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Era la mattina del 19 gennaio; le cinque suonavano mentre Bessie, con la candela in mano, entrava nel mio stanzino. Ero alzata e quasi vestita.

Mi ero levata una mezz'ora prima, e dopo essermi lavata il viso, mi ero infilata i vestiti alla pallida luce della luna, i cui raggi penetravano nella stanza dall'angusta finestra.

Dovevo partire da Gateshead quel giorno e prendere alle sei la diligenza che passava davanti alla casetta del portinaio.

Bessie sola era alzata; ella aveva acceso il fuoco e si preparava a scaldarsi la colazione. Rari sono i bimbi che possano mangiare prima di mettersi in viaggio, neppur io poteva. Bessie mi pregò di buttar giù una o due cucchiaiate di pappa col latte che mi aveva prima preparato.

Cercò allora alcuni biscotti e li mise nella mia borsa. Mi aiutò poi a mettermi la pelliccia e il mantello, si avvolse in uno scialle e uscimmo dalla camera dei bambini.

Quando giunsi davanti alla camera della signora Reed, Bessie mi domandò se volevo dire addio alla sua padrona.

— No, Bessie, — risposi. — Ieri sera quando scendeste per la cena, ella si avvicinò al mio letto e mi dichiarò che partendo non aveva bisogno di disturbare né lei né le mie cugine; mi disse pure che era stata sempre la mìa migliore amica e che non lo dimenticassi. Poi mi pregò di parlar bene di lei e di esserle grata.

— E che cosa le rispondeste?

— Niente; nascosi il viso sotto le coperte e mi voltai verso il muro.

— Faceste male, signorina Jane.

— No, Bessie. Era giusto. La vostra padrona non è mai stata buona con me, anzi mi ha trattato sempre come una nemica.

— Oh! signorina, non lo dite!

— Addio, Gateshead, — dissi passando sotto il portone.

La luna era sparita e la notte rimasta tenebrosa.

Bessie portava una lanterna che illuminava gli scalini umidi della gradinata, e i viali inondati dal disgelo. Io battevo i denti per il freddo. La casetta del portiere era illuminata e giungendovi trovammo la moglie che accendeva il fuoco.

La sera prima vi avevano portato il mio baule già legato.

Erano le sei meno qualche minuto quando un rumore di ruote annunziò l'arrivo della diligenza. Mi diressi verso la porta e vidi la luce delle lanterne avanzarsi nelle tenebre.

— Parte sola? — domandò la portinaia.

— Sì.

— Va lontana?

— A cinquanta miglia.

— Com'è distante! Mi sorprende che la signora Reed la mandi sola per fare un viaggio così lungo.

Una carrozza tirata da due cavalli, con l'imperiale coperto di viaggiatori, si fermò davanti alla porta.

Il postiglione e il conduttore raccomandarono di far presto. Il baule fu alzato e mi strapparono dalle braccia di Bessie, mentre le ero sospesa al collo.

— Abbiate cura della bimba, — gridò ella al conduttore quando questi mi metteva dentro il legno.

— Sì — rispose.

Lo sportello fu chiuso, e sentii una voce che diceva: "Avanti!"

Allora la carrozza riprese la via.

Così fui separata da Bessie e da Gateshead, così fui condotta verso regioni ignote e che credevo lontane e misteriose.

Mi rammento poco del viaggio; il giorno mi parve interminabile, e credevo che avessimo percorso centinaia di leghe.

Si traversò diverse città, e in una di esse la carrozza fece sosta.

I cavalli furono cambiati e i viaggiatori scesero per desinare.

Mi condussero in un albergo, e il conduttore volle farmi mangiare qualcosa; ma siccome non avevo fame, mi lasciò in una sala immensa nella quale vi erano due caminetti alle estremità. Nel mezzo era sospesa una lumiera e in alto, nella galleria, vi erano tanti strumenti musicali.

Passeggiai un pezzo nella sala, sentendomi oppressa da strani pensieri. Temevo che mi portassero via, perché credevo ai rapitori, le cui gesta figuravano spesso nei racconti di Bessie.

Alla fine il conduttore tornò e mi fece salire in carrozza, e poi soffiò nel corno e la carrozza partì.

La sera si annunziava umida e carica di nebbia. Quando annottò, capii che eravamo molto distanti da Gateshead.

Non traversavamo più città; il paesaggio era cambiato. Alte montagne bigie limitavano l'orizzonte, l'oscurità aumentava più c'inoltravamo nella valle.

Cullata da suoni armoniosi mi addormentai, e dormivo da un pezzo quando la scossa che fece la carrozza nel fermarsi mi destò. Davanti a me stava una donna che non conoscevo.

— C'è qui una bimba, che si chiama Jane Eyre?domandò.

— Sì — risposi.

Ella mi fece scender subito e prese in consegna il baule.

La diligenza ripartì.

Il rumore e le scosse della carrozza mi avevano sbalordita. Riunii le facoltà mentali per guardare attorno a me.

Il vento, la pioggia e il buio riempivano lo spazio. Però potei distinguere un muro, nel quale era aperta una porta; la mia nuova guida me la fece passare, e, dopo averla chiusa dietro a sè, spinse il catenaccio.

Avevo allora davanti una casa, o, per dir meglio, una serie di case, che occupavano una vasta area. Le loro facciate eran forate da molte finestre, poche delle quali erano illuminate. Percorsi un viale comodo, in fondo al quale vi era un'altra porta. Di là entrammo in un corridoio che conduceva in una stanza col fuoco. La donna mi lasciò sola.

Rimasi dinanzi al caminetto, cercando di scaldarmi le mani gelate, poi volsi intorno lo sguardo. Non c'era lume, ma la fiamma oscillante del caminetto mi mostrava a intervalli un muro coperto di carta, dei tappeti, delle portiere, dei mobili di mogano brillante.

Ero in un salotto, non così elegante come quello di Gateshead, ma che mi parve comodo e abbastanza bello.

Mi studiavo di capire che cosa rappresentasse un quadro appeso al muro, quando qualcuno entrò con un lume; dietro vi era una seconda persona.

La prima era una donna alta, con occhi e capelli neri, con la fronte spaziosa e pallida.

Benché fosse avvolta in uno scialle, mi parve che la sua figura fosse nobile e grave il contegno.

— Questa bimba è molto piccina per esser mandata qui sola, — disse, posando il candeliere sulla tavola.

Per un momento mi esaminò, poi aggiunse:

— Bisogna metterla subito a letto; è stanca. Siete stanca, bambina? — mi domandò, posandomi la mano sulla spalla.

— Un poco, signora.

— Avete fame, certo. Prima di mandarla a letto, datele da mangiare, signorina Miller. È la prima volta che lasciate i vostri genitori, per venire in pensione, piccina?

Le risposi che non avevo genitori; mi domandò da quanto tempo li avevo perduti, quanti anni avevo, come mi chiamavo, se sapevo leggere e scrivere e cucire; quindi mi accarezzò dolcemente il viso, dicendo:

— Spero che sarete buona, — poi mi consegnò alla signorina Miller.

La giovane signora che avevo lasciato poteva avere poco meno di trent'anni; quella che mi accompagnava era un poco più giovane.

La prima mi aveva colpito per l'aspetto, per la voce e per lo sguardo.

La signorina Miller era meno notevole; aveva la carnagione rossastra a macchie e il viso stanco.

La camminatura e i movimenti di lei rivelavano una persona che è sopraccarica di lavoro; pareva una sottomaestra, e tale era infatti.

Ella mi condusse di stanza in stanza, di corridoio in corridoio, attraverso una vasta casa costruita irregolarmente.

Un silenzio profondo, che mi sgomentava un poco, regnava in quella parte dell'istituto, che avevamo traversato.

Un mormorio di voci si udì ben presto.

Entrammo in una vasta sala. A ogni estremità vi erano due tavole, ciascuna delle quali era illuminata da due candele. Attorno alle tavole, sulle panche, erano sedute tante ragazze, dai dieci ai vent'anni. Mi parvero innumerevoli, benché arrivassero appena a ottanta.

Esse portavano tutte un'uniforme di stoffa scura e di forma strana. Sopra al vestito avevano lunghi grembiuli di tela. Era l'ora dello studio e tutte ripassavano la lezione per il giorno seguente.

La signorina Miller mi fece cenno di sedermi su una panca, vicina alla porta, poi dirigendosi in fondo alla stanza, esclamò:

— Monitrici, ricevete i libri di lezione e ritirateli.

Quattro ragazze grandi si alzarono, presero i libri e li riposero.

La signorina Miller esclamò di nuovo:

— Monitrici, andate a prendere la cena.

Le quattro ragazze uscirono e tornarono poco dopo recando un vassoio sul quale era una torta tagliata a pezzi. Nel centro era collocato un boccale e un vaso pieno d'acqua. Le parti furono distribuite alle alunne, e quelle che avevano sete presero il boccale, che serviva a tutte.

Quando venne il mio turno bevvi, perché avevo la gola riarsa; ma non potei mangiare. L'eccitamento e la fatica del viaggio mi avevano tolto l'appetito. Quando il vassoio mi passò davanti mi accorsi che la cosa consisteva in una torta d'avena.

Dopo il pasto, la signorina Miller lesse la preghiera, e poi le alunne, a due a due, salirono.

Affranta dalla fatica com'ero, badai poco al dormitorio, ma mi parve lungo come la sala di studio.

Quella notte dovevo dormire con la signorina Miller, che mi aiutò a spogliarmi, e appena mi fui coricata caddi in un profondo sonno.

Nello svegliarmi sentii il vento muggire e l'acqua cadere a torrenti.

Suonava una campana e tutte le ragazze si alzarono.

Il giorno non era ancora spuntato e un paio di lumi erano accesi nel dormitorio.

Mi alzai anch'io di mala voglia, perché era freddo, e mi vestii tremando. Quando una delle catinelle fu libera mi lavai, ma dovetti aspettare un pezzo, perché una serviva a sei.

Terminata che fu la toilette, la campana si fece udire di nuovo. Tutte le alunne si allinearono a due a due, scesero la scala ed entrarono nella sala di studio, appena illuminata.

Le preghiere furono lette dalla signorina Miller, che esclamò dopo

— Formate le classi!

Ne nacque un certo rumore.

La signorina Miller non cessava di ripetere: "Ordine e silenzio"

Quando la calma fu ristabilita, mi accorsi che le alunne erano separate in quattro gruppi. Ognuna di esse era davanti a una seggiola e ogni alunna aveva un volume in mano; un altro che presi per una Bibbia, era collocato sulla tavola, dinanzi alla sedia vuota.

Il suono di una campana lontana aveva colpito le nostre orecchie, quando tre signore entrarono nella stanza.

Ognuna di esse si sedè dinanzi a una delle tavole; la signora Miller alla quarta, presso la porta, ov'erano le piccine, fra le quali fui collocata.

Il lavoro incominciò; si recitarono le lezioni del giorno e alcuni passi della Scrittura. Poi si fece una lunga lettura della Bibbia.

Quando gli esercizi furono terminati, era giorno chiaro. L'instancabile campana suonò per la quarta volta; le alunne si separarono di nuovo e si diressero al refettorio.

Ero contenta di poter mangiare un poco, perché il giorno avanti mi ero così poco nutrita che mi sentivo morire d'inedia.

Sulle lunghe tavole dell'ampio refettorio fumavano due bacini, che non eccitavano davvero l'appetito.

Vi fu un movimento generale di malcontento quando l'odore della pietanza giunse alle nari delle educande.

Le grandi, che erano avanti, mormorarono:

— Che orrore! La minestra è bruciata anche oggi!

— Silenzio! — impose una voce.

Chi aveva dato quell'ordine era la maestra delle grandi, donnina vestita bene, ma non simpatica. Ella si mise in cima alla prima tavola, mentre che un'altra signora, più gentile d'aspetto, presiedeva la seconda. Alla mia sorvegliava la signorina Miller, e alla quarta la maestra di francese.

Si cantò un inno, una donna portò il thè alle maestre e noi cominciammo a mangiare.

Buttai giù qualche cucchiaiata di brodo, senza pensare al sapore che poteva avere, ma quando la fame si fu un poco calmata, mi accorsi che mangiavo una minestra disgustosa.

Ogni educanda si portava il cucchiaio alle labbra e poi lo posava disgustata. Allorché la colazione fu terminata, si rese grazie di ciò che non si aveva avuto e si cantò un secondo inno.

Dal refettorio si passò nella sala di studio. Nell'uscire vidi una maestra assaggiare la minestra, guardare le altre e la udii dire:

— Che razza di cucina! È una vergogna.

Soltanto dopo un quarto d'ora ci si rimise al lavoro. In quel tempo era permesso di parlare, e tutti ne profittarono per dir male della colazione.

Povere creature! era quella la loro unica consolazione. Non vi era di maestre altro che la signorina Miller; le grandi la circondarono parlandole con aria seria e triste.

Sentii pronunziare il nome della signora Bockelhurst; la maestra scrollava la testa come se disapprovasse il discorso, ma non faceva nulla per calmare la generale indignazione, che certo divideva.

Suonarono le nove e la signorina Miller ci ordinò di tornare ai nostri posti.

Dopo dieci minuti regnava il silenzio.

Le maestre erano tornate; la scuola pareva in attesa di qualcosa.

Le ottanta ragazze erano immobili sulle panche. Riunione curiosa! Tutte avevano i capelli lisci sulla fronte e passati dietro l'orecchio; nessun ricciolo incorniciava i loro volti; il solo ornamento era un colletto. Sul davanti dei vestiti scuri portavano cucita una tasca per il lavoro. Avevano le calze di lana, grosse scarpe da contadine con una fibbia d'ottone.

Una ventina di loro erano già donne e quel vestito bizzarro le faceva parer tutte brutte.

Io guardavo ed esaminavo anche le maestre. Nessuna di esse mi piaceva; la grande era dura, la piccina pareva irascibile, la francese era rude e grottesca. La signorina Miller poi, così rossa in viso, pareva schiacciata sotto il peso dei pensieri.

A un tratto tutte le educande si alzarono, tutti gli occhi si volsero verso la porta.

Entrava allora la signora che mi aveva ricevuto la sera prima.

Ella si fermò guardando le due linee di educande gravemente.

La signorina Miller le si avvicinò, le rivolse una domanda, e, dopo aver ricevuta la risposta, tornò al suo posto e disse:

— Monitrici della prima classe, portate le sfere.

Mentre l'ordine era eseguito, la sconosciuta passeggiava lentamente nella sala; non so se ho in me un istinto di venerazione, ma rammento ancora il rispetto col quale io seguiva i passi di lei.

Alla luce del giorno mi parve bella, alta, ben fatta; nei suoi occhi bruni brillava una viva benevolenza; i sopraccigli ben disegnati facevano risaltare la candidezza della fronte e i capelli bruni erano scalati in tanti piccoli ricci sulle tempie.

Non si portavano allora né ricci lunghi, né sgonfi. Il suo vestito, secondo la moda del tempo, era color porpora, con ornamenti di velluto nero frastagliato, e alla cintura le brillava un orologio d'oro, gioiello più raro allora che ora.

Per completare quel ritratto occorre aggiungere che la signorina Maria Temple aveva i lineamenti fini, una carnagione pallida, ma chiara, un portamento nobile.

La direttrice di Lowood si sedè davanti alla tavola su cui erano posate le sfere, e riunendo intorno a sé la prima classe, incominciò la lezione di geografia; le classi inferiori furono chiamate dalle altre maestre, e per un'ora continuarono le ripetizioni di grammatica e di storia.

La lezione di musica fu data dalla signorina Temple ad alcune fra le grandi.

L'orologio annunziava quando era finita l'ora, assegnata a ciascuna lezione. Quando suonò mezzogiorno, la direttrice si alzò.

— Ho una parola da dire alle educande di Lowood, — diss'ella.

Il mormorio che seguiva ogni lezione cessò, ed ella aggiunse:

— Stamani avete avuta una colazione che non avete potuto mangiare; dovete aver fame, e per questo ho ordinato che vi fosse preparata una merenda di pane e formaggio.

Le maestre si guardarono meravigliate.

— Mi addosso la responsabilità di una disposizione siffatta, — aggiunse come per ispiegare la sua condotta; quindi uscì dalla sala.

Fu portata la merenda con gran piacere di tutta la scuola, e dopo si ebbe ordine di andare in giardino.

Ognuna si mise in testa un cappello di paglia ordinario, fermato da nastri di cotone, e si ravvolse in un mantello di panno bigio; fui vestita come le altre, e, seguendo le compagne, giunsi all'aria aperta.

Il giardino era un vasto appezzamento di terreno, circondato da muri assai alti per impedire gli sguardi indiscreti; da uno dei lati eravi un porticato. Il centro, circondato da larghi viali, era diviso in piccoli boschetti.

A ogni educanda, entrando, ne era assegnato uno per coltivarlo, così che ciascun boschetto aveva una proprietaria.

Nell'estate, quando la terra si copre di fiori, quei giardinetti dovevano esser veramente carini, ma alla fine di gennaio tutto era pallido, gelato e triste.

Tremai guardando intorno a me.

La giornata non era propizia alla ricreazione all'aria aperta, non che piovesse, ma tutto era avvolto in una fitta nebbia umidiccia.

La tempesta del giorno prima aveva mantenuto la terra bagnata.

Le più robuste fra le educande correvano da una parte all'altra facendo esercizi violenti; alcune, pallide e magre, andavano a rifugiarsi sotto il porticato, e dai loro petti usciva spesso una tosse cavernosa.

Non avevo parlato a nessuno e nessuno pareva si accorgesse di me; ero sola, ma l'isolamento non mi pesava: vi ero assuefatta.

Mi appoggiai a una delle colonne del porticato, avvolgendomi nel mantello; cercavo di dimenticare il freddo e la fame che mi dilaniava.

Io passavo il tempo a esaminare e a pensare; ma le mie riflessioni erano troppo vaghe e troppo spesso interrotte, per poter essere riferite.

Sapevo appena dov'ero.

Gateshead e la mia vita passata fluttuavano dietro a me ad una distanza incommensurabile; il presente era vago e strano, e sul futuro non potevo far pronostici.

Mi misi a guardare il giardino, che pareva quello di un convento, poi fissai la casa, una parte della quale era grigia e vecchia, mentre l'altra era nuova.

Questa parte, che conteneva la sala di studio e i dormitorii, aveva finestre tonde e munite di inferriata, che le davano l'apparenza di una chiesa. Una larga pietra, collocata sopra l'ingresso, portava questa iscrizione:

"Istituzione di Lowood: questa parte è stata

"costruita da Noemi Bockelhurst, del castello di

"Bochelhurst, in questa Contea.

"Che la nostra luce splenda dinanzi agli uomini

"affinchè possano vedere le vostre opere

"buone e glorificare vostro Padre che è in cielo." (S. Matteo, v. 16).

Dopo aver letto e riletto l'iscrizione capii che doveva essermi spiegata, perché da me non ne avrei afferrato il senso. Pensavo a quel che voleva dire istituzione e mi studiavo di trovare il rapporto che poteva esservi fra la prima parte dell'iscrizione e il versetto della Bibbia, quando una tosse cavernosa mi fece volger la testa.

Scórsi allora una ragazza seduta a poca distanza da me su una panchina; ella teneva fra le mani un libro, che pareva assorbire tutta la sua attenzione. Lessi il titolo: era Rasselas.

Volgendo una pagina, la ragazza alzò gli occhi, e ne profittai per parlarle.

— Vi diverte codesto libro? — le domandai.

— Mi piace, — risposemi.

— Di che cosa parla?

Non potevo capire come mai io avessi la sfacciataggine d'intavolar discorso con una sconosciuta, contrariamente alla mia indole.

L'occupazione, in cui l'avevo trovata assorta, aveva certo fatto vibrare nel mio cuore una corda sensibile.

— Volete vederlo? — mi disse la sconosciuta offrendomi il libro.

Fui convinta da un rapido esame, che il contenuto era meno interessante del titolo, e, non vedendovi rappresentati né genii, né fate, glielo resi. Ella lo riprese senza dirmi nulla, e stava per rimettersi a leggere, quando la interruppi di nuovo.

— Potete dirmi, — le domandai, — che cosa significa l'iscrizione incisa su quella pietra? Che cos'è l'istituzione di Lowood?

— È la casa dove siete venuta ad abitare.

— Perché si chiama istituzione? Che è forse diversa dalle altre scuole?

— È in parte una scuola di beneficenza. Voi, io e tutte le altre siamo figlie della carità. Dovete essere orfana.

— Difatti di mio padre e di mia madre non mi ricordo neppure.

— Ebbene, tutte le ragazze che vedete qui hanno perduto almeno uno dei genitori, ed ecco la ragione che fa dare alla scuola il nome d'istituzione per l'educazione delle orfane.

— Paghiamo, o siamo educate gratuitamente?

— Noi paghiamo o i nostri amici pagano quindici sterline l'anno.

— Allora perché ci chiamano le figlie della carità?

— Perché la somma che paghiamo non basta alle spese per il nostro mantenimento e per la nostra educazione; ciò che manca è fornito dai soscrittori.

— E chi sono essi?

— Alcune persone caritatevoli dei dintorni e anche di Londra.

— E chi è quella Noemi Bockelhurst?

— La signora che ha costruita la parte nuova della casa, come indica l'iscrizione. Suo figlio ha ora la direzione generale della scuola.

— Perché?

— Perché è tesoriere e capo dello stabilimento.

— Allora la casa non appartiene a quella signora che ha un orologio d'oro e che ci ha fatto dar la merenda?

— La signorina Temple è soltanto la direttrice; ma vorrei che le appartenesse. Ella deve dar conto di tutto al signor Bockelhurst. È lui che compra il vitto e i vestiti.

— E abita qui?

— No; abita una villa distante mezza lega da Lowood.

— È buono?

— È un pastore, e si dice che faccia molto bene.

— Come si chiamano le altre maestre?

— Quella che vedete là col viso rosso è la signorina Smith. Ella taglia e sorveglia il cucito, perché cuciamo da noi vesti e biancheria. La piccina, con i capelli neri, è la signorina Scatcherd. Dà lezioni di storia e di geografia e fa ripetizione alla seconda classe. Quella infine che vedete ravvolta nello scialle e che porta il fazzoletto legato da un lato, con un nastro giallo, è la signora Pierrot; viene da Lille e insegna il francese.

— Volete bene alle maestre?

— Abbastanza.

— Volete bene alla piccina, che ha i capelli neri, e alla signora.... non so pronunziarne il nome come voi.

— La signorina Scatcherd è impetuosa e bisogna fare attenzione di non ferirla. La signora Pierrot è abbastanza buona.

— Ma la direttrice è la migliore, non è vero?

— Oh! la signorina Temple è buonissima, sa molto ed è superiore a tutte le maestre, perché è più istruita di tutte.

— È da molto tempo che siete qui?

— Due anni.

— Siete orfana?

— Mia madre è morta.

— Vi state volentieri?

— Mi fate troppe domande; per oggi basta: vorrei leggere un poco.

Ma in quel momento la campana del desinare ci fece entrar tutte in casa.

L'odore che empiva il refettorio era appena appena più appetitoso di quello della colazione.

Le pietanze furono servite in due larghi vassoi di stagno, dai quali esalava un gran puzzo di grasso rancido. Il desinare si componeva di patate, che non sapevan di nulla, e di carne che sapeva di troppo.

Ogni alunna ebbe una porzione assai abbondante. Mangiai quello che potei, chiedendomi se tutti i giorni ci avrebbero dato lo stesso.

Dopo desinare passammo subito nella sala di studio; le lezioni ricominciarono per durare fino alle cinque.

Il solo avvenimento notevole del pomeriggio fu il vedere che l'educanda, con la quale avevo parlato la mattina, venne mandata via dalla signorina Scatcherd dalla lezione di storia, senza che ne sapessi il motivo, e condannata a stare in mezzo alla sala.

Quella punizione mi parve molto umiliante, specialmente per una ragazza di tredici o quattordici anni, come lei.

Mi aspettavo di vederla dar segni di dolore e di vergogna, ma con mia grande meraviglia non pianse né arrossì. Calma e grave, ella rimase esposta agli sguardi di tutti.

Pensavo che, se fossi stata al suo posto, avrei desiderato che la terra m'inghiottisse!

Ma pareva che ella pensasse a qualcosa che non era il suo castigo, qualcosa che non era la sua triste situazione, a qualcosa che non era attorno a lei, né davanti a lei.

Avevo sentito parlare di persone che sognano a occhi aperti: sognava forse?

II suo sguardo era fisso in terra, ma sono sicura che non la vedeva; pareva che lo sguardo di lei scrutasse il suo proprio cuore, che fosse fisso nei ricordi, ma in ciò che era realmente presente. Quella ragazza era un enigma per me, e non sapevo se fosse buona o cattiva.

Alle cinque ci portarono di nuovo da mangiare. Questo pasto consisteva in una tazza di caffè e in un pezzetto di pane nero. Bevvi il caffè e divorai il pane, ma avrei mangiato di più, perché avevo sempre fame.

Dopo avemmo mezz'ora di ricreazione, poi di nuovo lo studio; finalmente il bicchier d'acqua e la fetta di torta d'avena, la preghiera, e tutte andammo a letto. Così passai il primo giorno a Lowood.