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Le Due città.  Charles Dickens
Capitolo 10. La sostanza dell'ombra
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«Io, Alessandro Manette, infelice medico, nato a Beauvais e dopo residente a Parigi, scrivo questa triste memoria nella mia misera cella della Bastiglia, durante l'ultimo mese dell'anno 1767. La scrivo a furtivi intervalli, in mezzo a ogni sorta di difficoltà. Mi propongo di celarla nel muro del caminetto, dove ho faticosamente costruito un nascondiglio. Qualche mano pietosa potrà trovarla, quando io e le mie sofferenze saremo polvere. Traccio queste parole con una punta di ferro rugginosa, e con un po' di fuliggine e carbone misti col sangue, l'ultimo mese dell'anno decimo della mia prigionia. In cuore non conservo più assolutamente alcuna speranza. Da terribili sintomi osservati in me stesso so che la mia ragione non rimarrà a lungo inalterata; ma solennemente dichiaro che a quest'ora sono in possesso della mia maggiore lucidità — che la mia memoria è esatta e minuta — e che io scrivo la verità come risponderò per queste mie ultime parole, siano esse lette o no dagli uomini, innanzi all'eterno tribunale divino.

Una notte nuvolosa di luna, della terza settimana di dicembre (credo il ventidue del mese), nell'anno 1767, camminavo in un punto solitario della banchina della Senna, per difendermi un po' dall'aria frizzante — ero a un'ora di distanza dalla mia abitazione nella via della Scuola di Medicina — quando mi raggiunse alle spalle una vettura che correva a gran velocità. Mentre mi tiravo da parte per farla passare, temendo d'essere travolto, una testa si sporse dallo sportello e una voce gridò al cocchiere di fermare.

«La carrozza si fermò non appena il cocchiere potè tirare le redini, e la stessa voce mi chiamò per nome. Io risposi. La carrozza in quel momento s'era tanto allontanata da me, che due signori ebbero il tempo di aprire lo sportello e discendere prima che li raggiungessi. Osservai che erano entrambi imbacuccati nei mantelli e pareva cercassero di occultarsi. Mentre stavano l'uno accanto all'altro presso lo sportello, osservai anche che sembravano all'incirca della mia stessa età o alquanto più giovani, e che si rassomigliavano molto l'un l'altro per la statura, i modi, la voce e (per quanto potevo scorgere) anche per il viso.

«—Voi siete il dottor Manette? — domandò l'uno.

«— Sono io.

«— Il dottor Manette, di Beauvais, — disse l'altro, —, il giovane medico, originalmente esperto chirurgo, che in un paio d'anni s'è fatto un bel nome qui a Parigi?

«— Signori, — risposi, — sono io il dottor Manette, di cui parlate con tanta bontà.

«— Noi siamo stati in casa vostra, — disse il primo, — e non avendo avuto la fortuna di trovarvi, informati che probabilmente avevate preso questa direzione, vi abbiamo seguito con la speranza di raggiungervi. Volete aver la bontà di salire in carrozza?

«I modi di entrambi erano imperiosi, ed entrambi si disposero, mentre venivan pronunciate queste parole, in modo da mettermi fra loro e lo sportello. Essi erano armati, ma io non avevo nulla.

«— Signori, — io dissi, — voi mi scuserete; ma è mio costume di domandare il nome di chi mi fa l'onore di chiamarmi e la natura del caso per cui sono chiamato.

«La risposta mi fu data da colui che aveva parlato secondo:

«— Dottore, i vostri clienti son persone di alto grado. Quanto alla natura del caso, la nostra fiducia nella vostra abilità ci assicura che voi saprete accertarla meglio di quanto potremmo dirvi noi. Basta. Volete aver la bontà di salire in carrozza?

«— Io non posso far altro che obbedire, — e salii in carrozza in silenzio. Tutti e due entrarono dopo di me — l'ultimo con un salto, dopo aver alzato il predellino. La carrozza si voltò, e partì a tutta velocità.

«Ho ripetuto la conversazione esattamente come si svolse. Io non ho dubbio che, parola per parola, sia la medesima. Ho descritto tutto proprio così come avvenne, sforzandomi di non aggiunger e non toglier nulla. Dove io metto i puntini, interrompo, e metto il foglio nel nascondiglio...

«La carrozza si lasciò indietro parecchie vie, passò la barriera del nord, ed emerse in una strada di campagna. A due terzi di lega dalla barriera — non calcolai la distanza in quel momento, ma quando la percorsi dopo — deviò in una strada laterale e si fermò innanzi a una casa solitaria. Scendemmo tutti e tre, e infilammo l'umido soffice viottolo d'un giardino, dove aveva traboccato una fontana dimenticata, fino alla porta della casa. La quale non fu aperta immediatamente al suono del campanello, e uno dei miei compagni colpì in faccia, col pesante guantone da caccia, l'uomo che poi venne ad aprire.

«In questo atto non v'era nulla da attrarre la mia particolare attenzione, poichè avevo visto tante persone del popolo picchiate peggio dei cani. Ma l'altro, parimenti adirato, picchiò l'uomo nella stessa maniera col braccio: l'aspetto e il contegno dei due fratelli mi apparve così perfettamente simile, che compresi ch'erano due gemelli.

«Dal momento del nostro arrivo alla porta esterna (che noi trovammo chiusa, e che uno dei fratelli aveva aperta, per quindi richiuderla), io avevo udito delle grida che venivano da una camera superiore. Fui condotto dritto in quella camera, dove le grida si facevan più forti nell'atto che salivo, e dove trovai una persona in preda al delirio, stesa sul letto.

«La persona era una donna di grande bellezza e assai giovane; certo non oltre i vent'anni. Aveva la chioma tutta scarmigliata e scomposta, e le braccia legate ai fianchi con fasce e fazzoletti. Osservai che quei legami eran tutte parti del vestito d'un gentiluomo. Su uno, che era una cintura frangiata per un costume di cerimonia, vidi lo stemma di un nobile e la lettera E.

«Vidi questo nel primo minuto della mia osservazione dell'inferma; poichè, negli sforzi che faceva per liberarsi, s'era voltata col viso sull'orlo del letto, s'era tirata l'estremità della fascia in bocca, a rischio di rimaner soffocata. Il mio primo atto fu di stender la mano per farla respirare, e nel tirar la fascia, notai il ricamo dello stemma nell'angolo.

«Voltai pian piano l'inferma, le misi sul petto le mie mani per calmarla e non farla muovere, e la guardai in viso. Gli occhi erano selvaggiamente dilatati, ella cacciava continue grida laceranti e ripeteva le parole: «mio marito, mio padre e mio fratello!» e poi contava fino a dodici, e diceva «Zitti!» Per un istante, e non più, si fermava ad ascoltare, e poi ricominciavano le grida laceranti, e ripeteva le parole «Mio marito, mio padre e mio fratello!», contava fino a dodici, e diceva «Zitti!» Non v'era alcuna variazione in quest'ordine o nelle sue maniere. Non v'era altra interruzione, se non la pausa normale, nell'emissione di questi suoni.

«— Da quanto tempo, — domandai — dura così?

«Per distinguere i fratelli, li chiamerò il maggiore e il minore; per il maggiore intendo quello che esercitava maggiore autorità. Fu il maggiore che rispose: — Da ieri sera a quest'ora a un di presso.

«— Ella ha il marito, il padre e un fratello?

«— Un fratello.

«— Io non parlo a suo fratello?

«— Egli rispose con gran disprezzo: — No.

«— Ricorda qualche cosa di recente col numero dodici?

«Il fratello minore soggiunse impaziente: — Con le ore dodici?

«— Vedete, signori, — io dissi, tenendole sempre il petto con le mani, — così come io son venuto, sono assolutamente inutile! Se avessi saputo ciò che avrei visto, mi sarei provveduto. In questa condizione di cose, si perde del tempo. In questo luogo remoto, dove prender dei medicamenti?

«Il fratello maggiore guardò il minore, che disse alteramente: — Qui v'è una scatola di medicinali, — e, prendendola da un ripostiglio, la mise sul tavolino.

«Apersi un po' di boccette, le odorai e mi portai i tappi alle labbra. Se avessi voluto usare medicine che non fossero dei narcotici, veleni per sè stessi, non mi sarei servito d'alcuno di quei medicamenti.

«— Avete qualche dubbio? — domandò il giovane fratello.

«— Vedete, signore, che io sto per usarle, — risposi, e non dissi altro.

«Feci inghiottire alla paziente, con gran difficoltà, e dopo molti sforzi, la dose che desideravo di darle. Siccome intendevo ripeterla dopo un po', e siccome era necessario osservarne l'effetto, mi sedetti allora accanto al letto. V'era una timida e silenziosa donna, pronta a prestar lì le sue cure (moglie del servitore da basso), la quale s'era ritirata in un angolo. La casa era umida e cadente, poveramente arredata — certo, occupata soltanto da poco e usata temporaneamente. Dei vecchi pesanti cortinaggi erano stati inchiodati innanzi alle finestre per smorzare le grida, le quali continuavano in regolare successione, con le parole «Mio marito, mio padre e mio fratello!», col conto fino a dodici e «Zitti!». Gli sforzi dell'inferma erano così violenti e frenetici, che io non le avevo slegato la fasciatura delle braccia; ma l'aveva allentata in modo che non le facesse male. La sola efficacia in quel caso fu che la mia pressione sul petto della sofferente ebbe questo effetto lenitivo, che per alcuni minuti di seguito a volte si manteneva tranquilla. Ma non ebbe alcun effetto sulle grida; e nessun pendolo sarebbe potuto esser più regolare.

«Giacchè la mia mano calmava l'inferma (immagino) io rimasi accanto al letto una mezz'ora, in presenza dei due fratelli, prima che il maggiore dicesse:

«— V'è un altro malato.

«Ebbi un sussulto e domandai: — È un caso urgente?

«— Sarebbe bene che lo vedeste, — egli rispose con indifferenza; e prese una candela...

«L'altro paziente giaceva in una stanza, dietro una seconda scalinata, ch'era una specie di fienile su una stalla. Una parte del soffitto era basso e intonacato: il resto era aperto sino all'orlo del tetto, coperto di tegole e attraversato da travi. Paglia e fieno erano ammucchiati da quella parte, fascine per accendere il fuoco e un mucchio di mele coperte di sabbia. Dovetti passare da quella parte per arrivare all'altra. La mia memoria ricorda tutto con esattezza. Lo provo con questi particolari, che veggo con molta precisione tutti, in questa cella della Bastiglia, quasi alla fine del decimo anno di mia prigionia, come li vidi precisamente quella notte.

«Su un po' di fieno a terra, con un guanciale gettato sotto il capo, giaceva un giovane contadino — un bel ragazzo di non più di diciassett'anni al massimo. Era disteso sulla schiena, coi denti stretti, la mano destra aggrappata al petto, e gli occhi accesi con lo sguardo all'insù. Non potei vedere dov'era ferito, quando mi curvai su un ginocchio; ma compresi ch'era moribondo per una ferita di punta.

«— Io sono dottore, mio povero amico, — dissi; lascia vedere.

«— Non voglio essere esaminato, — rispose, — lasciatemi fare.

«La ferita era sotto la sua mano, e io lo persuasi dolcemente ad allontanar la mano. Era una ferita apertagli da una spada venti o ventiquattr'ore prima; ma anche se egli fosse stato visitato immediatamente, non ci sarebbe stata perizia alcuna che avrebbe potuto salvarlo. Egli s'avvicinava rapidamente alla morte. Come volsi gli occhi al fratello maggiore, vidi che guardava quel bel ragazzo cui sfuggiva la vita con la stessa indifferenza con cui avrebbe guardato un uccello, una lepre o un coniglio ferito.

«— Come mai questa faccenda, signore? — domandai.

«— Un pezzo di canaglia! Ha costretto mio fratello a tirar contro di lui, ed è caduto contro la spada di mio fratello... come un gentiluomo.

«Non v'era tocco di pietà, di dolore, di sentimento umano in questa risposta. Colui che aveva parlato sembrava riconoscere ch'era una seccatura aver lì morente quel diverso genere di animale, e che sarebbe stato molto meglio se fosse morto nel solito oscuro modo della sua sozza specie. Egli era assolutamente incapace d'un sentimento di compassione per il ragazzo o per il suo destino.

«Gli occhi del ragazzo s'erano pian piano girati verso di lui, e poi si volsero verso di me.

«— Dottore, sono molto orgogliosi questi nobili; ma, a volte, anche noi gente volgare siamo orgogliosi. Essi ci saccheggiano, ci oltraggiano, ci battono, ci ammazzano; ma a volte ci rimane un po' d'orgoglio. Lei... l'avete vista, dottore?

«I gemiti e le grida si sentivan fin lì, benchè smorzati dalla distanza. Egli parlava della donna come se fosse lì presente.

«Io risposi che l'avevo veduta.

«— È mia sorella, dottore. Questi nobili hanno avuto, da molti anni i loro vergognosi diritti sulla modestia e la virtù delle nostre sorelle, ma fra noi abbiamo avuto delle buone ragazze. Io lo so, e mio padre soleva sempre dirlo. Lei era una buona ragazza e s'era fidanzata anche con un bravo giovane, lavoratore dei fondi di lui. Eravamo tutti vassalli dei suoi fondi... dell'uomo che sta lì. L'altro è suo fratello, il peggiore d'una pessima razza.

«Con gran difficoltà il giovane si sforzava di parlare; ma parlava con terribile energia.

«— Noi eravamo così derubati da quel signore lì, come tutti noi bruti da quegli esseri superiori... maltrattati da lui senza pietà, obbligati a lavorar per lui senza compensi, obbligati a macinar il nostro grano al suo mulino, obbligati ad alimentare i suoi polli a spese delle nostre misere raccolte, mentre c'era vietato, sotto pena di morte, tenerne uno per contro nostro, saccheggiati e taglieggiati a tal grado, che quando ci capitava di avere un pezzo di carne, dovevamo mangiarcelo di nascosto, con la porta sbarrata e le finestre chiuse, perchè i loro sgherri non lo vedessero e non ce lo togliessero... eravamo così derubati, ripeto, e perseguitati, e ridotti all'estremo, che nostro padre ci diceva ch'era terribile mettere al mondo un figlio, e che quello per cui dovevamo più fervidamente pregare era che le nostre donne potessero essere sterili e la nostra infelice razza perire.

«Per lo innanzi non avevo mai veduto avvampare come in fuoco il senso dell'oppressione. Avevo supposto che fosse latente chi sa dove nel popolo; ma finchè non lo vidi in quel ragazzo morente, non l'avevo ancora veduto esplodere.

«— Nonostante ciò, dottore, mia sorella si maritò. Lui era malaticcio, poverino, e mia sorella l'aveva sposato per poterlo curare e curare nella nostra casuccia... il nostro canile, come quel signore direbbe. Ma non era da molte settimane sposa, quando la vide il fratello di quel signore, gli piacque e chiese a suo fratello di dargliela... giacchè che cosa son mai fra noi i mariti? Egli era ben disposto, ma mia sorella era buona e virtuosa, e odiava il fratello di quel signore con un odio anche maggiore del mio. Che non fecero allora quei due per persuadere il marito a usar con lei della sua autorità e indurla a cedere?

«Gli occhi del giovane, ch'erano stati fissi nei miei, si volsero pianamente verso il testimone, e io vidi nei due visi che tutto ciò ch'egli diceva era vero. Le due opposte specie d'orgoglio si fronteggiavano, posso vederle anche ora in questa Bastiglia: quella del gentiluomo tutta negligente indifferenza; quella del contadino sentimento ferito e appassionata vendetta.

«— Voi sapete, dottore, che fra i diritti di questi nobili c'è quello di attaccarci come bruti ai carri e guidarci. Voi sapete che fra i loro diritti è quello di tenerci nei loro fondi tutte le notti a far tacere le rane, perchè non disturbino il loro augusto sonno. Essi tenevano mio cognato fuori la notte nelle nebbie insane, e lo riattaccavano al carro il giorno. Ma non si persuase. No! Staccato dal carro un dì a mezzogiorno perchè mangiasse... se avesse trovato cibo... egli singhiozzò dodici volte, una volta per ogni colpo del campanile, e morì disteso sul petto.

«Nulla, se non la risoluzione di narrare i torti sofferti, avrebbe potuto mantener la vita nel giovane. Egli respingeva le ombre minacciose della morte, e costringeva la mano a rimanere aggrappata per coprirgli la ferita.

«— Poi, col permesso di quel signore e anche col suo aiuto, suo fratello la condusse via, nonostante ciò che lei, lo so, aveva detto al fratello... e ciò che disse non vi rimarrà a lungo ignoto, dottore... la condusse via... per il suo piacere e per il suo spasso, per un po'. La vidi passare dinanzi a me sulla strada. Quando io portai la notizia a casa, il cuore di nostro padre s'infranse; egli non aveva mai detto una parola di ciò che lo opprimeva. Io condussi mia sorella minore (perchè ne ho un'altra) in un luogo dove quel signore non può raggiungerla, e dove, almeno, lei non sarà mai vassalla. Poi, io rintracciai il fratello qui, e ieri sera irruppi qui dentro... persona volgare, ma con la spada in mano... Dov'è la finestra del fienile? Fu in qualche parte qui?

«La stanza si stava abbuiando ai suoi occhi; il mondo intorno gli si restringeva. Io volsi intorno lo sguardo, e vidi che fieno e paglia erano stati calpestati sul pavimento, come se vi fosse stata una lotta.

«— Lei mi udì, ed accorse. Le gridai di non avvicinarsi finchè lui non fosse morto. Lui si presentò e prima mi mostrò del denaro; poi mi colpì con uno staffile. Ma vile cane qual ero, lo colpii in modo da fargli sguainare la spada. La faccia in quanti pezzi vuole, la spada macchiata dal mio sangue volgare! Egli la sguainò per difendersi e mi trapassò con tutta la sua destrezza per salvarsi la vita.

«Il mio sguardo aveva scòrto, soltanto pochi momenti prima, i frammenti d'una spada rotta sparsi tra il fieno. L'arma era quella d'un gentiluomo. In un altro punto giaceva una vecchia spada che sembrava d'un soldato.

«— Ora dottore, sollevatemi, sollevatemi. Lui dov'è?

«— Non è qui, — dissi, sostenendo il ragazzo, e pensando che alludesse al minore dei due fratelli.

«— Per quanto orgoglio abbiano questi nobili, lui ha paura di me. Dov'è l'uomo ch'era qui? Fatemelo vedere.

«Levai la testa del ragazzo contro il mio ginocchio. Ma, dotato in quel momento d'una forza straordinaria, egli si levò completamente, obbligando anche me ad alzarmi, per essere in grado di sostenerlo.

«— Marchese, — disse il ragazzo, volgendosi a lui con gli occhi spalancati e la mano destra levata, — nei giorni in cui si renderà conto di tutte queste cose, io vi chiamo a rispondere voi e i vostri, fino all'ultimo della vostra mala genìa. Io faccio questa croce di sangue su di voi, come un segno della mia volontà. Nei giorni in cui si renderà conto di tutte queste cose, io chiamo vostro fratello, il peggiore della vostra mala genìa, a rispondere separatamente. Faccio questa croce di sangue su di lui, come un segno della mia volontà.

«Due volte egli si mise la mano alla ferita sul petto, e con l'indice tracciò in aria una croce. Stette per un istante con l'indice levato, e come questo cadde, si abbattè anche lui, e io lo composi in terra morto...

«Quando tornai accanto al letto della donna, la trovai che continuava a delirare precisamente nello stesso ordine e con la stessa successione di frasi. Sapevo che la cosa sarebbe potuta durare per molte ore e che probabilmente sarebbe finita nel silenzio della tomba.

«Ripetei la dose del medicamento somministratole, e rimasi accanto al letto fino a notte assai alta. L'alto tono delle sue grida non s'indebolì mai, l'ordine di ciò che diceva non variò mai. Ella continuava a dire: «Mio marito, mio padre e mio fratello: Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici. Zitti!».

«Questo durò ventisei ore dal primo momento che la vidi. Io ero andato e tornato due volte, e le stavo di nuovo accanto, quando ella cominciò a mancare. Feci ciò che si poteva fare per aiutarla, ma tosto s'immerse in una profonda letargia e giacque come morta.

«Era come se il vento e la pioggia le avessero finalmente conciliato il sonno, dopo una lunga, terribile tempesta. Le liberai le braccia e chiamai la domestica ad aiutarmi a comporre l'inferma e la veste che s'era strappata. Fu allora che m'accorsi ch'ella aveva i primi accenni della maternità; e fu allora che si spense in me il piccolo barlume di speranza che mi balenava.

«— È morta? — domandò il marchese, che era il fratello maggiore, tornando calzato di stivali dalla stalla dov'era andato a visitare il cavallo.

«— Non morta, — io dissi; — ma presso a morire.

«— Che energia v'è in questa gente! — egli disse, chinandosi a guardar la malata con qualche curiosità.

« — Vi è una forza prodigiosa, — gli risposi, — nella tristezza e nella disperazione.

«Prima scoppiò a ridere alle mie parole, e poi si accigliò. Trasse col piede una sedia accanto alla mia, ordinò alla domestica d'andar via, e disse a voce bassa:

«— Dottore, trovando mio fratello in difficoltà con questi villani, io gli ho raccomandato di ricorrere al vostro aiuto. Voi avete una bella reputazione, e siccome siete giovane e dovete farvi strada, probabilmente avete a cuore il vostro interesse. Le cose che vedete qui son cose che si possono vedere, ma non riferire.

«— Io ascoltavo il respiro della malata, ed evitai di rispondere.

«— Mi onorate della vostra attenzione, dottore?

«— Signore, — io dissi, — nella mia professione, le confessioni dei malati sono sempre ricevute in segretezza. — Fui cauto nella mia risposta, perchè avevo lo spirito turbato da ciò che avevo udito e veduto.

«Il respiro dell'inferma era così difficile a percepire, che le provai accuratamente il polso e il cuore. C'era la vita, e nulla più. Guardando in giro, riprendendo il mio posto, vidi i due fratelli intenti su di me...

«Scrivo con tanta difficoltà, son così irrigidito, temo tanto d'essere scoperto e condotto in una cella sotterranea, nel buio totale, che debbo abbreviare questa narrazione. Non v'è alcuna confusione o lacuna nella mia memoria, la quale può rammentare, e potrebbe riprodurre parola per parola, tutto ciò che fu detto fra me e quei due fratelli.

«Ella pencolò una settimana fra morte e vita. Verso la fine, potevo capire le poche sillabe ch'ella mi diceva soltanto avvicinando l'orecchio alle sue labbra. Mi domandò dove si trovava e glielo dissi. Invano le chiesi il nome della sua famiglia. Ella scosse pianamente la testa sul guanciale, e conservò il segreto, come aveva fatto il ragazzo.

«Io non ebbi occasione di domandarle nulla, finchè non dissi ai due fratelli ch'ella si stava rapidamente consumando, e non sarebbe durata un altro giorno. Fino allora, sebbene, tranne me e la domestica, nessuno fosse stato presente ai suoi momenti di lucidità, l'uno e l'altro dei due s'era sempre tenuto gelosamente dietro la cortina a capo a letto, nei momenti che c'ero io. Ma quando si fu verso la fine, non si curarono più di ciò che potesse comunicarmi, come se — questo pensiero mi traversò la mente — fossi moribondo anch'io.

«Notavo sempre che il loro orgoglio era vivamente offeso dal fatto che il fratello minore (come io lo chiamo) aveva incrociato la spada con un plebeo, per giunta ragazzo. La sola considerazione che pareva ferirli entrambi era questa circostanza umiliante per la famiglia e molto ridicola. Tutte le volte che io sorprendevo gli occhi del fratello minore, la loro espressione mi rammentava ch'egli m'aveva in mortale antipatia, perchè sapevo ciò che sapevo del giovane contadino. Si dimostrava con me molto più cortese e affabile del maggiore, ma io non m'ingannavo. Comprendevo inoltre che costituivo un incomodo anche nello spirito del maggiore.

«La mia paziente morì due ore prima di mezzanotte — secondo il mio orologio, quasi nello stesso preciso minuto in cui l'avevo vista la prima volta. Ero solo con lei, quando l'infelice s'abbattè pianamente su un lato, e tutti i torti ricevuti e tutte le sue sofferenze finirono.

«I due fratelli aspettavano in una stanza da basso, impazienti di fare una cavalcata. Io li avevo sentiti, solitario accanto al letto, picchiarsi gli stivali con lo staffile e passeggiare su e giù.

«— È morta finalmente? chiese il maggiore, quando li raggiunsi.

«— È morta, — dissi.

«— Caro fratello, mi congratulo, — aggiunse, volgendosi all'altro.

«— Egli già mi aveva offerto del denaro, ma io gli avevo detto che non c'era fretta. Allora mi diede un rotolo d'oro. Io glielo presi di mano e lo misi sul tavolino. Avevo considerato bene la cosa, e avevo risoluto di non accettar nulla.

«— Prego di scusarmi, — io dissi. — Date le circostanze, non lo prendo.

«Essi scambiarono degli sguardi, ma s'inchinarono al mio inchino, e noi ci separammo senza un'altra parola da una parte e l'altra...

«Io sono stanco, stanco, stanco, — stremato dalle sofferenze. Non posso leggere ciò che ho scritto con questa mano emaciata.

«La mattina dopo, il rotolo d'oro fu lasciato alla mia porta in una scatoletta col mio indirizzo. Fin dal principio, avevo pensato con grand'ansia al da fare. Decisi, quel giorno, di scrivere privatamente al ministro, riferendogli la natura dei due casi d'infermità, per i quali ero stato chiamato, e il luogo dove m'ero recato, con tutte le circostanze particolareggiate. Io sapevo quale fosse l'influenza di Corte, e di quali immunità godessero i nobili; e m'aspettavo che della cosa non si sarebbe parlato; ma volevo scaricarmi la coscienza del peso che la gravava. Avevo taciuto di tutto anche con mia moglie, e risolsi di riferire anche questo nella lettera. Non avevo alcun sospetto di sorta intorno a un pericolo che mi minacciasse; ma avvertivo che vi poteva essere qualche pericolo per gli altri, se gli altri avessero anch'essi saputo ciò ch'era a mia cognizione.

«Fui molto occupato quel giorno, e non potei finir la lettera per quella sera. Il giorno dopo mi levai molto prima dell'ora solita per finirla. Era l'ultimo giorno dell'anno. La lettera mi stava dinanzi appunto finita, quando mi si annunziò che una signora voleva parlarmi...

«Sto diventando sempre più incapace al compito che mi sono assunto. Qui fa così freddo, è così buio, i miei sensi sono così intorpiditi e la tristezza in me è così terribile!

«La donna era giovane, simpatica e bella, ma senza i segni d'una lunga vita. Era molto agitata. Mi si presentò come la moglie del marchese di Saint Evrémonde. Rannodai il titolo col quale il giovane contadino s'era rivolto al fratello maggiore con l'iniziale ricamata sulla cintura, e non ebbi difficoltà ad arrivare alla conclusione di aver veduto molto recentemente quel nobiluomo.

«La mia memoria è ancora accurata, ma non so scrivere le parole della nostra conversazione. Sospetto d'esser vigilato più rigorosamente di prima, e non so in quali ore io possa esser vigilato. Ella aveva un po' sospettato, e un po' scoperto, i fatti principali della storia crudele, della parte avutavi dal marito, e di quella mia. Ella non sapeva che la fanciulla era morta. La sua speranza era stata, disse angosciata, di mostrarle, in segreto, la sua simpatia di donna. La sua speranza era stata di stornare la collera del cielo da una casa ch'era da lungo tempo odiosa a molti sofferenti.

«Ella aveva ragione di credere che vi fosse una giovane sorella della morta ed espresse il suo più vivo desiderio di aiutarla. Io potei dirle soltanto che la sorella esisteva; ma oltre questo, non sapevo nient'altro. Ella era stata spinta a venir da me con la speranza che avrei potuto dirle il nome e il domicilio della giovinetta. E fino a quest'ora ignoro l'uno e l'altro...

«Questi pezzi di carta mi cominciano a mancare. Uno mi fu tolto ieri con una minaccia. Debbo finir oggi questa memoria.

«Ella era una buona, pietosa signora, e infelice nel matrimonio. Come poteva essere altrimenti? Il cognato diffidava di lei, la odiava e faceva di tutto per contrariarla; lei aveva paura di lui e, inoltre, del marito. Quando io l'accompagnai alla porta, vidi un bambino di circa tre anni che l'aspettava nella vettura.

«— Per suo amore, dottore, — ella disse, indicandomelo fra le lagrime, — io lo farei quanto fosse in me per espiare. Se no, egli non avrà fortuna a questo mondo. Io ho il presentimento che se non sarà riparata umilmente la colpa, un giorno ne sarà chiesto conto a lui. Ciò che io ho e che posso chiamar mio... è poco, oltre il valore di pochi gioielli... io gl'ingiungerò di darlo, con la compassione e il rammarico di sua madre morta, a questa famiglia oltraggiata, se la giovinetta potrà essere scoperta.

«Ella baciò il bambino, e disse, carezzandolo: — È per amor tuo. Tu sarai buono, Carlo? — Il fanciullo le rispose bravamente: — Sì! — Io le baciai la mano, e lei se lo prese in braccio, e andò via carezzandolo. Non la rividi più mai.

«Siccome ella menzionò il nome del marito, nella credenza che lo sapessi, non ne feci cenno nella mia lettera. La suggellai, e non volendo affidarla ad altre mani, la portai io stesso in quel medesimo giorno.

«Quella sera, l'ultimo dell'anno, verso le nove, un uomo vestito di nero sonò alla mia porta, domandò di vedermi e destramente seguì il mio servo, il giovane Ernesto Defarge, di sopra. Quando il mio servo entrò nella stanza dove io stavo con mia moglie — o moglie mia, diletta del mio cuore! Mia cara moglie! — vidi l'uomo, che si credeva stesse ancora alla porta, in piedi dietro Defarge.

«Una visita urgente in via Sant'Onorato, — disse. Mi sarei sbrigato subito. C'era una carrozza da basso.

«La carrozza mi portò qui, la carrozza mi portò nella mia tomba. Appena mi fui allontanato da casa, mi fu legata strettamente una fascia nera sulla bocca dal di dietro, e mi furono inchiodate le braccia. I due fratelli traversarono la strada da un angolo buio, e con un solo gesto mi identificarono. Il marchese prese da una tasca la lettera da me scritta, me la mostrò, l'accese al lume d'una lanterna che il fratello tenne sospesa, e ne calpestò i resti infiammati sotto i tacchi. Non fu detta una parola. Io fui portato qui, portato vivo nella mia tomba.

«Se fosse piaciuto a Dio d'ispirare al cuore crudele dell'uno dei due fratelli, in tutti questi terribili anni, di darmi qualche notizia della mia dilettissima moglie — tanto da lasciarmi sapere con una parola se è viva o morta — avrei potuto pensare che il Signore non li avesse assolutamente abbandonati. Ma ora io credo che il segno della croce di sangue sia stato loro fatale, e che essi non abbiano alcuna parte nella sua grazia. Ed io, Alessandro Manette, infelice prigioniero, in quest'ultima sera dell'anno 1767, nel mio insopportabile strazio, denuncio essi e i loro discendenti, fino all'ultimo della loro razza, ai tempi in cui si darà conto di queste infamie. Li denuncio al cielo e alla terra».

Un formidabile urlo si levò, appena fu finita la lettura di questo documento. Un urlo frenetico che non indicava altra bramosia che di sangue. La narrazione ridestava il più feroce sentimento di vendetta di quel tempo, e in tutta la Francia non v'era una testa che potesse sostenerne l'impeto.

Poco importava, in presenza di quel tribunale e di quell'uditorio, mostrar come i Defarge non avessero pubblicato quella memoria, con gli altri cimeli della Bastiglia portati in processione, e l'avessero serbata, aspettando il loro tempo. Poco importava mostrare che il nome di quella detestata famiglia era stato da lungo tempo bandito da Sant'Antonio e contrassegnato nelle maglie del registro fatale. Contro una simile denuncia non c'erano virtù e meriti d'un uomo che potessero sostenerlo in quel luogo quel giorno.

E tanto peggio per il condannato che il denunciante fosse un cittadino ben noto, il suo più diletto amico, il padre di sua moglie. Una delle più esaltate aspirazioni della plebaglia era l'imitazione delle discutibili virtù civiche dell'antichità, il sacrificio e l'immolazione di sè stesso sull'altare della repubblica. Perciò quando il presidente disse (altrimenti anche la sua testa gli sarebbe tremata sulle spalle) che il buon medico della repubblica sarebbe diventato molto più benemerito della repubblica estirpando una nociva famiglia di aristocratici, e che senza dubbio avrebbe provato un sacro orgoglio e una sacra gioia facendo vedova la figlia e orfana la nipote, vi fu una selvaggia eccitazione di fervore patriottico e neppure un filo di umana simpatia.

— Ha molta autorità intorno a lui il dottore? — mormorò madama Defarge, sorridendo alla Vendetta. — Salvatelo, ora, dottore mio, salvatelo.

Vi fu un rugghio a ogni voto dei giurati. Un altro voto, un altro voto. E sempre un frastuono più alto.

Condannato a unanimità. In cuore e per discendenza aristocratico, nemico della repubblica, notorio oppressore del popolo. Indietro alla Conciergerie, e morte fra ventiquattr'ore!