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Dopo il mio colloquio col signor Lloyd e i discorsi che avevano scambiati Bessie e Abbot, nutrivo speranza che un cambiamento si operasse nella mia situazione, ed ero impaziente di star meglio.

Desideravo e speravo in silenzio.

Ma intanto i giorni e le settimane passavano senza che avvenisse nulla di nuovo. Avevo ricuperato la salute, ma non si parlava punto della cosa che stavami tanto a cuore.

La signora fissava talvolta su di me uno sguardo severo, ma non si parlava quasi mai.

Dopo la mia malattia era stata tirata una linea più profonda di demarcazione fra me e i suoi figli.

Mi era stato assegnato uno stanzino per dormirvi sola, ero stata condannata a non mangiare più alla tavola di famiglia ed a rimanere nella camera dei bambini, mentre i miei cugini stavano in salotto.

Mia zia non parlava mai di mandarmi in pensione, ma io sentivo istintivamente che ella non mi avrebbe tollerata a lungo sotto il suo tetto, perché lo sguardo, che ogni tanto fissava su me, rivelava una avversione insormontabile.

Eliza e Georgiana ubbidivano evidentemente agli ordini che erano stati dati loro, e mi parlavano il meno possibile; John mi faceva le boccaccie ogni volta che m'incontrava.

Un giorno tentò di percuotermi, ma vedendo che io mi volgeva contro di lui animata dallo stesso sentimento d'ira profonda e di disperata ribellione, che una volta si era impossessata di me, rinunziò al tentativo e corse via, lanciandomi improperi e urlando che gli avevo rotto il naso.

È vero che avevo percosso con tutta la forza del pugno quella parte sporgente del volto di lui, e quando mi accorsi che la percossa e la potenza del mio sguardo lo avevano domato, volli trarre da quel trionfo tutti i vantaggi possibili, ma egli aveva già raggiunto sua madre e sentii che le raccontava, con voce piagnucolosa, che quella cattiva Jane lo aveva assalito come un gatto infuriato.

Sua madre lo interruppe bruscamente.

— Non mi parlate più di quella bambina, John, — diss'ella, — non merita che si badi a quello che fa; non voglio che voi né le vostre sorelle vi associate con lei per giuocare.

Sporgendomi allora dalla balaustra della scala, mi misi a gridare, senza riflettere alle mie parole:

— Vuoi dire che non sono degni di giuocare con me.

La signora Reed era una donna forte e robusta, e nel sentire quella strana e audace dichiarazione, salì di corsa le scale, e, più pronta del turbine, mi trascinò nella camera dei bambini, e spingendomi contro il mio letto, m'ingiunse, in tono enfatico, di non muovermi di lì e di non pronunziar parola in tutto il giorno.

— Che cosa vi direbbe lo zio Reed, se fosse vivo? — le domandai quasi involontariamente, perché la lingua pronunziò queste parole senza il consenso della mente.

Vi era in me una forza che mi spingeva a parlare, nonostante la volontà di tacere.

— Come! — esclamò la signora Reed, respirando appena.

Gli occhi di lei, grigi e per consueto freddi e immobili, furono turbati da una espressione di terrore e lasciò di stringermi, incerta se fossi una bimba o un essere infernale.

Tale ero infatti in quel momento.

— Mio zio Reed è in cielo, — continuai, — e può vedere ciò che fate e pensate, e così pure il babbo e la mamma; essi sanno che mi rinchiudete per giornate intere e che vorreste vedermi morta.

La signora Reed si rimise subito, mi scosse violentemente, mi dette due schiaffi e poi si allontanò da me senza aprir bocca.

Bessie supplì a quel silenzio facendomi una predica che durò un'ora, provandomi che ero la bimba più cattiva e più abbandonata che vi fosse al mondo.

Ero propensa a crederle, perché non sentivo sorgere dal cuore altro che cattive ispirazioni.

Trascorsero novembre, dicembre e la metà di gennaio.

Il Natale era stato celebrato a Gateshead con la consueta solennità, i doni erano stati scambiati e offerti pranzi e ricevimenti.

Naturalmente io era esclusa da ogni divertimento.

Tutta la mia parte di gioia consisteva nell'assistere ogni giorno alla toilette d'Eliza e di Georgiana, nel vederle scendere in sala con i loro vestiti leggieri di mussolina, le loro cinture rosa, i loro capelli arricciati con cura.

Poi spiavo il suono del pianoforte e dell'arpa, il passaggio del cameriere e del servitore che portavano i rinfreschi, il rumore dei bicchieri e delle porcellane, i brani di conversazione che uscivano dal salotto, allorquando si apriva e si chiudeva la porta.

Quando ero stanca di quella osservazione, lasciavo la scala per tornare nella camera solitaria dei bambini: benché quella stanza fosse un po' triste, non mi sentivo in essa infelice e non avevo alcun desiderio di scendere in salotto, ove raramente qualcuno avrebbemi rivolta la parola.

Se Bessie fosse stata buona con me, avrei preferito di passar tranquillamente le serate accanto a lei, piuttosto che sotto lo sguardo severo della signora Reed, in una stanza piena di gente elegante.

Ma appena Bessie aveva vestite le padroncine, soleva scendere nelle rumorose regioni della cucina e della dispensa e portava seco il lume.

E allora mi sedevo con la bambola sulle ginocchia accanto al fuoco, finché non si spengeva, gettando di tanto in tanto uno sguardo intorno a me per assicurarmi che nessun fantasma era entrato nella stanza quasi buia.

Quando la brace incominciava a impallidire, mi spogliava in fretta, tirando i nastri o i cordoni come sapevo, e andavo a cercare nel mio lettino un riparo contro il freddo e l'oscurità.

Nel letto io portavo la bambola, e la rinvolgeva con cura nella mia camicia da notte, e dopo averle fatte mille carezze, mi addormentavo relativamente contenta di poter amare e riscaldare quella puppatola sbiadita e cenciosa, che allora mi pareva viva e capace di sentire.

Le ore scorrevano lunghe per me fino alla partenza degli invitati, e stavo sempre con l'orecchio teso per udire sulle scale il passo di Bessie.

Ella veniva talvolta a prendere il ditale e le forbici e a portarmi per cena qualche pezzo di pasticcio.

Allora, mentre che io mangiavo, si sedeva accanto al letto, e quando avevo terminato mi copriva e dicevami, baciandomi due volte:

"Buona notte, signorina Jane."

In quei momenti Bessie mi pareva la più bella, più dolce e la più buona creatura che fosse sulla terra, e desideravo di vederla sempre così e che non mi sgridasse più e cercasse d'impormi doveri irragionevoli, come faceva spesso.

Bessie Lee doveva essere una ragazza intelligente, perché le riusciva tutto quello che si metteva a fare e narrava benissimo; almeno i racconti suoi mi sono rimasti impressi nella mente.

Se rammento bene, doveva essere anche bellina. Era alta, con i capelli neri e gli occhi scuri, i tratti delicati e la carnagione bianca; ma aveva un carattere vivo e capriccioso e indifferente rispetto ai grandi principii di giustizia.

Pure, così com'era, la preferivo a tutti, a Gateshead.

Si era al quindici di gennaio e l'orologio aveva suonato le nove di mattina.

Bessie era scesa a colazione; le mie cugine non erano state ancora chiamate dalla loro mamma, Eliza si metteva il cappello e un mantello pesante per andar nel suo pollaio. Era quella la sua occupazione preferita, perché dal pollaio ricavava denari, vendendo le uova alla donna che dirigeva la casa.

Ella aveva molta disposizione per il commercio e una singolare tendenza al risparmio, perchè, non contenta di trafficare sulle uova e sui polli, cercava di far denaro anche con la vendita dei fiori e dei semi.

Il giardiniere aveva ordine di comprare dalla bambina tutti i prodotti del suo giardino ch'ella volesse vendere, ed Eliza avrebbe venduto anche i capelli del capo, se le avessero dato un utile.

Il danaro soleva da prima rimpiattarlo, dopo averlo ravvolto nella carta; ma essendo stati scoperti alcuni dei suoi nascondigli dalla cameriera, temè di perderlo, un giorno o l'altro, e lo affidò a sua madre, esigendo un interesse del 50 e anche del 6O per cento.

Quest'interesse esorbitante lo ritirava ogni trimestre, e piena di ansiosa sollecitudine notava in un taccuino il conto dei suoi incassi.

Georgiana era seduta su una sedia alta davanti allo specchio e intrecciava fiori artificiali e penne sbiadite, trovate in soffitta, ai suoi capelli.

Io intanto rifacevo il letto, avendo avuto ordine espresso da Bessie di sbrigarmi prima che tornasse, perché Bessie m'impiegava spesso a pulir la camera come se fossi stata una donna di faccende.

Dopo avere steso la coperta e ripiegata la camicia, andai alla finestra ove trovai sparsi alcuni libri illustrati e giocattoli. Volli metterli in ordine, ma Georgiana mi ordinò duramente di non toccar la roba sua.

Essendo disoccupata, accostai le labbra ai fiori di ghiaccio che appannavano i cristalli e presto riuscii a guardare fuori della finestra. Il terreno era indurito da una forte gelata.

Da quella finestra si vedeva la casetta del portinaio e il viale dal quale entravano le carrozze.

Il mio respiro caldo aveva, come ho detto, sbarazzato il cristallo dallo strato di ghiaccio, e così potevo veder fuori. Scorsi una carrozza che entrava e dirigevasi verso la casa.

Molte carrozze venivano a Gateshead, ma i visitatori che conducevano mi erano sempre indifferenti.

La carrozza si fermò davanti alla casa, si udì una scampanellata e il visitatore entrò.

Siccome non m'importava di quel fatto, concentrai tutta la mia attenzione su un pettirosso,che cantava sui rami nudi di un ciliegio, che cresceva sotto la finestra. Avevo ancora un po' dipane della colazione e aprii la finestra per isminuzzarlo sul parapetto.

In quel momento Bessie salì precipitosamente le scale ed entrò in camera dicendo:

— Signorina Jane, si levi il grembiule. Che cosa fa? S'è lavate le mani e il viso?

Avanti di rispondere, terminai di spargere il pane fuori della finestra, poi, richiudendola, risposi tranquillamente:

— No, Bessie, ho terminato di spolverare.

— Che bimba sciolta e disordinata! Che cosa facevate? Siete rossa come una colpevole. Perché avete aperto la finestra?

Non ebbi la noia di rispondere, perché Bessie mostravasi troppo occupata per ascoltare le mie spiegazioni.

Mi condusse al lavabo e con l'acqua e il sapone mi lavò ben bene le mani e il viso.

Per fortuna fece presto, poi mi pettinò, mi tolse il grembiule e, spingendomi verso la scala, mi ordinò di scender presto nella sala da pranzo, dove ero attesa.

Stavo per domandare se la zia era giù, ma Bessie era sparita, chiudendo dietro a sé la porta della camera.

Scesi lentamente. Da tre mesi non ero stata chiamata dalla signora Reed. Rinchiusa da tanto tempo nella camera del primo piano, il pianterreno era diventato ai miei occhi una regione imponente, nella quale entravo a malincuore.

Giunsi nell'anticamera, davanti alla porta della sala da pranzo; là mi fermai timidamente.

Le ingiuste punizioni mi avevano resa vile. Non osavo tornare su in camera, non osavo entrare nel salotto; rimasi dieci minuti esitando, in preda all'agitazione.

Una forte scampanellata mi rese coraggio: dovevo entrare.

— Chi può aspettarmi? — dicevo fra me, mentre con tutte e due le mani giravo la maniglia, che resisteva ai miei sforzi. — Chi troverò insieme con la zia?

La maniglia cedè; la porta si aprì; io m'inoltrai salutando profondamente e guardando intorno. I miei occhi si fermarono su qualcosa di lungo e di scuro, come una colonna nera.

Riconobbi al fine la tetra figura, vestita di nero, che mi stava davanti.

La parte superiore di quello strano personaggio pareva una maschera fissata in cima a un lungo palo.

La signora Reed occupava il suo posto consueto accanto al caminetto. Mi fece cenno di avvicinarmi.

Ubbidii. E, guardando il visitatore immobile, mi presentò a lui, dicendo:

— Ecco la bambina di cui vi ho parlato.

Egli volse lentamente la testa dal mio lato, e dopo avermi esaminato con uno sguardo inquisitore a traverso i cigli neri e folti, mi domandò in tono solenne e a voce bassissima quanti anni avevo.

— Dieci, — rispose la zia.

— Non pare che ne abbia tanti, — osservò in tono di dubbio, e prolungò per alcuni minuti il mio esame; poi, dirigendosi a me, disse:

— Come vi chiamate, piccina?

— Jane Eyre, signore.

Nel pronunziare queste parole, lo guardava.

Mi parve alto, ma mi ricordo che io allora ero molto piccola.

I tratti di lui mi parvero molto marcati, e vi scorsi, come nelle linee di tutta la persona, una espressione di durezza e d'ipocrisia.

— Ebbene, Jane Eyre, siete una buona bambina?

Era impossibile rispondere affermativamente.

Quelli che mi circondavano credevano l'opposto; così tacqui.

La signora Reed parlò per me, e scuotendo la testa rispose rapidamente:

— Meno parleremo di ciò e meglio faremo, signor Bockelhurst.

— Sono dolente davvero; bisogna che parli un poco con lei.

E rinunciando alla posizione perpendicolare, si sedè in una poltrona di fronte alla signora Reed, dicendomi di avvicinarmi.

Poi battè leggermente il piede e mi ordinò di mettermi dinanzi a lui.

Il suo volto mi produsse uno strano effetto, quando vidi il naso enorme e grossissimi denti.

— Non vi è nulla di più triste che lo spettacolo che offre una bimba cattiva, — riprese egli. — Sapete dove vanno i peccatori dopo morti?

La mia risposta fu rapida e ortodossa.

— All'inferno, — replicai.

— E che cos'è l'inferno? Potete dirmelo?

— È un abisso di fiamme.

— Vorreste esser precipitata in quell'abisso e bruciarvi in eterno?

— No, signore.

— E che cosa dovete far dunque per evitare quella sorte?

Riflettei un momento, e questa volta gli fu facile attaccare la mia risposta.

— Devo star sana, per non morire.

— Come farete? I bimbi piccini come voi muoiono giornalmente. Non è molto che ho sotterrato una bimba di cinque anni, ma era buona, e la sua anima è volata in cielo; non si potrebbe dire lo stesso di voi, se foste chiamata nell'altro mondo.

Non potendo far svanire quei dubbi, fissai gli occhi sui piedoni di quel signore, e sospirai desiderando che quell'interrogatorio terminasse presto.

— Spero che codesto sospiro parta dal cuore, — riprese il signor Bockelhurst, — e che siate pentita di aver attristato sempre la vostra benefattrice. Dite le preghiere, mattina e sera? — continuò il mio interrogatore.

— Leggete la Bibbia?

— Qualche volta.

— Con piacere? Vi diletta quella lettura?

— Mi piacciono le Rivelazioni, il Libro di Daniele, la Genesi e Samuele e qualche brano dell'Esodo, dei Re, delle Cronache, e mi piace anche Giobbe e Gionata.

— E i Salmi? Spero che vi piaceranno?

— No, signore.

— Oh che vergogna! Ho un bambino più piccolo di voi, che sa già sei Salmi a mente, e quando gli si domanda se preferisce mangiare il pan pepato o imparare un versetto, risponde: "Preferisco imparare un versetto, perché gli angioli cantano i Salmi e voglio essere un angioletto sulla terra," e allora gli si danno due pezzi di pan pepato in ricompensa della sua devozione infantile.

— I Salmi non sono punto interessanti, — osservai.

— È una prova che avete il cuore cattivo. Bisogna chiedere a Dio di cambiarlo, di concedervene un altro più puro, di togliervi quel cuore di pietra, per darvene uno di carne.

Cercavo di capire per quale processo potrebbe effettuarsi quel cambiamento, quando la signora Reed mi disse di sedermi e prese lei a dirigere la conversazione.

— Credo, signor Bockelhurst, di avervi accennato nella mia lettera di tre settimane fa, che questa bimba non ha il carattere, nè le tendenze che avrei desiderato trovare in lei. Se dunque l'ammettete nella scuola di Lowood, domando che i capi e le maestre non la perdano d'occhio; la prego soprattutto di tenersi in guardia contro il suo più gran difetto; intendo parlare della sua tendenza alla menzogna. Dico tutte queste cose in presenza vostra, Jane, — aggiunse — per impedirvi d'ingannare il signor Bockelhurst.

Ero naturalmente inclinata a temere e a odiare la signora Reed, che pareva si studiasse di ferirmi sempre crudelmente.

Non ero punto felice in presenza sua; qualunque sforzo che facessi per ubbidirle e per piacerle, non ricevevo in cambio altro che rimproveri come quello che ho riferito.

Quest'accusa mi era inflitta dinanzi a un estraneo, e mi riuscì amarissima.

Vedeva vagamente che essa faceva svanire tutte le speranze, che riponeva in quella nuova esistenza che stavo per incominciare; sentivo confusamente, e senza rendermene conto, che ella seminava l'avversione e il malvolere sulla via che stavo per percorrere. Mi vedevo trasformata agli occhi del signor Bockelhurst in una bimba falsa e mentitrice; che cosa potevo fare per lavarmi da quell'accusa?

— Nulla! nulla! — pensavo fra me, — e mi sforzavo di reprimere un singhiozzo, e asciugavo rapidamente alcune lagrime, segno evidente di dolore.

— La menzogna è un brutto vizio in una bambina, — disse il signor Bockelhurst, — e chi avrà ingannato in vita, sarà condannato a patire in eterno in un abisso di fiamme e di zolfo. Ma sarà sorvegliata; parlerò di lei alla signorina Temple e alle maestre.

— Vorrei, — continuò la signora Reed, — che la sua educazione fosse adattata alla sua posizione, che la rendessero umile e operosa. Nelle vacanze vi chiedo il permesso di lasciarla a Lowood.

— Le vostre intenzioni sono molto sagge, signora, — riprese il signor Bockelhurst, — l'umiltà è virtù cristiana ed è necessaria sopratutto alle alunne di Lowood. Chiedo continuamente che si ponga ogni cura nell'ispirarla loro. Ho lungamente cercato i migliori mezzi per mortificare in esso il sentimento mondano dell'orgoglio, e l'altro giorno ho avuto una prova del mio successo.

— La mia figlia secondogenita, — continuò dopo una pausa il signor Bockelhurst, — è andata insieme con sua madre a visitare l'Istituto, e tornando ha esclamato: "Oh babbo! Quelle bimbe di Lowood, come paiono tranquille e semplici, con i capelli rialzati d'oltre l'orecchio, con i loro lunghi grembiuli, con i loro vestiti, con le tasche cucite di fuori! Esse son vestite quasi come le figlie dei poveri e guardavano gli abiti di mamma e i miei, come se non avessero mai veduta la seta."

— Ecco una disciplina che approvo completamente, — continuò la signora Reed. — Se avessi cercato in tutta l'Inghilterra, non avrei trovato nulla di meglio per il carattere di Jane. Ma, mio caro signor Bockelhurst, chiedo l'uniformità su tutti i punti.

— Certo, signora; è uno dei primi doveri cristiani, e a Lowood l'abbiamo osservato in tutto; cibo e abiti semplici, un'agiatezza che ci guardiamo bene dall'esagerare, vita dura e laboriosa; ecco la regola di quella casa.

— Benissimo, signore, allora posso essere certa che questa bambina sarà accettata a Lowood, che vi sarà educata come richiede la sua posizione e in vista dei suoi doveri futuri.

— Potete esserlo, signora; ella sarà collocata in quell'asilo di piante scelte, e spero che l'inestimabile favore della sua ammissione la renderà riconoscente.

— Ve la manderò il più presto possibile, signor Bockelhurst, perché ho fretta, vi assicuro, di liberarmi di una responsabilità che diviene pesante.

— Senza dubbio, senza dubbio, signora. Sono costretto a dirvi addio. Non ritornerò alla mia villa altro che fra un paio di settimane, perché il mio buon amico, l'arcidiacono, non vuole che la lasci prima; ma farò dire alla signora Temple di attendere una nuova alunna. Addìo, signora.

— Addio, signore. Salutatemi la signora e la signorina Bockelhurst.

— Non mancherò. Piccina, — disse volgendosi a me, — ecco un libro intitolato "La guida dell'Infanzia"; leggerete le preghiere che contiene, ma leggete sopratutto questa parte; vi vedrete narrata la morte della piccola Marta G...., bimba cattiva che, come voi, aveva il vizio di mentire.

Nel dir queste parole il signor Bockelhurst mi pose in mano un opuscolo ben avvolto nella carta, e, dopo aver chiesto la sua carrozza, ci lasciò.

Rimasi sola con la signora Reed, alcuni minuti trascorsero in silenzio; ella cuciva e io stavo a guardarla.

Ella poteva avere trentasei anni; era una donna robusta, con le spalle quadre; non era grassa, benché fosse forte e piccola, e il volto pareva largo per l'eccessivo sviluppo del mento.

Aveva la fronte bassa, la bocca ed il naso regolari; i suoi occhi, senza bontà, brillavano sotto le ciglia scolorate; era scura di carnagione e aveva i capelli biondi.

Non sapeva che cosa fosse la malattia, e guidava la casa e amministrava i suoi beni con cura e attività.

I figli soli non rispettavano la sua autorità. Ella si vestiva con gusto e portava bene i vestiti.

Ciò che era avvenuto, ciò che la zia aveva detto al signor Bockelhurst, tutta la loro conversazione ancora recente e dolorosa mi restava in mente; ogni parola mi aveva ferita e stavo là, agitata da un vivo risentimento.

La signora Reed alzò gli occhi dal lavoro, li fissò su di me e mi disse:

— Uscite, tornate in camera.

II mio sguardo o qualcos'altro forse l'aveva ferita, perché, nonostante che si contenesse, il suo accento era molto irritato.

Mi alzai e mi diressi verso la porta, ma tornai subito addietro, mi accostai alla finestra, poi andai nel mezzo della stanza e finalmente mi accostai a lei.

— Non sono finta; se lo fossi stata, avrei detto che vi voleva bene; ma non vi voglio bene e lo dichiaro; vi odio più che ogni altro, eccettuato John Reed. Questo racconto di una bugiarda potete darlo alla vostra Georgiana, perché è lei che v'inganna e non io.

Le dita della signora Reed erano rimaste immobili, e con i suoi occhi di ghiaccio continuava a fissarmi.

— Che cosa avete da dirmi ancora? — mi domandò con un tono che sarebbe stato più adattato per parlare a una donna che a una bambina.

Quello sguardo, quella voce ridestarono tutte le mie antipatie.

Commossa, aizzata da una invincibile irritazione, continuai:

— Sono felice che non siate mia parente, e non vi chiamerò più zia, non verrò mai a trovarvi quando sarò grande, e quando qualcuno mi domanderà se vi voglio bene e come mi trattate, gli dirò che il vostro ricordo mi fa male e che siete stata crudele con me.

— Come, Jane, osereste affermare cose simili?

— Sì, oserei, signora Reed, oserei perché è la verità. Credete forse che non senta e che possa vivere senza che nessuno mi voglia bene e sia buono per me? No, e voi non avete avuto pietà di me. Mi rammenterò sempre con quanta durezza mi avete respinta nella camera rossa, quale sguardo mi avete gettato quando ero in agonia. Eppure, oppressa dal dolore, vi avevo gridato: "Zia, abbiate pietà di me!" E quella punizione me l'avevate inflitta perché era stata percossa, gettata in terra dal vostro perfido figliuolo. Dirò la pura verità a tutti quelli che m'interrogheranno. Credono che siate buona, ma avete il cuore come un masso e siete falsa.

Quando ebbi cessato di parlare, il più strano sentimento di trionfo, che abbia mai provrato, erasi impossessato di me.

Credei che un'invincibile catena si fosse infranta, e che avessi riconquistata la mia libertà.

Potevo crederlo infatti, perché la signora Reed pareva sgomenta; il lavoro le era scivolato di grembo; alzava le mani e sul volto contratto si sarebbe detto che stessero per iscendere le lagrime.

— Jane, vi sbagliate, che cosa avete? Perché tremate tanto? Volete bere un po'd'acqua?

— No, signora Reed.

— Desiderate qualche altra cosa, Jane? Vi assicuro che vorrei esservi amica.

— Non è vero. Avete detto poco fa al signor Bockelhurst che avevo un cattivo carattere, che ero una bugiarda; ma tutti a Lowood saranno informati della vostra condotta.

— Jane, non potete capire certe cose; i bambini debbono esser corretti dei loro difetti.

— La menzogna non è il mio difetto, — esclamai con voce piena di collera.

— Ma siete violenta, dovete confessarlo; e ora tornate in camera vostra, mia cara, e cercate di dormire un poco.

— Non sono la vostra cara, e non posso dormire. Mandatemi subito in pensione, signora Reed, perché questa casa mi è odiosa.

— Sì, sì, voglio mandartici più presto che posso, — disse sottovoce; e prendendo il lavoro, usci precipitosamente dalla stanza.

Ero rimasta sola, padrona del campo.

Era la più tremenda battaglia che avessi combattuta, e la prima vittoria riportata.

Restai un momento seduta al posto ov'era prima il signor Bockelhurst, assaporando la mia solitudine di conquistatrice.

Prima sorrisi a me stessa e mi sentii sollevata, ma quel feroce piacere cessò col cessare dei violenti battiti del cuore.

Una bimba non può insultare i suoi superiori, come avevo fatto io, non può dare sfogo alla collera, senza provar subito la puntura del rimorso e il gelo della reazione.

Quando avevo accusato e minacciato la signora Reed, la mia anima era in fiamme, ma dopo una mezz'ora di silenzio e di riflessione riconobbi la pazzia commessa e la tristezza della mia posizione di bimba che odia e che è odiata.

Per la prima volta aveva assaporata la vendetta e mi parve dolce e vivificante; ma la sensazione che lasciava in me era amara come il veleno.

Allora sarei andata a chiedere scusa alla signora Reed, ma sapevo per istinto e per esperienza, che me la sarei maggiormente inimicata ed avrei rieccitato i violenti impulsi della mia indole.

Presi un volume di racconti arabi e cercai di leggere, senza capire nulla.

Il pensiero vagava e non potevo fissarlo né su me stessa, né su quelle pagine, che mi avevano procurato in passato tanto piacere.

Aprii la porta a vetri della sala da pranzo, il boschetto era silenzioso e il sole nè il vento avevano potuto vincere il ghiaccio che copriva la terra.

Mi coprii la testa con la sottana e andai a passeggiare in una parte isolata del parco, senza provare alcun piacere sotto quegli alberi silenziosi, tra quelle pine, ultimi avanzi dell'autunno, di cui era coperta la terra, in mezzo a quelle foglie secche, ammonticchiate dal vento.

Mi appoggiai al cancello guardando un campo deserto, dove le vacche non pascevano più, dove l'erba era stata falciata dal gelo e coperta di neve.

Era una giornata tristissima, e ogni tanto le falde di neve cadevano al suolo indurito del viale, senza liquefarsi.

Ero tanto infelice e ogni tanto dicevo a me stessa:

— Che cosa devo fare?

Sentii a un tratto una voce chiara gridare:

— Signorina Jane, dove siete? Venite a colazione.

Era Bessie, lo sapevo, ma non risposi.

Però poco dopo sentii un lieve rumore di passi. Ella traversava il viale per venir da me.

— Cattiva, — mi disse, — perché non venite quando vi si chiama?

La presenza di Bessie mi parve dolce in confronto dei pensieri che mi torturavano, benché ella fosse, secondo il solito, di cattivo umore.

È un fatto che dopo la mia disputa con la signora Reed e la mia vittoria, faceva poco conto della collera passeggiera della bambinaia, ed ero pronta a cercar conforto nel suo giovane cuore.

Le gettai le braccia al collo, dicendole:

— Venite, Bessie, non mi sgridate.

Non mi ero mai mostrata così franca ed espansiva, e il mio modo di fare le piacque.

— Siete una strana bambina, signorina Jane, — mi disse, fissandomi, — una bimba vagabonda e amica della solitudine. Andate in pensione, eh?

Feci un cenno affermativo.

— E non vi dispiace di lasciare la povera Bessie?

— Che cosa sono per Bessie? Mi sgrida sempre.

— Perché vi mostrate bizzarra, timida, spaventata, piccina. Se foste più ardita....

— Sì, per essere picchiata!

— Sciocchezze! Ma è certo che non siete trattata bene. Mia madre, quando venne qui la settimana passata, disse che non vorrebbe vedere uno dei suoi figli al vostro posto. Ma ho una buona notizia per voi.

— Non ci credo.

— Bimba, che volete dire? Perché fissate su di me uno sguardo così triste? Ebbene, sappiate che il padroncino, la signora e le signorine sono andate a prendere il thè da un loro amico; voi lo prenderete con me e dirò alla cuoca di farvi un dolce, e poi mi aiuterete a guardare nei cassetti, perché presto dovrò prepararvi il baule. La signora vuole che andiate via fra un paio di giorni, così sceglierete la roba che volete portar con voi.

— Bessie, promettetemi di non rimproverarmi più fino alla partenza.

— Ebbene, sì, ma siate buona e non abbiate paura di me. Non vi scostate quando alzo la voce; questo mi irrita i nervi.

— Sento che ora non ho più paura di voi, perché mi sono assuefatta ai vostri modi, ma dovrò presto temere di altre persone.

— Se le temerete, vi odieranno.

— Come voi, Bessie?

— Non vi odio, signorina. Mi pare anzi di volervi più bene che agli altri.

— Non me lo dimostrate davvero.

Aspra creatura, ecco una nuova maniera di parlare. Che cosa vi rende così sicura ed ardita?

Stavo per narrare quello che era avvenuto fra me e la signora Reed, ma riflettendo mi accorsi che era meglio tacere.

— Allora siete contenta di lasciarmi?

— No, Bessie, no davvero, e in questo momento mi sento triste.

— In questo momento! Come lo dite freddamente, signorina. Sono sicura che se vi domandassi di abbracciarmi, mi direste di no.

— Oh, no. Voglio abbracciarvi e mi farete tanto piacere; abbassate un poco la testa.

Bessie si chinò e ci abbracciammo, poi, divenuta tranquilla, la seguii in casa.

Il dopopranzo trascorse nella pace e nell'armonia.

La sera Bessie mi narrò le più belle fra le sue novelle e mi cantò le più dolci canzoni. Anche sulla mia vita splendevano are luminose.