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Jane Eyre.  Charlotte Brontë
Capitolo 27.
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Nel corso del giorno alzai la testa e guardai intorno a me. Vidi sul muro il chiarore del sole cadente, e domandai:

— Che cosa devo fare?

La mia mente mi rispose:

— Bisogna lasciar Thornfield.

La risposta era stata così pronta, così terribile, che mi chiusi le orecchie e dissi che non potevo sopportare parole così dure.

— Non poter essere più la sposa di Edoardo Rochester, — aggiunsi, — ecco il mio supplizio; svegliarmi dal più dolce dei sogni per non trovare intorno a me altro che vuoto e tristezza, ecco quello che posso ancora sopportare; ma doverlo lasciare risolutamente, subito per sempre, è intollerabile. Non posso.

Ma allora una voce interna mi rispose che potevo, e predisse che lo avrei fatto.

Lottavo contro la mia propria risoluzione, avrei voluto esser debole per evitare nuove sofferenze, ma la mia coscienza si faceva tirannica, supplicava la passione e le diceva alteramente che avevo appena posato il piede nel fango, ma che presto un braccio di bronzo la precipiterebbe nell'abisso dell'agonia.

— Ebbene, allora, — esclamai, — che sia infranta, ma che qualcuno mi venga in aiuto.

— Ti sbranerai da te, e nessuno ti aiuterà; ti strapperai l'occhio, ti strapperai la mano diritta; il cuore sarà la vittima e tu il carnefice.

Mi alzai sgomenta di trovarmi in quella solitudine abitata da un giudice così inesorabile, ove echeggiava una voce così terribile, ma mi accorsi che ero sbalordita, la testa mi girava e stavo per isvenire dall'agitazione e dalla mancanza di cibo.

In tutta la giornata non aveva né mangiato, né bevuto.

Riflettei con pena che dal momento che mi ero rinchiusa in camera, nessuno era venuto a domandarmi come stavo, né a invitarmi a scendere.

La signora Fairfax non mi aveva neppure cercato, la piccola Adele non aveva bussato alla porta. Gli amici ci abbandonavano nel dolore, mormorai e tirai il catenaccio per uscir di camera. Urtai contro un ostacolo, la testa mi girava ancora e non ci vedeva.

Non mi riebbi subito. Caddi, ma non per terra; un braccio mi sostenne, alzai gli occhi e vidi il signor Rochester seduto davanti alla porta di camera mia.

— Uscite finalmente, — mi disse. — Ho atteso a lungo e ascoltato, ma non ho udito nessun rumore, neppure un singhiozzo.

“Se quel silenzio di tomba fosse durato altri cinque minuti, avrei sfondato la porta come un ladro.

— Così mi evitate? Vi siete rinchiusa per piangere sola! Avrei preferito di vedervi venire a me in un accesso di violenza. Siete appassionata e mi aspettavo una scena. Ero preparato a vedervi piangere, ma desideravo che versaste quelle lagrime sul mio petto. Un terreno insensibile le ha bevute, oppure le avete asciugate col fazzoletto.

"No, m'inganno, non avete pianto, siete pallida, avete gli occhi stanchi, ma non vedo nessuna traccia di lagrime. Allora il vostro cuore ha sparso lagrime di sangue?

"Ebbene, Jane; non una parola di rimprovero? Nulla d'amaro, nulla di pungente? Nulla che ferisca il sentimento o ecciti la passione? State tranquillamente seduta costì dove vi ho messa e mi guardate con occhi stanchi e passivi.

"Jane, non ho mai avuto l'intenzione di farvi soffrire. Se un uomo avesse un'agnellina cui volesse bene come a una figlia, che dividesse con lui il pane e bevesse alla medesima coppa e dormisse sul suo petto, ed egli la portasse per caso al macello, non si pentirebbe dinanzi alla ferita sanguinante, quanto io di quella che ho fatto. Mi perdonerete mai?

Gli perdonai subito. Vi era un rimorso così profondo nei suoi occhi, una pietà così sincera nella sua voce, una energia così maschia nella sua maniera, e inoltre vi era ancora tanto amore nel suo sguardo e nel suo volto, che gli perdonai tutto, non a parole, ma con tutto il cuore.

— Voi mi giudicate molto cattivo, Jane? — mi domandò fissandomi. Si doveva meravigliare del mio silenzio e della mia mansuetudine, che erano il risultato più della mia debolezza che della mia volontà.

— Sì, signore.

— Allora ditemelo chiaro e tondo, senza attenuare nulla.

Non posso, sono stanca e malata; vorrei un po' d'acqua.

Fremè, mandò un sospiro profondo, poi sollevandomi nelle braccia mi portò qui.

Da principio non mi resi conto in quale stanza mi avesse portata; tutto era scuro intorno a me, ma ben presto sentii il calore vivificante del fuoco, perché ero fredda come il ghiaccio.

Il signor Rochester mi avvicinò un bicchierino di vino alle labbra, lo bevvi e mi sentii rianimare. Quindi mangiai qualcosa che egli mi dette, e mi riebbi del tutto.

Ero nella libreria, seduta su una poltrona, ed egli era accanto a me.

— Se potessi morir ora, senza soffrire troppo crudelmente, — pensavo, — sarei ben contenta. Così non sarei costretta a far lo sforzo doloroso, che mi spezzerà il cuore, allontanandomi dal signor Rochester. Debbo lasciarlo, eppure non desidero di abbandonarlo, non posso.

— Come vi sentite ora, Jane?

— Molto meglio, signore. Fra poco non avrò altro.

— Bevete ancora un poco di vino, Jane.

Obbedii; poi egli posò il bicchiere sulla tavola, e si mise davanti a me, guardandomi attentamente.

A un tratto si voltò gettando un grido inarticolato, pieno di appassionata commozione, percorse rapidamente la stanza e si fermò davanti a me come se volesse darmi un bacio, ma, rammentandomi che le sue carezze erano proibite, allontanai il viso e respinsi il suo.

— Come! Perché? — esclamò rapidamente. — Oh! capisco: non volete abbracciare il marito di Berta Mason. Voi credete che le mie braccia non sieno più vuote e che i miei baci spettino a un'altra.

— In ogni modo non c'è posto per me accanto a voi e non ho diritto alle vostre carezze.

— Perché, Jane? Voglio risparmiarvi la fatica di parlare e risponderò per voi. "Perché avete già una moglie" mi direste: Non è vero?

— Sì.

— Se pensate così, dovete aver di me un'opinione molto curiosa; bisogna che mi consideriate come un indegno libertino, come un vile scellerato che ha cercato di guadagnare il vostro cuore disinteressato per attirarvi in un tranello lungamente preparato, per ispogliarvi del rispetto e dell'onore. Che cosa avete da rispondere? Vedo che non sapete dir nulla. Prima di tutto siete ancora debole e respirate con fatica, poi non potete assuefarvi all'idea di accusarmi e di avvilirmi; infine le cateratte delle lagrime sono aperte e se voi parlaste troppo sgorgherebbero abbondanti, e voi non volete eccitarvi né fare scene. Voi domandate a voi stessa come dovete agire, ma trovate inutile di parlare; vi conosco e sto in guardia.

— Signore, non desidero nuocervi.

Il suono tremolante della mia voce mi avvertì che dovevo abbreviar la risposta.

— Non nel significato che voi date alla parola, ma nel mio, cercate di distruggermi. Mi avete quasi detto che ero un uomo ammogliato, e come tale mi eviterete, vi allontanerete da me; poco fa anche mi avete ricusato un bacio. Volete divenire per me un'estranea e vivere sotto questo tetto soltanto come l'istitutrice d'Adele. Se, caso mai vi rivolgessi una parola affettuosa, se un dolce sentimento vi spingesse verso di me, voi direste: "Quell'uomo è stato sul punto di far di me la sua amante; bisogna che sia di ghiaccio o di pietra con lui", e infatti sarete di ghiaccio e di pietra.

Dopo essermi rischiarata e rafforzata la voce, risposi:

— Tutto è cambiato per me, signore, e anche io debbo cambiare. Non ne dubito. Non vi è però altro che un mezzo per evitare la lotta con i sentimenti, il combattimento con le rimembranze e i ricordi; bisogna che Adele abbia un'altra istitutrice,

— Oh! Adele andrà in pensione, è già stabilito da molto tempo. Non voglio più vedervi tormentata dagli odiosi ricordi che vi rammenterebbero Thornfield, questo luogo maledetto, questa tenda di Achab, questo sepolcro insolente che ostenta alla luce del cielo una morta viva, quest'inferno abitato da un solo nemico più temibile di una legione di diavoli immaginari. Jane, non rimarrete qui, non voglio. Ho avuto torto di condurvi a Thornfield, sapendo da chi era abitato. Prima di vedervi aveva ordinato che vi si celasse ciò che si raccontava su questo luogo maledetto, perché sapevo che nessuna governante sarebbe rimasta presso Adele se avesse conosciuto chi vi abitava e i miei piani non mi permettevano di condurre altrove la pazza, benché posseda il castello di Ferndear, più ritirato e più nascosto di questo, e ove avrei potuto rinchiuderla con sicurezza, se non mi fossi fatto scrupolo di confinarla in quel luogo umido. È probabile che l'umidità della casa mi avrebbe presto liberato dal peso di lei, ma anche ogni malfattore ha una tendenza, e la mia non è quella di assassinare neppure indirettamente quelli che più odio.

— Però il nascondervi la vicinanza della pazza era lo stesso che coprire un bambino con un mantello e metterlo accanto a un albero di Upas; la vicinanza del demonio avvelena, e così è accaduto. Ma chiuderò Thornfield, metterò punte aguzze sul cancello, sbarrerò le finestre basse; darò duecento sterline all'anno a Grace Poole perché stia qui con mia moglie, come voi chiamate quella furia. Grace è ghiotta di denaro; farò venir qui anche suo figlio, il guardiano del Ritiro di Grimbsy, perché le faccia compagnia e le dia una mano quando mia moglie è in preda ai suoi spiriti familiari e per impedirle di bruciare le persone nel letto, di batterle e di sbranarle e così di seguito.

— Signore, — dissi, — siete inesorabile per quella povera donna. Ne parlate con odio, con antipatia vendicativa. È una crudeltà, non è responsabile della sua pazzia.

— Jane, carina mia (vi chiamo così perché vi amo), voi non potete sapere che cosa dite, mi giudicate ancora male; non l'odio perché è pazza. Credete che, se voi foste pazza, vi odierei?

— Sì che lo credo, signore.

— Allora v'ingannate; non mi conoscete e non sapete di quale amore io sono capace. Ogni atomo della vostra carne mi è caro come la mia propria; vi amerei malata, vi amerei infelice. Il vostro animo è il mio tesoro e sarebbe sempre tale.

"Se foste pazza, trovereste le mie braccia amorose per trattenervi invece di una camicia di forza; anche se foste furente, esercitereste su di me un fascino; se vi gettaste su di me, come ha fatto stamane quella donna, vi accoglierei con un amplesso più tenero che vigoroso.

"Se foste calma, non avreste altro guardiano che me, vi saprei vegliare con infinita tenerezza; benché non poteste ricompensarmi con nessun sorriso, non mi stancherei di guardare i vostri occhi, anche se non mi riconoscessero.

"Ma perché parlare di ciò!

"Dicevo di farvi lasciare Thornfield; sapete che tutto è pronto per la partenza, e domani partirete.

"Vi domando soltanto di passare ancora una notte sotto questo tetto, Jane, e allora addio per sempre alle sue miserie e ai suoi terrori. Ho un asilo sicuro contro gli odiosi ricordi, contro gli intrusi e anche contro la menzogna e la calunnia.

— Conducetevi allora Adele, — dissi, — vi farà compagnia.

— Che cosa intendete dire, Jane? Non vi ho annunziato che Adele andrà in pensione? Ho forse bisogno di una bambina per farmi compagnia, di una bambina che non è mia figlia, che è la bastarda di una ballerina francese?

"Perché m'importunate con lei? Perché volete darmi Adele per compagna?

— Parlavate di un ritiro; il ritiro e la solitudine sono tristi, troppo tristi per voi.

— Solitudine! Solitudine! — ripetè irritato. — Vedo che bisogna spiegarsi; non posso indovinare il pensiero sotto codesta espressione enigmatica.Voi dividerete la mia solitudine, capite?

Scrollai il capo, e dovetti fare appello al coraggio, anche per dargli quel tacito diniego vedendolo così esaltato.

Aveva percorso rapidamente metà della stanza, e si fermò, come se non potesse più muovere un passo, e mi fissò con durezza.

Schivai i suoi occhi e guardai il fuoco, fingendo d'esser calma.

— Dato il carattere irrequieto di Jane, — disse poi con maggior calma che non avrei creduto, — la matassa di seta s'è dipanata abbastanza bene fino ad ora; ma lo sapevo che doveva imbrogliarsi; ci siamo. Ora verranno le noie, le spiegazioni, le agitazioni. Per Dio! È tempo che eserciti la mia forza di Sansone e spezzi l'ostacolo come se fosse un fil di seta.

Egli riprese a camminare, ma subito si fermò davanti a me.

— Jane, — disse, — volete intender ragione?

Tacque e avvicinò le labbra al mio orecchio, poi aggiunse:

— Perché, se non volete, impiegherò la violenza.

La sua voce si era fatta rauca, il suo sguardo era quello di un uomo che si prepara a spezzare un ostacolo insopportabile e si getta a capo fitto nella sfrenata licenza.

Mi accorsi che bastava un momento, forse un nuovo accesso di rabbia per non poterlo più dominare.

Un moto di repulsione, la fuga, la paura avrebbero deciso della mìa sorte e della sua. Ma non ero punto spaventata; sentivo una forza interna, la sicurezza di serbare influenza su di lui, e per questo non mi lasciavo abbattere.

La crisi era pericolosa, ma non era priva di fascino.

Lo stesso debbono provare gl'indiani quando spingono la loro sottile lancia nelle rapide di un fiume. Presi le mani contratte di lui, gli aprii le dita e gli dissi dolcemente:

— Sedetevi: parlerò quanto vorrete e ascolterò tutto quello che avrete da dirmi, sieno o no cose ragionevoli.

Si sedè, ma non aprì bocca. Da qualche tempo lottavo con le lagrime, avevo fatto sforzi inauditi per trattenerle, perché sapevo che il signor Rochester non avrebbe voluto che piangessi, ma ora credei bene di lasciarle sgorgare liberamente; se lo annoiavano, tanto meglio.

Così mi misi a pianger forte.

Subito mi pregò caldamente di calmarmi; gli risposi che non potevo finché lo vedevo così in collera.

— Ma non sono punto in collera, Jane, — mi disse, — soltanto vi amo troppo, e poco fa il vostro visino aveva una espressione così fredda e risoluta, che non ho potuto sopportarla. Tacete ora e rasciugatevi gli occhi.

La voce addolcita mi diceva che egli si era calmato e io divenni più tranquilla.

Egli fece uno sforzo per appoggiarmi la testa sulla spalla, ma non glielo permisi; mi attrasse a sé e lo respinsi.

— Jane! Jane! — mi disse con amarezza così profonda, che fece vibrare tutti i miei nervi, — non mi amate più dunque? Non vi tentava altro che la mia posizione e l'idea di divenire mia moglie? Ora non valgo più nulla ai vostri occhi, perché sapete che non posso esser vostro marito, e mi fuggite come un rospo o un mostro?

Quelle parole mi ferirono, ma che cosa potevo dire e fare?

Avrei probabilmente dovuto non dire, né far nulla, ma ero così torturata dal rimorso di avere offeso i suoi sentimenti, che non potei sfuggire alla tentazione di spargere un po' di balsamo sulla ferita che avevo aperta.

— Io vi amo, — dissi, — più che mai, ma non posso dimostrarvelo né nutrire questo sentimento; e questa è l'ultima volta che lo esprimo.

— L'ultima volta, Jane? Come! credete di poter vivere con me, vedermi ogni giorno e, continuando ad amarmi, rimaner fredda e tenermi a distanza?

— No, signore, sono sicura che non potrei: per questo non vedo altro che un mezzo, ma, se ne parlo, andrete in furia.

— Parlatene; se vado in collera, avete la risorsa delle lagrime per calmarmi.

— Signor Rochester, debbo lasciarvi.

— Per quanto tempo, Jane? Per alcuni minuti? Per lisciarvi i capelli che sono arruffati e bagnarvi il viso che è ardente?

— Bisogna che lasci Adele e Thornfield; bisogna che mi divida da voi per sempre; debbo incominciare una nuova vita fra gente ignota e a scene sconosciute.

— Certo, e ve l'ho già detto. Passo sotto silenzio la pazza idea di separarvi da me; al contrario dovete far parte di me. In quanto alla nuova esistenza di cui parlate, sì, avete ragione, sì, sarete mia moglie. Io non sono ammogliato e voi sarete la signora Rochester di nome e di fatto.

"Vi sarò fedele fino alla morte; vi condurrò nei miei possessi nel mezzogiorno della Francia, in una villa dalle mura bianche, costruita sulla spiaggia del Mediterraneo.

"Là potrete trascorrere un'esistenza felice, sicura e pura. Non credete che voglia mai ingannarvi, per far di voi un'amante. Perché scrollate la testa? Jane, siate ragionevole, o in verità mi fate diventar matto.

La voce e la mano di lui tremavano, le sue larghe narici si dilatavano, i suoi occhi erano lampeggianti; eppure osai dire:

— Signore, vostra moglie vive; voi stesso l'avete dichiarato stamane; se vivessi insieme con voi, come desiderate, sarei la vostra amante; il volerlo negare sarebbe un sofisma, una menzogna.

— Jane, non sono un uomo mite di carattere, né paziente; non sono freddo né passivo; per pietà per me, per voi, ponetemi le dita sul polso, sentite come batte e state attenta!...

Si scoprì il polso e me l'offrì; il sangue aveva abbandonato il suo volto e le sue labbra e si era fatto livido.

Ero sgomenta e mi pareva una crudeltà di eccitarlo con una resistenza che gli riusciva odiosa; cedere non volevo.

Feci ciò che fanno istintivamente tutte le creature umane quando si trovano spinte all'estremo; domandai soccorso a un essere superiore e le parole: "Dio mio, aiutatemi!" mi sfuggirono involontariamente dalle labbra.

— Sono un pazzo! — esclamò a un tratto il signor Rochester. — Le dico che non sono ammogliato, e non le spiego il perché. Dimentico che non sa nulla del carattere di quella donna, né delle circostanze che mi fecero conchiudere con lei un'unione infernale. Oh! sono certo che Jane dividerà la mia opinione, quando saprà tutto quello che so! Mettete la mano nella mia, Jane, affinchè io veda e senta che mi siete vicina; voglio esporvi il vero stato del caso in poche parole. Potete ascoltarmi?

— Sì, signore, anche per delle ore, se volete.

— Vi chiedo soltanto pochi minuti, Jane. Non avete mai sentito dire che non ero il maggiore della famiglia, che avevo un fratello primogenito?

— Sì, signore, la signora Fairfax me l'ha detto.

— Avete inteso dire che mio padre era avaro?

— Sì, signore.

— Ebbene, Jane, mio padre non voleva dividere i suoi beni, non voleva ammettere che io potessi averne una parte.

Egli aveva stabilito che dovessero appartenere a mio fratello, Rolando, eppure non poteva sopportare l'idea che l'altro suo figlio fosse povero.

Voleva arricchirmi con un matrimonio e si diede a cercarmi una compagna.

Il signor Mason, piantatore e mercante nelle Indie orientali era suo antico conoscente.

Mio padre sapeva che il signor Mason era immensamente ricco e prese informazioni.

Il suo vecchio amico aveva un figlio e una figlia, alla quale dava in dote trentamila sterline, e ciò gli bastava.

Quando uscii di collegio, fui mandato alla Giamaica per sposare la ragazza che aveva accaparrata per me.

Mio padre non mi parlò della dote, ma mi disse che la signorina Mason era l'orgoglio della città spagnuola, per la sua bellezza, ed era vero. Era bella come Bianca Ingram, alta, bruna e maestosa.

Ella e la sua famiglia mi desideravano per la mia nascita; mi si fece veder la fidanzata magnificamente vestita.

La incontrai raramente sola e parlavamo poco insieme.

Ella mi lusingava e spiegava per me le sue attrattive. Pareva che tutti gli uomini l'ammirassero e m'invidiassero; fui abbagliato, i miei sensi furono eccitati, ed inesperto com'ero, credei di amarla. Non vi è nulla che trascini un uomo quanto le stupide rivalità della società, i desiderii febbrili e l'acciecamento giovanile.

I parenti di Berta m'incoraggiavano, i competitori mi eccitavano l'amor proprio, lei stessa mi attirava a sé, e così il matrimonio fu concluso prima che avessi il tempo di riflettere.

Quando penso a quell'atto, non posso davvero stimarmi! Il disprezzo di me stesso mi assale e mi tortura.

Non l'amavo, né la stimavo e non avevo potuto conoscerla.

Non riscontravo in lei una sola virtù, non era benevola, né modesta, né candida, né delicata di pensiero, né di modi. E la sposai, tanto ero imbecille, vile e cieco.

Non avevo mai veduta la madre della mia fidanzata e la credevo morta. Appena trascorsa la luna di miele, conobbi il mio errore; ella era pazza e rinchiusa in un ospedale. Vi era pure un figlio minore idiota. Il maggiore, che avete veduto e che non posso odiare, benché detesti tutta la famiglia, ha mostrato sempre interesse per sua sorella e un tempo mi è stato affezionato come un cane; ma è già debole di spirito e un giorno avrà la stessa sorte degli altri. Mio padre e mio fratello sapevano tutto, ma non pensarono che alle trentamila sterline e si unirono nel complotto contro di me.

— Furono scoperte odiose quelle che feci; ero dolente che mi avessero tradito celandomi la verità; ma senza la parte che vi aveva presa mia moglie, non avrei mai pensato a rimproverarle la sventura della sua famiglia, neppure quando mi accorsi che la sua indole era completamente diversa dalla mia, e che i suoi gusti non mi piacevano. Aveva uno spirito volgare, basso, limitato e incapace di capire le cose nobili ed elevate. Quando capii che non potevo passare con lei una serata piacevole, ma neppure un'ora, che la conversazione era impossibìle, perché qualunque fosse il soggetto che sceglievo, riceveva subito una risposta dura, volgare, perversa o stupida; quando capii che non potevo neppure avere una casa tranquilla e conveniente; perché nessuna persona di servizio poteva tollerare la sua violenza, il suo cattivo carattere e i suoi ordini assurdi, tirannici e contradditori, ebbene, anche allora seppi dominarmi. Cercavo di evitare i suoi rimproveri, di divorare in segreto il dispetto e il pentimento e di reprimere la profonda antipatia che m'inspirava.

— Jane, non voglio turbarvi con orrìbili particolari; poche e crude parole basteranno ad esprimervi ciò che voglio dirvi.

"Ho vissuto quattr'anni con quella donna che avete veduta lassù, e vi assicuro che mi ha messo alla prova.

"I suoi istinti si sviluppavano con spaventosa rapidità, i suoi vizii crescevano a dismisura; erano così potenti che la crudeltà sola avrebbe potuto dominarli, e io non volevo esser crudele.

"Che intelligenza di pigmea ella aveva, e che giganteschi istinti di perversità e quanto mi furono funesti!

"Berta Mason, degna figlia di una madre infame, mi trascinò a traverso tutte le agonie degradanti e spaventose, cui è sottoposto un uomo unito a una donna intemperante e impudica.

"Mio fratello era morto e mio padre gli andò dietro dopo quattro anni che ci eravamo sposati; ero ricco, eppure ero nell'indigenza morale.

"Donna più ordinaria, più impura e depravata che abbia mai veduta era legata a me; la legge e la società dicevano anzi che era una parte di me. E non potevo liberarmi da lei con nessun mezzo legale, perché i medici avevano scoperto che "mia moglie" era matta. I suoi eccessi avevano prematuramente sviluppato i germi della malattia.

"Jane, la mia narrazione vi turba; voi soffrite; volete rimetter la fine a un altro giorno?

— No, signore, terminate, vi prego; vi compiango sinceramente.

— Jane, in alcuni la compassione è cosa così insultante e pericolosa, che si fa bene di pregare coloro che ve l'offrono, di tenerla per sé, ma è quella compassione che esce dai cuori duri ed egoisti. È un sentimento a doppia faccia, sofferenza ibrida ed egoistica di udire il racconto di dolori, e disprezzo volgare per quelli che ne sono stati colpiti.

"Ma così non è la vostra compassione, Jane, non è questo il sentimento che vi si legge in viso, che vi anima gli occhi, che vi riempie il cuore, che fa tremare la vostra mano nella mia.

"La vostra compassione, mia diletta, è la sofferenza, madre dell'amore; sono le angoscie, che generano la passione divina.

"Io l'accetto, Jane. Che si avanzi pure, le mie braccia sono pronte a riceverla.

— Ora, signore, continuate. Che cosa faceste, quando aveste la certezza che era pazza?

— Jane, fui disperato, fra me e l'abisso non vi era più che un rimasuglio di dignità umana. Agli occhi del mondo ero coperto di vergogna, ma volli esser puro agli occhi miei, e fino all'ultimo ripudiai ogni connivenza con i suoi delitti, e mi tenni lontano da quello spirito vizioso, eppure la società associava il mio nome e la mia persona con la sua.

"Lo vedevo e lo sentivo ogni giorno; una parte del suo soffio (oh vergogna!) avvelenava l'aria che respiravo e avevo la disgrazia di rammentarmi che ero stato suo marito.

"Allora come ora quel ricordo mi è orribilmente odioso; sapevo che finché ella viveva, non potevo sposare nessuna donna migliore di lei.

"Benché avesse cinque anni più di me — la sua famiglia e mio padre mi avevano ingannato anche su questo punto — era probabile che sarebbe vissuta quanto me, perché era tanto forte di corpo quanto malata di mente.

"Così a ventisei anni vidi distrutte tutte le mie speranze.

"Una notte fui destato dalle grida di lei.

"Dacché i medici l'avevano dichiarata matta, era stata, naturalmente, rinchiusa.

"Era una di quelle ardenti nottate tropicali, che precedono generalmente un uragano; non potendo dormire, mi alzai e aprii la finestra. L'aria era carica di vapori di zolfo; non potevo trovar refrigerio in nessun luogo.

"Le zanzare entravano a stormi dalla finestra e ronzavano nella camera.

"Sentivo muggire il mare, come un rombo di terremoto, le nuvole nere si addensavano nell'aria, la luna brillava sulle onde, larga e rossa come la bocca di un cannone; ella gettava la sua ultima luce sanguigna sulla terra tremolante col fermento della tempesta.

'' Ero sotto l'influenza di quell'atmosfera e di quella scena, e i miei orecchi erano continuamente feriti dalle grida della pazza; essa mescolava il mio nome ad ogni imprecazione, con un accento d'odio diabolico; nessuna creatura umana ha mai usato espressioni più basse e triviali delle sue. Benché due stanze mi separassero da lei, pure udivo ogni parola, perché in quel paese le pareti sono sottilissime, così quegli urli di fiera giungevano distintamente a me.

"— Questa vita, — dicevo io, — è un inferno. Nell'abisso senza fondo dove stanno i dannati si deve respirare la stess'aria e udire gli stessi suoni. Ho il diritto di gettar lungi da me questo fardello, se posso. Le sofferenze di questa vita mortale cesseranno col cessare di una esistenza che mi opprime l'anima. Del fuoco eterno, inventato dai fanatici, non ho paura; non vi può essere vita futura peggiore della presente; spezziamo questa esistenza per tornare verso Dio, nella vera patria! —

"Nel dir queste parole m'inginocchiai per aprire una cassetta, che conteneva un paio di pistole cariche.

"Volevo uccidermi, ma quel desiderio fu di breve durata, perché non ero pazzo, e quella crisi di dolore infinito, che aveva generato il desiderio e il disegno del suicidio, era svanita in un secondo.

"Un fresco vento d'Europa, che aveva traversato l'Oceano, entrò dalla finestra aperta: la tempesta scoppiò con pioggia, fulmini e tuoni, e l'aria si rasserenò.

"Allora presi una risoluzione mentre passeggiavo sotto i gocciolanti alberi di arancio nel mio giardino bagnato dalla pioggia, fra i melagrani e i pini, intanto che la fulgente rugiada dei tropici scendeva intorno a me.

"Così ragionai, e voi ascoltatemi, Jane, perché fu la vera saggezza che mi consolò in quell'ora e mi additò la via da seguire.

"II dolce vento d'Europa continuava a mormorare fra le piante rinfrescate e l'Atlantico ruggiva nella sua gloriosa libertà. Il mio cuore, lungamente avvilito e spezzato, si rianimò udendo la voce dell'Oceano, e si riempì di sangue vitale, tutto l'essere mio aspirante a una nuova vita, la mia anima bramava una goccia purificata. Sentii rinascere la speranza e vidi la possibilità della rigenerazione. Da un arco fiorito del giardino scòrsi il mare azzurro come il cielo; il vecchio mondo era al di là.

"— Va', — mi diceva la speranza, — torna a vivere in Europa. Laggiù non sanno che porti un nome contaminato e che trascini dietro a te un importante fardello; tu potrai condurre la pazza in Inghilterra, confinarla con le dovute precauzioni a Thornfield, poi andrai a viaggiare dove vorrai e formare i legami che ti parrà. Quella donna che ti ha fatto tanto soffrire, che ha macchiato il tuo nome, oltraggiato il tuo onore, appassita la tua gioventù, non è tua moglie e tu non sei suo marito.

"Voglio che non le manchino le cure, e tu avrai fatto tutto ciò che esigono Iddio e l'umanità. Serba il silenzio sull'essere suo, non dir nulla a nessuno; mettila in luogo acconcio e sicuro, nascondi bene la sua vergogna e lasciala. —

"Così feci. Mio padre né mio fratello non avevano divulgata la notizia del mio matrimonio, perché nella prima lettera che scrissi loro, già mi mostravo pentito dopo quanto avevo saputo sulla famiglia di Mason, e prevedendo un orribile avvenire, avevo pregato i miei di tener segreta la mia unione.

"Presto la condotta di colei, che mio padre mi aveva scelta per moglie, divenne così infame, che egli si sarebbe vergognato di dire che era suo suocero, e così egli ebbe cura quanto me di serbare il segreto su quella parentela.

"La condussi dunque in Inghilterra. Con quel mostro sul bastimento, feci un viaggio orribile. Fu un grave sollievo per me quando la vidi collocata nella storica stanza del terzo piano a Thornfield, il cui gabinetto interno è da dieci anni un vero covo di belva.

"Ebbi molta pena a trovarle un'infermiera. Occorreva una persona di piena fiducia, se no le stravaganze della matta avrebbero rivelato a tutti il mio segreto.

"Inoltre ella aveva giorni, e anche settimane di lucidità, che occupava ad ingannarmi.

"Finalmente trovai Grace Poole nel ritiro di Grimbsy. Lei e il medico Carter (quegli che curò le ferite di Mason nella notte che fu morso e graffiato dalla sorella), sono le sole persone cui abbia fatto confidenze.

"La signora Fairfax può aver sospettato qualcosa, ma non ha nessuna cognizione precisa dei fatti.

"In complesso Grace Poole è una buona infermiera, benché non possa correggersi da un vizio che forse è frutto della sua faticosa professione; per questo la sua vigilanza ha fatto talvolta difetto.

La pazza è scaltra e maligna e non ha mai mancato di trar vantaggio dalla trascurataggine della sua guardiana: una volta per nascondere il coltello col quale aggredì suo fratello e due volte per impossessarsi della chiave della sua stanza e poter uscire di notte.

"La prima cercò di bruciarmi nel letto, la seconda entrò nella vostra camera.

"Ringrazio la Provvidenza di aver vegliato su di voi e di aver permesso che sfogasse la sua furia sul vostro velo da sposa, che forse le ricordava il giorno del suo matrimonio.

"Fremo pensando a quello che poteva accadere, e il sangue mi si gela nelle vene quando mi figuro che quella belva, che stamani mi s'è attaccata al collo per strozzarmi, ha curvata la testa nera e scarlatta sul nido della mia colomba.

— E che cosa avete fatto, — domandai quando tacque, — che cosa avete fatto dopo aver condotto qui vostra moglie? Dove siete andato?

— Che cosa ho fatto, Jane? Mi sono trasformato in folletto- Dove sono andato?

— Ho intrapreso viaggi lunghi come quelli dell'Ebreo errante.

"Visitai il continente e in ogni paese cercavo la donna buona, intelligente e degna di essere amata, che fosse l'opposto di quella che avevo lasciata a Thornfield.

— Ma non potevate ammogliarvi, signore!

— Mi ero convinto di poterlo fare e volevo farlo. Non era mia intenzione d'ingannare, come ho fatto; volevo narrare il mio passato e fare apertamente le mie proposte, e mi pareva realmente razionale che ognuno mi considerasse libero di amare e di essere amato; non ho mai messo in dubbio che avrei trovato una donna capace di capirmi e di accettarmi, nonostante il legame che avevo.

— Ebbene, signore?

— Quando vi atteggiate a inquisitrice, Jane, mi fate sempre sorridere.

"Aprite gli occhi come un uccello smarrito e fate ogni tanto un movimento d'impazienza.

"Pare che siate ansiosa di conoscere le risposte e che vogliate leggere nel cuore di chi interrogate.

"Ma continuiamo, ditemi che cosa volete dire, col vostro: "Ebbene, signore?" È una frase breve, che usate spesso e che mi trascina a parlare lungamente; vorrei sapere che cosa significa.

— Voglio dire: E dopo? Che cosa avvenne? Che cosa è nato da ciò?

— Precisamente; e che cosa desiderate sapere ora?

— Se avete trovata la persona che vi piaceva, se le domandaste di sposarvi, e che cosa vi aveva risposto.

— Posso dirvi come trovai colei che mi piaceva, come le chiesi di sposarmi, ma ciò che mi rispose deve ancora essere scritto nel libro del Fato.

"Per dieci lunghi anni errai ovunque, da una capitale all'altra, ora a Pietroburgo, più spesso a Parigi, qualche volta a Roma, a Napoli e a Firenze.

"Provvisto di molto denaro e col passaporto di un antico casato, potevo scegliere la società che mi conveniva: nessun circolo mi era chiuso. Cercai il mio ideale di donna fra le donne inglesi, fra le contesse francesi, fra le patrizie italiane, fra le nobili tedesche, senza trovarlo.

"Qualche volta, per un momento, ho creduto vedere una figura e udire una voce, che mi annunziassero la realizzazione del mio sogno, ma presto ero disingannato.

"Non supponete che cercassi la perfezione dello spirito o del corpo; desideravo soltanto di trovare una donna che mi piacesse e che fosse agli antipodi della creola, ma non la trovavo.

"Cercavo una donna che mi guarentisse dai pericoli e dalle sofferenze di un cattivo matrimonio. La delusione mi rese indifferente e apatico; tentai la dissipazione, non il libertinaggio, che odiavo e odio ancora.

"Questo era l'attributo della mia Messalina indiana; il disgusto che mi faceva provare il libertinaggio limitava spesso i miei piaceri. Mi allontanavo da quei godimenti che si avvicinavano a quello, perché mi sarebbe parso di avvicinarmi a lei e ai suoi vizii.

"Ma non potevo viver solo; ebbi diverse amanti. La prima fu Celina Varens.

"Ecco un'altra di quelle colpe, che fanno sì che un uomo si disprezzi quando le rammenta.

"Sapete chi era quella donna e come terminò il nostro legame.

"Altre le successero.

"Un'italiana per nome Giacinta e una tedesca che si chiamava Giara. Tutt'e due passavano per bellissime, ma che cosa m'importava la loro bellezza, quando vi ero assuefatto?

"Giacinta era violenta e immorale; dopo tre mesi mi stancai di lei. Giara era onesta e dolce, ma pesante, fredda e stupida; non era punto confacente ai miei gusti.

"Fui ben contento di darle una somma bastevole per aprire un negozio e per metterla sulla buona via, senza pensare più a lei.

"Ma, Jane, leggo in questo momento sul vostro volto che non avete buona opinione di me; mi credete un birbante, senza sentimento e privo di senso morale: non è così?

— Infatti, signore, non mi piacete come in altri momenti. Mi pare che sia mal fatto di vivere ora con un'amante, ora con un'altra, e voi ne parlate come di cosa consueta.

— Non mi piaceva, eppure mi lasciai trascinare a quel genere di vita, ma non vorrei ricominciarla.

"Prendere in affitto un'amante è lo stesso che comprare una schiava. Tutte e due sono spesso per indole e per posizione inferiori a noi, e vivere con inferiori è degradante.

"Ora mi turba il ricordo del tempo passato con Celina, con Giacinta e con Giara.

Capii che il signor Rochester diceva la verità e ne arguii che, se mi fossi abbandonata a lui, dimenticando i principii che mi erano stati inculcati; se, spinta dalla tentazione, e sotto un pretesto qualsiasi, e anche con tutte le scuse possibili attenuanti, mi fossi decisa a succedere a quelle disgraziate, un giorno il mio ricordo avrebbe suscitato nel signor Rochester lo stesso sentimento che eccitava ora in lui il ricordo di quelle donne.

Non espressi questa convinzione: mi bastava di averla.

Me la impressi nel cuore, affinchè vi rimanesse come salvaguardia nei giorni di prova.

— Jane, perché non dite: "Ebbene, signore?" Non ho terminato. Avete un aspetto grave e vedo bene che mi disapprovate.

"Ma veniamo a noi.

"Nel mese di gennaio scorso, libero da tutte le mie amanti, con l'anima indurita e inasprita da una vita vagabonda, inutile e solitaria, corroso dalla delusione, mal disposto verso gli uomini e verso le donne sopratutto, perché cominciavo a credere che le donne fedeli, amorose e intelligenti fossero un sogno, tornai in Inghilterra, dove mi chiamavano alcuni affari.

"Mi dirigevo a Thornfield in una fredda serata d'inverno; a Thornfield, la casa abborrita. Non mi aspettavo di trovarvi né pace né felicità. A un tratto, presso Hay, vidi una piccola figura seduta tranquillamente sugli scalini della via. Passai dinanzi a lei indifferentemente; non avevo nessun presentimento che mi dicesse che cosa sarebbe stata per me; nessun avvertimento interno mi annunziò che quella modesta figurina sarebbe stata arbitra della mia vita, nella buona e nell'avversa fortuna.

"Non lo capii neppure quando, dopo la caduta di Mesrour, mi offrì il suo aiuto.

"Era una creatura giovanissima e sottile. Pareva uno sgricciolo che mi venisse a offrire di sollevarmi sulle sue ali delicate.

"La respinsi scortesemente, ma quella creaturina non volle andarsene e rimase accanto a me dando prova di una grande perseveranza e mi guardò con una certa autorità. Dovei essere aiutato da quella mano, e fui aiutato in fatto.

"Quando mi fui appoggiato su quella fragile spalla, mi parve che una nuova vita mi fosse penetrata nelle vene.

"Fu bene che sapessi che quella piccola silfide sarebbe tornata a me, che apparteneva alla mia casa, se no avrei provato un vero rammarico nel vederla andar via e sparire fra i cespugli.

"Quella sera, Jane, vi sentii tornare a casa, benché voi non vi accorgeste certo che io pensavo a voi e su voi vegliavo.

"Il giorno dopo vi osservai, senza essere veduto, per una mezz'ora circa mentre divertivate Adele nella gallerìa.

"Era una giornata di neve e non potevate uscire. Ero in camera mia con la porta socchiusa e potevo vedervi e sentirvi.

"Adele in quel momento attirava tutta la vostra attenzione, ma mi accorgevo che i vostri pensieri vagavano altrove, e nonostante eravate piena di pazienza con lei, mia piccola Jane, e le parlavate e la divertivate.

"Quando alla fine ella vi lasciò, cadeste in una profonda meditazione e vi metteste a camminare nella galleria.

"Di tanto in tanto passando davanti a una finestra guardavate la neve che cadeva fitta, prestavate orecchio agli ululati del vento, poi riprendevate a camminare e a fantasticare.

"Credo che le vostre visioni non fossero tetre; la dolce luce dei vostri occhi annunziava che i vostri pensieri non erano né tristi né amari; il vostro sguardo rivelava piuttosto i bei sogni della gioventù quando questa segue su ale compiacenti il volo della speranza nel cielo ideale. La voce della signora Fairfax, che parlava con una donna di servizio nel vestibolo, vi destò.

"E come sorrideste curiosamente a voi stessa, Jane! Vi era molto buon senso e molta finezza nel vostro sorriso, Jane. Pareva che dicesse: "Le mie visioni sono belle, ma son visioni; il mio cervello ha inventato un cielo color di rosa, un Eden verde e fiorito, ma so bene che devo aprirmi la via in mezzo agli ostacoli e lottare contro la tempesta."

"Allora scendeste e domandaste alla signora Fairfax di darvi qualcosa da fare, credo da regolare i conti della settimana; a me duolse di perdervi di vista.

"Attesi la sera con impazienza, perché allora almeno potevo chiamarvi presso di me.

"Sospettavo in voi un carattere insolito e assolutamente nuovo per me, e volevo approfondirlo meglio per giungere a conoscerlo. Voi entraste nella stanza con fare timido e nello stesso tempo indipendente; eravate semplicemente vestita, a un dipresso come ora.

"Vi feci parlare e mi accorsi che eravate piena di contrasti. Le vostre maniere rivelavano una severa educazione, avevate spesso l'aria diffidente e nonostante che aveste sentimenti raffinati, non avevate nessuna conoscenza della società e temevate sempre di dire qualche errore o qualche sciocchezza.

"Ma appena vi si dirigeva la parola direttamente, alzavate in faccia a lui un occhio penetrante, ardito e vivace; vi era nel vostro sguardo la potenza e la penetrazione.

"Quando vi rivolgevo una domanda positiva, trovavate sempre la risposta giusta e netta.

"Ben presto vi assuefaceste a me.

"Credo, Jane, che sentivate l'esistenza di una simpatia fra voi e il vostro padrone burbero e triste, perché fui meravigliato vedendo come vi sentiste presto tranquilla presso di me.

"Benché fossi burbero, non v'ispiravo né timore, né noia, né pena; mi osservavate e di tanto in tanto vi vedevo sorridere con una grazia così semplice e sagace, che non saprei descrivere.

"Ero contento e stimolato da quel che vedevo, amavo ciò che credevo e desideravo vedere ancor più. Ma per molto tempo vi tenni a distanza e richiesi di rado la vostra compagnia.

"Ero un epicureo intelligente e desideravo prolungare il piacere delle scoperte nell'anima della mia nuova e piccante conoscenza: inoltre temevo maneggiando troppo liberamente il fiore, di vederlo appassire e perdere l'incanto e la freschezza. Non sapevo che non era una fioritura evanescente, ma che era simile piuttosto al fiore che fosse tagliato in una gemma indistruttibile.

"Volevo anche sapere se il giorno che vi avessi evitato, voi mi avreste cercato; ma voi non lo faceste.

"Siete rimasta tranquilla nello studio davanti al leggio o al cavalletto, e se per caso v'incontravo, passavate davanti a me, mi facevate col capo un saluto rispettoso.

"La vostra consueta espressione in quei giorni, Jane, era pensosa, ma non afflitta, perché non soffrivate, ma non eravate gaia, perché non avevate gioie né speranze.

"Mi domandavo che cosa pensavate di me, — se pure a me pensavate, e vi esaminavo per saperlo.

"Quando parlavamo insieme, vi era un non so che di felice nel vostro sguardo e di gaio nelle vostre maniere; vidi che avevate un cuore socievole; la stanza di studio e la solitudine vi avevano resa triste.

"Mi concessi il piacere di esser buono con voi, la bontà vi commosse, e vi faceste serena, ma vi era una curiosa esitazione nelle vostre maniere, però mi guardavate con un certo turbamento, con un dubbio mal celato; non sapevate ove mi avrebbe spinto il capriccio e vi domandavate se sarei stato per voi un padrone severo o un amico benigno.

"Mi piaceva di sentirvi pronunziare il mio nome e vi volevo troppo bene, Jane, per atteggiarmi a padrone.

"Quando vi stendevo cordialmente la mano, il vostro viso giovanile si faceva così raggiante di luce e di gioia, che dovetti spesso farmi violenza per non stringervi fra le braccia.

— Non mi parlate di quei giorni, — dissi asciugandomi furtivamente le lagrime.

Il suo linguaggio era una tortura per me, perché sapevo quello che dovevo fare subito, e tutte quelle reminiscenze e quelle rivelazioni rendevano più difficile il mio compito.

— No, Jane, — rispose, — che necessità v'è di evocare il Passato, quando il Presente è più sicuro e l'Avvenire più bello?

Tremai nel sentire esprimere questa illusione.

— Ora capite bene come stanno le cose, non è vero? — continuò egli. — Dopo una giovinezza e una virilità trascorse ora in mezzo a inesprimibili sofferenze, ora in una dolorosa solitudine, ho finalmente trovato quella che posso amare veramente, ho trovato voi.

"Voi simpatizzate con me, siete la miglior metà di me stesso, il mio angelo, e mi sento legato a voi da un forte legame.

"Vi credo buona, intelligente, affettuosa, e ho concepito nel cuore una passione solenne e fervente; mi spinge a voi, vi attira a me, unisce le nostre esistenze; fiamma pura e potente, fonde voi e me in un essere solo.

"È perchè sentivo e sapevo ciò, che volli sposarvi. Dirvi che avevo già moglie, è una inutile canzonatura; voi sapete che non ho altro che un ributtante demonio. Ho fatto male ad ingannarvi, ma temevo di non saper vincere la vostra opposizione, frutto dei pregiudizi che vi sono stati inculcati, e volevo possedervi prima di farvi una confidenza.

"Sono stato codardo: avrei dovuto prima fare appello alla vostra nobiltà e alla vostra magnanimità, come faccio ora, svelarvi la mia vita di continua agonia, descrivervi la mia sete inesauribile di una esistenza più nobile e più alta, mostrarvi la mia risoluzione — la parola è ben fiacca, — anzi il bisogno irresistibile che provavo di amare fedelmente e profondamente, sentendomi fedelmente e profondamente ricambiato.

"Allora vi avrei chiesto di accettare la promessa della mia fedeltà, Jane, e di darmi la vostra. Fatelo ora.

Vi fu un momento di silenzio.

— Perché tacete, Jane?

Subivo una prova tremenda. Una mano di acciaio mi strappava la vita.

Momento terribile pieno di lotta, di tenebre e di fuoco.

Nessun essere umano poteva desiderare di essere amato più e meglio di come io ero amata, e colui, che mi amava tanto, io lo adoravo e dovevo rinunziare all'amore e al mio idolo.

Una sola parola compendiava il mio intollerabile dovere: "Partenza!"

— Jane, capite ciò che vi chiedo? Promettetemi soltanto: "Sarò vostra, signor Rochester."

Signor Rochester, non voglio esser vostra.

Vi fu ancora un lungo silenzio.

— Jane, — riprese egli con una gentilezza che mi spezzò il cuore dal dolore, e mi ghiacciò di terrore, perché sotto quella voce tranquilla sentivo fremere il leone, — Jane, avete forse l'intenzione di andar pel mondo per la vostra via e di lasciarmi seguire la mia?

— Sì, signore.

— Jane, — continuò chinandosi su di me e abbracciandomi, — lo volete ancora?

— Sì, signore.

— E ora pure? — soggiunse baciandomi dolcemente sul collo e sul volto.

— Sì, signore! — esclamai svincolandomi rapidamente dalla sua stretta.

— Oh! Jane, che crudeltà, che cattiveria; che cosa c'è di male nell'amarsi?

— Farei male se vi ascoltassi.

Uno sguardo selvaggio sollevò i suoi sopraccigli e gli contrasse i lineamenti; si alzò, ma si contenne.

Appoggiai la mano sulla spalliera della sedia per sostenermi; tremavo, avevo paura, ero risoluta.

— Un momento, Jane. Quando sarete partita, gettate uno sguardo sulla mia triste esistenza. Con voi se ne andrà ogni felicità.

"Che cosa mi resta? Non ho altro che una moglie pazza, che non val più di un cadavere del cimitero.

"Che cosa farò, Jane? Dove troverò una compagna? Dove cercherò la speranza?

— Fate quel che volete; abbiate fiducia in Dio e in voi stesso. Credete nel cielo e sperate che là saremo riuniti.

— Dunque non volete cedere?

— No.

— Dunque mi condannate a vivere misero e a morire disperato? — disse, alzando la voce.

— Vi consiglio di vivere puro e vi auguro di morire tranquillo.

— Dunque mi strappate l'amore e l'innocenza? Mi offrite invece della passione la dissolutezza e per tutta occupazione il vizio?

— No, signor Rochester, non vi condanno a quella sorte, come non mi ci condanno io stessa. Siamo nati per soffrire e lottare, voi come io. Mi avrete dimenticata prima che io vi dimentichi.

— Mi credete un mentitore e offendete il mio onore. Vi dichiaro che non potrò mai cambiare, e voi mi dite in faccia che cambierò presto. La vostra condotta mi prova quanto è erroneo il vostro giudizio, quanto sono perverse le vostre idee.

"Non è peggio il gettare nella disperazione una creatura, che violare una legge umana, senza offender nessuno? Perché non avete né parenti né amici che possiate offendere, vivendo con me.

Era vero, e mentre parlava la mia coscienza e la mia ragione si ribellavano contro di me e mi dimostravano che era delitto resistergli; parlavano imperiosamente insieme col cuore e gridavano:

"Cedi. Pensa al tuo dolore, pensa al pericolo suo, pensa in quale stato sarà quando lo avrai abbandonato. Rammentati com'è impetuoso di carattere, considera le conseguenze che può avere la disperazione: salvalo, amalo; digli che lo ami e che vuoi esser sua. Chi si cura di te nel mondo? Chi può offendersi di quello che farai?"

Ma la risposta era sempre ferma.

Devo aver cura di me stessa. Più sono sola, senza amici, senza appoggio e più devo rispettarmi.

Voglio osservare le leggi di Dio, sancite dagli uomini, voglio serbare i principii imparati quando ero sana e non pazza come ora.

Le leggi e i principii ci sono stati dati per preservarci dalle tentazioni, per i momenti come questi, quando il cuore e l'anima si ribellano contro la loro severità.

Sono rigorosi, ma non debbono esser violati.

Se potessi infrangerli a piacere, qual valore avrebbero?

Hanno un valore, l'ho sempre creduto e se ora non lo credo, si è perché sono pazza, perché nelle vene mi corre il fuoco, perché il cuore batte da scoppiare.

Le idee preconcette, le risoluzioni prese in passato, ecco il sol terreno fermo sul quale ora posso posare il piede.

Lo feci infatti.

Il signor Rochester mi guardò e capì.

La sua collera fu estremamente eccitata e vi cedé, senza pensare alle conseguenze.

Traversò la stanza, mi afferrò per un braccio e mi cinse la vita.

Pareva che mi volesse divorare con lo sguardo infuocato; fisicamente mi pareva d'essere esposta a una fornace ardente; moralmente mi sentivo sicura.

Per fortuna l'anima ha un interprete, — gli occhi.

Li fissai sul volto infiammato del signor Rochester e nel guardarlo sospirai involontariamente; la sua stretta era dolorosa e le mie forze si esaurivano.

— Mai, — disse strìngendo i denti, — ho incontrato una creatura più debole e più indomita. È come una canna sottile fra le mie mani, — continuò scotendomi con forza. — Potrei piegarla con due dita, e che cosa otterrei quando l'avessi piegata, domata, gettata a terra? Guardate quegli occhi, guardate quella creatura risoluta, selvaggia, libera, che mi sfida con la sicurezza del trionfo, che supera anche il coraggio? Anche se m'impadronissi della gabbia, non potrei trattenere il bell'uccello selvaggio.

"Se infrango la fragile prigione, rendo la libertà al prigioniero.

"Posso conquistare la casa, ma l'abitatrice fuggirebbe verso il cielo, prima anche che potessi proclamarmi possessore della sua casa di argilla.

"E siete voi, anima, con la vostra volontà e con l'energia, con la virtù e la purezza, che voglio, e non soltanto il vostro fragile involucro. Se voi voleste, potreste volare liberamente sul mio cuore e rifugiarvici, ma afferrata per forza, simile a un puro spirito, vi liberereste dal mio amplesso e sparireste prima che avessi potuto respirare la vostra fragranza.

"Oh! vieni, Jane, vieni!

Nel dir così mi lasciò e si contentò di guardarmi.

Era più difficile di resistere a quello sguardo che alla stretta frenetica, ma io non volevo soccombere stupidamente; avevo sfidato la sua furia, dovevo eludere il suo dolore. Mi avvicinai alla porta.

— Andate via, Jane?

— Vado via, signore.

— Mi lasciate?

— Sì.

— E non tornate? Non volete essere il mio conforto, la mia salvatrice? Il mio amore profondo, le mie ardenti preghiere, le mie suppliche appassionate, non sono nulla per voi?

Quanto dolore vi era nella sua voce! Come soffrii nel rispondere assolutamente: Parto.

Jane!

— Signor Rochester?

— Andatevene, ve lo permetto, ma ricordatevi che mi lasciate nel dolore. Andate in camera vostra, pensate a tutto quello che vi ho detto, Jane, considerate le mie sofferenze e pensate a me.

Si volse e nascose il viso nel sofà.

— Oh, Jane, speranza mia, amor mio, vita mia! — esclamò angosciosamente e dopo mandò un profondo e forte singhiozzo.

Ero giunta alla porta, ma tornai addietro, tornai addietro risolutamente come mi ero allontanata, m'inginocchiai davanti a lui, sollevai il volto di lui dai guanciali, lo baciai sulle guance accarezzandogli i capelli.

— Iddio vi benedica, mio caro padrone! — dissi, — Iddio vi protegga dal male e dalla sofferenza, che vi diriga, che vi sollevi, che vi ricompensi per la bontà che avete avuta per me.

— L'amore della mia piccola Jane sarebbe stata la miglior ricompensa, — rispose, — senza quello il mio cuore è affranto. Ma Jane mi darà il suo amore, me lo darà generosamente, nobilmente.

Il sangue gli affluì alla testa, gli occhi di lui brillarono, si alzò e stese le braccia, ma io schivai la stretta e lasciai prontamente la stanza.

— Addio! — gridò il mio povero cuore mentre mi allontanavo. La disperazione aggiunse:

"Addio per sempre!"

Quella notte non pensavo di dormire, ma appena mi fui coricata, un sonno profondo mi vinse.

Fui trasportata in sogno nella mia fanciullezza; mi pareva di trovarmi nella camera rossa di Gateshead; era notte scura e provavo mille paure. Mi pareva che il lume che si era spento tanti anni prima, quando svenni di paura, spingesse la sua luce lungo il muro, e poi sul soffitto, dove si cambiava in vapori rossastri.

Attendevo il sorger della luna con ansietà, come se il mio destino dovesse essere scritto su quel disco.

Essa scaturì dalle nuvole con impeto; vidi allora una mano bianca che usciva dai recessi scuri del cielo, scostando le nubi.

Dopo scòrsi, invece della luna, una figura bianca spiccante su un fondo azzurro, che inchinava verso la terra la nobile fronte.

L'ombra non stancavasi di fissarmi; infine parlò al mio spirito, nonostante l'immensurabile distanza, e suoni mi giungevano distinti come se l'ombra mi sussurrasse al cuore:

— Figlia mia, fuggi la tentazione.

— Sì, mamma, — risposi.

E così pure risposi dopo che mi fui svegliata dal sogno.

Era sempre scuro, ma in luglio le notti sono corte e il crepuscolo incomincia nelle prime ore del giorno. “Non può esser troppo presto per accingermi al compito che mi sono prefissa", pensai. Mi alzai. Ero vestita, perché non mi ero tolto altro che le scarpe.

Presi nei cassetti un poco di biancheria, un braccialetto e un anello.

Nel cercare questi oggetti, le mie dita incontrarono le perle della collana che il signor Rochester mi aveva fatto accettare alcuni giorni prima.

Le lasciai; non eran mie, appartenevano alla sposa immaginaria che erasi dileguata.

Feci un involto dell'altra roba, mi misi in tasca la borsa, che conteneva venti scellini (non possedevo altro) mi misi il cappello e lo scialle e senza mettermi le scarpe per non far rumore uscii dalla stanza.

— Addio, mia buona signora Fairfax! — dissi passando cautamente dinanzi alla sua porta. — Addio mia cara Adele! — mormorai nell'oltrepassare la camera della bimba.

Non potevo entrare e darle un bacio, perché bisognava ingannare l'orecchio vigilante della bambinaia.

Avrei voluto passare davanti alla camera del signor Rochester senza fermarmi, ma quando mi trovai accanto alla porta, il mio cuore cessò momentaneamente di battere, e i piedi si fermarono.

Egli non dormiva; camminava in su e in giù e lo udii sospirare mentre ero ferma.

Vi era un paradiso, un paradiso temporaneo per me, in quella camera; potevo entrare e dirgli:

— Signor Rochester, vi amo e voglio vivere con voi per la vita e per la morte — e una fonte di delizia mi sarebbe sgorgata dalle labbra. Ci pensai.

Quel padrone pieno di bontà, non poteva dormire nell'attesa del giorno gemente. Mi avrebbe mandato a chiamare la mattina e io sarei partita. Mi farà cercare invano.

Si sentirà abbandonato, crederà calpestato il suo amore, soffrirà e forse cadrà nella disperazione.

Io pensavo a tutto questo; la mano si allungò verso la maniglia, ma la ritirai prontamente e passai oltre.

Scesi le scale più morta che viva; sapevo quel che dovevo fare e lo eseguivo macchinalmente.

Cercai in cucina la chiave della porta laterale e una boccetta d'olio e una penna; unsi la chiave e la serratura, presi dell'acqua e del pane, perché forse dovevo camminar molto e volevo che le forze mi bastassero.

Feci tutto ciò senza far rumore.

Aprii la porta e la chiusi dolcemente.

Ero uscita da Thornfield.

A un miglio di distanza, dietro i campi, si stendeva una via che andava in direzione opposta di Millcote; non l'avevo mai percorsa, ma l'avevo veduta, e la scelsi.

Non dovevo più pensare né al passato, né all'avvenire; il primo era una pagina di una dolcezza celestiale, ma così profondamente triste, che se ne avessi letta una sola linea avrei perduto il coraggio e l'energia. Il secondo era confuso e spaventava come il mondo dopo il diluvio.

Costeggiai i campi e i sentieri fino al sorger del sole. Credo che fosse una bella mattinata di estate.

Le scarpe, che mi ero messa uscendo di casa, erano bagnate di rugiada; ma non guardavo né il sole levante, né il cielo ridente, né la natura che si destava.

Colui che traversa una bella scena per andare alla ghigliottina, non pensa ai fiori che sbocciano sulla via, ma al ceppo e all'ascia, allo strazio che l'aspetta nel supremo momento.

Non potevo pensare, senza rabbrividire, alla mia triste fuga, alla mia vita errante, a colui che avevo lasciato, a colui che spiava in camera il sorger del sole, per vedermi giungere e sentirmi dire che volevo esser sua.

Bramavo di appartenergli, mi struggevo di tornare: non era troppo tardi; potevo ancora risparmiargli uno strazio anche maggiore.

Ero sicura che nessuno si era accorto della mia fuga.

Potevo tornare addietro ed esser la sua consolazione, il suo orgoglio, la sua redentrice dal dolore, forse dalla rovina.

Oh! come temevo che si fosse disperato! quel pensiero mi tormentava più che se mi avesse abbandonato.

Mi pareva di avere un dardo ricurvo nel cuore; se me lo strappavo, mi laceravo; se lo spingevo più avanti, mi torturava.

Gli uccelli incominciavano a cantare a coppie e a branchi; gli uccelli sono felici nei loro affetti, sono l'emblema dell'amore. E io, che cos'ero?

Facendo sforzi inauditi per compiere un dovere, lacerandomi il cuore, pure detestavo me stessa.

Non avevo neppure il sollievo dell'approvazione della coscienza., non giovò punto di essermi voluta rispettare; avevo ingiuriato, offeso, abbandonato il mio padrone, ero odiosa ai miei occhi! Eppur non potevo ritornare a lui.

Iddio mi aveva certo guidata, perché il dolore aveva calpestata la volontà e soffocata la coscienza.

Piangevo a calde lagrime percorrendo la via solitaria, e camminavo presto come una pazza.

A un tratto fui presa da una specie di debolezza interna, che si estese alle membra e caddi; per alcuni minuti rimasi per terra, premendo il viso sull'erba umida.

Temevo, o meglio, speravo, di morire in quel luogo; ma presto mi alzai aiutandomi con i ginocchi e con le mani, più decisa che mai a raggiunger la via maestra.

Quando vi giunsi dovetti sedermi sotto una siepe per riposarmi.

Udii un rumore di ruote e vidi giungere una carrozza.

Mi alzai e feci cenno con la mano; la carrozza si fermò.

Domandai al conduttore dove andava. M'indicò un luogo lontano ove ero sicura che il signor Rochester non aveva nessuna conoscenza. Gli chiesi pure quale somma occorreva per il viaggio: mi disse che ci volevano trenta scellini.

Gli dissi che ne avevo soltanto venti, se mi voleva accettare. Acconsentì ed entrai nella carrozza, che era vuota e partii. Voi, gentili lettori, possiate non provar mai quello che io provai! Possano i vostri occhi non versar mai un torrente di lagrime amare come quelle che sgorgarono dai miei! Possano le vostre preci non inalzarsi mai al cielo così disperate e desolate! Possiate non cercar mai di essere un mezzo di perdizione per colui che amate più d'ogni cosa!