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Le Due città.  Charles Dickens
Capitolo 14. Il lavoro a maglia finito
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Nello stesso tempo che i cinquantadue attendevano il loro fato, madama Defarge teneva in segreto un sinistro consiglio con la Vendetta e Giacomo Tre della giuria rivoluzionaria. Con questi ministri madama Defarge non conferiva nella bettola, ma nella bottega del segatore, ex-stradino, il quale non partecipava alla conferenza, ma si teneva a una certa distanza, come un satellite esterno che non doveva parlare, se non interrogato, e non dire la sua opinione, se non invitato.

— Ma il nostro Defarge, — disse Giacomo Tre, — indubbiamente è un buon repubblicano. No?

— Non v'è n'è uno migliore, — affermò la Vendetta, con le sue squillanti note, — in tutta la Francia.

— Un momento, cara Vendetta, — disse madama Defarge mettendo la mano, nell'atto che aggrottava leggermente la fronte, sulle labbra della sua guardia del corpo, — lasciami parlare. Mio marito, cittadino, è un buono e valoroso repubblicano. È un benemerito della repubblica, di cui gode tutta la fiducia. Ma mio marito ha le sue debolezze, ed è così debole da impietosirsi di fronte al dottore.

— È un gran peccato, — crocidò Giacomo Tre, scotendo dubbioso la testa, con le dita crudeli sulla bocca avida; — codesto non è un atto da buon cittadino ed è sommamente deplorevole.

— E vedete, — disse madama; — a me non importa nulla di questo dottore. Può conservare la sua testa o perderla, per quanto riguarda me è perfettamente lo stesso. Ma la famiglia degli Evrémonde dev'essere sterminata, e la moglie e la figlia devono seguire la sorte del marito e del padre.

— Essa ha una bella testa per esser troncata, — crocidò Giacomo Tre. — Ho veduto degli occhi azzurri e dei capelli d'oro sulla ghigliottina, ed erano bellissimi quando Sansone li levava in alto. — Per quanto orco, egli parlava da epicureo.

Madama Defarge abbassò gli occhi e meditò un poco.

— Anche la figlia, — osservò Giacomo Tre, con una viva gioia nelle sue parole, — ha i capelli d'oro e gli occhi azzurri. E di rado si ha una bambina sulla ghigliottina. È un grazioso spettacolo.

— Per farla breve, — disse madama Defarge, uscendo dalla sua breve meditazione, — non posso fidarmi di mio marito in questa faccenda. Non solo sento, da ieri sera, che è bene non confidargli i particolari del mio progetto; ma sento anche che, se indugio, c'è pericolo ch'egli li metta sull'avviso e li faccia scappare.

— Questo mai, — crocidò Giacomo Tre; — nessuno deve scappare. Noi non abbiamo tutti quelli che ci vorrebbero. Dovremmo averne almeno centoventi al giorno.

— Per farla breve, — continuò madama Defarge,— mio marito non ha le mie ragioni per voler lo sterminio di questa famiglia, e io non ho le sue ragioni per considerare il dottore con qualche pietà. Perciò debbo far da me. Vieni qui, piccolo cittadino.

Il segatore, che teneva lei in grande considerazione e sè stesso in mortale paura, si fece innanzi con la mano al berretto rosso.

— Su quei segni, piccolo cittadino, — disse madama Defarge, grave, — che ella faceva ai prigionieri; tu sei pronto a giurare oggi stesso?

— Sì, sì, perchè no? — esclamò il segatore. — Ogni giorno, con tutti i tempi, dalle due alle quattro, non faceva che segni, qualche volta insieme con la piccina, qualche volta sola. Io so ciò che so. L'ho veduta con questi occhi.

Faceva ogni sorta di gesti mentre parlava, come per una fortuita imitazione di alcuni pochi della gran varietà di segni ch'egli non aveva mai veduti.

— Una cospirazione, senza dubbio, — disse Giacomo Tre. — Evidentemente.

— Non v'è dubbio nella giuria? — domandò madama Defarge, volgendo gli occhi a Giacomo Tre con un tristo sorriso.

— Abbiate fede nella patriottica giuria, cara cittadina. Rispondo io per i miei colleghi.

— Ora, vediamo un po', — disse madama Defarge, riflettendo di nuovo. — Ancora una volta. Posso salvare il dottore per riguardo a mio marito? Io sono indifferente. Posso risparmiarlo?

— Egli conterebbe come una testa, — osservò Giacomo Tre, sottovoce. — Veramente non abbiamo abbastanza teste; sarebbe un peccato, credo.

— Egli faceva dei segni con lei quando la vidi io, — argomentò madama Defarge; — non posso parlar dell'una senza l'altro; e non posso tacere, e debbo lasciar la cosa interamente a lui, a questo piccolo cittadino qui. Perchè io non sono una falsa testimone.

La Vendetta e Giacomo Tre protestarono a gara ch'ella era la più veritiera e meravigliosa testimone. Il piccolo cittadino, per non esser soverchiato, la dichiarò una testimone celestiale.

— Se la vedrà lui, — disse madama Defarge. — No, io non posso risparmiarlo. Voi dovete andarvene alle tre; dovete andare all'esecuzione di oggi?

La domanda fu rivolta al segatore, che rispose in fretta affermativamente, cogliendo l'occasione per aggiungere ch'egli era il più ardente repubblicano, e che sarebbe stato davvero il più desolato repubblicano, se qualcosa gli avesse impedito di godere il piacere di fare le sue pipate pomeridiane nella contemplazione dell'allegro barbiere nazionale. E si sbracciava tanto nelle sue effusioni, che avrebbe potuto esser sospettato (e forse era sospettato dalle scure occhiate che gli scoccava sprezzante madama Defarge), di avere in ogni ora del giorno le sue piccole paure individuali per la propria sicurezza personale.

— Debbo, — disse madama, — trovarmi anch'io lì. Dopo che sarà finito... diciamo alle otto di stasera.... vieni da me in Sant'Antonio, e noi daremo alla mia sezione le informazioni contro questa gente.

Il segatore disse che sarebbe stato orgoglioso e altero di accompagnare la cittadina. La cittadina lo guardò, egli si confuse, sfuggì l'occhiata come avrebbe fatto un cagnolino, si ritrasse fra le legna, e nascose la sua confusione dietro il manico della sega.

Madama Defarge fece cenno al giurato e alla Vendetta d'avvicinarsi un po' più alla porta, e ivi li informò degli altri suoi propositi:

— Ella starà a casa, attendendo la notizia della morte del marito. Piangerà e s'angoscerà. Sarà in una condizione di spirito da incolpare la giustizia della repubblica. Sarà piena di simpatia per i nemici della repubblica. Io andrò da lei.

— Che ammirabile donna! Che adorabile donna! — esclamò Giacomo Tre, estasiato.

— Ah, amore! — esclamò la Vendetta, e l'abbracciò.

— Prendi il mio lavoro, — disse madama Defarge, mettendolo nelle mani della sua guardia del corpo, — e aspettami al mio solito posto. Tienimi la mia solita sedia. Corri subito, perchè probabilmente oggi vi sarà più folla.

— Obbedisco agli ordini della mia guida, — disse la Vendetta con grande alacrità, baciandola sulla guancia. — Non farai tardi?

— Sarò lì prima che si cominci.

— E prima che arrivino le carrette. Non mancare, anima mia, — disse la Vendetta, che era già fuori. — Prima che arrivino le carrette.

Madama Defarge agitò leggermente la mano, a indicare che aveva sentito e che si sarebbe trovata a tempo, e così s'avviò a traverso il fango, voltando la cantonata del muro della prigione. La Vendetta e il giurato, seguendola con gli occhi mentre s'allontanava, lodarono molto la sua bella figura e le sue magnifiche qualità morali.

V'erano molte donne allora sfigurate orribilmente dai tempi; ma non ve n'era una più formidabile di quella donna spietata che s'allontanava in quel momento. Di un carattere forte e impavido; di vivi e alacri sensi, di grande risoluzione, di quella specie di bellezza che non solo sembra impartire a chi la possiede coraggio e fermezza, ma infonde agli altri il riconoscimento istintivo di tali qualità, in quei torbidi tempi si sarebbe subito segnalata, per qualunque circostanza. Ma imbevuta sin dall'infanzia dell'amaro sentimento dei torti sofferti e d'un inestinguibile odio contro una classe, l'occasione aveva sviluppato in lei un'anima di tigre. Ella non provava il minimo sentimento di pietà. Se mai questa facoltà s'era affacciata in lei, l'aveva assolutamente perduta.

Non importava nulla a lei che un innocente morisse per le colpe dei suoi antenati: ella non vedeva l'innocente, ma gli antenati. Non importava nulla a lei che la moglie dell'innocente diventasse una vedova e la figliuola un'orfana: questo non era neppure un castigo sufficiente, perchè esse erano i suoi naturali nemici e la sua preda, e come tali non avevano alcun diritto di vivere. Era addirittura disperato rivolgersi a lei, perchè non aveva alcun sentimento di pietà, neppure per sè. Se fosse stata abbattuta giù al suolo in qualcuno dei molti tumulti ai quali aveva partecipato, non si sarebbe compianta; se fosse stata il giorno dopo, anzi, mandata alla ghigliottina, vi sarebbe andata con nessun altro sentimento più dolce che l'altero desiderio di cambiare il posto con chi ve l'avesse mandata.

Questo era il cuore che nascondeva sotto il suo rozzo corpetto madama Defarge. Negligentemente portato, le stava abbastanza bene, in una certa maniera sinistra, e gli scuri capelli apparivano magnifici sotto il grossolano berretto rosso. Nascosta nel seno, aveva una pistola carica. Nascosto nella cintura un aguzzo pugnale. Così equipaggiata, col passo fiducioso del suo carattere intrepido e con la flessibile libertà d'una donna che nell'infanzia aveva sempre camminato a piedi nudi e a gambe nude sulla rena del mare, madama Defarge prese ad andare.

Ora, quando la sera innanzi era stata progettata la partenza con la carrozza da viaggio, che in quello stesso momento attendeva di completare il suo carico, la difficoltà di far partire con lo stesso mezzo anche la signorina Pross aveva molto occupato l'attenzione del signor Lorry. Non solo era prudente evitare alla carrozza un sovraccarico, ma era della massima importanza cercare che il tempo da occupare nella visita dei bagagli e dei passeggeri fosse ridotto al minimo, Giacchè la loro salvezza poteva dipendere dal risparmio di pochi secondi in questo o quell'altro punto. Finalmente, egli aveva proposto, dopo un'ansiosa considerazione, che la signorina Pross e Jerry, i quali erano assolutamente liberi di lasciar Parigi, partissero alle tre nel più leggero veicolo in uso a quei tempi. Senza ingombro di bagagli, avrebbero raggiunto la carrozza e sorpassandola e precedendola in viaggio, avrebbero fatto tener pronti i cavalli alle varie tappe, e avrebbero molto facilitato il viaggio durante le ore preziose della notte in cui sarebbe stato più terribile ogni indugio.

La signorina Pross salutò con gioia questo componimento, perchè vide la speranza di rendersi veramente utile in quella difficilissima ora. Lei e Jerry avevano visto partire la carrozza, avevano saputo chi era colui che era stato portato da Salomone, avevano passato una diecina di minuti nell'ansia dell'incertezza, e stavano facendo gli ultimi preparativi per seguire la vettura coi padroni, nello stesso tempo che madama Defarge, seguendo il suo cammino, s'avvicinava sempre più all'alloggio, del resto deserto, dove essi ora si consultavano.

— Ora che ne dite, signor Cruncher? — disse la signorina Pross, tanto agitata che appena poteva parlare, stare in piedi, muoversi o respirare. — Credete che dobbiamo partire da questo cortile? Essendo già partita di qui un'altra carrozza, potremmo destar dei sospetti.

— La mia opinione, signorina, — rispose il signor Cruncher, — è che avete ragione. E parimenti che io starò accanto a voi, male o bene.

— Sono così agitata dalla paura e dalla speranza per i nostri padroni, — disse la signorina Pross, piangendo amaramente, — che sono incapace di pensare nulla e di formare un qualsiasi piano. Voi siete capace di formar qualche piano, mio caro signor Cruncher?

— Per quanto riguarda il futuro, — rispose il signor Cruncher, — spero di sì. Riguardo all'uso immediato di questa mia vecchia zucca, credo di no. Volete farmi il favore, signorina, di prender nota di due promesse o voti che io desidero fare in questa presente crisi?

— Oh, giusto cielo! — esclamò la signorina Pross, ancora piangendo amaramente, — fateli subito, da galantuomo, e che la sia finita.

— Prima, — disse il signor Cruncher, che tremava tutto, e che parlava con una fisionomia solenne e cinerea, — una volta salvi quei poveretti da quest'inferno, non farò mai più, non lo farò mai più.

— Son certa, signor Cruncher, — rispose la signorina Pross, — che non lo farete mai più, di qualunque cosa si tratti, ed io vi prego di non credere che sia necessario dare maggiori particolari su ciò che intendete.

— No signorina, — rispose Jerry, — non li darò. Secondo: una volta che quei poveretti saranno usciti felicemente da questo inferno, non mi passerà mai più per il capo d'impedire a mia moglie d'inginocchiarsi a pregare, mai, mai più.

— Non ho dubbio, — disse la signorina Pross, sforzandosi di asciugarsi gli occhi e di comporsi, — che nell'ordinamento domestico è meglio che vostra moglie possa esser libera di fare a suo modo... O miei cari padroni!

— Io arrivo perfino a dire, signorina, — continuò il signor Cruncher, con una pericolosa tendenza a sporgersi come da un pergamo... — e queste parole siano raccolte e riportate a mia moglie da voi stessa... che la mia opinione rispetto all'inginocchiarsi a pregare s'è modificata e che io soltanto spero con tutto il cuore che mia moglie in questo momento sia occupata a pregare.

— Certo, certo. Lo spero anch'io, cara, — esclamò la signorina Pross, assolutamente fuor di sè, — e spero che le sue speranze siano esaudite.

— Che Dio non voglia, — continuò il signor Cruncher, con maggiore solennità, maggiore lentezza e maggiore tendenza al sermone, — che quello che io ho potuto mai dire o fare possa in qualche modo detrarre ai voti che formulo ora per quei poveri infelici! E se ora non c'inginocchiamo tutti a pregare, Iddio li salvi lo stesso dal loro grave pericolo. Iddio ci aiuti, signorina! Iddio ci aiuti. — Questa fu la conclusione del signor Cruncher, dopo un lungo, ma vago sforzo di trovarne una migliore.

E madama Defarge, continuando la sua via, s'avvicinava sempre più.

— Se voi ve n'andaste prima, — disse la signorina Pross, — senza far venir qui la carrozza, e m'aspettaste in qualche punto, non sarebbe meglio?

Il signor Cruncher disse che sarebbe stato meglio.

— Dove potreste aspettarmi? — domandò la signorina Pross.

Il signor Cruncher era così sconcertato che non gli venne in mente altro punto che Temple Bar. Ahimè! Temple Bar era centinaia di miglia distante, e madama Defarge era sempre più vicina.

— Presso la porta della cattedrale, — disse la signorina Pross. — Sarebbe molto lontano prendermi presso la gran porta della cattedrale fra le due torri?

— No, signorina, — rispose il signor Cruncher.

— Allora, da bravo, — disse la signorina Pross, — andate dritto alla posta, e fate questo cambiamento.

— Non so, — disse il signor Cruncher, incerto e scotendo il capo, — se faccio bene a lasciarvi. Non si sa che cosa possa accadere.

— Non si sa mai, — rispose la signorina Pross, — ma non temete per me. Aspettatemi alla cattedrale, alle tre, e sarà sempre meglio che partire di qui. Ne son sicura. Su! Che Iddio vi benedica, signor Cruncher. Non pensate a me, ma alle vite che possono dipendere da noi due!

Questa esortazione e le due mani della signorina Pross, che gli diedero una stretta angosciosa, decisero il signor Cruncher. Con un cenno di testa, d'incoraggiamento, egli immediatamente corse a dare le nuove disposizioni, lasciando sola la signorina Pross a eseguire ciò che si proponeva.

L'aver presa una precauzione, ch'era già in corso d'esecuzione, si dimostrò un gran sollievo per la signorina Pross. La necessità d'accomodarsi esternamente in modo da non attrarre una speciale curiosità in cammino, fu un secondo sollievo. Ella guardò l'orologio e vide ch'erano le due e venti. Non c'era un minuto da perdere, ma doveva prepararsi subito.

Temendo, nel suo turbamento estremo, la solitudine delle stanze deserte e i visi immaginari che spiavano dietro le porte aperte, la signorina Pross prese un catino d'acqua fresca e cominciò a lavarsi gli occhi, diventati gonfi e rossi. Ossessionata dai suoi febbrili timori, non poteva soffrire d'aver gli occhi velati neppure un minuto per volta dai rivoli d'acqua, e si fermava continuamente a guardare in giro per assicurarsi che nessuno la guardasse. In una di quelle pause, si ritrasse indietro e cacciò un grido, perchè vide un'ombra immobile nella stanza. Madama Defarge la guardò freddamente e disse: — La moglie d'Evrémonde... dov'è?

Lampeggiò nella mente della signorina Pross che tutte le porte spalancate potevano far pensare alla fuga. Per prima cosa ella risolse di chiuderle. Nella stanza ve n'erano quattro e le chiuse tutte. Poi si mise innanzi alla porta della camera già occupata da Lucia.

Gli occhi scuri di madama Defarge seguirono il rapido movimento della signorina Pross e, dopo ch'ebbe finito, si posarono su di lei. La signorina Pross non aveva nulla di bello nella persona; gli anni non ne avevano addolcito la selvatichezza o rammorbidito l'asprezza; ma, a suo modo, era una donna risoluta e squadrò madama Defarge dall'alto in basso, punto per punto.

— Dal vostro aspetto, voi potreste esser la moglie di Lucifero, — disse la signorina Pross, fra sè. — Pure non me la farete. Io sono inglese.

Madama Defarge la guardò sprezzante, ma capì, con qualche cosa dello stesso sentimento della signorina Pross, ch'esse due erano alle strette. Ella vedeva innanzi a lei una donna energica, risoluta e impavida, come il signor Lorry negli anni passati aveva veduto nella stessa persona la virago dalle braccia muscolose. Sapeva benissimo che la signorina Pross era un'amica devota della famiglia Evrémonde; e la signorina Pross sapeva benissimo che madama Defarge era la nemica acerrima della famiglia Evrémonde.

— Andando fin là, — disse madama Defarge, con un leggero movimento della mano verso il luogo fatale, — dove mi serbano il posto e il mio lavoro a maglia, trovandomi a passare, son venuto a salutarla. Desidero di vederla.

— So che le vostre intenzioni sono cattive, — disse la signorina Pross, — e state pur certa che mi terrò sull'avviso e saprò sventarle.

Ciascuna parlava nella lingua propria; l'una non capiva le parole dell'altra; entrambe erano assai vigili e intente a dedurre dallo sguardo e dai modi dell'altra il significato delle parole.

— Non le giova tenersi nascosta da me in questo momento, — disse madama Defarge. — I buoni patrioti sapranno interpretare la cosa. Io voglio vederla. Ditele che desidero di vederla. Avete capito?

— Se quei vostri occhi fossero trapani, — rispose la signorina Pross, — e io fossi una sottilissima asse, non riuscirebbero a farvi un foro. No, malvagia straniera. L'avrete da fare con me.

Madama Defarge non era in grado di seguire queste osservazioni nei loro particolari idiomatici, ma comprendeva che significavano una sfida.

— Stupida donna! — disse madama Defarge, accigliandosi. — Le vostre risposte non mi servono. Io domando di veder la signora Evrémonde. O ditele che io chiedo di vederla, o levatevi da quella porta e lasciatemi entrare! — Pronunciò queste parole con un iroso gesto esplicativo della destra.

— Non mi sarei mai immaginato, — disse la signorina Pross, — che un giorno avrei desiderato di comprendere il vostro stupido linguaggio; ma darei tutto quello che ho, tranne gli abiti che indosso, per saper se sospettate la verità o anche qualche parte della verità.

Ne l'una nè l'altra lasciava per un solo momento gli occhi della nemica. Madama Defarge non s'era mossa dal punto dove s'era presentata la prima volta; ma in quel momento fece un passo innanzi.

— Io sono una britannica, — disse la signorina Pross, — e sono ostinata. Di me non m'importa un fico secco. So soltanto che più vi trattengo qui, e maggiore è la speranza per il mio tesoro. E non vi lascerò in testa una ciocca di quella vostra parrucca, se mi toccate soltanto con un dito!

Così disse la signorina Pross, con una scossa della testa e con un lampo negli occhi fra una rapida frase e l'altra, ciascuna detta in un fiato solo. Così la signorina Pross, che in vita sua non aveva mai torto un capello a nessuno.

Ma il suo coraggio era di quella natura sentimentale, che bagna gli occhi di lagrime irrefrenabili. Era un coraggio che madama Defarge comprese così poco da scambiarlo per debolezza. — Ah, ah! — ella rise, — povera infelice! Voi non valete nulla. Io mi rivolgo al dottore. — Poi levò la voce e gridò: — Cittadino dottore! Moglie d'Evrémonde! Figlia d'Evrémonde! Qualunque persona, tranne questa misera sciocca, risponda alla cittadina Defarge!

Forse il silenzio che seguì, forse qualche rivelazione latente nell'espressione della fisionomia della signorina Pross, forse un improvviso sospetto, all'infuori di altri indizi, fece pensare a madame Defarge che gli abitanti non c'erano più. Ella aprì rapidamente tre porte, e guardò dentro.

— Queste stanze sono tutte in disordine, vi è stata imballata la roba in fretta e in furia, il pavimento è pieno di ciarpame. V'è nessuno in quella stanza dietro di voi? Lasciatemi guardare.

— Giammai! — disse la signorina Pross, che comprese perfettamente la domanda, allo stesso modo che madama Defarge aveva compreso la risposta.

— Se essi non sono in codesta stanza, e se ne sono andati, possono essere inseguiti e ricondotti indietro, — disse fra sè madama Defarge.

— Finchè non saprete se essi sono in questa stanza o no, sarete incerta sul da fare, — disse la signorina Pross a sè stessa anche lei; — voi non lo saprete, se io posso tenervelo celato, e lo sappiate o non lo sappiate, non ve n'andrete di qui, se posso trattenervi.

— Ho avuto da far con tanti altre volte e nulla m'ha fermato. Ti sbranerò, ma ti staccherò da quella porta, — disse madama Defarge.

— Voi siete sola all'ultimo piano d'una casa alta, su un cortile solitario. Non è probabile che qualcuno oda, e io spero d'aver la forza fisica di trattenervi, perchè ogni minuto che riesco a trattenervi qui vale centomila ghinee per la mia diletta, — disse la signorina Pross.

Madama Defarge si mosse verso la porta. La signorina Pross, obbedendo all'istinto del momento, l'afferrò alla vita con ambe le braccia e la tenne stretta. Invano madama Defarge volle lottare e colpire: la signorina Pross, con la vigorosa tenacia dell'amore, ch'è sempre più forte dell'odio, l'attanagliò energica e la sollevò perfino dal pavimento nella mischia che ebbero. Le due mani di madama Defarge la schiaffeggiavano e la graffiavano; ma la signorina Pross, con la testa china, la teneva intorno alla vita e le s'aggrappava con la forza disperata di chi sta per annegare.

A un tratto madama Defarge cessò di picchiare, e con le mani si palpò la cintura. — È sotto il mio braccio, — disse la signorina Pross, in tono soffocato, — non lo estrarrete. Son più forte di voi, e Iddio sia benedetto. Vi terrò finchè una di noi due non s'accasci o muoia.

Le mani di madama Defarge corsero al seno. La signorina Pross guardò su, vide di che si trattava, picchiò di sopra, ne fece scattare un lampo e un'esplosione, e rimase in piedi sola — accecata dal fumo.

Tutto avvenne in un secondo. Il fumo si diradò, lasciando un silenzio spaventoso, e si disperse per l'aria, come l'anima della furiosa donna il cui cadavere giaceva senza vita a terra.

Nel primo spavento e orrore della sua condizione, la signorina Pross passò più lontano che poteva dal cadavere e si lanciò per le scale a chiamare inutilmente aiuto. Fortunatamente pensò alle conseguenze di ciò che aveva fatto in tempo per arrestarsi e tornare indietro. Era terribile entrare di nuovo in casa, ma entrò e anche s'avvicinò al cadavere per pigliarsi il cappello e l'altra roba che doveva indossare. Si mise tutto sul pianerottolo, dopo aver chiuso e serrato la porta e aver tolta la chiave. Poi si sedette un po' sui gradini a riprender fiato e a piangere, e quindi si levò e discese in fretta.

Per fortuna aveva un velo al cappello; altrimenti non avrebbe potuto andare in giro senza esser fermata. Per fortuna, anche, era così naturalmente speciale nell'aspetto da non mostrare quel suo sconvolgimento, che si sarebbe notato in un'altra. Le valsero ambedue questi vantaggi, perchè aveva delle graffiature profonde in viso, i capelli scompigliati, e le vesti (composte in fretta con mani tremanti), gualcite e strappate in cento punti.

Nel traversare il ponte, gettò la chiave della porta nel fiume. Arrivata alla cattedrale un po' di minuti prima del compagno, e stando ad aspettarlo, pensò: — E se la chiave fosse già stata ripescata in una rete, e se fosse identificata, e se la porta venisse aperta e il cadavere scoperto, e se io fossi fermata alla barriera, mandata in prigione e accusata d'assassinio! — In mezzo a questa serie di pensieri paurosi, il compagno apparve, la fece salire in carrozza, e via per la barriera.

— C'è trambusto per le vie? — ella domandò.

— Il solito trambusto, — rispose il signor Cruncher, e parve sorpreso dalla domanda e dall'aspetto di lei.

— Io non vi sento, — disse la signorina Pross. — Che avete detto?

Invano il signor Cruncher ripetè ciò che aveva detto; la signorina Pross non poteva sentire. — Farò un cenno con la testa, — pensò il signor Cruncher, stupito. — A ogni modo potrà vedere. — Ed ella lo vide.

— Si sente rumore nelle vie ora? — tosto ridomandò la signorina Pross.

Di nuovo il signor Cruncher accennò col capo.

— Io non sento.

— Diventata sorda in un'ora, — disse il signor Cruncher, meditabondo, e con l'animo turbato. — Che le è capitato?

— Sento, — disse la signorina Pross, — come se vi fossero stati un lampo e un'esplosione, e quell'esplosione era l'ultima cosa che io avrei mai desiderato d'udire.

— Curioso! — disse il signor Cruncher, sempre più turbato. — Chi sa che cosa ha preso per darsi coraggio! Udite! Si sente il rumore di quelle terribili carrette. Lo sentite questo rumore, signorina?

— Io non sento nulla, — disse la signorina Pross, vedendo ch'egli le parlava. — O caro mio, s'è sentita prima una grande esplosione, e poi un gran silenzio, e quel silenzio sembra fisso e immobile, per non esser mai più rotto, finchè mi durerà la vita.

— Se non sente il rumore di quelle spaventose carrette, ora che son qui da presso, — disse il signor Cruncher, con uno sguardo laterale, — credo che davvero ella non sentirà mai più nulla in questo mondo.

E veramente così fu.