, come di chi abbia sofferto durante l'infanzia di rachitismo.

"Che cos'è questa storia?" gridò con voce altissima, quasi urlante. "Che cosa significa questa intrusione? Non le avevo mandato a dire che non volevo vederla prima di domattina?".

"Mi spiace" dissi, "ma si tratta di una cosa troppo importante.

Sherlock Holmes...".

Il solo udire menzionare questo nome ebbe sull'omino un effetto straordinario. Ogni espressione di collera scomparve immediatamente dalla sua faccia. I suoi tratti si fecero tesi e vigili.

"Lei viene da parte di Holmes?" domandò.

"L'ho lasciato in questo momento".

"Che cos'ha? Come sta?".

"E' gravissimo, senza speranza. Ecco perché sono venuto".

L'uomo mi fece cenno di sedere e tornò a sedersi a sua volta. In questo intervallo colsi una visione fuggevole della sua faccia riflessa nello specchio che stava sopra il parafuoco. Avrei giurato di poterci leggere un sorriso maligno, odioso. Tuttavia mi persuasi che forse dovevo avere sorpreso una contrazione nervosa incontrollata poiché subito si volse verso di me con genuina preoccupazione.

"Mi spiace di sentir questo", disse. "Io conosco il signor Holmes soltanto per alcune trattative d'affari che abbiamo avuto insieme, ma nutro il massimo rispetto per il suo talento e il suo carattere. E' un appassionato del delitto, come io lo sono della malattia. A lui il delinquente, a me il microbo. Ecco le mie prigioni", continuò, indicandomi una fila di bottiglie e di vasi allineati sul tavolino. "Tra queste colture in gelatina stanno ora scontando la loro pena alcuni tra i peggiori nemici dell'umanità".

"E' appunto per via delle sue particolari conoscenze che il signor Holmes desidera vederla.

Egli ha un'alta opinione di lei ed è certo che sia l'unico uomo di Londra in grado d'aiutarlo".

L'ometto trasalì e l'elegante papalina scivolò a terra.

"Come mai?" esclamò. "Come mai il signor Holmes crede che io possa aiutarlo nel frangente in cui si trova?".

"Per via della sua esperienza in fatto di malattie tropicali".

"Ma perché ritiene che questa malattia da lui contratta sia di origine tropicale?".

"Perché durante un'inchiesta professionale ha dovuto lavorare al porto in mezzo a marinai cinesi".

Il signor Culverton Smith ebbe un sorriso compiaciuto e raccattò la sua papalina. "Oh, è così?" disse. "Credo che la cosa non sia poi grave come lei teme: da quanto tempo è infermo?".

"Da tre giorni circa".

"Va soggetto a delirio?".

"Di quando in quando".

"Ahi! Questo mi sembra grave. Sarebbe inumano non rispondere al suo appello. Io non tollero che nessuno m'interrompa nel mio lavoro, ma questo è senza dubbio un caso eccezionale. Verrò subito con lei".

Mi ricordai dell'ingiunzione di Holmes.

"Ma io ho un altro impegno", dissi.

"Non importa, andrò da solo. Conosco l'indirizzo di Holmes. Può essere certo che mi troverò da lui tra mezz'ora al massimo".

Rientrai nella stanza del mio amico col cuore in tumulto. Per quel che mi era dato di sapere poteva benissimo essere capitato il peggio, durante la mia assenza; ma con mio enorme sollievo era invece migliorato, durante quell'intervallo. Il suo aspetto era sempre impressionante, ma ogni traccia di delirio lo aveva lasciato, ed egli ora parlava con voce debole, è vero, ma con una lucidità e una prontezza di mente ancora più vive del solito.

"Bene, lo ha visto, Watson?".

"Sì, viene".

"Fantastico, Watson! Fantastico! Lei è il migliore dei messaggeri".

"Voleva venire con me".

"Questo non doveva accadere, Watson. Bisognava impedirglielo a tutti i costi. Le ha chiesto di che cosa soffrivo?".

"Gli ho spiegato che aveva dovuto lavorare nell'East-End, in mezzo a marinai cinesi".

"Benissimo! E adesso, Watson, lei ha fatto tutto ciò che un buon amico poteva fare: può anche scomparire dalla scena".

"Devo aspettare per sentire il suo parere, Holmes!".

"Si capisce! Ma io ho motivo di supporre che la sua opinione sarà molto più franca e preziosa se crederà che siamo soli. C'è giusto un po' di spazio dietro la testata del mio letto, Watson".

"Mio caro Holmes!".

"Temo non ci sia altra alternativa: la stanza non si presta a nascondigli, il che è un bene perché offre minor adito a sospetti.

Ma se si mette proprio lì, Watson, credo che tutto andrà benissimo". A un tratto si tirò su a sedere con un'espressione rigidamente attenta sul volto smarrito. "Si sente un rumore di ruote, Watson, su, faccia presto, se mi vuole bene! E non si muova, qualunque cosa accada... qualunque cosa accada... mi capisce? Non parli! Non faccia un gesto! Si limiti ad ascoltare tendendo al massimo le orecchie". Poi in capo a un istante quel suo improvviso ritorno di forze lo abbandonò e la sua voce dominatrice, autoritaria, si perse in mormorii sconnessi, incerti, semideliranti.

Dal nascondiglio in cui ero stato con tanta fretta cacciato, udii risuonare dei passi sulle scale, poi l'aprirsi e il chiudersi dell'uscio della stanza. Quindi, con mia sorpresa, seguì un lungo silenzio, interrotto soltanto dal respiro affannoso e dai gemiti dell'infermo. Forse era in piedi vicino al capezzale ed esaminava il paziente. Finalmente quell'innaturale silenzio si ruppe.

"Holmes!" esclamò il nuovo venuto. "Holmes!". Col tono perentorio di chi cerca di svegliare un dormiente. "Non mi sente, Holmes?".

Si sentì un fruscìo come se avesse energicamente scosso per la spalla l'ammalato.

"E' lei, signor Smith?" mormorò Holmes. "Non speravo che sarebbe venuto".

L'altro rise.

"Nemmeno io l'avrei immaginato" rispose, "eppure, come vede, eccomi qui. E' il rimorso, Holmes... il rimorso".

"E' molto gentile da parte sua, molto nobile. Io apprezzo moltissimo le sue speciali conoscenze".

L'ospite ebbe un ghigno.

"Lei sì, ma per sfortuna lei è il solo uomo a Londra che l'apprezzi. Sa che cosa l'affligge?".

"La stessa cosa", disse Holmes.

"Ah, ne riconosce i sintomi?".

"Fin troppo bene".

"Be', non ne sarei sorpreso, Holmes. Non sarei sorpreso che si trattasse proprio della stessa malattia. Un brutto guaio per lei se è effettivamente la stessa. Il povero Victor era già cadavere al quarto giorno... eppure era un giovanotto forte e robusto. E' stata veramente una cosa molto strana che egli abbia potuto contrarre nel cuore di Londra una rara malattia asiatica... e una malattia appunto di cui io avevo fatto uno studio così speciale.

Strana coincidenza, Holmes. E' stato molto abile da parte sua notarlo, ma assai poco caritatevole suggerire che tra questi due casi esistesse un rapporto di causa ed effetto".

"Sapevo che era stato lei".

"Oh, davvero, lo sapeva? Be', comunque non ha potuto dimostrarlo.

Ma come giudica se stesso, lei? Prima mi diffama in quella maniera, e poi si butta in ginocchio a chiedermi aiuto non appena si trova nei pasticci! A che gioco sta giocando...

eh?".

Udii il respiro travagliato, raschiante, dell'infermo. "Mi dia un po' d'acqua!" balbettò.

"Temo proprio che sia prossimo a tirare le cuoia, mio caro amico, ma non voglio che se ne vada prima d'avere scambiato quattro chiacchiere con lei. Ecco perché le do da bere. Su, non se la rovesci tutta addosso! Così va bene. Riesce a capire quello che le dico?".

Holmes gemette.

"Mi aiuti; faccia qualunque cosa, ma mi aiuti. Mettiamo una pietra sul passato", bisbigliò.

"Io dimenticherò quello che ho detto...

Giuro che lo dimenticherò. Mi guarisca e dimenticherò tutto".

"Dimenticherà che cosa?".

"Mah, la morte di Victor Savage. Lei ha praticamente ammesso poco fa di esserne stato l'autore; ma io lo dimenticherò".

"Può dimenticarlo o ricordarlo come meglio le piace. Tanto non la vedo sul banco dei testimoni; la vedo piuttosto in una bella cassetta ben squadrata, mio caro Holmes, glielo garantisco... A me non importa proprio un bel nulla che lei sappia come mio nipote è morto. Non è di lui che stiamo discutendo, ma di lei".

"Sì, sì".

"Il tizio che è venuto a chiamarmi... non ricordo più come si chiama... mi ha detto che lei ha contratto questa malattia lavorando nell'East End tra un gruppo di marinai".

"Non saprei come spiegare altrimenti la cosa".

"Lei è molto orgoglioso del suo cervello, non è vero, Holmes? Si crede molto furbo, vero?

Ma questa volta si è imbattuto in uno che è stato più furbo di lei. Ora rifletta bene per un momento, Holmes. Non riesce a immaginare un altro modo per cui avrebbe potuto contrarre questa malattia?".

"Non saprei dire. La mia mente è distrutta. Per l'amor di Dio mi aiuti!".

"Certo che l'aiuterò. L'aiuterò a comprendere a che punto si trova e come c'è arrivato.

Voglio che lo sappia prima di morire".

"Mi dia qualcosa che mi calmi i dolori".

"Sta male, vero? Sì, i coolie di solito strillano parecchio quando sono alla fine. Credo che sopravvengano dei crampi".

"Sì, sì; ho proprio un crampo qua".

"Be', comunque può ascoltare ciò che le dirò. Mi stia bene a sentire! Si ricorda di un incidente insolito che le capitò press'a poco il giorno in cui questi sintomi sono cominciati?".

"No, non riesco a rammentare nulla".

"Ci pensi di nuovo".

"Sto troppo male per poter pensare".

"L'aiuterò io allora. Non le è arrivato niente per posta?".

"Per posta?".

"Una scatola... per caso?".

"Sto svenendo... sono finito!".

"Mi ascolti, Holmes!".

Ebbi l'impressione che scuotesse il morente, e dovetti fare uno sforzo su me stesso per restarmene calmo nel mio nascondiglio.

"Bisogna che mi ascolti. DEVE ascoltarmi. Si ricorda una scatola... una scatola d'avorio?

Dev'essere arrivata mercoledì.

Lei l'ha aperta... ricorda?".

"Sì, sì, l'ho aperta. C'era dentro una molla appuntita. Doveva essere uno scherzo...".

"Non era uno scherzo, come si accorgerà a sue spese. Imbecille che è stato, se l'è voluta e l'ha avuta. Chi le aveva chiesto di attraversarmi il sentiero? Se mi avesse lasciato in pace non le avrei fatto alcun male".

"Ricordo", balbettò Holmes. "La molla! Mi è uscito del sangue.

Quella scatola... quella lì sul tavolo".

"Proprio quella, per Giove! E sarà meglio che lasci questa scatola in tasca mia. Così scomparirà la sua ultima speranza di prova. Ma lei conosce la verità, adesso, Holmes, e può morire con la consapevolezza che sono stato io a ucciderla. Lei sapeva troppe cose sul destino di Victor Savage, così l'ho mandata a tenergli compagnia. E' ormai prossimo alla fine, Holmes. Mi siederò per vederla morire".

La voce di Holmes era scesa a un sussurro appena percettibile.

"Che cosa vuole?" chiese Smith. "Che alzi il gas? Ah, le ombre incominciano a cadere, non è vero? Sì, lo alzerò, così potrò vederla meglio in faccia". Attraversò la stanza e la luce si fece improvvisamente più viva. "Posso renderle qualche altro favore, amico mio?".

"Vorrei un fiammifero e una sigaretta".

Per un vero miracolo non gridai di gioia, tanto fu il mio stupore.

Parlava con la sua voce naturale... un po' debole, forse, ma era la nota voce che ben conoscevo. Seguì una lunga pausa ed ebbi la sensazione che Culverton Smith stesse fissando il mio compagno in preda a un muto sbalordimento.

"Che cosa significa questa storia?" lo sentii dire infine con voce secca, rauca.

"Il miglior modo per rappresentare con successo una parte è quello di viverla", disse Holmes. "Le do la mia parola d'onore che per tre giorni non ho gustato né cibo né bevanda sino al momento in cui lei ha avuto la cortesia di versarmi quel bicchiere d'acqua.

Ma è stato soprattutto il tabacco che ho trovato il più duro. Ah, ecco finalmente delle sigarette!". Udii l'accensione di una fiammifero. "Così va meglio. Perbacco! Perbacco! Ma mi pare di sentire un passo amico".

Fuori infatti si sentì uno scalpiccìo di piedi, la porta si aprì e comparve l'ispettore Morton.

"Tutto è a posto e questo è il suo uomo", disse Holmes.

Il funzionario diede gli avvertimenti consueti, quindi concluse: "Lei è in arresto sotto l'imputazione di omicidio nella persona di un certo Victor Savage".

"E potrebbe anche aggiungere per tentato omicidio di un certo Sherlock Holmes", osservò il mio amico con un risolino. "Per risparmiare il disturbo a un infermo, ispettore, il signor Culverton Smith ha avuto la bontà di dare il nostro segnale alzando la luce a gas. A proposito, il prigioniero ha nella tasca destra della sua giacca una scatoletta che è bene togliergli.

Grazie, e la maneggi con attenzione. La posi giù. Può avere la sua parte nel processo".

Sentii un rumore improvviso di lotta accompagnato da uno scatto metallico e da un grido di dolore.

"Vuol farsi del male?" disse l'ispettore. "Stia fermo, ha capito?". Seguì un clicchettìo di manette che si chiudevano.

"Bella trappola!" gridò la voce acuta e schernevole di Smith.

"Sarà lei, Holmes, a salire sul banco degli accusati, non io. E' stato lui a chiedermi di venire qui per curarlo. Mi dispiaceva per lui e sono accorso. Ora sosterrà senza dubbio che io ho detto qualcosa che certamente lui inventerà per convalidare i suoi insani sospetti. Ma può mentire fin che vuole, Holmes! La mia parola vale quanto la sua!".

"Gran Dio!" gridò Holmes. "Lo avevo completamente dimenticato. Mio caro Watson, le debbo mille scuse. Pensare che ho potuto scordarmi di lei! Non ho bisogno di presentarla al signor Culverton Smith dal momento che credo vi siate già incontrati qualche ora fa. C'è una carrozza sotto? Vi seguirò non appena sarò vestito poiché può darsi che la mia presenza sia necessaria al commissariato".

"Non ne ho mai sentito tanto il bisogno", disse Holmes mentre si rifocillava con un bicchiere di chiaretto e alcuni biscotti, durante gli intervalli della sua toeletta. "Per quanto, come sa, le mie abitudini siano irregolari e un fatto come questo possa incidere sul mio fisico meno che sugli altri uomini in genere. Ma era essenziale per me impressionare la signora Hudson dando al mio stato immaginario un'effettiva apparenza di realtà, giacché doveva fare impressione su di lei e lei a sua volta su Smith. Non è mica offeso, vero, Watson? Lei si rende perfettamente conto che tra le sue molte doti la dissimulazione non è il suo forte, e se lei avesse condiviso il mio segreto non sarebbe mai stato in condizioni di convincere Smith della necessità urgente della sua presenza, che era invece il punto vitale di tutto il mio disegno.

Conoscendo la sua natura vendicativa ero sicurissimo che sarebbe venuto ad accertarsi di persona del successo del proprio operato".

"Ma il suo aspetto, Holmes... quella faccia spettrale?".

"Tre giorni di digiuno assoluto non migliorano la bellezza di nessuno, Watson. Per il resto non c'è nulla che una buona spugna non possa curare. Con un po' di vaselina sulla fronte, della belladonna negli occhi, un pizico di rossetto sulle guance, e qualche crosta di cera d'api intorno alle labbra si può ottenere un effetto parecchio soddisfacente. La finzione di una malattia è un argomento sul quale ho più di una volta pensato di scrivere una monografia. E qualche divagazione occasionale intorno a mezze corone, ostriche o altri argomenti estranei produce senza possibilità di equivoco un piacevole effetto delirante".

"Ma perché non ha voluto che io le venissi vicino, dal momento che in realtà non esisteva pericolo d'infezione?".

"E me lo chiede, mio caro Watson? Crede che non abbia rispetto per il suo talento di medico? Potevo immaginare che il suo abile giudizio si sarebbe ingannato su un morente che per quanto debole non presentava nessuna alterazione di polso o di temperatura? A tre metri di distanza mi era facile imbrogliarla, ma se non ci fossi riuscito chi avrebbe portato a tiro il mio Smith? No, Watson, io non toccherei quella scatola. Può vedere benissimo, se la guarda di lato, il punto da cui scatta la molla aguzza come un dente di vipera, se per disgrazia qualcuno commettesse l'imprudenza di aprirla. Io credo che è stato con un trucco simile che il povero Savage, il quale si frapponeva tra quel mostro e un'eredità, venne fatto morire. Come lei sa però la mia corrispondenza è molto varia, e io sto sempre molto in guardia contro tutti i pacchi che mi vengono recapitati. Compresi tuttavia che fingendo che egli fosse riuscito nel suo intento avrei forse potuto ottenere una confessione. E sono riuscito nella finzione con un successo veramente degno di un artista. Grazie, Watson, bisogna proprio che mi aiuti a mettere la giacca. Quando avremo finito al posto di polizia credo che una buona bistecca da Simpson's non sarà affatto fuori luogo".

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