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Le Due città.  Charles Dickens
Capitolo 9. Si giuoca
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Mentre Sydney Carton e la pecora delle prigioni s'intrattenevano nell'attigua stanza buia a discuter così sottovoce, che nessun suono ne proveniva, il signor Lorry osservava Jerry con uno sguardo carico di dubbio e di diffidenza. La maniera con cui l'onesto lavoratore e commerciante sosteneva quello sguardo non ispirava fiducia: egli mutò tante volte la gamba sulla quale si teneva ritto, da parer che ne avesse cinquanta e volesse provarle tutte; s'esaminava le unghie con una minuta attenzione assai discutibile; e tutte le volte che l'occhio del signor Lorry lo fissava, egli era assalito da quella specie particolare di tossettina, che richiede la protezione del cavo della mano, e che di rado, se mai, è un'infermità a cui vada soggetta una perfetta sincerità di carattere.

— Jerry, — disse il signor Lorry. — Vieni qui.

Il signor Cruncher si avanzò di sbieco, con una spalla che lo precedeva.

— Oltre quello del messaggero, che mestiere avete fatto?

Dopo qualche meditazione, accompagnata da un'occhiata intenta al padrone, il signor Cruncher concepì la luminosa idea di rispondere: — Un mestiere di genere agricolo.

— Ho un certo grave sospetto, — disse il signor Lorry, — che tu ti sia servito del grande e rispettabile nome della banca Tellson come pretesto per darti a un'occupazione illegale d'un genere ignobile. Se è così, non t'aspettare che io ti favorisca, al nostro ritorno in Inghilterra. Se è così, non sperare che io voglia tacere sul conto tuo. La banca Tellson non sarà ingannata.

— Io spero, signore, — perorò umiliato il signor Cruncher, — che un gentiluomo come voi, che mi ha fatto l'onore d'impiegarmi fino a vedermi coi capelli grigi, ci penserà due volte prima di farmi male, anche se così fosse... io non dico che così sia, ma anche se così fosse. E bisogna tener conto che se la cosa fosse così, non sarebbe, se mai, da considerar da un lato solo. Essa avrebbe due lati. Intanto vi potrebbero esser dei medici che raccolgono ghinee, dove un onesto commerciante non raccoglie che soldarelli... no, neppure soldarelli... mezzi soldi, centesimi... depositano i loro risparmi nella banca Tellson e ammiccano in segreto il loro occhio dottorale a quel commerciante, quando entrano e quando poi se ne vanno con le loro vetture. Bene, anche questo sarebbe un inganno alla banca Tellson. E voi non potreste condannare una parte e assolvere l'altra. E poi c'è mia moglie, o almeno c'era, quando eravamo in Inghilterra, e ci sarebbe di nuovo, avendone il motivo, a pregare, contro il mio lavoro, in una maniera rovinosa... più che rovinosa. Mentre le mogli dei dottori si guardano bene dal pregare, contro il commercio dei mariti... sì, vorrei vederle! E se pregano, pregano che ci siano più malati. E come si potrebbero curare i vivi senza aver studiato i morti? E poi fra intraprenditori, sagrestani, becchini e guardie private (tutta gente avida e mescolata nella faccenda) nessuno potrebbe cavarne molto, anche se la cosa così fosse. E quel poco che uno ne ricavasse, non gli farebbe gran pro, signor Lorry. Non ne avrebbe alcun bene, e uno vorrebbe, anche se la cosa fosse così, trovar la via, potendo, di liberarsene.

— Ohibò! — esclamò il signor Lorry, pur nondimeno con qualche mitezza, — sento ribrezzo soltanto a guardarvi.

— Ora, ciò che umilmente vi proporrei, signore, — continuò il signor Cruncher, — anche se la cosa fosse così, e io non dico che sia...

— Non ciurlare nel manico, — disse il signor Lorry.

— No, non ciurlerò nel manico, — ribattè il signor Cruncher, come se nulla fosse più lontano dai suoi pensieri e dalle sue consuetudini, — anche se la cosa fosse così, e io non dico che sia, ciò che umilmente vi proporrei, sarebbe questo. Su quello stesso sgabello, innanzi a quello stesso Temple Bar, sta quel mio ragazzo, allevato ad essere già quasi uomo, che vi servirà, correrà a fare le vostre commissioni, vi farà tutti quei piccoli servigi che a voi piacerà di affidargli. Se la cosa fosse così, ma io non dico ancora che sia (perchè io non sto qui a raccontarvi delle frottole) lasciate che quel ragazzo sia conservato al posto di suo padre, e accudisca alla madre... non piombate sul padre di quel ragazzo... no, signore, per carità... e lasciate andare il padre nel ramo dei seppellitori di mestiere, a fare ammenda di ciò che ha indebitamente disseppellito... se la cosa così fosse... mettendosi a seppellire con molta buona volontà e il proposito di seppellire sicuramente e definitivamente. Questo, — disse il signor Cruncher, asciugandosi la fronte col braccio, in segno d'essere arrivato alla perorazione, — è ciò che umilmente vi propongo. Uno non si vede qui intorno questo terribilio di soggetti senza testa, in tanta abbondanza da non pagare, se mai, neppure il prezzo del trasporto senza mettersi seriamente a riflettere. E questi sarebbero i miei pensieri, se la cosa così fosse: supplicarvi di ricordarvi che ciò che v'ho detto ora, l'ho detto a fin di bene, quando avrei potuto tacere.

— Sì, questo è vero, — disse il signor Lorry. — È inutile dir altro. Può darsi che io ridivenga vostro amico, se lo meritate e vi pentite a fatti... non a chiacchiere. Chiacchiere non ne voglio sentir più.

Il signor Cruncher si picchiò la fronte, mentre Sydney Carton e la spia ritornavano dalla stanza buia. — Addio, signor Barsad, — disse il primo; — dopo l'accordo che abbiamo preso, voi non avete nulla a temere da me.

Egli si adagiò su una sedia accanto al caminetto, di fronte al signor Lorry; e appena furono soli, questi gli domandò che avesse fatto.

— Non molto. Se per il prigioniero andasse male, io potrei arrivar fino a lui, una volta.

La fisionomia del signor Lorry s'abbuiò.

— È tutto ciò che ho potuto ottenere, — disse Carton. — Domandar più sarebbe stato come metter Barsad con la testa sotto la ghigliottina, e come lui stesso ha detto, nulla di peggiore può accadergli, se lo denuncio. Il difetto è nella debolezza della posizione, ed è inutile sperar di più.

— Ma arrivare al prigioniero, nel caso che andasse male innanzi al tribunale, non vorrebbe dire salvargli la vita.

— Non ho mai detto che gli salverebbe la vita.

Gli occhi del signor Lorry si volsero gradatamente verso il fuoco: la sua simpatia per la diletta Lucia e il grave colpo datogli dal secondo arresto del marito, glieli avevano indeboliti: egli era un vecchio, ora, carico di ansia angosciosa, e gli sgorgavano le lagrime.

— Voi siete un onesto e fedele amico, — disse Carton, con voce mutata. — Perdonatemi, se osservo che siete commosso. Io non potevo veder pianger mio padre, e rimanergli accanto indifferente. E se foste mio padre, non potrei sentirmi più commosso alla vostra angoscia. Ma per vostra fortuna non siete mio padre.

Benchè dicesse le ultime parole in tono di scherzo, aveva nell'accento e nei modi un sincero sentimento di rispetto, che il signor Lorry, il quale non aveva mai veduto il lato buono di Carton, assolutamente non s'aspettava. Egli gli diede la mano, e Carton gliela strinse affettuosamente.

— Per tornare al povero Darnay, — disse Carton, — non dite alla moglie nulla di questo colloquio o di questo accordo. Ella non sarebbe messa in grado d'andare a visitarlo, e potrebbe pensare che l'accordo sia stato preso, nel caso peggiore, per procacciargli i mezzi di anticipare la sentenza.

Il signor Lorry non aveva pensato a nulla di simile, e guardò vivamente Carton per veder se questo fosse serio nel suo proposito. Parve proprio che così fosse; egli gli ricambiò l'occhiata, evidentemente comprendendola.

— Ella potrebbe pensare a mille cose, — disse Carton, — che non farebbero che aggravare la sua angoscia. Intanto non le parlate di me. Come vi dissi quando arrivai, è meglio che io non la vegga. Non mi occorre vederla, per prestarle quel piccolo aiuto di cui io sarò capace. Spero, intanto, che voi andrete a trovarla. Stasera ella deve essere desolata.

— Io ci vado subito.

— Benissimo. Ella ha tanta affezione per voi e ha tanta fiducia in voi. Come sta?

— Ansiosa e infelice, ma sempre molto bella.

— Ah!

Fu una lunga, dolorosa esclamazione, come un sospiro... quasi come un singhiozzo, ed attrasse gli occhi del signor Lorry sul volto di Carton, che guardava il fuoco. Una luce, o un'ombra passò su quei lineamenti come un mutamento sul pendio d'una collina in una giornata di sole, ed egli levò il piede per respingere un piccolo ceppo in fiamme che precipitava. Portava il soprabito bianco e gli stivali a risvolti allora in voga, e il riflesso del fuoco su quelle chiare superficie lo fece apparire pallidissimo, sotto la lunga chioma fulva, tutta scarmigliata e sciolta. La sua indifferenza al fuoco fu tale da far pronunciar una parola di rimostranza da parte del signor Lorry: lo stivale era ancora sui carboni ardenti del ceppo fiammante, che s'era rotto sotto la pedata.

— Me n'ero dimenticato, — egli disse.

Gli occhi del signor Lorry furono di nuovo attratti dal volto che gli stava di fronte. Osservando l'aria sciupata che ne oscurava le fattezze naturalmente belle, e avendo fresca in mente l'espressione della faccia del prigioniero, egli se la rammentò con maggiore vivezza.

— E il vostro ufficio qui è finalmente compiuto? disse Carton al signor Lorry.

— Sì. Come vi stavo dicendo ieri sera, quando entrò Lucia, io qui ho finito di fare ciò che potevo fare. Speravo di poter lasciar i miei amici in perfetta sicurezza, e quindi di poter attendere ch'essi lasciassero tranquillamente Parigi. Io ho il passaporto pronto, ed ero sulle mosse per partire.

Rimasero entrambi in silenzio.

— Le vostre memorie son disseminate su una lunga vita, signore? — disse Carton, malinconico.

— Io sono sui settantotto.

— Voi siete stato utile in tutta la vita; continuamente e costantemente occupato; riverito, rispettato e ammirato?

— Io ho sempre lavorato da che son stato uomo. Anzi posso dire d'aver lavorato fin da ragazzo.

— Vedete che posto voi occupate a settantott'anni! Quanta gente sentirà la vostra mancanza quando lo lascerete vuoto!

— Sono un vecchio scapolo solo, — rispose il signor Lorry, scotendo il capo. — Non ci sarà nessuno che mi piangerà.

— Come potete dirlo? Lei non piangerà per voi? Non piangerà la sua bambina?

— Sì, sì, grazie a Dio. Ho parlato senza pensare.

— È cosa da ringraziarne Iddio, no?

— Certo, certo.

— Se stasera voi realmente poteste dire: «Io non mi sono assicurato l'amore e l'affezione, la gratitudine e il rispetto di nessuna creatura umana; io non mi son conquistata alcuna tenerezza, non ho fatto nulla di buono e di utile da essere ricordato!» i vostri settantott'anni sarebbero settantotto grosse maledizioni. Non è forse vero?

— Sì, è la verità, signor Carton; credo di sì.

Sydney volse di nuovo gli occhi al fuoco, e dopo un silenzio di qualche istante, disse:

— Mi piacerebbe di domandarvi: la vostra fanciullezza vi sembra molto lontana? I giorni che sedevate sulle ginocchia di vostra madre vi sembrano giorni sepolti in una grande lontananza?

Assecondando la dolcezza dei modi dell'amico, il signor Lorry rispose:

— Vent'anni fa mi sembrava così, ora non più. Perchè quanto più m'avvicino alla fine, viaggio come in circolo e m'avvicino sempre più al principio. Mi par che la via si spiani e si faccia più agevole. Il mio cuore è commosso ora, da molte memorie che s'eran sopite della mia leggiadra giovine mamma (e io son così vecchio!) e da molti ricordi dei giorni in cui ciò che noi chiamiamo mondo non aveva alcun effetto su di me, e in cui i miei difetti non s'erano sostanziati in me.

— Comprendo! — esclamò Carton, con un vivo rossore. — E vi sentite migliore.

— Credo.

Carton terminò a questo punto la conversazione, levandosi ed aiutando l'amico a indossare il soprabito. — Ma voi, — disse il signor Lorry, ripigliando il discorso, — voi siete giovane.

— Sì, — disse Carton, — non son vecchio, ma la mia maniera di vivere non ebbe in vista la vecchiezza. Ma non parliamo più di me.

— E neanche di me, — disse il signor Lorry. — Uscite?

— Vi accompagnerò alla porta. Voi conoscete le mie abitudini errabonde. Se io vago un po' per le strade, non state in pensiero. Riapparirò domani mattina. Domani mattina, voi sarete al tribunale?

— Disgraziatamente, sì.

— Ci sarò anch'io, ma soltanto come uno della folla. La mia spia mi troverà un posto. Eccovi il braccio.

Il signor Lorry prese il braccio di Carton, ed essi discesero le scale e furono presto fuori. Pochi minuti di cammino li condussero alla meta del signor Lorry. Carton lo lasciò lì; ma si fermò a breve distanza, e si diresse di nuovo alla porta, dopo che fu chiusa, e la toccò. Egli aveva saputo che Lucia s'era recata ogni giorno alla prigione. «Lei usciva di qui», — disse guardando in giro, «voltava da questa parte, deve aver calpestato spesso queste pietre. Che io segua i suoi passi».

Erano le dieci di sera quando si trovò innanzi alla prigione della Force, dove Lucia s'era trattenuta centinaia di volte. Un piccolo segatore, che aveva chiuso la bottega, si faceva una pipata innanzi alla soglia.

— Buona sera, cittadino, — disse Sydney Carton, fermandosi, nell'atto che s'avvicinava, perchè quegli lo guardava interrogativamente.

— Buona notte, cittadino.

— Come va la repubblica?

— Volete dire la ghigliottina. Non c'è male. Oggi sessantatrè. Saliremo presto a un centinaio. Sansone e i suoi aiutanti a volte si lagnano d'essere stanchi. Ah, ah, ah! Buffo, quel Sansone. Che barbiere!

— Andate spesso a vederlo...

— A far la barba? Sempre. Tutti i giorni. Che barbiere! Non lo avete mai visto lavorare?

— Mai.

— Andate a vederlo quando ha una buona scorta. Immaginate, cittadino, oggi ne ha sbarbati sessantatrè in minor tempo di due pipate. In meno di due pipate. Parola d'onore!

Come l'ometto sorridente si cavava di bocca la pipa, per spiegar come misurava la velocità del carnefice, Carton sentì un tale violento impulso di strozzarlo, che si mosse per andarsene.

— Voi siete vestito da inglese, — disse il segatore, — ma non siete inglese.

— Sì, — disse Carton, fermandosi e volgendo il capo.

— Parlate bene il francese.

— Ho studiato qui.

— Ah, perfettamente francese! Buona sera, inglese!

— Buona sera, cittadino.

— Andate a vedere quel buffo di Sansone, — insistè l'ometto, gridandogli la raccomandazione. — E portatevi una pipa!

Sydney non s'era allontanato ancor molto, quando si fermò nel mezzo della via sotto un fanale acceso a scrivere con un lapis su un pezzetto di carta. Poi, traversando, col passo deciso di chi sapeva dirigersi, parecchie vie buie e sudice — più sudice del solito, perchè le migliori contrade non venivano spazzate in quei tempi di terrore — si fermò innanzi a una farmacia, che il farmacista stava chiudendo da sè. Una botteguccia scura e contorta, tenuta in un contorto vicolo in salita, da un ometto scuro e contorto.

Dando anche a quel cittadino la buona sera, nell'atto di piantarglisi di fronte, innanzi al banco, gli mise davanti il pezzo di carta. — Bazzecole! — esclamò dolcemente il farmacista, leggendolo. — Ih! ih, ih!

Sydney fece conto di non sentire, e il farmacista disse:

— Per voi cittadino!

— Per me.

— State attento a non mischiar queste polveri, cittadino. Sapete che accade, mischiandole?

— Perfettamente.

Il farmacista fece dei piccoli involtini e glieli diede. Carton se li mise a uno a uno nella tasca interna del soprabito, li pagò e uscì deliberatamente dalla bottega. «Non v'è più nient'altro da fare», disse, levando un'occhiata alla luna, «fino a domani. Ma intanto non posso dormire».

Non era spensierata la maniera con cui egli pronunciava ad alta voce queste parole sotto le nuvole rapidamente veleggianti, nè indicava più indifferenza che sfida. Era la maniera composta di un uomo stanco, che aveva vagato, aveva lottato e s'era smarrito, ma che finalmente entrava nella sua strada e ne vedeva la fine.

Gran tempo prima, quando era famoso fra i giovani compagni come un ingegno di grandi promesse, egli aveva seguito il padre alle esequie. La madre già era morta parecchi anni prima. Le solenni parole, ch'erano state lette sulla tomba del padre, gli tornavano in mente mentre se ne andava giù per le vie buie, fra le ombre gravi, sotto la luna e le nuvole che veleggiavano in alto: «Io sono la risurrezione e la vita, dice il Signore: chi crede in me, anche morto, vivrà; e chiunque vive e crede in me non morrà mai».

In una città dominata dalla ghigliottina, solo di notte, con la naturale tristezza che si levava in lui per i sessantatrè che erano stati giustiziati quel giorno, per le vittime di domani che aspettavano il loro destino nelle prigioni, e per quelle del giorno appresso e del seguente, la catena delle idee che gli richiamava quelle parole, come un'ancora rugginosa d'una vecchia nave estratta dal fondo del mare, si sarebbe potuta facilmente trovare. Egli non la cercò, ma ripetè le parole, e continuò ad andare.

Con un solenne interesse per le finestre illuminate, dove la gente si ritirava a riposare, immemore, in poche ore tranquille, degli orrori che la circondavano; per i campanili delle chiese, dove non si pronunciavano più preghiere, poichè la reazione popolare era arrivata anche a questo punto di annientamento a traverso anni d'impostura, saccheggio e dissolutezza ecclesiastici; per i lontani cimiteri, riservati, come era scritto sulle porte, al riposo eterno; per le prigioni gremite; e per le vie ove erano i sessanta piombati in una morte diventata così comune e normale, che neppure una sola triste leggenda d'uno spettro vagante sorse mai fra il popolo da tutto il lavorio della ghigliottina; con un solenne interesse per tutta la vita e la morte della città che s'adagiava alla breve notturna pausa del furore, Sydney Carton traversò di nuovo la Senna verso le vie centrali più illuminate.

Poche carrozze erano in giro, perchè chi si faceva portare in carrozza era sospetto, e la nobiltà si nascondeva il capo sotto il berretto rosso, calzava delle scarpe grossolane e si trascinava a piedi. Ma i teatri erano tutti gremiti, e la gente si riversava allegramente fuori a fiotti, mentre egli passava, per andare a casa. Alla porta d'un teatro, v'era una bambina con la madre, che cercava un sentiero nel fango per traversare la strada. Egli sollevò la bambina, e prima che il timido braccio gli si sciogliesse dal collo, le chiese un bacio.

«Io sono la risurrezione e la vita, dice il Signore; colui che crede in me, anche morto, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morrà mai».

Ora che le vie tacevano assonnate e la notte era quasi consumata, queste parole erano negli echi dei suoi piedi, ed erano nell'aria. Perfettamente calmo e forte, egli a volte se le ripeteva camminando ma le udiva in continuazione.

La notte s'era consumata, e mentre egli se ne stava sul ponte ad ascoltar l'acqua che urtava contro i muraglioni dell'Isola di Parigi, dove la pittoresca confusione delle case e della cattedrale rifulgeva nel chiarore della luna, spuntò l'alba, fredda come una faccia morta sul cielo. Poi la notte, con la luna e le stelle, impallidì e morì, e parve un po' come se la creazione fosse passata in balìa della morte.

Ma il sole glorioso, levandosi, parve che coi suoi lunghi e fulgidi raggi gli cacciasse quelle parole, il fardello notturno, calde e dritte in cuore. E ombreggiandosi riverente gli occhi, un ponte di luce parve congiungere lo spazio fra lui e il sole, col fiume che scintillava al di sotto.

La corrente viva, così rapida, profonda e certa, parve una buona compagna nella calma mattutina. Egli vagò lungo la riva, lungi dagli edifici, e nella luce e nel calore del sole si adagiò in terra a dormire. Quando si svegliò e si levò di nuovo in piedi, s'indugiò un po' a lungo a osservare un flutto che turbinava e turbinava senza scopo, finchè la corrente non l'ebbe inghiottito per portarlo al mare. — Come me! — egli disse.

Un barcone, con una vela del tenue colore d'una foglia morta, scivolò innanzi a lui, gli passò accanto, scomparve. Come la tacita scia fu scomparsa, la preghiera che gli era salita dal cuore per la pietosa considerazione della propria misera cecità e dei propri errori, si chiuse con le parole «Io sono la risurrezione e la vita».

Il signor Lorry era già uscito, quando Carton tornò, ed era facile capire dove il buon vecchio fosse andato. Sydney Carton non bevve altro che un po' di caffè, mangiò un po' di pane, e, lavatosi e cambiatosi per rinfrescarsi, si diresse al tribunale.

La sala era già tutta in trambusto, quando la pecora nera — innanzi alla quale molti si ritraevano impauriti — lo accompagnò a sedere in un angolo oscuro tra la folla. C'era il signor Lorry, c'era il dottor Manette. C'era Lucia, seduta accanto al padre.

Quando fu fatto entrare il marito, ella gli diede uno sguardo così animoso, così incoraggiante, così pieno di ardente amore e di pietosa tenerezza, e inoltre così intrepido per lui, che il sangue smarrito gli tornò sul viso, gli ravvivò lo sguardo, gl'infuse una gran forza in cuore. Se qualche occhio avesse osservato l'influsso dell'occhiata di lei su Sydney Carton avrebbe veduto esattamente lo stesso effetto.

Innanzi a quell'ingiusto tribunale, la procedura, che garantisse agli accusati un esame ragionevole, era poca o nulla. Non vi sarebbe stata una simile rivoluzione, se tutte le leggi, le forme e le osservanze non fossero state così mostruosamente violate, che la pazza vendetta della rivoluzione fu quella di scompigliarle tutte.

Tutti gli occhi erano rivolti ai giurati. C'erano gli stessi patrioti risoluti e i buoni repubblicani come il giorno prima e due giorni prima, come ci sarebbero stati il giorno dopo e quell'altro ancora. Intento, e cospicuo fra tutti, un tale dalla faccia avida, e le dita perpetuamente in moto alle labbra, con un aspetto che dava grande soddisfazione agli spettatori. Un giurato assetato di sangue, feroce e cannibalesco, Giacomo Tre del sobborgo di Sant'Antonio. Tutta la giurìa, una giurìa di cani, scelti a scovare la selvaggina.

Tutti gli occhi poi si volsero ai cinque giudici e al pubblico accusatore. Nessun'aura di pietà da quella parte oggi. Propositi di sangue, di crudele carneficina. Tutti gli occhi cercavano qualche altro occhio nella folla, guardandolo con una scintilla di compiacenza; e le teste accennavano l'una verso l'altra, prima di sporgersi con uno sforzo d'attenzione.

Carlo Evrémonde, detto Darnay, liberato ieri. Riaccusato e riarrestato ieri. L'accusa comunicatagli ieri sera. Sospettato e denunciato quale nemico della repubblica, aristocratico, uno d'una famiglia di tiranni, uno d'una razza proscritta, che aveva usato i suoi privilegi aboliti per l'infame oppressione del popolo. Carlo Evrémonde, detto Darnay, in forza di tale proscrizione assolutamente fuori legge.

Questo disse anche con meno parole il pubblico accusatore.

Il presidente domandò se l'accusato fosse apertamente o segretamente denunciato.

— Apertamente, presidente.

— Da chi?

— Da tre persone, Ernesto Defarge, venditore di vino in Sant'Antonio.

— Bene.

— Da Teresa Defarge, sua moglie.

— Bene.

— E da Alessandro Manette, medico.

Un gran tumulto scoppiò nella sala, e in mezzo a esso si vide, in piedi, dov'era già seduto, pallido e fremente il dottor Manette.

— Presidente, protesto indignato presso di voi contro questa falsità e queste parole. Voi sapete che l'accusato è marito di mia figlia. Mia figlia e quanti le son cari, mi son molto più cari della mia vita. Chi è e dov'è l'infame che afferma ch'io denuncio il marito di mia figlia?

— Cittadino Manette, calmatevi. Non sottomettendovi alla legge, vi mettereste fuori della legge. Quanto a ciò ch'è più caro della vita, a un buon cittadino nulla può esser più caro della repubblica.

Vive acclamazioni salutarono questo rimbrotto. Il presidente agitò il campanello, e riprese con calore:

— Se la repubblica dovesse domandarvi il sacrificio della vostra stessa figlia, voi avreste il dovere di sacrificarla. Ascoltate ciò che segue. Intanto, tacete!

Si levarono altre frenetiche acclamazioni. Il dottor Manette si sedette girando gli occhi intorno e con le labbra tremanti: sua figlia gli si strinse più da presso. Il giurato dall'aspetto avido si sfregò le mani, e poi si portò alla bocca le solite dita.

Fu chiamato Defarge, appena la corte si fu seduta per udirlo, e rapidamente egli espose la storia della prigionia del dottore — egli era ragazzo, allora, e fattorino del dottore, — della sua liberazione, delle condizioni del prigioniero fino all'atto della liberazione, quando fu consegnato a lui. Si continuò in questo esame, a gran velocità.

— Voi cittadino, vi comportaste valorosamente alla presa della Bastiglia?

— Credo.

A questo punto una donna esaltata strillò tra la folla: — Tu ti comportasti come uno dei migliori patrioti. Perchè non lo dici? Tu facesti da cannoniere quel giorno, e fosti fra i primi a entrare, appena quella maledetta fortezza cadde. Patrioti, io dico la verità.

Era la Vendetta, che fra le più calde lodi dell'udienza, assisteva così al dibattimento. Il presidente sonò il campanello; ma la Vendetta, animata dagl'incoraggiamenti, esclamò: — Io sfido quel campanello, — guadagnandosi delle nuove approvazioni.

— Informate il tribunale di ciò che faceste quel giorno nella Bastiglia, cittadino.

— Io sapevo, — disse Defarge, guardando la moglie, che lo guardava dai gradini sui quali egli s'era levato in piedi; — io sapevo che il prigioniero, del quale parlo, era stato tenuto in una cella nota come centocinque, Torre del Nord. Me l'aveva detto lui stesso. Egli non si conosceva che col nome di Centocinque, Torre del Nord, quando faceva le scarpe in casa mia. Mentre quel giorno metto in moto il cannone, risolvo, appena sarà caduta la fortezza, di esaminarne quella cella. La fortezza cade. Salgo nella cella, con un concittadino che è fra i giurati, condottivi da un carceriere. Io la esamino molto accuratamente. In un buco del caminetto, dove è rimessa una pietra già tolta, trovo dei fogli scritti. Ecco qui quei fogli. Io mi sono incaricato di esaminare alcuni scritti di mano del dottor Manette. Affido questi fogli, scritti dal dottor Manette, alle mani del presidente.

— Si leggano.

In un mortale silenzio — mentre il prigioniero processato guardava affettuosamente la moglie, e la moglie guardava con sollecitudine da lui al padre; mentre il dottor Manette teneva gli occhi fissi sul lettore, e madama Defarge non levava mai gli sguardi dal prigioniero; e mentre Defarge non li levava mai dalla moglie soddisfatta, e tutti gli altri occhi erano intenti al dottore, che non ne vedeva alcuno — i fogli furono letti, come segue.