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Jane Eyre.  Charlotte Brontë
Capitolo 24.
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Nel vestirmi, riandavo col pensiero gli avvenimenti della sera prima e mi pareva di aver sognato.

Non fui certa della realtà se non quando rividi il signor Rochester e ebbi riudite da lui le parole d'amore e le promesse.

Mentre mi pettinavo, mi guardai nello specchio e mi accorsi che la bruttezza era sparita dal mio volto, per dar luogo a un'espressione di vita e di speranza; pareva che i miei occhi avessero fissato la fonte della gioia e preso in prestito alle sue onde trasparenti il loro scintillìo.

Spesso avevo guardato a malincuore il mio padrone, temendo che il mio volto gli spiacesse; ora ero sicura di poter alzare su di lui lo sguardo, senza che il suo amore si raffreddasse per la espressione che vi poteva scorgere.

Tolsi dal mio baule un semplice vestito chiaro da estate e me lo misi; mi parve che nessun abito mi fosse stato mai meglio, perché nessuno era stato portato con maggior piacere.

Non fui poco sorpresa, correndo giù nel vestibolo, di vedere che una magnifica mattina di giugno splendeva dopo la burrasca della notte, e di sentire, attraverso l'invetriata aperta, la brezza fragrante.

La natura doveva esultare, perché io era tanto felice!

Una povera donna e un bimbo pallido e lacero si fermarono davanti alla porta. Io corsi a dar loro tutto quello che avevo nella borsa: tre o quattro scellini; tanti o pochi, dovevano dividere il mio giubilo.

Le cornacchie gracchiavano, gli altri uccelli cantavano, ma nulla era più lieto del mio cuore festante.

La signora Fairfax guardava fuori della finestra con volto rattristato e mi disse gravemente: "Signorina Eyre, volete venire a far colazione?"

Mentre mangiavamo fu tranquilla e fredda, ma io non potei rassicurarla, spettava al signor Rochester a spiegarle tutto.

Mangiai come potei e poi corsi nella mia camera. Vi incontrai Adele che usciva dalla sala di studio.

— Dove andate? È l'ora della lezione, — le dissi.

— Il signor Rochester mi ha detto di andare in camera mia.

— Dov'è lui?

— Là, — mi rispose, accennando la stanza da cui era uscita. Vi entrai e lo vidi.

— Venite a darmi il buon giorno! — esclamò.

Mi avanzai sorridendo e quella volta non ricevei una fredda parola o una stretta di mano soltanto, ma un abbraccio e un bacio.

Mi pareva naturalissimo di essere amata ed accarezzata da lui.

— Jane, siete fiorente, gaia e bella, — disse egli, — siete davvero bella stamane. È questa la mia piccola e pallida silfide? Che visino allegro, che guance fresche, che labbra rosee; e come sono bruni e lucenti i capelli, bruni e brillanti gli occhi! — Avevo gli occhi verdi, ma bisogna scusare lo sbaglio, perché pare che per lui si fossero trasformati.

— Sì, signore, sono Jane Eyre.

— Che sarà presto Jane Rochester, — soggiunse. — Fra quattro settimane, Jane, non un giorno di più: avete capito?

Non potevo capire ancora: ero sbalordita. Il sentimento che mi destò quell'annunzio non fu soltanto di gioia: ero sbalordita, quasi paurosa.

— Prima eravate rossa, ora siete pallida, Jane; perché?

— Perché mi avete dato un nuovo nome: Jane Rochester, ed ha suonato stranamente al mio orecchio.

— Sì, la signora Rochester, — disse, — la giovane signora Rochester, la fidanzata di Fairfax Rochester.

Non può essere, signore, non suona bene. Gli esseri mortali non godono mai di una completa felicità nel mondo. Io non sono nata per avere un destino diverso dai miei simili; figurarmi una tale felicità è come credere a una fiaba, sognare a occhi aperti.

— Ebbene, io posso e voglio convertirla in realtà e comincerò da domani. Ho già scritto stamattina al mio banchiere di Londra di mandarmi certi gioielli che ha in custodia e che hanno sempre appartenuto alle signore di Thornfield; fra un giorno o due spero poterveli consegnare, poiché voglio circondarvi delle stesse attenzioni, degli stessi onori che farei alla figlia di un Pari, se la sposassi.

— Oh! signore, non pensate ai gioielli! Non voglio sentirne parlare. I gioielli non sono fatti per Jane Eyre e non vorrei averne.

— Io stesso voglio mettervi al collo una collana di diamanti e un diadema d'oro sulla fronte, e vi starà bene, perché su quella fronte la natura ha scolpito il suo marchio di nobiltà. Voglio cingere di braccialetti quei polsi delicati, e arricchire con anelli le sottili ditine di fata.

— No, no, signore, parlate d'altro e pensate ad altro. Non mi trattate come se fossi bella: io sono la brutta governante quacquera.

— Siete una bellezza ai miei occhi, e appunto una bellezza come la brama il mio cuore.... delicata ed eterea.

— Esile e insignificante, volete dire. Sognate, signore, o vi burlate di me? Per l'amor di Dio, non mi canzonate!

Voglio che il mondo riconosca la vostra bellezza, — aggiunse; e vi fu un momento che mi sentii a disagio udendolo parlare così, perché capivo che voleva illudere me, o illudere sé stesso. — Voglio vestire la mia Jane di raso e di trina e deve avere rose nei capelli, e le coprirò il capo adorato con un velo da principessa.

— Allora non mi riconoscerete più, sarò una scimmia vestita da arlecchino, un corvo con le penne di pavone, non sarò più la vostra Jane Eyre.

"Non mi meraviglierei di più se vi vedessi vestito da attore, che se vedessi me stessa in abito di corte; io non vi dico che siete bello, benché vi ami molto, anzi troppo per lusingarvi; perciò non mi adulate.

Egli continuò sullo stesso tema, senza accorgersi del dispiacere che mi recava.

— Oggi stesso, — riprese, — vi condurrò in carrozza a Millcote per farvi scegliere alcuni abiti. Vi ho detto che dobbiamo sposarci fra quattro settimane, senza pompa, e dopo partiremo per Londra.

"Di là condurrò il mìo tesoro nelle regioni del sole, fra i vigneti della Francia e nelle pianure italiane, ed ella deve vedere tutto quanto vi è di famoso nella storia antica e nella moderna, deve conoscere la vita delle città e capire che cosa vale, paragonandosi con le altre donne.

— Viaggerò.... e con voi, signore?

— Dovete stare qualche tempo a Parigi, a Roma, a Napoli, a Firenze, a Venezia e a Vienna; tutti i paesi, che ho percorsi, voglio di nuovo visitarli con voi; ovunque ho posato il piede, dovete posarvelo pur voi, piccola silfide. Per dieci anni ho viaggiato l'Europa mezzo pazzo di rabbia, di odio e di disgusto come i miei compagni; ora guarito e redento, visiterò di nuovo quei luoghi con l'angiolo che mi conforta e mi sorregge.

Risi nel sentirlo parlar così.

— Non sono un angiolo, — gli dissi, — e non voglio esserlo finché non muoio; voglio esser quella che sono. Signor Rochester, non dovete aspettarvi di trovare in me nulla di angelico, sareste deluso, come io se cercassi in voi qualcosa di divino.

— Che cosa vi aspettate di trovare in me?

— Per qualche tempo sarete come adesso, ma per poco, poi diverrete di nuovo freddo, poi capriccioso, poi cupo, ed io dovrò darmi molta pena per piacervi; quando per altro, vi sarete assuefatto a me, mi vorrete di nuovo bene.... dico, mi "vorrete bene" e non mi amerete. Il vostro amore svanirà dopo sei mesi o anche meno. Ho osservato che, nei libri scritti dagli uomini, questo periodo è assegnato come limite massimo all'ardore dei mariti. Ma come compagna e come amica credo che non diverrò mai spiacevole agli occhi del mio caro signore.

— Spiacevole! E non amarvi più! Vi vorrò sempre bene e poi sempre, e vi costringerò a riconoscere che non soltanto vi voglio bene, ma che vi amo, di amore vero, fervente e costante.

— Non siete forse capriccioso, signore?

— Con le donne che mi piacciono soltanto per la loro faccia, sono più perfido del diavolo, specialmente quando mi accorgo che non hanno né cuore né anima, quando mi dimostrano la loro volgarità, la loro trivialità e spesso anche la loro imbecillità; ma quando incontro un occhio puro e una lingua eloquente, un'anima fatta di fuoco e un carattere che si piega senza rompersi, flessibile e forte, dolce e resistente, allora sono affettuoso e fedele.

— Avete mai fatto l'esperienza di un carattere siffatto, signore? Avete amato mai una donna come quella che avete descritta?

— L'amo ora.

— Ma se io potessi non resistere a questa prova, se prima di me...?

— Non ho mai incontrata una donna come voi, Jane, voi mi piacete e mi dominate.... pare che mi sottomettiate e mi piace la vostra pieghevolezza; e quando mi avvolgo alle dita le dolci e sottili fila della matassa di seta, sento nelle braccia un fremito che sale e si produce anche nel cuore. Sono dominato, sono conquiso, ma l'influenza che subisco è dolce come non posso dirlo, e la captività mi procura maggior piacere che qualsiasi trionfo.

"Perché sorridete, Jane? Che cosa significa quell'aspetto impenetrabile, inesprimibile?

— Pensavo, signore, — scusatemi, perché il pensiero è stato involontario, — pensavo a Èrcole e a Sansone e alle loro incantatrici....

— E voi, piccola silfide siete....

— Basta, signore. Non vi ha più saviezza nelle vostre parole, che negli atti di quei due che vi ho nominati ora. È probabile però che, se fossero stati ammogliati, la loro severità come mariti avrebbe offuscata la loro tenerezza come innamorati, e così ho paura che accada di voi.

"Vorrei sapere che cosa mi rispondereste fra un anno, se vi chiedessi un favore che non voleste concedermi.

— Chiedetemi qualcosa ora, Jane; la più piccola cosa, perché desidero esser pregato.

— Subito vi contento, perché la mia domanda è pronta.

— Parlate! ma se mi guardate sorridendo in codesta maniera, sarò costretto ad appagar la domanda, prima che sappia di che si tratta, e sarebbe una follia dal mio canto.

— No, davvero, signore; vi chiedo solamente: non mandate a prendere i gioielli, non mi ponete rose nei capelli; sarebbe lo stesso che guarnir di trina d'oro il fazzoletto ordinario che avete in mano.

— Sarebbe lo stesso che ornare d'oro l'oro fino, lo so. La vostra domanda sarà appagata.... per ora. Sospenderò l'ordine al mio banchiere. Ma non avete da domandarmi nulla? Pregatemi di darvi qualcosa.

— Ebbene, siate cortese di appagare su un punto la mia curiosità.

Egli si turbò e disse frettolosamente:

— Su quale? Su quale? La curiosità è pericolosa; per fortuna non ho promesso nulla.

— Non vi è nessun pericolo nel compiacermi, signore.

— Parlate, dunque, ma vorrei che invece di farmi una semplice domanda curiosa, alla quale forse è legato un segreto, mi aveste chiesto la metà delle mie ricchezze.

— Ebbene, re Assuero, che cosa farei della metà del vostro patrimonio? Credete che sia un ebreo usuraio, che voglia appropriarmi della metà dei vostri possessi? Vorrei avere la vostra confidenza; perché mi negate quella, quando mi date il cuore?

— Siete la benvenuta, Jane, se volete essere a parte di quelle confidenze che sono degne di voi; ma per l'amor di Dio, non cercate di caricarvi di un fardello inutile! Non allungate le labbra verso il veleno, non chiedetemi un dono pericoloso!

— Perché no, signore? Mi avete detto appunto quanto vi faceva piacere di esser soggiogato, di esser convinto. Non credete che farei bene a strapparvi una confessione, a pregare, a supplicare, a piangere anche, per esperimentare il mio potere?

— Vi sfido a fare una prova siffatta: cercate d'indovinare e il giuoco terminerà subito.

— Davvero, signore? Ci rinunciate così presto? Ma come vi siete fatto tetro! Le vostre palpebre sono gonfie come il mio dito e la vostra fronte è densa di nubi. Così sarete una volta ammogliato, signore?

— E se voi sarete così una volta maritata, io, come cristiano, devo rinunziare a unirmi con uno spirito o con una salamandra. Ma che cosa volevate domandarmi, piccina? Sbrigatevi!

— Ora non siete neppur più cortese, ma a me piace più la rudezza che la lusinga e preferisco essere una piccina, piuttosto che un angiolo. Ecco che cosa volevo domandarvi: perché vi siete tanto arrabattato per farmi credere che volevate sposare la signorina Ingram.

— Non volete saper altro? Grazie a Dio non v'è nulla di male! — e nel dir questo la sua fronte si rasserenò, e mi accarezzò i capelli come se vedesse dileguarsi un pericolo. — Credo di potervi confessare, Jane, — disse, — benché io tema di farvi andare un pochino in collera— so, Jane, come prendete fuoco quando vi arrabbiate. Ieri sera al lume di luna eravate piena d'ardimento quando imprecavate al fato e vi dichiaravate mia eguale, perché siete voi, Jane, che l'avete detto!

— Sicuro, lo dissi; ma ritornate in carreggiata, fatemi il piacere, signore.... parlatemi della signorina Ingram.

— Ebbene, facevo la corte alla signorina Ingram, perché volevo rendervi innamorata pazza di me, come ero di voi; sapevo che la gelosia era il mezzo più sicuro per giungere all'intento.

— Bel mezzo! Come vi rimpicciolisce! non siete più grande ora ai miei occhi del mio dito mignolo. È una vergogna, un vero scandalo di aver operato così. Non pensavate punto, signore, ai sentimenti della signorina Ingram?

— I sentimenti di lei sono tutti assorbiti dall'orgoglio ed è bene che questo sia umiliato. Eravate gelosa, Jane?

— Neppur per sogno, signor Rochester. — Del resto non deve importarvi di saperlo. Rispondetemi francamente: credete che la signorina Ingram non soffra per la vostra disonesta opera? Non si sentirà umiliata e abbandonata?

— È impossibile, perché, come vi ho detto, è lei al contrario che mi ha respinto; l'idea della mia miseria raffreddò, o meglio estinse in un momento la sua fiamma.

— Avete un curioso modo di ragionare, signor Rochester, e temo che i vostri principii, sotto molti punti di vista, sieno strani.

— Essi non sono mai stati diretti, Jane, e possono essersi spesso sviati.

— Ebbene, ditemi seriamente: posso io accettare la grande felicità che mi offrite, senza tema che altri soffra gli atroci dolori che io stessa ho patiti?

— Sì, potete, mia cara e buona piccina; nessun'altra creatura al mondo ha per me il vostro puro amore; perché la mia anima si sente dolcemente accarezzata dalla vostra affezione, Jane.

Volsi le labbra verso la mano, che egli mi aveva posata sulla spalla, e la baciai.

Lo amavo tanto, più di quanto volevo confessarlo a me stessa, più di quanto si possa esprimere con parole.

— Chiedetemi qualche altra cosa, — diss'egli, — è una delìzia per me di esser pregato e di cedere.

Avevo la mia domanda bell'e pronta.

— Comunicate le vostre intenzioni alla signora Fairfax, signore, — dissi, — mi vide iersera con voi nel vestibolo e rimase turbata. Datele alcune spiegazioni prima che la riveda, perché mi duole di esser mal giudicata da una così brava donna.

— Salite in camera e mettetevi il cappello: vorrei condurvi stamane a Millcote. Mentre vi vestirete, io cercherò di illuminare la mente della vecchia signora. Penserà forse, Jane, che siete perduta, perché mi avete dato il vostro amore?

— Credo che si figuri che io abbia dimenticato la mia situazione, e voi la vostra, signore.

— Situazione! Situazione! Vi ho collocata nel mio cuore, e guai a chi vorrebbe insultarvi ora o in seguito. Andate!

Mi vestii in un attimo, e, quando sentii uscire il signor Rochester dal salotto della vedova, corsi giù. La vecchia signora leggeva la Bibbia, come soleva fare ogni mattina, e aveva posato gli occhiali; per il momento pareva che avesse dimenticato l'occupazione sospesa all'entrare del signor Rochester; gli occhi fissi sul muro esprimevano la profonda meraviglia di uno spirito tranquillo che ha appreso una straordinaria notizia.

Vedendomi si alzò, fece uno sforzo per sorridere e mormorò alcune parole di congratulazione, ma il sorriso spirò sulle labbra e la frase rimase incompleta; si mise gli occhiali, chiuse la Bibbia ed allontanò la sedia dalla tavola.

— Sono così meravigliata, signorina Eyre, che non so che cosa debbo dirvi. Certo non ho sognato.... Qualche volta, quando sto qui sola, mi addormento e mi figuro cose che non sono accadute; spessissimo ho creduto di vedere mio marito, che è morto da quindici anni, sedere accanto a me, l'ho udito anche chiamarmi Alice, come soleva fare. Potete dirmi se il signor Rochester vi ha veramente offerto di sposarlo? Non vi burlate di me, ma mi par davvero che egli sia stato qui cinque minuti fa e mi abbia detto che fra un mese sarete sua moglie.

— Mi ha detto la stessa cosa, — risposi.

— Davvero! E gli credete? E avete accettato?

— Sì.

Mi guardò con meraviglia.

— Non l'avrei mai creduto. È un uomo orgoglioso, tutti i Rochester sono stati come lui e suo padre era anche attaccato al denaro. Anche lui è sempre stato economo. E vi vuole sposare?

— Così mi ha detto.

Mi esaminò e lessi nel suo sguardo che essa non trovava in me nessuna attrattiva capace di risolvere l'enigma.

— Non capisco! — continuò. — Non dubito però di ciò che dite. Come si spiegherà tutto questo? Non lo so davvero. Si dice che l'eguaglianza di situazione e di patrimonio è necessaria in questi casi, poi ci corrono vent'anni tra lui e voi. Potrebbe essere certamente vostro padre.

— Questo poi no, signora Fairfax! — esclamai.

— Non par davvero mio padre e nessuno di quelli che ci vedranno insieme, potrà supporre questo. Il signor Rochester par giovane ed è certo giovane come un uomo di venticinque anni.

— Ed è davvero per amore che vuole sposarvi?

Ero così offesa da quella freddezza e da quello scetticismo che mi misi a piangere.

— Sono dolente di avervi fatto pena, — continuò la vedova, — ma voi siete così giovane e conoscete così poco gli uomini che desideravo porvi in guardia. C'è un vecchio proverbio che dice: "Non è tutt'oro quel che riluce" e in questo caso temo che accada qualcosa di ben diverso da quello che vi aspettate. Pensateci!

— Perché? Sono forse un mostro? — dissi. — È forse impossibile che il signor Rochester abbia per me affetto sincero?

— No, non siete punto un mostro, anzi siete molto migliorata in questi ultimi tempi, e credo che il signor Rochester vi ami. Mi sono sempre accorta che eravate la sua preferita, e spesso ho sofferto per voi di quella preferenza spiccata e avrei desiderato di potervi mettere in guardia; ma esitavo di farvi vedere anche la possibilità del male. Sapevo che quell'avvertimento vi avrebbe offesa e, sapendovi profondamente modesta e sensibile, che avreste saputo difendervi da voi stessa. Non posso dirvi quanto soffrissi ieri sera, allorché, dopo avervi cercata per tutta la casa senza avervi potuta trovare, vi vidi tornare a mezzanotte insieme col signor Rochester....

— Ebbene, ora non importa più, — la interruppi con impazienza. — Basta che tutto sia terminato bene.

— Spero che ogni cosa andrà bene sino alla fine, — diss'ella, — ma credetemi, dovete esser cauta. Cercate di tenere il signor Rochester a una certa distanza; diffidate di voi stessa quanto di lui. I signori non sogliono sposare la loro istìtutrice.

Stavo per irritarmi di quel linguaggio, quando fortunatamente Adele entrò correndo nel salotto.

— Lasciatemi venire a Millcote con voi, — esclamò. — II signor Rochester non vuole, eppure c'è posto nella carrozza nuova; pregatelo di lasciarmi venire, signorina.

— Certo, Adele, — risposi; — e mi affrettai ad uscire per sottrarmi ai consigli della vedova.

La carrozza era pronta e veniva verso il portone.

Il signor Rochester camminava sul marciapiede attorno alla casa, seguito da Pilato.

— Adele può venire con noi, non è vero, signore? — gli domandai.

— Le ho detto di no; non voglio seccature; voglio esser solo con voi.

— Lasciatela venire, signor Rochester, è meglio.

— È un impiccio.

Lo sguardo e la voce non ammettevano replica. Gli avvenimenti della signora Fairfax e i suoi dubbii mi avevano resa perplessa.

Qualcosa d'indefinito e d'incerto aveva offuscato le mie speranze e avevo quasi perduta la convinzione di poter esercitare su di lui la mia volontà.

Stavo per ubbidire macchinalmente senza spender più nessuna parola, ma nell'aiutarmi a salir in carrozza mi guardò.

— Che cosa c'è? — mi disse. — Tutta la gioia vi è sparita dal volto. Desiderate veramente che la piccina venga con noi? Vi fa pena forse che la lasci qui?

— Preferirei che venisse, signore.

— Allora andate a prendere il cappello e tornate in un baleno, — disse a Adele.

Ella ubbidì subito.

— Del resto, che cosa importa d'imporsi un po' di ritegno per una mattinata? Fra poco avrò i vostri pensieri, la vostra compagnia e voi tutta per la vita intera.

Adele, dopo esser salita in carrozza, incominciò a toccarmi, volendomi dimostrare la sua gratitudine per la mia intercessione, ma fu subito relegata in un cantuccio accanto al signor Rochester.

Ogni momento mi guardava, perché un vicino così cupo la turbava e non osava comunicargli le sue impressioni, né rivolgergli nessuna domanda.

— Lasciatela venire accanto a me, — dissi, — costì vi dà noia, e qui c'è posto.

Me la dette, come se si fosse trattato di un cuscino.

— La metterò in pensione, — disse; ma intanto sorrideva.

Adele lo udì e domandò se sarebbe andata in pensione senza di me.

— Sì, — rispose, — proprio senza la signorina, perché io la conduco con me nella luna. Cercherò una caverna in una delle valli bianche intorno alle cime di un vulcano, e là starà la signorina sola con me

— Non troverà nulla da mangiare; la volete far morire di fame? — domandò Adele.

— Andrò a raccoglier manna per il pranzo e per la cena. Le colline e le pianure della luna sono tutte coperte di manna, Adele.

— Avrà freddo; come farà a scaldarsi?

— Nella luna il fuoco esce dalle montagne; quando avrà freddo la porterò in vetta a un monte e la metterò sull'orlo di un cratere.

— Oh come ci starà male! E poi i suoi vestiti si consumeranno, e come farà ad averne altri?

Il signor Rochester fece finta di essere impacciato.

— Via! — disse. — Che cosa fareste, Adele? Lambiccatevi il cervello per trovare un mezzo. Che cosa ne direste di una nube bianca o rosa per farne un vestito? E non potrebbe tagliarsi una bella sciarpa nell'arcobaleno?

— Sta meglio qui, — concluse Adele dopo aver riflettuto, — e poi si annoierebbe di viver sola con voi nella luna. Se fossi nella signorina, non acconsentirei a star sola con voi.

— Ella ha già acconsentito e mi ha data la parola.

— Ma non potete andare nella luna; non c'è strada; non c'è altro che l'aria, e nessuno dei due sa volare.

— Adele, guardate quel campo.

Avevamo passati i cancelli di Thornfield e si correva sulla bella strada di Millcote.

La burrasca aveva fatto sparire la polvere, le siepi e gli alberi, rinfrescati dalla pioggia, verdeggiavano.

— In quel campo passeggiavo quindici giorni sono.... la sera del giorno nel quale mi aiutaste a riporre il fieno nella capanna. Siccome ero stanco, mi misi a seder là, presi una matita e un taccuino e incominciai a scrivere la narrazione di un dolore che mi aveva colpito molto tempo addietro; scrivevo presto presto, benché fosse quasi notte, quando vidi avanzarsi qualcuno sulla via, e fermarsi a due metri di distanza da me.

“Alzai gli occhi e vidi una creaturina con un velo sottilissimo sulla testa.

“Le feci cenno di avvicinarsi e mi venne davanti.

“Non le parlai, ella non mi disse nulla, ma io lessi nei suoi occhi, ella lesse nei miei, e il nostro colloquio muto ebbe l'effetto seguente:

"Era una fata che veniva dal paese delle silfidi, disse. E il suo scopo era quello di farmi felice. Dovevo lasciare il mondo e ritirarmi con lei nella solitudine — come nella luna, per esempio — e con la testa m'indicava il corno argenteo che sorgeva di dietro le montagne. Mi disse che lassù c'erano caverne di alabastro e valli d'argento, ove potremmo abitare. Le dissi che l'avrei seguita volentieri, ma che non avevo le ali per volare.

"Oh! — mi rispose la fata. — Non fa nulla. Ecco il talismano che farà svanire ogni ostacolo.",

E mi mostrò un piccolo cerchio d'oro.

"Mettetelo nel quarto dito della mano sinistra e io sarò vostra e voi sarete mio, e insieme lasceremo la terra e avremo lassù il paradiso."

La fata indicò di nuovo la luna. Adele, l'anello l'ho in tasca, sotto l'apparenza di una sterlina, ma voglio di nuovo trasformarlo in anello.

— Ma che cosa c'entra la signorina con questo racconto? M'importa poco della fata; avete detto che volevate condurre la signorina nella luna.

— La signorina è una fata, — rispose egli misteriosamente.

Dissi allora ad Adele di non occuparsi di quel chiacchierio ed ella, col suo profondo scetticismo di francese, sentenziò che il signor Rochester era un vero bugiardo e che non credeva alla fiaba, perché del resto le fate non c'erano, e anche se ci fossero non apparirebbero a lui per offrirgli un anello e invitarlo ad abitare la luna.

L'ora che spendemmo a Millcote fu assai noiosa per me.

Il signor Rochester volle che andassi in una bottega di telerie e cercava d'indurmi a scegliere una mezza dozzina di vestiti.

Non ne avevo voglia e gli domandai di rimetter la scelta a un'altra volta; ma no, dovetti ubbidire.

Tutto ciò che ottenni fu di ridurre il numero dei vestiti da sei a due, ma giurò che quei due li avrebbe scelti lui.

Vidi con pena che i suoi occhi si fermavano sulle stoffe chiare, al fine si decise per una color ametista molto ricca e su un'altra di raso rosa.

Ripresi a parlargli sotto voce e gli feci osservare che tanto valeva darmi un vestito d'oro e un cappello d'argento, che non avrei mai e poi mai portato quelle stoffe.

Dopo molto discutere, perché era inflessibile come un masso, si decise a prendere un vestito di raso nero e un altro di seta color perla.

— Saranno buoni per ora, — disse, — ma in seguito dovrete splendere come un'aiuola fiorita.

Fui ben contenta quando uscimmo dalla bottega di seterie e da quella dell'orefice.

Più mi faceva doni, e più le guance si coprivano di rossore per l'umiliazione che provavo.

Quando mi sedei in carrozza, scossa e febbricitante, mi rammentai di quello che in tanta agitazione aveva del tutto dimenticato: della lettera di mio zio alla signora Reed, della intenzione che egli aveva di adottarmi e di lasciarmi il suo. — Sarebbe un sollievo per me, — pensai, — di aver qualcosa del mio; non posso sopportare di esser vestita come una bambola del signor Rochester, e di vedermi inondata, come Danae, da una pioggia d'oro. Appena tornerò a casa, scriverò a Madera allo zìo John e gli dirò che sto per maritarmi. Se fossi certa di aumentare un giorno il patrimonio del signor Rochester, sopporterei più facilmente le spese che ora fa per me.

Un poco sollevata da quel pensiero (che subito misi in esecuzione, scrivendo a Madera) mi arrischiai a incontrare lo sguardo del padrone, che cercava sempre il mio, benché io lo evitassi.

Egli mi sorrise e mi parve che quel sorriso dovesse esser simile a quello che un sultano in un giorno d'amore e di felicità accorda a una schiava arricchita dal suo oro e dalle sue gemme. Respinsi la mano, che sempre cercava la mia e la sottrassi tutta arrossata da una stretta appassionata.

— Non avete bisogno di guardarmi così, — dissi, — e, se continuate, non porterò fino all'ultimo giorno altro che il mio vecchio vestito di Lowood e mi mariterò con questo vestito di cotone lillà; con la seta color perla potete farvi un abito e col raso nero un'infinità di sottovesti.

Mi accarezzò e si stropicciò le mani.

— Che felicità di vederla e di sentirla parlare! — esclamò. — Come è originale! Com'è piccante! Non cambierei questa ragazza inglese con tutto il serraglio del Sultano, con tutti gli occhi di gazzella e le forme delle Uri!

Quell'allusione orientale mi dispiacque.

— Non voglio tenervi davvero luogo di un serraglio, — dissi. — Se vi piace quel genere di donna, andate nei bazars di Stambul subito subito, e spendete, nel procurarvi schiave, quel denaro che non sapete impiegar qui.

— E che cosa fareste, Jane, se io comprassi tutte quelle tonnellate di carne e una provvista di occhi neri?

Mi preparerei per partire come missionaria a fine di predicare la liberazione degli schiavi e di quelle donne che avreste tratte in ischiavitù, s'intende; m'introdurrei fra le donne del vostro harem, le ecciterei alla rivolta, e voi, pascià a tre code, sareste subito incatenato, e non spezzerei le vostre catene finché non aveste firmato uno statuto, il più liberale che despota abbia mai elargito.

— Acconsentirei a essere nelle vostre mani, Jane.

— E non avrei misericordia, signor Rochester, specialmente se i vostri occhi avessero la stessa espressione che hanno ora. Vedendo il vostro sguardo, sarei sicura che non firmereste lo statuto altro che con la forza, e il primo atto, dopo ricuperata la libertà, sarebbe quello di violarne le condizioni.

— Perché, Jane, me ne vorreste porre? Temo che, oltre il matrimonio celebrato all'altare, mi vogliate imporre un'altra cerimonia. Volete stipulare, vedo, certe speciali condizioni: quali sono?

— Vi domando solamente un po' di condiscendenza nella volontà, la quale deve sapersi liberare dagli obblighi imposti del mondo. Vi rammentate quello che mi diceste di Celina Varens, dei brillanti e dei cachemires che le avevate regalati? Non voglio essere per voi una Celina Varens inglese, e per ora continuerò ad essere soltanto l'istitutrice di Adele; così guadagnerò il vitto e l'alloggio e le mie trenta sterline l'anno. Voglio provvedere del mio alle spese di vestiario, e voi non mi darete nulla, altro....

— Altro che?

— Altro che il vostro affetto, e, se io vi dò il mio, saremo pari.

— Bene, ma in quanto a impudenza e orgoglio, non avete l'eguale, — disse. — Ci avviciniamo a Thornfield; vorreste degnarvi di pranzare oggi con me? — mi domandò mentre passavamo il cancello del parco.

— No, signore, vi ringrazio.

— E perché mi dite di no?

— Non ho mai pranzato con voi, e non vedo la ragione di farlo, fino a quando...

— Fino a quando? Vi divertite a parlare a metà.

— Fino a quando non potrò fare altrimenti.

— Credete che mangi come un orco, se temete di avermi per compagno di tavola.

— Non ho fatto una supposizione simile, signore, ma non desidero cambiar usi per un mese ancora.

— Volete rinunciare tutt'insieme alla vostra schiavitù d'istitutrice?

— Non ci ho pensato, ma vi prego di lasciarmi in questi giorni come al solito. Starò lontana da voi tutto il giorno e la sera, se volete vedermi, potete farmi chiamare e allora verrò, ma non in altro tempo.

— Vorrei fumare o prendere una presa di tabacco per consolarmi o "pour me donner une contenance", come direbbe Adele.

"Ma per disgrazia non ho né l'astuccio dei sigari, né la tabacchiera.

"Ascoltatemi ora, piccola tiranna, avete tutti i vantaggi su di me, ma verrà in breve la mia volta, e quando mi sarò impossessato di voi, vi legherò con una catena come questa (e accennava la catena dell'orologio) al figurativo, s'intende. — Sì, cara, e vi porterò sul cuore, come porto questo gioiello.

Mi disse questo aiutandomi a scender di carrozza, intanto che io prendevo Adele e la portavo in casa quasi correndo.

Egli mi chiamò presso di sé ogni sera. Gli avevo preparato una occupazione, perché non volevo che le nostre conversazioni si prolungassero troppo.

Sapevo che aveva una bella voce e che come tutti quelli che cantano bene, si divertiva a cantare. Io non cantavo bene e, come me lo aveva detto, non sapevo neppur sonare con gusto, ma piacevami molto di udir la musica bene eseguita.

Appena il crepuscolo, quell'ora delle romanze, incominciò a stendere il suo dolce velo stellato sul cielo, aprii il pianoforte e lo supplicai di cantare.

Mi rispose che era un essere capriccioso e che lo avessi fatto un'altra volta, ma io lo assicurai che il momento non poteva esser più propizio.

— Vi piace la mia voce? — mi domandò.

— Moltissimo.

Non ero solita lodarlo, ma quella volta eccitai la sua vanità per riuscire nell'intento.

— Allora accompagnatemi, Jane.

— Cercherò di farlo, signore.

Tentai infatti, ma poco dopo mi fece alzare dallo sgabello, dicendomi:

— Strimpellatrice!

Essendo stata spinta da parte senza cerimonie (era appunto quel che volevo), prese il mio posto e s'accompagnò da sé, perché suonava anche bene.

Io mi nascosi dietro la finestra, e, mentre guardavo gli alberi e i prati, cantò le seguenti parole su un'aria dolce e soave.

"L'amore il più fedele, che abbia mai infiammato un cuore, spandeva con rapidi fremiti la vita in ogni mia vena.

"II suo arrivo era la mia speranza quotidiana, la sua partenza il mio dolore; tutto ciò che poteva ritardare i suoi passi mi riempiva di gelo ogni vena.

"Io sognavo che fosse una felicità immensa di essere amato come io amavo, e feci ogni sforzo per conseguirla.

"Ma immenso e impraticabile era lo spazio che ci divideva e pericoloso a varcare come le onde spumanti del verde Oceano.

"Ed era mal frequentato, come i luoghi favoriti dai briganti, come i boschi selvaggi e deserti, perché il potere, la giustizia, la disgrazia e l'odio stavano fra noi.

"Affrontai il pericolo, disprezzai gli ostacoli, sfidai i presentimenti e sorpassai impetuosamente tutto ciò che mi minacciava, mi spossava e mi avvertiva.

"E il mio arcobaleno si stese rapido come la luce, io fui assorto in un sogno, perché glorioso mi si parò davanti questo figlio della Pioggia e del Sole.

"Sulle nubi malinconiche splende questa gioia dolce e solenne, ma poco mi turba ora il pensiero di prossimi e spaventosi disastri.

"Non vi penso in questo dolce momento, eppure tutto quello che ho scacciato può tornare, portato da ali agili e forti per chiedere vendetta.

"L'Odio orgoglioso può colpirmi ed abbattermi, la Giustizia oppormi barriere insormontabili, il Potere opprimente, con uno sguardo irritato, proclamarmi eterna inimicizia.

"La mia amata ha posto però con nobile fedeltà la sua manina nella mia ed ha giurato che una sacra unione deve confondere le nostre esistenze.

"La mia amata ha giurato col suggello di un bacio di vivere e morire con me; ho dunque una felicità senza nome: amo e sono amato!"

Egli si alzò e venne verso di me.

La sua faccia ardeva, e i suoi occhi di falco scintillavano; ognuno dei suoi tratti rivelava la tenerezza e la passione.

Rimasi per un momento interdetta, ma subito mi rimisi.

Non volevo aver con lui né una scena sentimentale, né appassionata dimostrazione d'amore; tutt'e due mi esponevano a un pericolo; dovevo preparare le armi per la difesa, e quando mi fu vicino gli domandai aspramente chi voleva sposare ora.

— È una strana domanda in bocca della mia cara Jane.

— Mi par molto naturale e necessaria, — risposi, aggiungendo che aveva parlato della sua futura moglie che sarebbe morta con lui. Che cosa significava quell'idea pazza? Io non aveva intenzione di morire con lui, potevo esserne certa.

Egli mi rispose che il suo desiderio era che vivessi presso di lui, che la morte non era fatta per me.

— Sì, davvero: ho diritto di morire a suo tempo, come ne avete diritto voi, ma aspetterò che la morte giunga senza affrettarla.

Mi domandò se volevo perdonargli quell'egoistico pensiero o suggellare il perdono con un bacio.

No: volevo piuttosto esser scusata.

Allora mi sentii trattare di "creaturina dura" e aggiunse che ogni altra donna avrebbe pianto lagrime di tenerezza, sentendosi cantare le proprie lodi.

Lo assicurai che difatti ero molto dura e inflessibile e che tale mi avrebbe trovata spesso in seguito, e che del resto ero desiderosa di mostrargli quanti lati bizzarri aveva il mio carattere prima che fossero passate quelle quattro settimane, affinchè sapesse a che cosa s'impegnava, mentre era ancora in tempo di tirarsi addietro.

Mi rispose di calmarmi e di parlare ragionevolmente.

Gli risposi che desideravo di esser calma e di parlare ragionevolmente e mi lusingavo di averlo fatto sempre.

Egli si agitò sulla sedia con palese impazienza. "Benissimo, — pensavo, — potete agitarvi e indispettirvi, se vi piace, ma sono convinta che questo sia il miglior mezzo di condurmi con voi. Vi amo immensamente ma non voglio cadere in una esagerazione di sentimento; voglio, con l'asprezza delle mie risposte, tenervi lontano dal precipizio e serbare fra noi una distanza, utile ad entrambi.

A poco a poco lo spinsi in una grande collera e quando si fu ritirato in un cantuccio all'altra estremità della stanza, mi alzai e dissi con la solita maniera rispettosa: "Vi auguro la buona notte, signore" e uscii dalla stanza.

Io continuai questo sistema per le quattro settimane che seguirono, col miglior esito possibile. Spesso egli era rude e di cattivo umore, ma mi accorgevo che era sempre nella stessa disposizione d'animo rispetto a me: una sottomissione da agnellino, una dolcezza da tortorella avrebbe eccitato il suo dispotismo, mentre questa condotta, che pur lo irritava, era approvata dal suo criterio, dal suo buon senso e rispondeva meglio ai suoi gusti.

In presenza di altre persone, ero verso di lui rispettosa e deferente; una condotta diversa sarebbe stata riprensibile; ma nelle conversazioni serali lo irritavo e lo affliggevo. Egli continuava a farmi chiamare appena l'orologio suonava le sette e appena comparivo non mi chiamava il suo "amore", la sua "cara," anzi mi trattava da "bambola provocante," da "fata maliziosa," spirito mobile. Le boccacce avevano sostituito le carezze, e invece di strette di mano mi dava pizzicotti nel braccio, e in luogo di baci tiratine di orecchio.

Ero contenta e preferivo quegli sgarbi alle tenerezze.

Mi accorgevo dell'approvazione della signora Fairfax; ella non era più impensierita per me. Talvolta il signor Rochester diceva che era stanco e che presto si sarebbe vendicato.

Io rideva di sottecchi a quella minaccia. "Posso costringervi ora a esser ragionevole, — pensavo, — e se un mezzo perde la sua efficacia, ne troveremo un altro."

Però il mio compito non era facile; spesso avrei preferito compiacerlo anzi che irritarlo.

Il mio fidanzato mi era caro più che tutto al mondo, più ancora che la mia speranza nel cielo.

Egli si era frapposto fra me e ogni pensiero di religione, come un oggetto che eclissasse il sole.

Il pensiero della creatura non mi riconduceva a quello di Dio, perché del mio sposo avevo fatto un idolo.