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Le Due città.  Charles Dickens
Capitolo 3. La delusione
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Il signor procuratore generale aveva da informare i giurati che il prigioniero dinanzi a loro, benchè giovane d'anni, era vecchio nelle arti del tradimento, che esigevano per lui la pena di morte. Che il suo traffico col nemico del paese non era un traffico di oggi, o di ieri, o anche dell'anno prima, o di due anni prima. Che era certo che il prigioniero, per un tempo molto più lungo, aveva avuto l'abitudine di passare e ripassare fra la Francia e l'Inghilterra per faccende segrete delle quali non poteva dare alcuna onesta spiegazione. Che se la natura dei malefici fosse stata quella di colpire il segno (il che fortunatamente non era), l'effettiva malvagità e la colpa delle sue intraprese sarebbero potute rimanere occulte. Che la Provvidenza, però, aveva ispirato a una persona la quale non conosceva che fosse la paura e che fosse il biasimo, d'indagare i disegni del prigioniero, e, invasa dal più vivo orrore, di rivelarli al più alto segretario di Sua Maestà e all'onorevolissimo suo consiglio privato. I giurati avrebbero visto quel patriota, la cui posizione e il cui contegno, dopo tutto, erano sublimi. Egli era stato amico dell'accusato, ma a un tratto, in una felice e malaugurata ora, scoprendo la sua infamia, aveva risoluto d'immolare il traditore, che non poteva più intimamente rispettare, sull'altare della patria. Se nella Gran Bretagna, come nell'antica Grecia e nell'antica Roma, ci fosse stato l'uso di dedicar delle statue ai pubblici benefattori, a quel nobilissimo cittadino ne sarebbe stata consacrata una. Siccome quest'uso non c'era, probabilmente la statua non gli sarebbe stata dedicata. Ma la virtù, come era stato cantato dai poeti (in molti brani, che, certo, i giurati avevano, parola per parola, sulla punta della lingua; al che i visi dei giurati mostrarono una triste consapevolezza di non saper nulla di nulla intorno a quei brani), era in una certa maniera contagiosa, specialmente la virtù nota come patriottismo o amor del paese natìo. Il sublime esempio di quell'immacolato e irreprensibile testimone d'accusa, la cui menzione era semplicemente un onore, s'era comunicato al valletto dell'accusato, e aveva generato in lui la santa risoluzione di esaminare i cassetti e le tasche del padrone, e di trafugare le carte. Lui (il signor procuratore generale) era preparato a udire qualche tentativo di denigrazione contro quell'ammirevole valletto; ma, generalmente parlando, egli lo anteponeva ai suoi (del signor procuratore generale) fratelli e sorelle, e l'onorava più che non onorasse suo padre (del signor procuratore generale) e sua madre. Lui aspettava fiduciosamente che i giurati avrebbero fatto lo stesso. La deposizione di quei due testimoni, insieme coi documenti, che sarebbero stati presentati, delle loro scoperte, avrebbe dimostrato che l'accusato s'era provveduto di liste delle forze di Sua Maestà, della loro disposizione per mare e per terra, in modo da non lasciar alcun dubbio ch'egli avesse abitualmente comunicato quelle informazioni a una potenza ostile. Non si poteva provare che quelle liste fossero di mano dell'accusato; ma quello era un particolare indifferente, anzi più adatto a rafforzare l'accusa, perchè dimostrava che l'accusato era scaltro nelle sue precauzioni. La prova risaliva a cinque anni indietro, e mostrava che il prigioniero s'era dato alle sue perniciose missioni, nel termine di poche settimane prima della data della primissima azione combattuta fra le truppe inglesi e le americane. Per queste ragioni, i giurati, essendo una giuria onesta (com'egli la conosceva) ed essendo una giuria intelligente (come essi sapevano d'essere) dovevano, volessero o no, condannare l'accusato e finirla con lui. I giurati non avrebbero mai potuto posar tranquillamente la testa sul guanciale; non avrebbero mai potuto tollerar l'idea che le loro mogli posassero tranquillamente la testa sul guanciale; non avrebbero mai potuto sopportar l'idea che i loro figliuoli posassero tranquillamente la testa sul guanciale; a farla breve, per loro e per i loro cari non sarebbe stato più possibile posar tranquillamente la testa sul guanciale, se non fosse stata troncata la testa dell'accusato. Quella testa il signor procuratore generale concluse col domandare, in nome di tutto ciò che potè pensare con una frase sonora, e sulla fede della sua solenne assicurazione ch'egli considerava l'accusato già morto e sepolto.

Aveva appena il procuratore generale cessato di parlare, che si levò un ronzio nella sala, come se una nuvola di grossi mosconi sciamasse intorno all'accusato, in anticipo di ciò ch'egli sarebbe divenuto fra poco. Attenuatosi il ronzìo, apparve nella tribuna dei testimoni l'irreprensibile patriota.

Il signor sostituto generale, seguendo la linea del suo capo, esaminò il patriota, che si chiamava Giovanni Barsad, di professione civile. La storia della sua pura anima corrispose esattamente alla dichiarazione fattane dal signor procuratore generale... forse, se un difetto v'era, un po' troppo esattamente. Dopo aver alleggerito il suo nobile seno dal carico che lo opprimeva, egli si sarebbe modestamente ritirato, se quel gentiluomo con la parrucca, che aveva dinanzi un fascio di carte, seduto non lungi dal signor Lorry, non avesse espresso il desiderio di fargli qualche domanda. L'altro gentiluomo con la parrucca, che sedeva di fronte, era ancora occupato a guardare il soffitto della sala.

Era stato mai una spia anche lui? No, l'irreprensibile patriota sorrise con sprezzo a quella vile insinuazione. Di che viveva? Della sua proprietà. Dov'era la sua proprietà? Non ricordava precisamente dov'era. In che consisteva? Era una faccenda che non riguardava gli altri. L'aveva ereditata? Sì. Da chi? Da parenti lontani. Molto lontani? Piuttosto. Era stato mai in prigione? Niente affatto. E in una prigione per debiti? Non capiva che c'entrasse quella domanda. Ancora una volta: non era stato mai in una prigione per debiti, dunque? Sì. Quante volte? Due o tre volte. Non cinque o sei? Forse. Che professione aveva? Gentiluomo. Non era stato mai pigliato a calci? Poteva esser avvenuto. Spesso? No. Non era stato pigliato a calci e fatto ruzzolar giù per le scale? Assolutamente no; una volta aveva avuto un calcio su un pianerottolo, ed era caduto giù per le scale spontaneamente. Fu pigliato a calci in quell'occasione per aver barato ai dadi? Fu detto qualche cosa di simile dal mentitore ubbriaco che lo aveva assalito, ma non era vero. Poteva giurare che non era vero? Positivamente. Aveva vissuto mai barando al giuoco? Mai. Aveva mai vissuto col giuoco? Non più di quanto facevano altri gentiluomini suoi pari. S'era mai fatto prestar del denaro dall'accusato? Sì. L'aveva mai restituito? No. La sua intimità con l'accusato, in realtà molto superficiale, non era stata un'intimità d'accatto, imposta all'accusato nelle diligenze, negli alberghi, sui battelli? No. Era certo di aver veduto l'accusato con quelle liste? Certo. Non sapeva altro su quelle liste? No. Non se l'era procurate lui stesso, per esempio? No. Sperava d'ottener qualche cosa con la sua testimonianza? No. Non sperava d'entrare in un impiego regolare del governo con l'incarico di tendere insidie? Assolutamente no. O di fare qualche altra cosa? Assolutamente no. Lo giurava? Quante volte si voleva. Non era mosso da altri fini che di puro patriottismo? Da nessun altro fine.

Il virtuosissimo valletto Ruggero Cly fece la sua deposizione giurata con gran velocità. Egli era entrato in servizio dell'accusato, in tutta buona fede e semplicità, quattro anni prima. Aveva chiesto all'accusato, a bordo del battello di Calais, se desiderava un domestico svelto, e l'accusato lo aveva preso. Egli non aveva mai detto all'accusato che avrebbe fatto un atto di carità, se lo avesse preso: non aveva neppur pensato a una cosa simile. Cominciò subito ad aver dei sospetti sull'accusato, e quindi a tenerlo d'occhio. Nello spazzolargli i vestiti in viaggio aveva veduto quelle liste nelle tasche dell'accusato, molte e molte volte. Egli le aveva prese dal cassetto del tavolino dell'accusato. No, non ve le aveva messe prima lui. Aveva visto l'accusato mostrare quelle identiche liste a dei signori francesi, tanto a Calais quanto a Boulogne. Egli amava il proprio paese, e non potendo sopportare una cosa simile, aveva dato le informazioni relative. Non era stato mai sospettato d'aver rubato una teiera d'argento; a suo carico s'era malignato a proposito d'un vaso di mostarda, ma s'era visto ch'era semplicemente argentato. Conosceva da sette ad otto anni il testimone precedente; questa era semplicemente una coincidenza. Non diceva ch'era una coincidenza particolarmente strana; moltissime coincidenze erano strane. Nè diceva che era una strana coincidenza d'esser mosso anche lui da un vivo sentimento di patriottismo. Egli si sentiva un vero inglese, e s'augurava che molti fossero come lui.

I mosconi ronzarono di nuovo, e il procuratore generale chiamò il signor Jarvis Lorry.

— Signor Jarvis Lorry, siete voi un impiegato della banca Tellson?

— Sì.

— Una certa notte d'un venerdì del novembre millesettecentosettantacinque voi viaggiavate per ragioni di affari con la diligenza fra Londra e Dover?

— Sì.

— V'erano altri passeggeri nella diligenza?

— Due.

— Scesero sulla strada durante la notte?

— Sì.

— Signor Lorry, guardate l'accusato. È egli uno di quei due viaggiatori?

— Non posso arrischiarmi a dir di sì.

— Rassomiglia a qualcuno dei due passeggeri?

— Erano entrambi così imbacuccati, e la notte era così buia, e tutti e tre si stava con tanta riserva, che io non posso arrischiarmi a dir neppur questo.

— Signor Lorry, guardate ancora l'accusato. Immaginandolo imbacuccato come quei due passeggeri, v'è qualcosa nella sua persona e nella sua statura da rendere improbabile che fosse uno di quei due?

— No.

— Non giurereste, signor Lorry, che non fosse uno di quei due?

— No.

— Così almeno dite che può essere uno di quelli?

— Sì. Ricordo soltanto ch'essi avevano paura, come me... di aggressioni, e l'accusato non ha un'aria timida.

— Avete mai visto un'immagine del timore, signor Lorry?

— Certo, che l'ho veduta.

— Signor Lorry, guardate ancora una volta l'accusato. Per quel che vi risulta di certo, l'avete visto mai prima?

— Sì.

— Quando?

— Tornavo di Francia alcuni giorni dopo, e a Calais l'accusato venne a bordo del battello nel quale io ritornavo, e fece il viaggio con me.

— A che ora venne a bordo?

— Un po' dopo la mezzanotte.

— Nel cuor della notte. Fu l'unico passeggero che salì a bordo a quell'ora inconsulta?

— Gli capitò d'essere l'unico.

— Lasciate stare quel vostro «gli capitò», signor Lorry. Fu l'unico passeggero che salì a bordo nel cuor della notte?

— Sì.

— Viaggiavate solo, signor Lorry, o avevate qualche compagno?

— Viaggiavo con due compagni. Un signore e una giovinetta. Essi son qui.

— Essi son qui. V'intratteneste in conversazione con l'accusato?

— Appena con qualche parola. Il tempo era tempestoso, e il viaggio fu lungo e penoso, e io stetti allungato su un canapè quasi continuamente, dalla partenza all'approdo.

— Signorina Manette!

La giovine, alla quale tutti gli occhi s'erano volti prima, e ora si volsero di nuovo, si alzò dov'era stata a sedere. Il padre si levò con lei, con la mano di lei infilata nel braccio.

— Signorina Manette, guardate l'accusato.

Stare di fronte a quell'espressione di pietà e quella viva giovinezza e bellezza fu molto più penoso per l'accusato che trovarsi esposto a tutti gli occhi della folla. Sentendosi quasi a tu per tu con lei sull'orlo della tomba, tutti quegli occhi che lo fissavano gli tolsero, per un momento, la forza di mantenersi assolutamente tranquillo. Con la mano tremante divise le erbe che aveva dinanzi in immaginarie aiuole di fiori in un giardino: e lo sforzo ch'egli fece per regolare e frenare il respiro gli agitò le labbra, dalle quali il sangue si precipitò al cuore. Si sentì di nuovo il ronzìo dei mosconi.

— Signorina Manette, avete visto altra volta il prigioniero?

— Sì, signore.

— Dove?

— A bordo del battello di cui s'è parlato in questo momento, e nella stessa occasione.

— Voi siete la giovane della quale si è appunto parlato?

— Ah! Disgraziatamente si!

Il tono pietoso della signorina si perse nella voce meno musicale del giudice, che disse con qualche asprezza: — Rispondete alle domande che vi si fanno, senza fare alcuna osservazione... Signorina Manette, aveste occasione di conversare con l'accusato in quel viaggio a traverso la Manica?

— Sì, signore.

— Raccontate.

In mezzo a un profondo silenzio, ella cominciò fiocamente:

— Quando il signore salì a bordo...

— Intendete l'accusato? — domandò il giudice aggrottando le sopracciglia.

— Sì, eccellenza.

— Allora dite l'accusato.

— Quando salì a bordo, l'accusato s'accorse che mio padre, — disse volgendo amorosamente gli occhi al padre ritto accanto a lei, — era assai stanco e di salute assai malandato. Mio padre era in uno stato tale, ch'io temevo di esporlo all'aria, e gli aveva fatto un letto sul ponte accanto alla scaletta della cabina, e gli stavo da presso per accudirlo. Tranne noi quattro, non vi erano altri passeggeri quella notte. L'accusato fu così buono da domandarmi il permesso di consigliarmi come riparare mio padre dal vento, e dal cattivo tempo, meglio di quanto io mi fossi ingegnata fino allora. Io non ci ero ben riuscita, perchè non sapevo come avrebbe spirato il vento all'uscita dal porto. Egli lo fece per me. E si mostrò tanto buono e gentile con mio padre, che son certa che la sua era una pietà sincera. Fu a questo modo che cominciammo a parlare insieme.

— Lasciate che v'interrompa per un momento. Era salito solo a bordo?

— No.

— Quante persone erano con lui?

— Due signori francesi.

— Avevano parlato insieme?

— Avevano parlato insieme fino al momento che i due signori francesi dovettero discendere nella loro barca.

— Erano state maneggiate fra loro delle carte simili a queste liste?

— Delle carte erano state maneggiate, ma io non so che carte.

— Di forma e di dimensioni simili a queste?

— Forse, ma io veramente non so, benchè fossero stati a bisbigliare non lungi da me; perchè essi erano rimasti in vetta alla scaletta, approfittando della luce della lanterna che v'era sospesa: una lanterna molto fioca, ed essi parlavano sottovoce e non potevo udire ciò che dicevano. Vidi soltanto che guardavano delle carte.

— Ora, la conversazione dell'accusato, signorina Manette.

— L'accusato si mostrò molto aperto nelle sue confidenze con me... a cagione della mia pietosa condizione... appunto come si mostrò gentile, buono e soccorrevole con mio padre. Io spero, — aggiunse la signorina, scoppiando in lagrime, — di non compensarlo oggi facendogli del male.

Il ronzio dei mosconi.

— Signorina Manette, se l'accusato non comprende perfettamente che voi fate la testimonianza ch'è vostro dovere di fare... che voi siete obbligata a fare... e che voi non potete sfuggire dal fare... con gran riluttanza, egli è l'unica persona in tale condizione. Per piacere, continuate.

— Egli mi disse di viaggiare per affari di carattere molto grave e delicato, che potevano dar dei dispiaceri a parecchie persone, e che perciò viaggiava con un nome finto. Disse che quei suoi affari l'avevano, in pochi giorni, condotto in Francia, e potevano, a intervalli, ricondurlo avanti e indietro tra la Francia e l'Inghilterra per lungo tempo ancora.

— Disse qualche cosa dell'America, signorina Manette? Narrate esattamente.

— Egli cercò di spiegarmi com'era nato il litigio, e disse che, per quanto poteva giudicare, era da parte dell'Inghilterra, un litigio infondato e sciocco. Aggiunse, scherzando, che forse Giorgio Washington avrebbe potuto guadagnarsi nella storia la stessa fama di Giorgio III. Ma non v'era alcuna malignità nel modo come lo diceva: lo diceva ridendo e per passare il tempo.

Un'espressione molto energica del viso, da parte d'un attore principale, in una scena di grande interesse sulla quale molti occhi convergono, sarà inconsapevolmente imitata dagli spettatori. La fronte della signorina era, durante la testimonianza, penosamente ansiosa e intenta, e nelle pause che faceva per dare al giudice il tempo di scrivere, ella osservava l'effetto delle sue parole sugli avvocati di difesa e d'accusa. Tra gli spettatori v'era la stessa espressione da ogni lato della corte, di modo che la maggioranza delle fronti avrebbero potuto essere l'immagine riflessa della testimone, quando il giudice levò gli occhi dalle sue carte per sfolgorare quella terribile eresia su Giorgio Washington.

Il signor procuratore generale espresse allora al sostituto che giudicava necessario, per precauzione e per la forma, di chiamare il padre della signorina, il dottor Manette. Il quale fu quindi chiamato.

— Dottor Manette, guardate l'accusato. L'avete veduto altra volta?

— Una volta. Quand'egli venne a trovarmi in casa mia a Londra. Un tre anni, o un tre anni e mezzo fa.

— Potete identificarlo come vostro compagno di viaggio a bordo del battello, o parlare della sua conversazione con vostra figlia?

— Non posso fare ne l'una nè l'altra, signore.

— V'è qualche ragione particolare e speciale per non essere in grado di fare nè l'una cosa nè l'altra?

Egli rispose sottovoce: — Sì.

— Avete avuto la disgrazia, dottor Manette, di soffrire una lunga prigionia, senza processo e neppure un'accusa nel vostro paese nativo?

Egli rispose con un tono che trovò la via d'ogni cuore:

— Una lunga prigionia.

— Nell'occasione di cui si tratta eravate da poco liberato?

— Così mi si dice.

— Non avete alcuna memoria della faccenda?

— Nulla. La mia mente non conserva alcuna traccia da un certo tempo... non posso dir neanche quale... in cui mi diedi nella mia prigionia a fare il calzolaio, al tempo in cui mi trovai residente in Londra con la mia cara figliuola qui presente. Essa mi era diventata familiare, quando un Dio pietoso mi restituì le mie facoltà; ma io non sono in grado neppur di dire come m'era diventata familiare. Io non ne ho alcun ricordo.

Il signor procuratore generale si sedette, e padre e figlia sedettero anch'essi.

E allora avvenne una strana circostanza. Giacchè lo scopo era di mostrare che l'accusato quel venerdì notte in novembre, cinque anni prima, con un complice rimasto sconosciuto era salito nella diligenza di Dover, e n'era disceso durante la notte in un luogo dove non s'era trattenuto, ma di dove era tornato indietro una dozzina di miglia e più, per recarsi in una città con guarnigione e arsenale e raccogliervi delle informazioni, fu chiamato per identificarlo un testimone, che s'era trovato in un caffè di quella città con guarnigione e arsenale in attesa di un'altra persona. L'avvocato dell'accusato stava interrogando il testimone con quest'unico risultato, che il testimone non aveva mai veduto l'accusato in altra occasione quando il gentiluomo con la parrucca, che in tutto quel tempo non aveva fatto che guardare il soffitto della sala, scrisse un paio di parole su un pezzetto di carta, lo avvolse e lo gettò all'avvocato. Aprendo quel pezzetto di carta nella pausa seguente, l'avvocato guardò con grande attenzione e curiosità l'accusato.

— Dite con assoluta certezza che quello era l'accusato?

Il testimone n'era più che sicuro.

— Non avete visto mai nessuno che rassomigliasse al prigioniero?

— Non così rassomigliante — disse il testimone — da prendere un abbaglio.

— Guardate bene questo signore, il mio eccellente amico qui, — disse l'avvocato indicando colui che gli aveva gettato il pezzo di carta, — e poi guardate bene l'accusato. Che dite? Non si rassomigliano perfettamente?

Tranne che l'eccellente amico era trascurato nell'aspetto e vestito peggio che alla carlona, se non sudicio, essi si rassomigliavano tanto da sorprendere, al momento che furono così messi a riscontro, non soltanto il testimone, ma tutti gli astanti. Il giudice fu pregato — ed esaudì la preghiera mal volentieri — di dire all'eccellente amico di togliersi la parrucca, e allora la rassomiglianza si fece maggiore. Il giudice domandò al signor Stryver (l'avvocato di difesa) se si stesse per accusare il signor Carton (il nome dell'eccellente amico) per alto tradimento. Il signor Stryver rispose al giudice di no, ma ch'egli voleva domandare al testimone se ciò ch'era accaduto una volta non potesse accadere due volte; se sarebbe stato così fiducioso, nel caso avesse veduto prima quell'esempio della sua precipitazione; se, avendolo veduto, insistesse nella sua certezza, e così via. Il risultato fu che la testimonianza venne ridotta in frantumi come una stoviglia e privata d'ogni importanza nel processo.

Il signor Gruncher aveva fino allora, seguendo le testimonianze, fatta colazione addirittura con la ruggine delle dita. Ora egli dovè attender che il signor Stryver adattasse il caso dell'accusato al dosso della giurìa, come un vestito bene aderente, dimostrando come il patriota Barsad non fosse che una spia e un traditore, uno svergognato mercante di sangue umano, e uno dei più grandi bricconi della terra, dal maledetto Giuda in poi... al quale rassomigliava molto. Come il virtuosissimo servo Cly non fosse che il suo amico e complice, ben degno di lui; come i vigili occhi di quei falsari e spergiuri si fossero posati come su una vittima, sull'accusato, il quale, per i suoi affari di famiglia in Francia, essendo egli d'origine francese, era stato costretto a traversare più volte la Manica... affari, che una considerazione, per persone che gli erano prossime e care, gli vietava, anche a costo della vita, di rivelare. Come la testimonianza ch'era stata estorta e strappata alla signorina, la cui angoscia nel farla era stata notata, si riducesse a un bel nulla, perchè implicava semplicemente le piccole innocenti galanterie e cortesie che si svolgono fra un giovane e una signorina cui capita d'incontrarsi; ad eccezione di quell'allusione a Giorgio Washington, così stravagante e impossibile, da non poter esser considerata che sotto la luce d'uno scherzo mirabolante. Come sarebbe stata una debolezza per il governo abbandonare questo tentativo di caccia alla popolarità sui più bassi timori e antipatie nazionali, e che quindi il signor procuratore generale aveva fatto quanto era stato in lui; come, ciò non di meno, la cosa non avesse altro fondamento che nella vile e infame natura di quelle testimonianze che spesso accompagnavano simili processi, e delle quali le cause di Stato in Inghilterra erano piene. Ma a questo punto il giudice s'interpose (con un viso grave come innanzi a una menzogna), dicendo che non poteva sedere su quel banco e tollerare quelle allusioni.

Il signor Stryver chiamò quindi i suoi pochi testimoni, e il signor Cruncher ebbe ad attendere che il signor procurator generale rovesciasse tutto l'abito che il signor Stryver aveva adattato alla giurìa, da entro in fuori, mostrando come Barsad e Cly fossero perfino cento volte migliori di quanto li aveva creduti, e l'accusato cento volte peggiore. Infine si levò lo stesso giudice a rovesciare l'abito, ora da dentro in fuori, ora da fuori in dentro, ma dopo tutto decisamente ornandolo e adattandolo ad un abbigliamento funebre per l'accusato.

E ora, la giuria si volse a riflettere, e i mosconi di nuovo sciamarono.

Il signor Carton, ch'era stato tutto quel tempo a fissare il soffitto della sala, non mutò di posto nè d'atteggiamento, neppure durante quel trambusto. Mentre il suo eccellente amico, il signor Stryver, raccogliendo le carte che aveva dinanzi, bisbigliava con quelli che gli sedevano accanto, di tanto in tanto dando un'occhiata ansiosa alla giurìa; mentre tutti gli spettatori si movevano più o meno, formando nuovi gruppi, mentre lo stesso giudice si alzava dal suo banco e passeggiava su e giù lentamente per la piattaforma, non senza esser accompagnato da un sospetto, nello spirito di chi l'osservava, ch'era febbrilmente agitato; il signor Carton era l'unico che se ne stava tranquillo appoggiato all'indietro, la toga sciolta, la vecchia parrucca rimessa in testa alla meglio, dopo che se l'era tolta, le mani in tasca e gli occhi al soffitto, come in tutta la giornata. Qualcosa di specialmente trascurato nel suo contegno non solo gli dava un aspetto poco attraente, ma diminuiva tanto la gran rassomiglianza, che indubbiamente aveva col prigioniero (e che la sua momentanea gravità, quando essi erano stati messi a confronto, aveva rafforzata) da indurre molti spettatori, i quali lo osservavano in quel momento, a dirsi l'un l'altro che si sarebbe poi appena potuto dire che i due si rassomigliassero. Il signor Cruncher fece la stessa osservazione al suo vicino e aggiunse: — Scommetterei mezza ghinea che processi non ne fa molti. Vi pare che abbia l'aria di chi faccia molti affari?

Pure quel signor Carton osservava la scena con più interesse di quel che lasciasse apparire; poichè nel momento che la testa della signorina Manette s'abbandonò sul petto del padre, egli fu il primo a vederla e a dire percettibilmente: — Usciere! guarda quella signorina. Aiuta quel signore a portarla fuori. Non vedi che sta per svenire?

Vi fu molta compassione per la signorina, che fu allontanata, e molta simpatia per il padre. Evidentemente il ricordo della sua prigionia lo aveva molto angosciato. Nell'atto ch'era stato interrogato, egli aveva mostrato una grande agitazione intima, e quello sguardo cupo e pensoso, che lo invecchiava, gli era rimasto da quel momento come una nuvola pesante. Mentre egli usciva, la giurìa, che s'era voltata e fermata un momento, parlava per bocca del suo capo.

I giurati non erano d'accordo, e desideravano di ritirarsi. Il giudice (forse con Giorgio Washington in mente) mostrò qualche sorpresa del loro disaccordo, ma si disse lieto ch'essi si ritirassero sotto la sorveglianza delle guardie, e si ritirò anche lui. Il processo era durato tutto il giorno e nella corte si accendevano in quel momento i lumi. Corse la voce che i giurati avrebbero discusso a lungo. Gli spettatori si dispersero a procacciarsi dei rinfreschi, e l'accusato si tirò indietro nel suo banco, e si sedette.

Il signor Lorry, ch'era uscito quando la signorina e il padre erano usciti, riapparve in quel momento e fece cenno a Jerry, il quale, diradata la folla, potè facilmente avvicinarlo:

— Jerry, se hai bisogno di qualche cosa da mangiare, puoi andare. Ma tienti sempre pronto. Cerca di stare all'erta, quando ritornano i giurati. Non venire neppure un istante dopo, perchè devi portar subito il verdetto alla banca. Tu sei il più rapido fattorino ch'io mi conosca, e arriverai molto prima di me a Temple Bar.

Jerry aveva appunto abbastanza fronte da potersela toccare, e se la toccò in riconoscimento della comunicazione e di uno scellino. In quel momento s'avvicinò il signor Carton, che toccò il braccio del signor Lorry.

— Come sta la signorina?

— È molto angosciata; ma suo padre sta consolandola: si sente molto meglio fuori della corte.

— Lo dirò all'accusato. Non sarebbe decoroso, per uno che come voi appartiene a una banca rispettabile, farsi veder parlar con l'accusato, vero?

Il signor Lorry arrossì, come se quegli avesse indovinato ch'egli mentalmente aveva ponderato quel punto; e il signor Carton si diresse al posto dell'accusato. La via che conduceva fuori della sala era nella stessa direzione, e Jerry lo seguì, tutto occhi, orecchi e punte.

— Signor Darnay.

L'accusato si fece subito innanzi.

— Naturalmente sarete ansioso di notizie della testimone, signorina Manette. Si sta rimettendo. Voi avete assistito al peggior momento della sua agitazione.

— Mi dispiace tanto d'esserne stato io la causa. Potreste farmi il piacere di dirglielo per me, con i miei più calorosi ossequi?

— Sì, che posso, e se volete, glielo dirò.

I modi del signor Carton erano così disinvolti, ch'erano quasi insolenti. Egli volgeva quasi le spalle all'accusato, appoggiato col gomito sul banco.

— Ve lo chiedo, e accettate i miei cordiali ringraziamenti.

— Che vi aspettate, signor Darnay? — disse il signor Carton, sempre voltato a mezzo verso di lui.

— Il peggio.

— È la più saggia cosa che possiate fare, e la più probabile. Ma io credo che il ritiro dei giurati sia un indizio in vostro favore.

Jerry, giacchè non era permesso trattenersi sulla via dell'uscita, non udì più altro; e lasciò i due — così rassomiglianti nei lineamenti, così diversi nei modi — l'uno accanto all'altro, riflessi entrambi nello specchio al di sopra.

Lo spazio di più d'un'ora e mezzo si trascinò pesantemente da basso nei corridoi affollati di ladri e di canaglia, anche se accompagnato da pasticci di carne e dalla birra. Il rauco messaggero, seduto poco comodamente su una panca, dopo essersi rifocillato con quella roba, s'era immerso in un pisolino, quando un gran brusio e una rapida marea di gente che saliva le scale della corte travolsero anche lui.

— Jerry! Jerry! — Il signor Lorry già lo chiamava all'ingresso quand'egli arrivò.

— Ecco, signore! Bisogna fare a pugni per farsi largo. Son qui, signore!

Il signor Lorry gli diede una carta in quella confusione. — Presto, l'hai presa?

— Sì, signore.

Sulla carta, scritta in gran fretta, c'era la parola: «Assoluto».

— Se aveste mandato di nuovo la notizia «Risuscitato» — mormorò Jerry, mentre se ne andava, — avrei saputo questa volta il significato.

Non ebbe occasione di dire o di pensare altro, finchè non si trovò fuori dell'Old Bailey, perchè la folla si precipitava fuori con una veemenza che mancò poco non lo facesse stramazzare, e un grave ronzìo si diffuse nella strada, come se i mosconi delusi si disperdessero in cerca d'un'altra carogna.