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I tre primi mesi passati a Lowood mi parvero un secolo.

Ebbi a sostenere una lotta spossante contro ogni genere di difficoltà per assuefarmi alla mia nuova vita e ai nuovi doveri.

II timore di non adempierne qualcuno mi spossava più che le sofferenze materiali, benché queste non fossero lievi.

Nei tre mesi invernali il freddo e la neve c'impedivano di uscire; andavamo soltanto in chiesa, ma ogni giorno ci facevano passare un'ora all'aria aperta.

I nostri vestiti non potevano ripararci da quel freddo intenso, nelle scarpe penetrava la neve, e le mani, senza guanti, si coprivano di geloni come i piedi.

Mi rammento ancora come la sera mi dolevano quando erano gonfi e quanto pativo nel mettermi le scarpe.

Inoltre lo scarso vitto era un vero supplizio e quello che ci davano non bastava a calmare il nostro appetito giovanile.

Ne nasceva un abuso a danno delle più piccine, perché le grandi, sempre affamate, esigevano da quelle una parte della porzione.

Quante volte non ho diviso con due grandi il pezzetto di pane nero che ci davano col caffè, dopo aver dato alla terza la metà della bevanda! Trangugiavo il resto piangendo per la fame.

Le domeniche invernali erano giornate molto penose.

Avevamo due miglia da fare per giungere alla chiesa di Bockelebridge, ove ufficiava il nostro direttore.

Si parlava infreddolite; nel giungere si aveva anche più freddo e prima che terminasse il servizio del mattino eravamo intirizzite.

Era troppo lontano per tornare a pranzo, così fra i due servizi ci davano pane e carne fredda, in porzioni insufficienti come al solito.

Dopo il servizio della sera si tornava per una strada scoscesa.

Il vento del nord soffiava con tanta forza da tagliarci la faccia.

Mi rammento sempre la signorina Temple.

Ella camminava leggiera e spedita lungo le file delle educande stanche, e con i precetti e con l'esempio ci incoraggiava a procedere come vecchi soldati.

Come desideravamo tutte un buon fuoco nel tornare a Lowood!

Questo sollievo era negato alle piccine, perché le grandi formavano subito due doppie file dinanzi ai caminetti, e le altre dovevano contentarsi di procurarsi un po' di calore stringendosi fra loro e nascondendo le braccia intirizzite sotto il grembiale.

Un piccolo godimento ci era però riservato; alle cinque ci distribuivano una doppia razione di pane con un po' di burro; era il festino domenicale, al quale si pensava tutta la settimana.

Cercavo in generale di serbarmi la metà di quella deliziosa merenda, dell'altra ero costretta sempre a farne parte alle grandi.

Non ho parlato ancora delle visite del signor Bockelhurst: egli fu assente una parte del primo mese; forse aveva prolungato il soggiorno l'amico suo, l'arcidiacono.

Quell'assenza era un sollievo per me, perché temevo che giungesse, ed egli giunse difatti. Ero a Lowood da tre settimane. Un pomeriggio, mentre ero seduta con la lavagna sulle ginocchia e mi arrabattavo per fare un'addizione lunga, alzai gli occhi per guardare verso la finestra e vidi passare una figura, che riconobbi istintivamente.

Due minuti dopo, tutta la scuola si alzava in massa e non ebbi bisogno di guardare per capire chi era salutato a quel modo.

Un passo lungo risuonò nella sala e il lungo fantasma nero, che mi aveva esaminato così sgradevolmente a Gateshead, comparve accanto alla signorina Temple.

Avevo le mie buone ragioni per temere quell'apparizione e mi rammentavo la promessa fatta dal signor Bockelhurst, d'informare la direttrice e le maestre sulla mia indole scorretta. Ero convinta che avrebbe rivelato le mie colpe ed esaminavo con dolorosa ansietà gli occhi della direttrice, aspettandovi di leggervi uno sguardo di avversione e di asprezza al mio indirizzo.

Tendevo l'orecchio per afferrare quello che dicevano, poiché non ero distante.

— Suppongo, signorina Temple, — diceva il signor Bockelhurst, — che il filo comprato a Lowood sarà buono. Mi pare di grossezza giusta per le camice di ghinea. Mi sono procurato anche certi aghi adattati al filo. Direte alla signorina Smith che ho dimenticato quelli da rammendare, ma la settimana prossima ne avrà qualche carta; guardi bene di non darne che uno per volta alle educande; potrebbero perderli e sarebbe un'occasione di disordine.

— A proposito, signora, vorrei che le calze di lana fossero in migliore stato. Quando venni qui l'ultima volta, esaminai il bucato steso sulle corde in giardino, e vidi le calze nere così rotte da far ritenere che da un pezzo non fossero state rammendate.

— I vostri ordini, signore, saranno eseguiti, — rispose la direttrice.

— E poi, signora, la lavandaia mi ha detto che alcune ragazze avevano insudiciato due colletti in una settimana: è troppo, la regola non lo permette.

— Credo di poterle spiegare questo fatto, signore. Agnese e Caterina Jolmstone erano state invitate a prendere il tè a Lawton e permisi loro, per quella occasione, di mettersi i colletti bianchi.

Il signor Bockelhurst scrollò il capo.

— Per una volta passi, ma che simili fatti non si ripetano. C'è un'altra cosa, che mi ha meravigliato. Facendo i conti con la dispensiera ho visto che era stata data alle alunne per due volte una merenda di pane e formaggio, perché? Ho guardato il regolamento e non ho visto notata la merenda. Chi ha introdotta questa innovazione e con qual diritto?

— La responsabilità è mia, — rispose la direttrice, — le alunne non avevano potuto mangiare la colazione, che era troppo cattiva, e non ho potuto permettere che stessero digiune fino all'ora di pranzo.

— Un momento, signora! Voi sapete che educando queste ragazze, non è nelle mie vedute di assuefarle al lusso, ma di renderle misere, pazienti e tolleranti nella sofferenza. Se accade loro un piccolo incidente, un pasto guastato, per esempio, non si deve paralizzare l'effetto dell'azione. Voi dimenticate lo scopo di questa istituzione e certi avvenimenti dovrebbero esser cagione di edificazione per le alunne; sarebbe quello il momento di predicare la forza d'animo nelle privazioni della vita, e un saggio educatore dovrebbe trarne argomento per rammentare le sofferenze dei primi cristiani, il tormento dei martiri, l'esempio del Divin Maestro. O, signora! Voi mettete nella bocca di queste ragazze pane e formaggio, invece di una minestra bruciata; ve lo dico in verità, voi nutrite così il loro vile involucro, ma uccidete la loro anima immortale!

Il signor Bockelhurst si fermò di nuovo, come se i pensieri lo soffocassero. La signorina Temple aveva abbassato gli occhi quando egli aveva preso a parlare, ma ora teneva lo sguardo fisso dinanzi a sé, e il suo volto ordinariamente pallido come il marmo, ne aveva presa la freddezza e la fissità; la bocca specialmente era così chiusa che pareva non avrebbe potuto aprirla altro che lo scalpello dello scultore.

Il signor Bockelhurst, ritto davanti al caminetto, sorvegliava maestosamente la scuola. A un tratto fece un movimento, quasi il suo sguardo fosse stato ferito da uno spettacolo ripugnante, e volgendosi esclamò:

— Signorina Temple! chi è quella bambina coi capelli arricciati, capelli rossi, signora, arricciati sulla fronte?

Egli stese il bastone verso l'oggetto ripugnante: la mano tremavagli.

— È Giulia Severne, — rispose tranquillamente la direttrice.

— Giulia Severne, signora. Ebbene, perché, contrariamente a tutti i principii di questa casa, segue le leggi del mondo? Qui, in un istituto evangelico, portare tanti ricci!

— I capelli di Giulia sono naturalmente arricciati, — rispose la signorina Temple con calma anche maggiore.

— Naturalmente, sì, ma noi non ci conformiamo alla natura. Io voglio che queste ragazze sieno figlie della grazia. E perché quella esuberanza? Ho ripetuto più volte che desideravo vedere i capelli modestamente lisciati. Signorina Temple, bisogna che domani i capelli di quella bambina sieno rasi. Manderò il parrucchiere; ma ne vedo altre che hanno capelli troppo lunghi e troppo abbondanti. Dite a quella grande di voltarsi verso di me; no, dite a tutta la prima panca di alzarsi e di guardare verso il muro.

La direttrice si coprì la bocca col manicotto per nascondere un sorriso involontario, ma dette l'ordine, e la prima classe obbedì.

Curvandomi sulla panca, potei vedere le boccacce che esse facevano volgendo la testa verso il muro.

Il signor Bockelhurst, dopo aver esaminato cinque minuti le ragazze, pronunziò una sentenza, che mi parve atroce.

Tutti quei capelli devono esser tagliati.

La direttrice cercò di fare un'osservazione.

— Signora, — diss'egli, — debbo servire un padrone, il cui regno non è di questo mondo; la mia missione è di mortificare in quelle ragazze i desiderii della carne. Sì, lo ripeto, quei capelli che la vanità stessa pare abbia intrecciati, debbono esser tagliati.

In quel momento tre signore entrarono.

Sarebbero dovute giungere un po' prima per sentir la predica, perché erano sfarzosamente vestite di velluto, di seta e di pelliccie.

Due di loro, belle ragazze dai sedici ai diciassette anni, portavano larghi cappelli di feltro guerniti di penne di struzzo, secondo l'ultimo figurino di mode.

Una quantità di ricciolini facevano ombra alla fronte.

La più anziana delle tre portava un bavero di velluto, guarnito d'ermellino, e una parrucca di riccioli.

Quelle tre signore erano la moglie e le figlie del nostro direttore, e furono salutate rispettosamente dalla signorina Temple e condotte ai posti d'onore, in fondo alla stanza.

Pare che fossero giunte prima in carrozza e avessero esaminati i dormitorii intanto che il signor Bockelhurst obbligava la direttrice ad ascoltar le prediche.

Ora rivolgevano osservazioni e rimproveri alla signorina Smith, che aveva in consegna la biancheria, ma non ebbi il tempo di ascoltare, perché cercavo di non esser veduta e mi nascondevo dietro la lavagna, fingendo di essere assorta nell'addizione.

Sarei per certo sfuggita agli sguardi, se la lavagna non mi fosse scivolata di mano e, cadendo, non avesse prodotto un gran rumore.

Tutti gli occhi si fissarono allora su di me e capii che era tutto perduto; per altro mi feci animo per affrontar la burrasca.

— Una bambina sbadata, — disse il signor Bockelhurst. E subito dopo aggiunse:

— Mi pare sia la nuova educanda. Bisogna che non dimentichi quello che devo dire di lei. Fate venire la bambina che ha rotto la lavagna.

Da me non avrei potuto muovermi: ero paralizzata, ma due grandi, che erano accanto a me, mi costrinsero ad alzarmi e mi spinsero verso il temuto giudice.

La signorina Temple mi aiutò con dolcezza ad accostarmi e mi susurrò nell'orecchio:

— Non vi spaventate, Jane; ho visto che non l'avete fatto apposta, e non sarete punita.

Quelle buone parole mi ferirono come un dardo.

— Fra poco mi disprezzerà e vedrà in me un'ipocrita, pensai; e allora un sentimento di collera contro la signora Reed e contro il direttore, m'infiammò il sangue.

— Avanzate quella seggiola, — disse il signor Bockelhurst accennando una sedia alta, — e metteteci la bambina.

Mi accorsi che mi avevano alzata sulla sedia, ma non so chi fosse stata.

— Signore, — disse il direttore rivolgendosi alla sua famiglia, — signorina Temple, maestre, alunne, voi vedete tutte questa bimba.

Certo mi vedevano tutte, e i loro sguardi mi bruciavano il viso.

— Voi vedete che è piccina; Dio le ha accordato liberalmente l'involucro che accorda a tutti. Nessuna deformità indica in lei un essere a parte. Chi crederebbe che lo spirito del male ha trovato in lei una schiava e un agente? Eppure, è ben triste a dirsi, ma è la verità.

Egli si fermò ed io ebbi tempo di rinforzare i miei nervi e di sentir svanire dal volto il rossore. Non potevo evitare la prova; dovevo sostenerla con coraggio.

— Mie care bambine, — continuò il pastore, — è cosa dolorosa e triste, ed a me spetta di avvertirvi: questa piccina, che avrebbe potuto essere un agnello di Dio, è una reproba. State in guardia, diffidate del suo esempio; se è necessario, evitatene la compagnia, escludetela dai vostri giuochi, non l'introducete nelle vostre conversazioni.

E voi, maestre, vigilate ogni suo atto, punite il suo corpo, per salvarne l'anima, se pure è possibile. Questa bimba, la mia lingua esita a dirlo, nata in un paese cristiano, è peggiore degli idolatri che inalzano preghiere a Brama e s'inginocchiano davanti a Jagornau: questa bimba è una bugiarda!

Fece un'altra pausa di dieci minuti.

Essendo pienamente in me, potei vedere le signore del pastore cavar di tasca i fazzoletti e portarseli agli occhi.

La moglie ripeteva sempre:

— Che vergogna!

— Tutte queste cose, — aggiunse il signor Bockelhurst, — le ho sapute dalla sua benefattrice, quella pia e caritatevole signora, che l'ha adottata quando rimase orfana, e l'ha educata insieme con le sue figlie; e questa disgraziata bambina ha pagata la sua bontà e la sua generosità con una ingratitudine così grande, che l'eccellente signora Reed è stata costretta di separare Jane dai suoi figli, affinchè il suo esempio non contaminasse la loro purezza. È stata mandata qui per essere guarita, come gli ebrei mandano i loro malati al lago di Betteda.

Direttrice, maestre, ve lo dico ancora, non lasciate le acque stagnare intorno a lei!"

Dopo questa sublime conclusione il pastore si abbottonò il soprabito e disse qualcosa sottovoce alla famiglia.

Le signore si alzarono, salutarono la signorina Temple e uscirono con sussiego dalla sala di studio.

Giunto alla porta, il mio giudice si volse e disse:

— Lasciatela per un'altra mezz'ora su quella seggiola e che nessuno le parli per tutta la giornata.

Ero dunque seduta lassù sulla seggiola, io che avevo dichiarato che non avrei potuto tollerare la vergogna di star ritta in mezzo alla sala!

Mi trovavo esposta a tutti gli sguardi su quel piedestallo di vergogna.

Nessuna parola può esprimere i miei sentimenti, ma intanto che mi gonfiavano il cuore, una ragazza mi passò vicino e alzò su me lo sguardo.

Quale fiamma strana brillava in quegli occhi! Quale straordinaria impressione produsse in me quello sguardo luminoso!

Mi sentii più forte; era un'eroina, una martire, che passando davanti a una vittima o a una schiava, le comunicava la sua forza.

Dominai l'odio che mi saliva al cuore, rialzai la testa e rimasi ferma sulla sedia.

Elena Burns fece alla signorina Smith una domanda, rispetto al suo cucito.

Fu sgridata per aver domandato una cosa tanto ovvia, e, tornando al posto, mi sorrise di nuovo.

Che sorriso! Me lo rammento anche ora; era la manifestazione di una bella intelligenza e di un vero coraggio; ne illuminò i tratti, il volto scarno, gli occhi abbattuti, come avrebbe fatto il sorriso di un angiolo.

Eppure Elena Burns portava al braccio un cartello con queste parole:

Alunna sciatta

Un'ora prima avevo sentito la signorina Scatcherd condannarla a pane e acqua, per aver macchiato un esemplare di calligrafia copiandolo.