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Jane Eyre.  Charlotte Brontë
Capitolo 17.
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Trascorse una settimana senza che avessi notizie del signor Rochester.

Dopo dieci giorni non era ancora tornato.

La signora Fairfax mi disse che non si sarebbe stupita se dopo aver lasciato il castello del signor Eshton fosse andato a Londra e poi sul continente, per non tornare in tutto l'anno a Thornfield.

Sentendola parlar così fui colta da un brivido e stetti per venir meno.

Avevo subito una dolorosa delusione.

Ma facendo appello alle mie forze e rammentandomi i miei principii, mi studiai di dar ordine alle mie sensazioni, e ben presto riuscii a dominare l'errore passeggiero e a convincermi che non mi doveva importar nulla di ciò che faceva il signor Rochester.

Eppure non cercavo di umiliarmi persuadendomi di essergli troppo inferiore, ma dicevo a me stessa che fra me e il padrone di Thornfield non vi era nulla di comune e che era pazzia di voler riporre in lui i miei sentimenti più dolci, le mie estasi, i miei strazii, poiché egli non era nella stessa posizione mia.

Prima di tutto non dovevo cercar di uscire dalla mia classe e a nutrire in cuore un amore che non mi era chiesto o che sarebbe stato disprezzato.

Continuai tranquillamente a compiere i miei doveri, ma sovente mi si presentavano alla mente eccellenti ragioni per lasciare Thornfield e pensavo ai mezzi di cambiar posto.

Credei inutile di scacciare questo pensiero e con una specie di fatalità lasciai che germogliasse e portasse frutti, se poteva.

Il signor Rochester era assente da circa quindici giorni, quando la signora Fairfax ricevè una lettera di lui.

Mentre ella rompeva il sigillo, io continuai a sorbire tranquillamente il caffè (eravamo a colazione). Era caldo e così potei spiegare il rossore che mi coprì il volto quando giunse la lettera, ma non mi detti pena di cercar la ragione che mi faceva tremar la mano e versare il caffè nel piattino.

— Qualche volta mi lagno che qui c'è troppa tranquillità, — disse la signora Fairfax, — ma ora, per qualche tempo almeno, ci sarà da fare.

Mi permisi allora di domandare con indifferenza:

— Ma il signor Rochester non deve tornare per ora?

— Invece arriverà fra tre giorni, cioè giovedì, e non viene solo; conduce seco una comitiva di conoscenti. Dice che si preparino le più belle camere della villa, la biblioteca e la sala. Mi ordina pure di far venir gente da Millcote per aiutare in cucina. Le signore condurranno le cameriere e i signori i loro camerieri.

La vedova terminò in fretta di mangiare per dar subito ordini. E per tre giorni ci fu molto da fare.

Le stanze di Thornfield mi erano parse in perfetto ordine, ma forse mi ero ingannata.

Tre nuove donne di servizio giunsero per aiutare le altre; tutto fu strofinato, spazzolato, battuto, lustrato.

Adele correva in mezzo a quel disordine ed era pazza dalla gioia pensando a tutta quella gente che doveva arrivare.

Volle che Sofia rinfrescasse i suoi vestiti; cambiasse le guarnizioni e intanto saltava sui letti e sulle materasse abballinate davanti ai caminetti accesi per farle asciugare.

Non le davo lezioni, perché per desiderio della signora Fairfax stavo tutto il giorno in dispensa ad aiutar lei e la cuoca, e intanto imparavo a far pasticci e dolci, a preparare la cacciagione e ad accomodare i dolci nei trionfi.

Si aspettavano gli ospiti il giovedì all'ora di desinare, cioè alle sei.

Non avevo tempo di correr dietro alle mie chimere e fui allegra e attiva più di tutte, meno Adele.

A momenti però l'allegria svaniva e mi ritornavano nel cuore le sinistre congetture, e sopratutto quando vedevo la porta della scala del terzo piano, che in quegli ultimi tempi era stata sempre chiusa, aprirsi lentamente per lasciar passare Grace Poole che andava pian piano a dire qualche parola alle altre donne, che erano nelle camere.

Ella scendeva in cucina una volta al giorno per desinare, fumava un momento accanto al focolare e tornava in camera sua, triste, cupa, portando seco un boccale di porter.

Delle ventiquattr'ore ella ne passava una soltanto con la servitù.

Il resto rimaneva sola in una stanza bassa del secondo piano, intenta a cucire o a ridere forte del suo strano riso, sola come un prigioniero in una segreta.

Ciò che sopratutto mi stupiva, si era che in casa nessuno pareva badare alle consuetudini di Grace, nessuno domandava che cosa facesse lassù, nessuno compiangevala della solitudine e dell'isolamento.

Un giorno afferrai un brano di conversazione fra Leah e una delle donne a giornata.

Parlavano di Grace; Leah disse qualcosa che non capii e l'altra rispose:

— Sarà certo pagata bene?

— Sì, — rispose Leah, — vorrei esser pagata come lei, benché non possa lagnarmi. Abbiamo buoni salarii a Thornfield, ma la Poole ha cinque volte più di me; ogni trimestre va a portare il denaro alla Banca di Millcote, e avrà certo messo da parte tanto da far vita indipendente. Ma credo che non voglia smettere di lavorare, perché è forte e capace, e non ha ancora quarant'anni.

— È una brava donna?

— Nessuna è più abile di lei per quello che deve fare, — rispose Leah in tono significativo. — Non tutti potrebbero fare quel che fa anche per denaro.

— Oh! per questo no. Mi meraviglio che il padrone....

Leah si accorse che ero presente, e allora fece cenno alla compagna di tacere, e questa aggiunse a voce bassa:

— Non lo sa la signorina Eyre?

Leah crollò la testa, e la conversazione cessò.

Da quella però avevo ricavato che a Thornfield c'era un mistero che non dovevo conoscere.

La sera prima del giovedì tutti i preparativi erano terminati, i vasi erano pieni di fiori, i mobili lucenti e nella sala da pranzo le credenze erano coperte di ricche porcellane.

In tutta la casa i fiori esotici spandevano un forte profumo.

Nel dopo pranzo la signora Fairfax si mise un bel vestito di raso nero, i guanti e l'orologio d'oro, perché doveva ricever gli ospiti e condurre le signore nelle loro camere.

Anche Adele volle vestirsi, benché fossi convinta che in quel giorno non sarebbe stata presentata alle signore.

Peraltro permisi a Sofia di metterle un vestito di mussolina bianca.

Io invece non cambiai d'abito, persuasa che non mi avrebbero fatto uscire dallo studio, vero santuario per me e rifugio nei momenti di turbamento.

Era una calma e serena giornata della fine di marzo, di quelle che pare annunzino l’estate; disegnavo e siccome era anche caldo, avevo aperta la finestra dello studio.

— È tardi, — disse entrando la signora Fairfax, — e sono contenta di aver ordinato il pranzo per le sette e non per le sei, come voleva il signor Rochester. Ho mandato John al cancello per vedere se scorgeva una comitiva sulla via di Millcote.

Si affacciò alla finestra.

— Eccolo che torna, — disse. — Ebbene, John, che notizie ci sono?

— Vengono, signora. Saranno qui fra dieci minuti.

Andai io pure alla finestra nascondendomi dietro le tende per vedere senza esser veduta.

I dieci minuti di John mi parvero molto lunghi, ma alla fine si udì un rumore di ruote.

Quattro cavalieri galoppavano avanti, dopo venivano due carrozze scoperte, nelle quali scorsi veli e piume ondeggianti.

Due fra i cavalieri erano giovani e belli, nel terzo riconobbi il signor Rochester, montato su Mesrour, il suo cavallo nero, e accompagnato da Pilato, che gli saltava davanti; accanto a lui vi era una signora giovane, con un'amazzone rossa che toccava quasi terra.

A traverso il velo vidi la ricca capigliatura d'ebano.

— La signorina Ingram! — esclamò la vedova, e scese rapidamente.

La cavalcata volse l'angolo della casa e la perdei di vista.

Adele voleva scendere, ma io la presi sulle ginocchia e le feci capire che né ora né mai ella non doveva andare a vedere le signore, se il suo tutore non la faceva chiamare, e aggiunsi che egli sarebbe andato in collera, se mi avesse disubbidito; pianse un poco, io feci la seria ed ella finì per consolarsi.

Si udiva un lieto vocio nella sala; le voci gravi degli uomini si univano armoniosamente a quelle argentine delle signore, poi passi leggieri salirono la scala; s'intesero nel corridoio gaie risate, le porte furono aperte e richiuse e tutto, per un po' di tempo, tornò nel silenzio.

— Si vestono, — disse Adele, che ascoltava ogni movimento, e sospirò: — In casa della mia mamma, — riprese, — quando c'era gente, andavo dappertutto, in salotto e nelle camere, e spesso guardavo le cameriere vestire e pettinare la signora. Mi divertivo tanto; così s'impara.

— Avete appetito, Adele?

— Sì, signorina; sono già cinque o sei ore che non abbiamo mangiato.

— Ebbene, mentre le signore si vestono, scenderà a prendere qualcosa.

Uscendo con precauzione dal mio asilo, scesi dalla scala di servizio che conduceva direttamente in cucina.

Tutti erano in moto; la minestra e il pesce erano cotti già e il cuoco curvavasi sui fornelli; nel tinello due cocchieri e tre servitori erano aggruppati intorno al fuoco e tutta la servitù avventizia era affaccendata.

Traversai quel caos per andare in dispensa, presi un pollo freddo, qualche pasticcino, un pane, dei piatti e delle posate per tornare in fretta nello studio.

Ero entrata nel corridoio, quando un mormorio mi avvertì che le signore uscivano dalle camere.

Non potevo giungere allo studio, senza esser veduta così carica di provvigioni.

Rimasi dunque in quel cantuccio, facendo voti di non essere osservata.

Le camere si vuotarono, tutte le signore dopo uscite rimasero un momento aggruppate, parlando con dolce vivacità.

Vidi, dal mio nascondiglio, che erano riccamente vestite.

Poi si dileguarono nella scala, lasciandomi negli occhi una visione di eleganza.

Adele aveva socchiusa la porta e s'era messa a guardare.

— Oh che belle signore! — esclamò. — Come sarei contenta di andare con loro! Credete che il signor Rochester mi faccia chiamare....

— Non lo sperate, le vedrete forse domani. Ecco il vostro desinare.

Siccome Adele aveva molto appetito, fu per un momento distratta dal pollo e dai pasticcini.

Avevo fatto bene ad andare in dispensa a prendere quelle provviste, se no nessuno avrebbe pensato a noi.

Erano le nove passate quando gli ospiti si alzarono da tavola, e alle dieci appena i servi portavano via le tazze del caffè.

Permisi a Adele di star levata fino a tardi, perché diceva che non si sarebbe potuta addormentar finché non cessavano di aprire e chiudere le porte del piano di sotto.

Le raccontai tante novelle, poi per distrarla la condussi nel corridoio.

Il lampadario del vestibolo era acceso, e affacciandosi alla scala poteva veder passare i servi. Sul tardi si udirono a un tratto le note del pianoforte, che era stato portato in sala. Ci sedemmo sugli scalini per ascoltare.

Una voce di donna si unì alle potenti vibrazioni dello strumento; ella cantava con molta dolcezza.

All'a solo seguì un duo e poi un coro. Negli intervalli giungeva fino a noi il brusio di un'allegra conversazione.

Ascoltai lungamente, studiando tutte le voci, cercando di distinguere fra tutte quella del signor Rochester; poi mi sforzai di afferrare le parole.

Suonarono le undici e Adele aveva sonno. La presi in collo e la misi a letto.

Quando gli ospiti andarono nelle loro camere, era quasi il tocco.

Il giorno dopo splendeva un sole raggiante, e fu consacrato a una escursione nei dintorni.

La comitiva partì presto; chi era a cavallo, chi in carrozza. Vidi la partenza e il ritorno.

La signorina Ingram era la sola donna a cavallo e, come il giorno prima, il signor Rochester le galoppava a fianco. Essi erano separati dagli altri. Feci osservare quella circostanza alla signora Fairfax che era alla finestra.

— Pretendevate, — le dissi, — che non vi è nessuna probabilità che si sposino; ma guardate e ditemi se il signor Rochester non la preferisce a ogni altra?

— Sì, l'ammira senza dubbio.

— E lei lo ammira pure, — aggiunsi, — non vedete come si china per parlargli confidenzialmente? Vorrei vederla in viso: non mi è ancora riuscito.

— La vedrete stasera. Ho detto al signor Rochester che Adele desiderava di veder le signore, e mi ha risposto: "Ebbene, che venga in sala dopo pranzo e dite alla signorina Eyre di accompagnarla."

— L'ha detto per semplice cortesia, ma non vi andrò, — risposi.

— Gli ho fatto osservare che non eravate avvezza a veder gente, e che vi farebbe pena di comparire in mezzo ad estranei, ed egli ha risposto col suo tono asciutto: "Sciocchezze! Se fa resistenza, ditele che lo desidero, e, se non viene, andrò io a prenderla."

— Non gli procurerò questa noia, — risposi. — Andrò, perché devo, ma mi fa pena. Vi sarete, signora Fairfax?

— No, ho chiesto di non presentarmi. Ecco come bisogna fare per evitare un'entrata cerimoniosa, che è molto spiacevole. Andrete in sala prima che le signore si sieno alzate da tavola, e vi metterete in un canto. Non occorre che restiate molto quando i signori le avranno raggiunte. Basta che il signor Rochester vi veda.

— Credete che tutta questa gente rimarrà a lungo alla villa?

— Una settimana o due. Dopo Pasqua, sir John Lynn, che è stato nominato membro del comune di Millcote, andrà in città e credo che il signor Rochester ve lo accompagni, perché mi fa specie che abbia fatto un soggiorno così lungo a Thornfield.

Vedevo giungere con timore il momento in cui avrei dovuto andare in sala.

Adele era stata in estasi tutto il giorno e non si calmò che quando Sofia incominciò a vestirla.

Quando i capelli di lei furono accomodati in riccioli, quando si fu messa il vestito di raso rosa, i mezzi guanti di trina nera, rimase grave come un giudice, in attesa che io pure fossi vestita.

La mia toilette non fu lunga.

Indossai il vestito di seta grigia che mi ero fatto per il matrimonio della signorina Temple e che non mi ero più messo, mi lisciai i capelli, appuntai al colletto la spilla con la perla e scendemmo.

La sala era vuota e un bel fuoco ardeva nel caminetto di marmo, e le candele brillavano in mezzo ai fiori rari.

L'arco che metteva nella sala da pranzo era chiuso dalla portiera rossa, ma questa sottile divisione bastava a non farmi afferrare i discorsi che si tenevano a tavola.

Adele era sempre solenne. Si sedè su un panchettino che le indicai; io mi ritirai accanto a una finestra, e prendendo un libro cercai di leggere. Adele portò il panchettino davanti a me, e poco dopo mi toccò il ginocchio.

— Che cosa volete? — le domandai.

— Posso prendere uno di quei bei fiori per completare la mia toilette?

— Ci pensate troppo, Adele, — risposi, — mettendole una rosa nella cintura.

Ella sospirò di soddisfazione come se quel fiore avesse completato la sua felicità.

Mi volsi per nascondere un sorriso. Vi era qualcosa di comico e di triste nella devozione innata di quella piccola parigina, per tutto quello che si riferiva alla toilette.

A un tratto udii alzarsi diverse persone nella stanza vicina, fu aperta la portiera che chiudeva l'arco e sotto a quello comparve un gruppo di signore.

Erano soltanto otto, ma da prima mi parvero di più.

Alcune erano alte, molte vestite di bianco e tutte coperte di vesti ampie, ondeggianti, che le rendevano imponenti. Mi alzai e le salutai.

Una o due risposero con un lieve inchinar del capo; le altre si contentarono di guardarmi.

Si dispersero nella sala. La leggerezza dei loro movimenti le faceva somigliare a un gruppo di uccelli bianchi; alcune si adagiarono sui sofà, altre si curvarono sulle tavole per guardare i libri e i fiori, altre infine formarono un gruppo e si misero a parlare con una voce bassa, ma chiara, che pareva loro abituale.

Seppi più tardi come si chiamavano, così posso fin d'ora disegnarle coi loro nomi.

Vidi prima la signora Eshton e le sue due figlie. La madre doveva essere stata assai bella e si conservava bene. Amy, la maggiore delle ragazze, era piccola e aveva nel volto e nelle maniere qualcosa di piccante, il vestito di mussolina bianca e la cintura celeste armonizzavano con quella figurina ingenua e infantile. Sua sorella, Luisa, era più alta e più elegante e aveva un visino arruffato. Del resto le due sorelle parevano due gigli.

Lady Lynn era una donna di quaranta anni, forte, dritta, con lo sguardo altero. Portava un ricco abito di raso cangiante; una penna celeste e un diadema di pietre preziose facevano risaltare la sua nera capigliatura.

La signora Dent era meno splendida, ma più donna; era sottile, pallida, con i capelli biondi. Preferiva il suo vestito di raso nero, la sua sciarpa di trina e le sue perle allo splendore della nobile lady.

Ma tre signore soprattutto si facevano osservare per l'alta statura. Erano lady Ingram e le figlie Bianca e Maria. Tutte e tre avevano una altezza smisurata. La madre poteva avere una cinquantina d'anni, la vita era ancora bella e i capelli neri, almeno di sera. I denti avevano serbato la loro bianchezza.

Tenuto conto dell'età, doveva passar per bella, ma nel suo contegno e nello sguardo si leggeva una fierezza insopportabile.

Aveva i lineamenti romani e un doppio mento che s'ingolfava nel collo enorme. I suoi tratti mi parvero oscurati e solcati dall'orgoglio, che le faceva tener così eretta la testa. Masticava ogni parola. La sua voce era pomposa, profonda, dogmatica, insomma insopportabile. A causa di un vestito di velluto rosso e di un turbante fatto con uno scialle indiano, credeva di essere imponente come un'imperatrice.

Bianca e Maria la stessa figura di lei; alte e dritte come due pioppi. Maria era troppo sottile; Bianca era fatta come Diana. La guardai con interesse speciale; prima voleva sapere se somigliava al ritratto che me ne aveva fatto la signora Fairfax, poi alla miniatura mia e finalmente, devo confessarlo, se era fatta per piacere al signor Rochester.

Per quanto riguardava la sua persona, corrispondeva perfettamente sia alla mia miniatura che alla descrizione della signora Fairfax. Il busto nobile, le spalle spioventi, il collo pieno di grazia, gli occhi scuri e le sopracciglia nere erano là – ma il suo viso? Il suo viso era come quello della madre, anche se più giovane e meno rugoso; la stessa fronte bassa, gli stessi tratti alteri, lo stesso orgoglio. Non era, tuttavia, un orgoglio così cupo! Ella rideva sempre, ma il suo riso aveva un suono ironico, come l'espressione della bocca.

Si dice che il genio ha coscienza del proprio valore; non so se la signorina Ingram avesse genio, ma aveva coscienza del proprio valore.

Così incominciò a parlar di botanica con la dolce signora Dent, che certo non l'aveva studiata.

La signorina Ingram, invece, era padrona di quella scienza e la sbalordì con le sue cognizioni.

Mi accorsi che si burlava della signora Dent e lo faceva abilmente, ma ciò non indicava che avesse un'indole buona.

Suonò il piano con brio, cantò, facendo udire una bella voce, parlò francese con sua madre e mi accorsi che aveva buon accento.

Maria aveva un volto più aperto, tratti più dolci e carnagione più bianca della sorella, che pareva una spagnuola.

Ma Maria non aveva tant'anima, non parlava. Le due sorelle erano vestite di bianco.

Poteva Bianca piacere al signor Rochester? Non so, perché non conoscevo i gusti di lui. Se amava le bellezze maestose, Bianca poteva essere un ideale e generalmente doveva essere ammirata. Per sapere se gli piaceva, dovevo vederli insieme.

Appena le signore furono entrate, Adele andò loro incontro, e, salutandole con cerimonia, aveva detto:

— Buon giorno, signore.

La signorina Bianca la guardò ironicamente, esclamando:

— Oh che bambina!

— Credo, — disse lady Lynn, — che sia pupilla del signor Rochester, quella francesina di cui ci ha parlato.

La signora Dent la prese dolcemente per la mano e l'abbracciò.

Amy e Luisa Eshton esclamarono:

— Che amore di bambolina!

La condussero sul sofà, ed ella si mise a parlare ora in francese, ora in cattivo inglese, cattivandosi non solo le due ragazze, ma anche la signora Eshton e lady Lynn.

Finalmente fu servito il caffè e giunsero i signori.

Io era seduta in un cantuccio e la tenda della finestra mi celava per metà.

L'ingresso degli uomini mi parve imponente come quello delle dame.

Erano tutti vestiti di nero, la maggior parte alti, alcuni giovani.

Enrico e Federico Lynn erano elegantissimi, il colonnello Dent mi parve un bel militare, il signor Eshton un magistrato di provincia, con maniere da signore e un aspetto da padre nobile.

Lord Ingram era alto e bello come le sorelle, ma aveva l'apatia della minore e pareva privo di vivacità e di vigore.

Ov'era il signor Rochester?

Egli giunse alfine. Non guardava verso la porta, eppure lo vidi entrare e cercai di concentrare tutta l'attenzione sulle maglie della borsa alla quale lavoravo e avrei voluto pensare soltanto alle perline d'argento e ai fili di seta, ma non potei impormi di non guardarlo, né di non pensare al nostro ultimo colloquio, a quella stretta di mano che mi aveva dato, quando guardandomi negli occhi mi parlava col cuore.

Come era vicina a lui allora! Chi aveva potuto cambiar tanto i nostri rapporti?

Ora eravamo estranei l'uno all'altro, tanto estranei che non speravo neppure che mi avesse rivolto la parola, e non fui sorpresa quando lo vidi sedersi all'altra estremità della sala per parlare con una signora.

Quando lo vidi assorto nella conversazione, osai osservarlo e stornando gli occhi dal lavoro, li fissai su di lui, provando in quella contemplazione un vivo eppur straziante piacere.

La mia gioia somigliava a quella dell'uomo morente di sete, che si trascina fino a una fonte, che sia avvelenata, eppure ne beve l'acqua come se fosse un nettare divino.

È vero che ciò che pare brutto a certuni, può parer bello ad altri.

Il viso scolorito e olivastro del signor Rochester, la sua fronte quadrata e potente, i suoi sopraccigli neri, i suoi occhi profondi, i tratti marcati, la bocca dura, insomma l'espressione risoluta ed energica del volto non rispondeva alle regole sulla bellezza, ma per me il suo viso era più che bello, mi attraeva e mi dominava.

Non avevo voluto amarlo, avevo fatto quanto stava in me per cacciare dal mio cuore le prime illusioni dell'amore, ma appena lo rivedeva tutte le impressioni si ridestavano in me con nuova forza.

Egli si era impossessato dei miei sentimenti e mi costringeva ad amarlo senza neppur badare a me.

Lo paragonavo ai suoi ospiti. Che cosa valeva la grazia elegante dei giovani Lynn, il languore signorile di lord Ingram e anche la compostezza militare del colonnello Dent dinanzi allo sguardo del signor Rochester pieno di forza inusitata e di potenza naturale?

Il loro aspetto, l'espressione dei loro volti, non destava in me nessuna simpatia, eppure tutti li giudicavano belli e attraenti, mentre si diceva che il signor Rochester avesse i tratti neri e lo sguardo cupo.

Li sentii ridere. La candela aveva tanto animo nella sua luce, quanto essi nel sorriso.

Vidi sorridere anche il signor Rochester. I suoi tratti si addolcirono, i suoi occhi si fecero dolci, brillanti e indagatori.

Parlava in quel momento con le signorine Eshton e mi stupii che esse rimanessero calme dinanzi a quello sguardo così penetrante; credevo che avrebbero abbassato gli occhi e arrossito e fui contenta di non vederle punto commosse.

— Non è per loro quello che è per me, — pensavo. — Non ha nulla di comune con la loro indole, e credo che abbia molto di comune con la mia. Capisco il linguaggio dei suoi movimenti, sento come lui, e nonostante che siamo in altra situazione sociale, pure nella testa, nel cuore, nei nervi, nel sangue ho qualcosa che forma fra noi un'unione spirituale. Alcuni giorni fa ha detto che non avevo nulla di comune con lui, altro che i rapporti fra padrone e dipendente, ho proibito a me stessa di pensare a lui, altro che come a un padrone che mi paga, eppure ho pronunziato una bestemmia. So che devo nascondere i miei sentimenti, soffocare ogni speranza, ricordarmi che non può badare a me, perché quando dico che ha molto di comune con la mia indole, non intendo dire che ho la sua forza né la sua attrattiva, ma soltanto che ho gusti e sentimenti simili ai suoi. Debbo dunque convincermi che saremo separati per sempre, ma che debbo amarlo per tutta la vita.

Fu servito il caffé.

Dopo l'arrivo degli uomini, le signore erano diventate allegre come lodole e la conversazione si fece più animata. Il colonnello Dent e il signor Eshton parlavano di politica, le loro mogli li ascoltavano. Le due orgogliose vedove lady Lynn e lady Ingram parlavano insieme.

Sir George, gentiluomo campagnuolo, grasso e fresco, stava ritto accanto al sofà, con la tazza in mano, e diceva di tanto in tanto una parola. Federico Lynn era seduto accanto a Maria Ingram e le faceva vedere le illustrazioni di un bel libro; ella guardava e sorrideva, ma parlava poco.

Il flemmatico lord Ingram si curvava sulla spalliera della sedia della vivace Amy Eshton, che gli gettava uno sguardo ogni tanto e chiacchierava come uno sgricciolo, perché preferiva l'altissimo lord al signor Rochester.

Enrico Lynn stava seduto quasi ai piedi di Luisa e Adele accanto a lui.

Egli cercava di parlar francese con la bimba e Luisa rideva degli sbagli che faceva.

Bianca Ingram era sola davanti a una tavola, graziosamente china su un album; pareva che aspettasse che qualcuno andasse a prenderla; stanca dell'attesa risolse di cercare un compagno.

Il signor Rochester. dopo aver lasciato le signorine Eshton, si era seduto solo solo davanti al fuoco, ma fu raggiunto da Bianca.

— Signor Rochester, — diss'ella, — credevo che non voleste bene ai bambini.

— Ed avevate ragione.

— E allora perché avete preso cura di quella bambola? — disse, accennando Adele. — Dove l'avete scovata?

— Non l'ho scovata, me l'hanno affidata.

— Avreste dovuto metterla in un istituto.

— Non potevo, sono troppo cari.

— Ma mi pare che abbiate un'istitutrice; ho visto qualcuno con la vostra pupilla; se ne è forse andata? No, è là, dietro la tenda. Certo la pagate, e siccome dovete mantenerle tutte e due, non ci sarebbe il tornaconto.

Temevo, o per dir meglio speravo che quella allusione alla mia presenza spingerebbe il signor Rochester a guardare dal mio lato, e involontariamente mi rincantucciai sempre più, ma egli non voltò l'occhio.

— Non ci avevo pensato, — disse con indifferenza, guardando dinanzi a sé.

— No, voi non pensate mai all'economia, né alle cose assennate. Se sentiste mamma parlare delle governanti! Mary e io ne abbiamo avute almeno una dozzina; la metà erano pessime, le altre ridicole, tutte insopportabili; non è vero, mamma?

— Che cosa avete detto, carina?

La ragazza ripetè la domanda.

— Mia carissima, non parlate d'istitutrici; quella parola mi turba. Ho sofferto il martirio per la loro incapacità e per le loro espressioni. Ringrazio Iddio di non averne più bisogno.

La signora Dent si curvò allora verso lady Ingram e le disse qualcosa a voce bassa.

Suppongo che le facesse notare la presenza di una persona appartenente a quella razza, sulla quale aveva lanciato il suo anatema.

— Tanto meglio, — rispose la nobile dama. — spero che le gioverà!

Poi aggiunse più piano, ma in modo però che le parole giungessero fino a me:

— L'ho già esaminata: sono buon giudice delle fisonomie, e nella sua leggo tutti i difetti caratteristici delle istitutrici.

— E quali sono? — domandò a voce alta il signor Rochester.

— Ve li dirò a quattr'occhi, — rispose ella scrollando tre volte il turbante in modo significativo.

— La mia curiosità sarà svanita allora; vorrei che l'appagaste subito.

— Domandatelo a Bianca, è più vicina a voi e ve lo potrà dire.

— Oh! non mi date quest'incarico, mamma. Non ho, del resto, che dire altro che una parola su quella genia, ed è che non può far altro che nuocere.

"Non dico che le istitutrici mi abbiano fatto molto soffrire; anzi Teodoro ed io non abbiamo risparmiato dispetti alle nostre governanti, Maria era troppo apatica per prendere parte attiva ai nostri complotti.

"A madame Joubert specialmente ne abbiamo fatte delle belle. La signorina Wilson era una povera creatura malata e triste e non meritava che ci dessimo pena per ravvivarla, la signora Grey era dura e insensibile e nulla faceva presa su di lei, ma madame Joubert! Vedo ancora la sua collera, quando dopo aver rovesciato il tè, sminuzzato i crostini, gettato i libri per aria ci mettevamo a far baccano con i leggii, le righe, le molle e la paletta, Teodoro, vi rammentate di quei giorni di allegria?

— Sì, certo, — rispose lentamente lord Ingram. — E la povera vecchia soleva dirci che eravamo cattivi.

"Allora le facevamo lunghe prediche per provarle che era una presunzione da parte sua, essendo tanto ignorante, di voler istruire fanciulli intelligenti come noi.

— Sì, e vi rammentate, Teodoro, che vi aiutavo a perseguitare anche il vostro precettore, signor Virming, col viso color siero. Gli avevamo messo il soprannome di pastore malato di pipita. Lui e la signorina Wilson presero la libertà di amarsi, o almeno Teodoro ed io lo supponemmo; avevamo sorpreso fra loro uno scambio di occhiate dolci e certi sospiri, che attribuivamo alla passione amorosa.

"Vi assicuro che il pubblico fu subito informato della nostra scoperta e fu un mezzo per liberarci da quella catena di schiavitù. Appena mamma lo seppe, disse che era immorale; non è vero, mamma?

— Sì, carina, e non avevo torto. Vi sono mille ragioni perché in una casa ben regolata non si debba far nascere amore fra un'istitutrice e un precettore. Prima....

— Oh! madre graziosa, risparmiateci l’enumerazione di quelle ragioni! del resto le sappiamo a mente: cattivo esempio per l'innocenza dei bambini; negligenza continua da parte dell’istitutrice e del precettore; alleanza e confidenze scambievoli; discorsi che ne nascono; insolenza per parte dei maestri, rivolta e insurrezione generale. Non è così, baronessa Ingram di Ingram-Park?

— Sì, mio bel giglio, avete ragione come sempre.

— Allora è inutile di parlarne più, cambiamo discorso.

Amy Eshton non capì queste parole o non volle farci attenzione, perché esclamò con la sua dolce voce infantile:

— Luisa ed io avevamo il vizio di tormentare la nostra istitutrice, ma lei era così buona, che sopportava tutto senza irritarsi, non è vero, Luisa?

— Oh! sì. Avevamo un bel rovesciare la sua cassetta da lavoro, metterle sottosopra i cassetti, non ci serbava mai rancore, ed era così buona che ci dava tutto quanto le si chiedeva.

— Forse, — disse la signorina Ingram mordendosi le labbra ironiche, — forse saremo costrette ad ascoltare l'enumerazione di tutte le virtù delle governanti! Per evitare questa noia, vi prego di nuovo di voler cambiar discorso. Signor Rochester, approvate la mia petizione?

— Signora, vi approvo su questo punto come su tutti gli altri.

— Allora, tocca a me a farla eseguire. Signor Edoardo, siete in voce oggi?

— Donna Bianca, se lo comandate, sarò in voce.

— Allora, signore, la mia Altezza vi ordina di preparare i polmoni, che saranno messi a contribuzione per il mio reale servizio.

— Come vorrei essere il Rizzio di una Maria così divina!

— Non m'importa nulla di Rizzio! — esclamò scrollando gli abbondanti ricci bruni e accostandosi al pianoforte. — Secondo me, il menestrello David era un imbecille e preferiva il nero Bothwell; mi pare che un uomo debba avere in sé qualcosa di diabolico, e nonostante tutto ciò che si racconta su James Hepburn, ritengo che quel bandito doveva essere uno di quegli eroi fieri e selvaggi, che mi sarebbe piaciuto di prender per marito.

— Signori, l'avete udita? Ebbene, chi è fra voi che somiglia più a Bothwell? — domandò il signor Rochester.

— Su voi dovrebbe cader la nostra scelta, — rispose il colonnello Dent.

— Sul mio onore, vi sono grato, — fu la risposta.

La signorina Ingram si era seduta al pianoforte con grazia altera.

Dopo aver regalmente allargato il suo vestito bianco, eseguì un brillante preludio, senza cessar però di parlare.

Quella sera era inebriata e con le parole e con gli atti pareva che volesse eccitare non solo l'ammirazione, ma anche la meraviglia; voleva colpire con il suo splendore.

A me apparve molto ardita,

— Oh! — riprese continuando a scorrer le dita sulla tastiera, — sono noiata dei giovani dei giorni nostri, povere e misere creature che avrebbero paura a varcare il cancello del parco del padre loro, e anche di accostarvisi senza il permesso della mamma; che non pensano altro che alla loro bellezza e alle loro mani bianche, come se gli uomini dovessero esser belli, come se l'attrattiva esteriore non fosse un privilegio della donna! Ammetto che una donna brutta sia una macchia nella creazione, ove tutto è bello, ma gli uomini non debbono ambire altro che la forza e il coraggio, la loro occupazione è la caccia e la lotta, il resto non val nulla. Ecco quale sarebbe la mia divisa, se fossi uomo!

— Quando mi mariterò, — aggiunse dopo una pausa, che nessuno interruppe, — non voglio trovare un rivale in mio marito, non voglio nessun pretendente al mio trono. Esigerò da lui omaggio completo; non voglio che la sua ammirazione sia divisa fra me e l'immagine che vedrà nel suo specchio. Ora, cantate, signor Rochester; vi accompagnerò.

— Non chiedo altro che di obbedirvi, — rispose.

— Ecco la romanza del Corsaro. Sappiate che mi piacciono i corsari, così vi prego di cantare con spirito.

— Un ordine vostro animerebbe il marmo.

— Ebbene, allora, state attento, perché se non mi piace come cantate, vi svergognerò facendovi sentire come va interpretata questa romanza.

— Offrite un premio all'incapacità e ora che lo so, farò di tutto per cantar male.

— Guardatevene bene; se lo fate apposta, la pena sarà proporzionata alla colpa.

— Signorina Ingram, siate indulgente; perché potreste infliggere una punizione così grande che un uomo non potrebbe sopportare.

— Spiegatevi! — rispose la ragazza.

— Scusate, ogni spiegazione sarebbe inutile. L'istinto deve avervi avvertita che uno sguardo severo dei vostri occhi è una pena capitale.

— Cantate, — diss'ella, ricominciando l'accompagnamento.

— Ecco il momento di andarmene, — pensai, — ma le note che colpirono il mio orecchio, mi costrinsero a restare.

La signora Fairfax mi aveva detto che il signor Rochester aveva una bella voce; era difatti potente e rivelava la forza del suo animo; era penetrante e destava strane sensazioni.

Ascoltai fino all'ultima vibrazione quelle note piene e sonore, aspettai che il movimento cagionato dai complimenti d'uso si fosse calmato, allora lasciai il mio cantuccio e uscii da una porta laterale, che per fortuna era vicina a me. Uno stretto corridoio metteva nel vestibolo. Nel traversarlo mi accorsi di avere una scarpa sciolta, e mi inginocchiai sulla stuoia per rilegarla.

A un tratto udii i passi di un uomo, e nel rialzarmi prontamente, vidi dinanzi a me il signor Rochester.

— Come state? — mi domandò.

— Benissimo, signore.

— Perché non siete venuta a parlarmi in sala?

Pensai che avrei potuto rivolgergli la stessa domanda, ma non volendo prendermi quella libertà, gli risposi:

— Mi è parso che foste tanto occupato e non avrei osato disturbarvi, signore.

— E che cosa avete fatto durante la mia assenza?

— Niente di particolare; ho continuato a dar lezione ad Adele.

— E vi siete fatta anche più pallida; me ne sono accorto subito. Ditemi che cosa avete.

— Non ho niente, signore.

— Vi siete forse raffreddata in quella notte in cui mi avete coperto d'acqua?

— No, davvero.

— Ritornate in sala; siete uscita troppo presto.

— Sono stanca, signore.

Mi guardò per un momento.

— E un poco triste, — aggiunse. — Che cosa avete? Ditemelo, ve ne prego.

— Niente, niente, signore, non sono triste.

— Sono sicuro del contrario. Siete tanto triste che una parola basterebbe ad empirvi gli occhi di lagrime. Guardate, eccone già una che brilla e si muove sulle vostre ciglia. Se avessi tempo, se non temessi di veder comparire qualche serva curiosa, saprei da che cosa dipende questa tristezza. Andiamo, per stasera vi scuso, ma sappiate che fino a tanto che i miei ospiti rimangono qui, vi chiedo di venire in sala tutte le sere; lo desidero vivamente; fatelo, ve ne prego. Ora andate e mandate Sofia a prendere Adele. Buona sera, mia....

Si morse le labbra e mi lasciò bruscamente.