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Jane Eyre.  Charlotte Brontë
Capitolo 28.
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Sono passati due giorni.

È una sera d'estate; il cocchiere mi ha fatto scendere in un luogo chiamato Whitecross; non poteva trasportarmi oltre per la somma che gli avevo data e non possedevo neppure uno scellino.

La carrozza avea già percorso un miglio ed io ero sola.

In quel momento mi accorgo che ho dimenticato il mio involto nella sacca della carrozza, ove l'avevo messo perché fosse più sicuro; devo lasciarvelo per forza e io non ho nessuna risorsa, nulla.

Whitecross non è una città e neppure un villaggio; è un pilastro di pietra posto su un quadrivio; è dipinto di bianco, forse perché si possa vedere da lontano e al buio.

Quattro braccia sporgono dalla sommità esso, le quali indicano a quale distanza sono le differenti città; secondo quelle indicazioni la più vicina è distante dieci miglia, la più lontana circa venti.

Dai nomi noti di quella città seppi in qual paese ero, cioè in una delle contee del centro, coperta di paduli e circondata di montagne.

Gruppi di paduli si estendevano da ogni lato, e al di là della profonda vallata che aveva ai piedi sorgeva una catena di colline.

La popolazione doveva essere scarsa, perché non vedevo nessuno sulle vie che andavano in direzione dei quattro punti cardinali; eran larghe, bianche e solitarie e tagliavano i terreni paludosi e le eriche crescevano folte e selvagge fino al limite della via. Però il caso poteva far passare qualcuno, e non desideravo di esser vista, la gente poteva domandare che cosa facevo in quel luogo e perché era venuta errando fino a quel pilastro. Potevo essere interrogata e non sapendo rispondere, avrei eccitato il sospetto.

Nessun legame mi univa in quel momento alla umanità, nessuna attrattiva, nessuna speranza mi spingeva verso i miei simili, i quali non potevano aver simpatia per me.

Non avevo altro parente che la natura, la madre universale, e sul seno di lei cercai il riposo.

Entrai fra le eriche, mi avanzai in un viottolo che vidi al limite del padule, affondando nelle piante fino al ginocchio.

Infine, in un canto lontano, trovai una roccia granitica coperta di musco, mi sedei sotto a quella; le sporgenze della roccia mi proteggevano il capo, al disopra non c'era altro che il cielo.

Anche in quel luogo solitario non mi sentii subito al sicuro: avevo un vago sentore di veder comparire un gatto selvatico, o di esser scoperta da qualche cacciatore.

Se il vento muggiva più forte, guardavo impaurita credendo di veder giungere un toro; se un piviere fischiava, lo prendevo per un uomo.

Ma accorgendomi alla fine che i miei timori erano vani e calmata dal profondo silenzio del crepuscolo, ripresi coraggio.

Fino a quel momento avevo soltanto guardato intorno a me, ascoltato lamenti; ora potevo riflettere.

Che cosa dovevo fare? Dove potevo andare?

Oh, domande per me intollerabili, per me che non potevo far nulla, né andare in nessun luogo. Occorreva che le mie membra stanche e tremanti percorressero un lungo cammino prima di giungere ad una abitazione umana; e dovevo implorare la fredda carità per ottenere un asilo e importunare gl'indifferenti.

Bisognava subire un rifiuto quasi certo, senza che la mia storia fosse ascoltata e io venissi soccorsa!

Toccai le eriche; erano umide, benché fossero ancora calde dal sole d'estate.

Guardai il cielo: era puro, e una bella stella brillava appunto sulla mia testa.

La rugiada cadeva dolcemente e non si udiva neppure il mormorio della brezza; la natura pareva che fosse verso di me benevola e buona, e pensai che mi amasse nel mio abbandono, e non potendo sperare dagli uomini che ripulse e insulti, mi rifugiai in lei con tenerezza filiale. Quella notte almeno sarei stata sua ospite, e la buona madre mi avrebbe dato alloggio senza esiger compenso.

Mi rimaneva ancora un pezzetto di pane comprato con l'ultimo penny in una città dalla quale eravamo passati.

Vidi qua e là le more mature, scintillanti come chicchi di vetro; ne colsi una manata e le mangiai col pane.

La fame, che mi tormentava prima, si calmò un poco con quel pasto da eremiti; dissi le preghiere della sera e scelsi un giaciglio.

Accanto alla roccia le eriche erano folte; quando mi fui stesa, i piedi ne rimasero coperti, e le piante intorno erano così alte, che formavano ai due lati del corpo come due muraglie.

Addoppiai lo scialle e me ne servii come coperta; una sporgenza coperta di musco mi fece da guanciale.

Così mi accomodai, e da principio non ebbi freddo.

Il mio riposo sarebbe stato dolce senza la tristezza che mi opprimeva.

Dal cuore straziato per la ferita, sentivo sgorgare il sangue; tutte le corde erano spezzate.

Tremavo per il signor Rochester, e una pietà così amara erasi impossessata di me, e tutte le mie incessanti aspirazioni erano rivolte a lui. Impotente come un uccello con le ali rotte, continuavo a fare vani sforzi per volare fino a lui.

Perseguitata da questo pensiero torturante, mi alzai e m'inginocchiai.

La notte era profonda e i pianeti erano comparsi; una notte tranquilla, serena e troppo sicura perché la paura potesse farsi mia compagna. Noi sappiamo che Iddio è ovunque, ma certo noi sentiamo meglio la sua presenza, quando le sue opere si stendono dinanzi a noi su più larga scala.

Quando in un cielo senza nubi vediamo ogni mondo seguire la propria corsa silenziosa, comprendiamo più che mai la Sua grandezza infinita, la Sua onnipotenza e la Sua presenza in ogni luogo.

Mi ero inginocchiata per pregare per il signor Rochester; alzando al cielo gli occhi velati di lagrime, vidi la potente Via Lattea.

Pensando a quei mondi innumerevoli che traversano lo spazio lasciandoci scorgere solamente una striscia di luce, sentii la potenza e la forza di Dio.

Ero sicura che Egli potesse salvare ciò che aveva creato, ero convinta che Egli non lasciasse perire né i mondi, né le anime che sono loro affidate.

La mia preghiera si cambiò in una azione di grazia al Salvatore delle anime.

Il signor Rochester sarebbe salvo: apparteneva a Dio, e Dio lo avrebbe protetto.

Mi rannicchiai di nuovo nel seno della terra, e poco dopo dormivo, dimenticando i dolori.

Ma la mattina dopo il Bisogno mi apparve macilento e nudo.

Già da molto tempo gli uccellini avevano lasciato i loro nidi; già da molto tempo le api, approfittando delle belle ore del mattino, succhiavano i fiori prima che la rugiada fosse asciutta.

Quando le lunghe ombre dell'aurora furono sparite, quando il sole brillò in cielo e sulla terra, mi alzai e guardai intorno a me.

Che bella e calma giornata! Le paludi si stendevano dinanzi a me come un deserto d'oro.

Tutto era inondato di sole.

Avrei desiderato di vivere in quel luogo.

Vidi una lucertola strisciare sulla roccia e un'ape industre ronzare fra le more; in quel momento avrei voluto trasformarmi in ape o in lucertola, per trovar cibo e asilo.

Ma era un essere umano, e avevo bisogni umani; non potevo dunque rimanere in un luogo ov'era impossibile soddisfarli.

Mi alzai e guardai il letto ove avevo riposato. Non avevo nessuna speranza d'avvenire e deplorai che il Creatore, durante il mio sonno, non mi avesse chiamata a sé, affinchè il corpo stanco, sottratto dalla morte alla nuova lotta col destino, potesse riposare in pace su quel terreno deserto.

Ma la vita mi apparteneva ancora, con tutti i suoi attributi di dolore e di responsabilità; bisognava portare il fardello, soddisfare i bisogni, tollerare i dolori e accettare la responsabilità.

Ripresi allora il cammino.

Quando fui ritornata a Whitecross, seguii una via ombreggiata, perché il sole era ardente.

La mia scelta non dipese che da quella sola circostanza.

Camminai lungamente; al fine mi parve di aver fatto assai strada e che potevo coscienziosamente cedere alla fatica che mi opprimeva e riposarmi un momento su una pietra vicina, abbandonandomi all'apatia che mi dominava spirito e corpo.

Ero appena seduta; udii il suono di una campana, la campana di una chiesa.

Mi lasciai guidare dal suono e in mezzo a quelle colline romantiche che avevo cessato di osservare da un'ora, vidi un villaggio e un campanile.

Tutta la valle a destra era coperta di prati, di campi di grano e di boschi; un ruscello tortuoso scorreva in mezzo al fogliame dalle tinte varie, alle messi mature, ai boschi cupi, alle praterie inondate di sole.

Fui distratta dalla mia contemplazione da un rumore di ruote e vidi un carro carico che saliva penosamente la collina; un po' più lungi vidi due vacche col guardiano.

Ero in mezzo al lavoro e alla vita; dovevo lottare anch'io, piegarmi alla fatica, lavorare per vivere.

Giunsi al villaggio verso le due.

In fondo all'unica strada del paesello vidi molti pani attraverso la finestra della piccola bottega. Ne desideravo uno.

Con quel ristoro avrei potuto forse riguadagnare una certa energia; senza prender cibo mi sarebbe stato difficile di continuare la via.

Il desiderio di esser forte e vigorosa mi tornava appena mi trovavo in mezzo ai miei simili e mi pareva un'umiliazione di cadere svenuta di fame nella via di un villaggio.

Non aveva nulla su di me da offrire in cambio di uno di quei pani?

Mi guardai. Avevo un piccolo fazzoletto di seta intorno al collo, avevo i guanti.

Non sapevo come si faceva quando si era ridotti agli estremi; non sapevo se una di quelle due cose sarebbe stata accettata; probabilmente no, ma bisognava tentare.

Entrai nella bottega; al banco c'era una donna.

Vedendo una persona decentemente vestita, mi prese per una signora e mi venne cortesemente incontro, domandandomi in che cosa poteva servirmi.

Fui presa dalla vergogna e la lingua non riusciva a pronunziare la domanda che avevo preparato.

Non mi attentavo a offrire i guanti usati, né il fazzoletto sgualcito. Capivo che era assurdo.

Allora la pregai di farmi sedere un momento perché ero stanca.

Delusa nella sua speranza di bottegaia, ella mi concesse freddamente quanto le chiedevo e mi indicò una sedia, sulla quale mi lasciai cader subito.

Aveva voglia di piangere, ma accorgendomi quanto sarebbe stato inopportuno quello sfogo, mi dominai.

Le domandai presto se nel villaggio vi era nessuna sarta o lavoratrice di biancheria.

— Sì, — mi rispose, — due o tre. Quasi troppe per il lavoro che c'è.

Riflettei.

Mi trovavo in un momento terribile; ero alle prese con la necessità; ero nella posizione di chi è senza risorsa alcuna, senza amici, senza denaro. Bisognava far qualcosa, ma che? Dovevo rivolgermi a qualcuno, ma a chi?

Domandai alla fornaia se conosceva nel villaggio nessuno che avesse bisogno di una donna di servizio. Mi rispose che non sapeva nulla.

— Quale è l'industria principale nel paese, — ripresi, — che cosa fanno in genere?

— Molti sono contadini, molti altri lavorano alla fabbrica d'aghi del signor Oliver, — mi rispose.

— Impiega anche le donne il signor Oliver?

— No, è un lavoro da uomini.

— E che cosa fanno le donne?

— Non lo so, — mi rispose. — Alcune fanno una cosa, altre un'altra. I poveri s'ingegnano come possono.

Pareva annoiata delle mie domande, e aveva ragione, perché qual diritto avevo d'importunarla così?

Un paio di vicini entrarono in bottega; c'era bisogno della mia sedia, e me ne andai.

Traversai la strada guardando ogni casa a destra e a sinistra, ma non trovai nessun pretesto per entrare in una di quelle.

Per un'ora errai attorno al villaggio allontanandomi talvolta un poco per tornar subito addietro.

Stanca e sfinita per la mancanza di nutrimento, entrai in una viottola e mi sedei accanto a una siepe, ma subito mi rimisi in cammino, sperando di trovare qualche aiuto o almeno di ottenere qualche indicazione.

All'estremità del viottolo vidi una casa graziosa, con un bel giardinetto davanti tutto fiorito, e mi fermai.

Perché accostarsi alla porta bianca e toccare il lucente martello?

Come era possibile che gli abitatori di quella casa prendessero interesse per me?

Pure mi accostai e bussai.

Una donna giovane dallo sguardo dolce venne ad aprirmi; era vestita decentemente; le domandai con voce bassa e tremante, perché non avevo né speranza né forza, se avevano bisogno di una donna di servizio.

— No, — mi rispose, — non ne teniamo.

— Potete dirmi, — continuai, — dove potrei trovare un'occupazione qualsiasi? Sono forestiera e non conosco nessuno qui, ma vorrei trovar da fare.

Ma non era affar suo di pensare a me, o di trovarmi un posto; inoltre come dovevano esserle parsi equivoci il mio carattere, la mia posizione.

Scrollò il capo e disse che era dolente di non potermi dare informazioni, e la porta bianca si chiuse gentilmente e civilmente, ma si chiuse lasciandomi fuori.

Se l'avesse lasciata aperta un momento di più credo che le avrei chiesto un pezzetto di pane, perché ero caduta molto in basso.

Non potevo risolvermi a tornare nel sordido villaggio, nel quale, del resto, non speravo trovare nessun soccorso.

Mi sentivo piuttosto inclinata a raggiungere un bosco poco lontano e il cui spesso fogliame pareva invitasse al riposo, ma ero così malata, così abbattuta, così torturata dalla fame, che l'istinto fecemi rimanere in prossimità dell'abitato, dove avevo più probabilità di trovar cibo.

La solitudine non poteva darmi riposo, perché la fame mi rodeva come un avvoltoio.

Mi avvicinavo alle case, me ne allontanavo, tornavo, poi mi accostavo di nuovo, respinta sempre dal pensiero che non troverei nulla, che non avevo il diritto di chieder compassione per le mie sofferenze.

Il giorno avanzava, intanto che erravo come un cane sperso e affamato.

Traversando un prato, scorsi il campanile della chiesa davanti a me.

Presso il cimitero, in mezzo a un giardino, vidi una casetta ben costruita, che mi parve il presbiterio.

Mi rammentai che i forestieri, che giungono in un paese ove non conoscono nessuno, si rivolgono spesso al pastore per cercare un impiego. È compito dei pastori di aiutare, almeno di consigli, quelli che vogliono lavorare.

Mi parve di aver diritto di andare a chiedere un consiglio.

Riprendendo coraggio e facendo appello alle poche forze che mi restavano, giunsi alla casa e bussai alla porta della cucina.

Una vecchia venne ad aprirmi; le domandai se era quello il presbiterio.

— Sì, — mi rispose.

— C'è il pastore?

— No.

— Tornerà presto?

No, è andato via.

— Lontano?

— Non molto; circa a tre miglia di distanza. È stato chiamato per la morte improvvisa di suo padre. È a Marsh-End, o forse tornerà fra una quindicina di giorni.

— Vi sono signore in casa?

No: in casa non c'era altri che lei, che era la governante.

A lei non potevo chieder soccorso; non ero capace di mendicare, e me ne andai.

Ripresi il mio fazzoletto di seta, e ripensai ai pani della piccola bottega di fornaio.

Oh! se avessi avuto almeno un seccherello, un morso di pane per calmare gli strazii della fame! Istintivamente tornai verso il villaggio; rividi la bottega ed entrai.

Benché la padrona non fosse sola, osai domandarle se voleva darmi un panino in cambio del fazzoletto di seta.

Mi guardò con aria sospettosa, e mi rispose che non aveva fatto mai affari di quel genere.

Quasi disperata, le domandai la metà di un panino; ella me lo rifiutò, pure dicendomi che non conosceva la provenienza del fazzoletto.

Le chiesi se voleva i guanti.

Mi rispose che non sapeva che farsene.

Lettore, non è punto piacevole d'insistere su questi particolari.

Vi sono taluni che hanno piacere di rammentarsi le sofferenze passate; io invece provo dolore rievocando quei momenti angosciosi di abbattimento morale e di sofferenza fisica.

Non biasimavo quelli che mi respingevano; sapevo bene che dovevo aspettarmi quello, e che non poteva impedirlo.

Un mendicante desta in genere il sospetto; un mendicante ben vestito, più che mai.

Io però chiedevo un'occupazione; ma chi doveva darsi cura di procurarmela? Non certo le persone che mi vedevano per la prima volta e che non mi conoscevano punto.

E la donna, che non voleva prendere il fazzoletto in cambio del pane, aveva ragione; l'offerta le pareva sospetta e il cambio poco profittevole.

Ma riassumiamo: questo argomento mi affligge.

Un poco prima che annottasse passai davanti alla casa di un contadino; questi stava sulla porta cenando con pane e formaggio.

Mi fermai e gli dissi:

— Volete darmi un pezzo di pane? Ho tanta fame!

Egli mi guardò meravigliato, ma senza rispondere tagliò dal pane una fetta grossa e me la diede.

Mi figuravo che egli non mi credesse una mendicante, ma una eccentrica signora tentata dalla vista del pane scuro.

Appena fui abbastanza distante dalla casa, mi sedei e mi misi a mangiare.

Non potendo sperare un asilo per la notte, andai nel bosco del quale ho già parlato; ma passai una cattiva notte, e ogni momento mi destavo. La terra era umida, l'aria fredda; spesso fui turbata dal rumore dei passi e dovetti cambiar posto: non mi sentivo tranquilla, né sicura. Verso la mattina piovve e tutto il giorno fu umido.

Non mi chiedete, lettore, di darvi minuto conto di quel giorno come dei precedenti.

Cercai lavoro, e fui respinta come prima; soffrii la fame e una volta sola il cibo mi passò le labbra.

Alla porta di una casetta vidi una bimba che stava per gettar gli avanzi della minestra nel trogolo di un maiale.

— Volete darmela? — le domandai. Mi fissò meravigliata.

— Mamma! — esclamò; — c'è una donna che mi chiede la minestra.

— Dagliela, — rispose una voce dall'interno. — Sarà una mendicante; tanto il maiale non ne ha bisogno.

La bimba mi versò in mano la zuppa che nel freddarsi era diventata dura come una pasta e io la divorai avidamente.

Quando incominciò l'umido crepuscolo, mi fermai in un sentiero appartato, nel quale avevo camminato per più di un'ora.

— Le forze stanno per abbandonarmi, — dissi a me stessa. — Sento che non posso andar oltre, debbo passare anche stanotte come una vagabonda? Mentre piove, debbo posar la testa sulla terra bagnata? Temo di non poter fare altrimenti perché chi mi vorrà ospitare?

"Ma sarà orribile con questa fame, con questa debolezza, con questo freddo e con questo senso di desolazione e di disperazione.

"È probabile che muoia avanti domani.

"E perché non dovrei riconciliarmi col pensiero della morte? Perché lottare per conservare una vita che non ha valore? Perché so che il signor Rochester vive ancora, o almeno lo credo; eppoi perché la natura si rivolta all'idea di morire di fame e di freddo.

"Oh, Provvidenza! sostienmi ancora un poco! Aiutami, guidami!

I miei sguardi velati vagarono sul paesaggio nebbioso e scuro.

Vidi che ero lontana dal villaggio, che si scorgeva appena, e i campi coltivati che lo circondavano erano spariti.

Per vie traverse e viottoli mi ero avvicinata ai terreni paludosi e fra me e le colline rocciose non vi erano più che pochi campi sterili e incolti.

— Ebbene, — dissi a me stessa, — preferisco morir qui piuttosto che su una strada frequentata, e se vi sono corvi nel vicinato preferisco che essi si pascano delle mie carni piuttosto che sapere il mio corpo rinchiuso nella bara di un ospedale e sepolto nella fossa dei poveri.

Mi diressi verso la collina e la raggiunsi. Non si trattava ora che di trovare un avvallamento del terreno dove potessi nascondermi, ma non vidi altro che una superficie unita, senza asperità e coperta di muschi e di giunchi, nera nei punti in cui il suolo produceva soltanto eriche. Faceva notte e non potevo più distinguere quelle tinte diverse se non per le macchie cupe e luminose che formavano.

I miei sguardi continuavano a errare sulle colline e sulle paludi che si perdevano in quel triste paesaggio, quando a un tratto su una collina lontana scòrsi un lume.

Pensai che fosse un fuoco fatuo, che si sarebbe spento subito; ma la luce continuava a brillare ferma, senza oscillare.

— È un fuoco di gioia che accendono, — pensai supponendo di vederlo crescere a un tratto.

Ma la luce rimase la stessa e ne conclusi che fosse il lume di una casa.

— Ma se è tale davvero, è troppo lontana perché vi possa giungere; e anche se fosse vicina, non andrei mai a bussare a una porta per vedermela chiudere in faccia.

Mi coricai nel posto dov'era con il viso contro la terra. Così rimasi immobile per un certo tempo.

Il vento della notte passava sulla collina e su di me, e andava a perdersi muggendo in distanza; la pioggia cadeva fitta e mi bagnava fino all'ossa.

Se le mie membra si fossero subito intirizzite, la brina avrebbe potuto coprirmi, e non l'avrei sentita, ma la mia carne, viva ancora, rabbrividiva sotto quell'atmosfera umida. Mi alzai.

Il lume era sempre allo stesso posto; si vedeva indistintamente attraverso la pioggia, ma si vedeva.

Mi sforzai a camminare trascinandomi faticosamente nella direzione del lume.

Giunsi al di là della collina traversando un pantano che sarebbe stato impraticabile nell'inverno, e che anche allora era molle e cedevole.

Caddi due volte, ma mi rialzai subito, facendo appello alle mie forze. Quel lume era la mia speranza; dovevo raggiungerlo.

Dopo aver traversato il terreno paludoso, vidi fra le eriche una striscia bianca.

Mi accostai.

Era un sentiero che conduceva dritto al lume che brillava su una piccola collina, in mezzo a un ciuffo d'alberi, che mi parvero abeti per quanto mi era dato vedere nel buio.

La stella che mi serviva di guida sparì mentre stavo per raggiungerla; qualcosa me la nascondeva.

Stesi la mano per sentire in che consistesse quell'ostacolo. Era un piccolo muro di pietra sormontato da una siepe folta.

A un tratto vidi qualcosa di chiaro davanti a me: era un cancello con un saliscendi.

Nel momento che lo toccava, il cancello si spalancò, lasciando vedere ai due lati neri cespugli, forse di bosso e di leccio.

Oltrepassando il cancello, vidi il profilo di una casa nera, bassa, piuttosto lunga, ma non vidi più il lume: tutto era scuro.

Gli abitatori della casa erano forse andati a letto? Temei che così fosse.

Cercando la porta, volsi un angolo ed allora una luce dolce mi apparve di nuovo attraverso i vetri appannati di una piccola finestra, che scendeva fin quasi a terra, ed era rimpiccolita ancora da una cornice d'ellera e di altre piante rampicanti, che coprivano pure una parte della casa.

L'apertura era così stretta che si era creduto superfluo di mettervi gli scuri e le tende; così, scostando un poco il fogliame, potei vedere ciò che vi era dentro.

Vidi una stanza pulita col pavimento coperto di rena, una credenza di noce, sulla quale erano collocati diversi piatti di stagno, che riflettevano il chiarore di un fuoco di torba.

Vidi una pendola, una tavola bianca e alcune sedie.

Il lume, il cui chiarore mi aveva servito di guida, era posato sulla tavola, e accanto a quello stava seduta una vecchia linda, col viso un po' duro, che faceva la calza.

Vidi tutto questo in fretta, perché non vi era nulla di straordinario.

Presso il focolare vidi un gruppo più interessante. Era formato da due graziose donne giovani, due vere signore.

Una era seduta in una sedia bassa a dondolo, l'altra su una sedia anche più bassa; tutt'e due erano in lutto grave e il nero delle vesti faceva risaltare maggiormente la bianchezza del collo e del viso.

Un vecchio cane accucciato posava la testa in grembo a una delle ragazze; l'altra cullava un gatto nero.

Mi fece specie di vedere due ragazze come quelle in una così umile cucina, e chiesi a me stessa chi fossero.

Non potevano essere figlie della vecchia, perché lei era grossolana ed esse delicate e civili.

Non le avevo mai vedute, eppure, guardandole, mi pareva che i loro lineamenti mi fossero familiari.

Non posso dire che fossero belle; erano troppo pallide e troppo gravi, e mentre tenevano gli occhi sul libro mi parvero pensose e quasi severe. Sopra un tavolino, posto fra loro due, vi era un altro lume e due grossi volumi, che esse consultavano spesso e che confrontavano con quello più piccolo che tenevano in mano, come fa chi consulta un dizionario nel tradurre.

La scena era così silenziosa come se tutti i personaggi fossero stati ombre, e quella stanza illuminata dal fuoco pareva un quadro.

Il silenzio era così profondo che sentivo la cenere cadere sotto la graticola, tintinnare la pendola e battere insieme i ferri da calza.

Così quando una voce ruppe alfine quello strano silenzio, potei udirla distintamente.

— Sentite, — Diana, — disse una delle due studiose ragazze, — Frante e il vecchio Daniele sono insieme durante la notte, e Frante racconta un sogno che lo ha turbato: ascoltate!

E a voce bassa si mise a leggere qualcosa di cui non capii neppure una parola, perché trattavasi di una lingua che non conoscevo e che non era né francese, né latino. Non posso dire se fosse greco o tedesco.

— È forte, — disse quando ebbe terminato, — mi piace.

L'altra ragazza, che aveva alzata la testa per ascoltare la sorella, ripetè, fissando il fuoco, una frase di ciò che era stato letto.

In seguito imparai quella lingua e lessi il libro; intanto voglio notare qui la frase che non aveva nessun significato per me; eccola.

"Da trat Einer hervor die Nact-Sternen anzuselnen."

— Bene! bene! — esclamò con l'occhio nero profondo, che ora brillava. — Avete sottocchio un arcangelo duro e potente. Questa frase vale cento pagine di stile ampolloso: "Idi wage die Gedanken in der Scale meines zornes, und die Werke mit dem Gèvicht meines Grimms." Come mi piace!

Tutt'e due tacquero.

— Che c'è un paese dove si parla così? — domandò la vecchia alzando la testa dal lavoro.

— Sì, Anna, c'è un paese molto più grande dove si parla soltanto così.

— Non so come facciano a capirsi. Se una di voi ci andasse, capirebbe?

— È probabile che si capirebbe qualcosa, ma non tutto, perché non siamo così dotte come voi credete, Anna. Non sappiamo parlar tedesco e possiamo leggere senza il dizionario.

— E che cosa ve ne farete di quella lingua, quando la saprete proprio bene?

— Abbiamo l'intenzione d'insegnarla, o almeno i principii soltanto, e allora guadagneremo di più.

— Ma ora smettete, avete studiato assai, stasera.

— Mi pare, perché sono stanca; e voi, Maria?

— Orribilmente. È un lavoro improbo d'imparare una lingua senza il maestro, col solo aiuto del dizionario.

— Sì, sopratutto una lingua difficile come il tedesco. Ma quando verrà Saint-John?

— Non può tardare. — Sono le dieci — aggiunse cavando dalla cintura un piccolo orologio d'oro. — Piove forte; Anna, fatemi il piacere di guardare se il fuoco è ancora acceso in salotto.

La vecchia si alzò, aprì una porta, attraverso la quale vidi indistintamente un corridoio e sentii attizzare il fuoco.

Ella tornò subito.

— Come mi fa male, — disse, — di andare in quella stanza! È così triste ora con la poltrona vuota, spinta in un canto.

Si asciugò gli occhi col grembiule; le due ragazze, che erano gravi, presero un'espressione di dolore.

— Ma è in un luogo migliore ora, — continuò Anna, — noi non dovremmo desiderare che fosse qui; eppoi è impossibile fare una morte più tranquilla della sua.

— Dite che non ha mai parlato di noi? — domandò una delle ragazze.

— Non ha avuto tempo di farlo; se n'è andato a un tratto, il vostro povero babbo. Era stato un po' indisposto il giorno avanti, ma pareva che non fosse nulla, e quando il signor Saint-John gli domandò se voleva che si facesse avvertire una di voi due, si mise a ridere.

"II giorno seguente, — son due settimane, — aveva la testa ancora un po' pesante; andò a dormire e non si svegliò più; stava malissimo quando vostro fratello entrò in camera.

"Oh! ragazze, era l'ultimo del vecchio stampo, perché voialtre e il signor Saint-John siete di un'altra specie di lui; avete preso dalla mamma; anche lei era tanto dotta.

"Maria la somiglia tutta; Diana rammenta più il babbo.

Mi pareva che le due sorelle si rassomigliassero tanto, che non sapevo come la vecchia potesse dire il contrario.

Tutt'e due erano bionde e svelte, tutt'e due avevano il viso intelligente e signorile.

Una, è vero, aveva i capelli un poco più scuri dell'altra e diversamente pettinati.

I capelli di Maria, di un biondo cenere, divisi nel centro della testa, ricadevano in bei ricci attorno al viso; le treccie più scure di Diana terminavano in ricci sul collo.

L'orologio suonò le dieci.

— Vorrete cenare, — disse Anna, — e anche il signor Saint-John avrà fame tornando.

E si mise a preparare da mangiare.

Le due ragazze si alzarono come se volessero andare in salotto.

Fino a quel momento ero stata così intenta ad osservarle e il loro contegno e la loro conversazione avevano tanto eccitato il mio interesse, che avevo quasi dimenticato il mio stato, ma ora mi tornava alla mente, e il contrasto me lo fece parere anche più orribile.

Come mi pareva difficile di destar la compassione nelle abitatrici di quella casa, d'indurle a credere alle mie sofferenze, di ottenere da loro un asilo!

Quando mi avvicinai alla porta e bussai, quest'ultima idea mi parve una vera chimera.

Anna aprì.

— Che cosa volete? — mi domandò meravigliata, esaminandomi alla luce della candela.

— Posso parlare con le vostre padrone? — dissi.

— Fareste meglio a dire a me che cosa volete. Di dove venite?

— Sono una forestiera.

— Che cosa venite a fare qui a quest'ora?

— Vorrei un rifugio per la notte in una capanna e un boccon di pane.

Quello che avevo previsto si avverò; il viso di Anna si rabbuiò.

— Vi darò un pezzo di pane, — disse dopo una pausa, — ma non è facile di riconoscere una vagabonda.

— Fatemi parlare con le vostre padrone.

— No, non posso. Esse non vi potrebbero far nulla. Non dovreste vagare a quest'ora; non sta bene.

— Ma dove andrò se mi scacciate? Che cosa farò?

— Son certa che sapete dove andare e che cosa fare. Non fate nulla di male, è il consiglio che vi dò. Eccovi un penny, andate.

— Col danaro non posso sfamarmi, perché non ho forza di camminare. Non chiudete la porta; non la chiudete per amor di Dio!

— Bisogna che chiuda; l'acqua entra in casa.

— Chiamatemi le signorine.... fatemi parlar con loro.

— No davvero! Non siete davvero come volete parere; non fate rumore. Via!

— Ma io morirò se mi scacciate.

— No certo. Sono sicura che avete cattive intenzioni vagando a quest'ora intorno alle case. Se siete seguita da vagabondi o da ladri potete dir loro che non siamo sole; che in casa ci sono uomini, cani e fucili.

E allora l'onesta, ma inflessibile serva, chiuse la porta e tirò il chiavistello.

Era il colmo della sventura. Un dolore interno mi spezzò il cuore, un singhiozzo di profonda disperazione mi sollevò il petto.

Ero sfinita e non potevo fare più un passo. Caddi sugli scalini bagnati, giunsi le mani e piansi d'angoscia. Oh! lo spettro della morte! Oh! l'ora estrema che si avvicina con tanto orrore! Oh! quell'isolamento, quella segregazione dai miei simili. Non solo la speranza era svanita, ma anche la forza mi aveva abbandonata, per un momento almeno, ma cercai di riacquistarla.

— Debbo morire, — dissi, — ma credo in Dio e cercherò aspettare in silenzio che la sua volontà sia fatta.

Queste parole non le avevo soltanto pensate, le avevo anche pronunziate a mezza voce; ricacciando il dolore in fondo al cuore, lo costrinsi a rimanere muto e calmo.

— Tutti dobbiamo morire, — disse una voce accanto a me. — Ma tutti non siamo condannati a una morte prematura e dolorosa come la vostra, se moriste di fame davanti a questa porta.

— Chi ha parlato? — domandai sgomenta da quel suono inatteso, e incapace di sperare in un soccorso. Una forma mi era vicina, ma come fosse non potevo distinguerla nel buio. Il nuovo venuto bussò forte alla porta.

— È il signor Saint-John! — esclamò Anna.

— Sì, sì; aprite presto!

— Come dovete esser bagnato e intirizzito con una notte come questa. Entrate; le vostre sorelle stavano in pena per voi e credo che vi sia della gentaccia nel vicinato.

"Poco fa ha bussato una mendicante. Non se n'è andata ancora! Eccola là. Alzatevi! Andatevene, vi dico!

— Zitta, Anna! Debbo parlare a quella donna; voi avete fatto il vostro dovere mandandola via, lasciatemi fare il mio permettendole di entrare.

"Ero vicino e ho sentito la vostra conversazione. Credo che si tratti di un caso speciale e che vuole essere esaminato almeno.

"Quella donna! alzatevi ed entrate.

Ubbidii con difficoltà e mi trovai poco dopo nella cucina pulita e illuminata, accanto al focolare, debole e vergognosa di farmi vedere tutta bagnata. Le due signorine, il signor Saint-John e la serva, mi fissavano.

— Saint-John, chi è? — sentii domandare.

— Non so; l'ho trovata sulla porta, — rispose.

— Com'è pallida! — disse Anna.

— Pallida come la cera e come la morte. Fatela sedere, se no cadrà.

Avevo difatto le vertigini; mi sentii venir meno, ma caddi su una sedia.

Avevo coscienza ancora di quello che avveniva intorno a me, ma non potevo parlare.

— Forse un po' d'acqua le farà bene; Anna, porgetegliela. Ma è ridotta uno spettro; com'è pallida e magra!

— Un vero spettro!

— Sia malata, o abbia fame?

— Ha fame, credo. Anna, è latte quello? Dateglielo con un pezzo di pane.

Diana (mi accorsi che era là vedendo i lunghi ricci mentre si chinava su di me) sminuzzò il pane nel latte e me lo avvicinò alle labbra. Aveva il viso accanto al mio e si vedeva che mi compativa molto.

Quando mi disse: "Sforzatevi a mangiare": mi parve che le sue parole fossero un balsamo salutare.

— Sì, sforzatevi, — ripetè dolcemente Maria.

E Maria mi tolse il cappello e mi sollevò la testa.

Mangiavo quello che mi offrivano, prima con stento, poi avidamente.

— Non tanto alla volta, trattenetela, — disse il fratello. — Ora basta, — e allontanò la tazza col latte e il piatto del pane.

— Un altro poco, Saint-John, osservate come guardano con avidità i suoi occhi!

— Non ora, sorella mia. Fatela parlare, se può, domandatele come si chiama.

Sentivo che potevo parlare e risposi:

— Mi chiamo Jane Elliot.

Temendo di essere scoperta, avevo stabilito prima di prendere quel nome.

— E dove abitate? Avete amici?

Non risposi.

— Si può far avvertire qualcuno che conosciate.

Scrollai il capo.

— Quali indicazioni potete dare su di voi?

Ora che avevo varcata la soglia di questa casa, che mi trovavo faccia a faccia con chi l'abitava, che non mi sentivo più respinta, vagabonda e disprezzata da tutti, cercai di spogliarmi dell'apparenza di mendicante e di riprendere il carattere e le maniere di prima.

Cominciavo a riconoscermi, e quando il signor Saint-John mi domandò quelle indicazioni, che ero troppo debole per dargli, risposi poco dopo:

— Signore, stasera non posso dirvi nulla.

— Ma allora che cosa sperate che io faccia per voi?

— Nulla, — risposi.

Non avevo forza di rispondere altro che brevemente. Diana disse:

— Volete dire che vi abbiamo dato l'aiuto di cui avevate bisogno? E che possiamo mandarvi via con questa notte piovosa?

La guardai. Aveva un'espressione notevole di forza e di bontà.

Rispondendo con un sorriso al suo sguardo compassionevole, dissi:

— Ho fiducia in voi; anche se fossi un cane senza padrone, so che non mi scacciereste di casa stanotte. Così non ho paura. Fate di me quel che volete, ma scusatemi se non posso parlare: ho il respiro corto e nel parlare soffro.

Tutti e tre mi guardavano in silenzio.

— Anna, — disse alla fine il signor Saint-John, — lasciatela qui per ora e non le fate nessuna domanda. Fra una diecina di minuti datele il resto del pane col latte. Diana, Maria, venite in salotto e parleremo di questa cosa.

Essi uscirono; poco dopo una delle signorine tornò, non so quale, perché mentre ero seduta accanto al fuoco una sonnolenza benefica si era impossessata di me. A voce bassa ella dette alcuni ordini ad Anna.

Con l'aiuto della serva dopo mi fece salire le scale, mi tolse gli abiti bagnati e mi pose in un letto caldo. Ringraziai Iddio e nonostante la grande debolezza, provai una gioia riconoscente e mi addormentai.