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Le Due città.  Charles Dickens
Capitolo 5. Il segatore
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Un anno e tre mesi. Durante tutto questo tempo, Lucia, d'ora in ora, non fu mai sicura che la ghigliottina non avrebbe troncato il giorno dopo la testa del marito. Tutti i giorni, ora, sobbalzavano rumorosamente sul selciato delle strade le carrette gremite di condannati. Belle fanciulle, fulgide donne, dai capelli biondi, neri e grigi; giovani, adulti e vecchi; nobili e contadini; tutto vino rosso per la ghigliottina, tutto portato alla luce di giorno in giorno dalle oscure cantine delle sozze prigioni, e offertole per spegnerle la sete. Libertà, eguaglianza, fraternità o morte; — l'ultima la più facile a dare, o ghigliottina!

Se la subitaneità della sua sciagura e le ruote vertiginose del tempo avessero intontito la figliuola del dottore in modo da farla attendere in accidiosa disperazione, sarebbe accaduto a lei come a tanti. Ma dal momento in cui s'era stretta al seno la canizie del padre nella soffitta di Sant'Antonio, ella era stata fedele ai suoi doveri. E ai suoi doveri si mostrò più fedele ancora nell'ora della prova, come avviene in ogni cuore silenziosamente quieto e buono.

Non appena furono stabiliti nella loro nuova residenza, e suo padre aveva cominciato a esercitare regolarmente la professione, ella arredò la piccola abitazione esattamente nella stessa maniera che se ci fosse stato il marito. Ogni oggetto era al suo posto designato e per l'ora designata. A Lucietta ella faceva regolarmente lezione, come se la famiglia vivesse tutta unita nella casa d'Inghilterra. I piccoli espedienti con i quali cercava d'illudersi, nella fede che sarebbero presto tutti riuniti — i piccoli preparativi per il pronto ritorno del marito, come il metter da parte la sua poltrona e i suoi libri — soltanto questi, e la solenne preghiera la sera, specialmente per un caro prigioniero, fra le molte anime infelici in prigione e nell'ombra della morte — erano i visibili conforti del suo cuore angosciato.

Ella non era mutata molto nell'aspetto. Le semplici vesti scure, simili a gramaglie, portate da lei e dalla figliuola, erano linde e curate come le vesti più smaglianti dei giorni lieti. Era diventata pallida, e la sua intenta, caratteristica espressione della fronte, era ormai non più un segno momentaneo, ma costante; ad ogni modo, ella si conservava assai bella e avvenente. Talvolta la sera, baciando il padre, scoppiava nel pianto che aveva tutto il giorno represso, e diceva che il suo solo sostegno al mondo era lui. E lui rispondeva risoluto: — Nulla può accadere a Carlo senza che io lo sappia, e io so di poterlo salvare, Lucia.

Non era da molte settimane che conducevano quella nuova vita, quando il padre le disse, tornando una sera a casa:

— Mia cara, nella prigione c'è una finestra in alto alla quale talvolta, alle tre del pomeriggio, Carlo può arrampicarsi. Quando può farlo... cosa che dipende da molti casi e incidenti... egli crede che potrebbe vederti nella via, se tu stessi in un certo punto che io posso mostrarti. Ma tu non sarai in grado di vederlo, figlia mia, e, anche potendo, sarebbe molto pericoloso per te fare un segno di riconoscimento.

— Dimmi dov'è, caro, e io ci andrò ogni giorno.

Da quella volta, con ogni tempo, ella attese lì due ore. Era lì allo scoccar delle due, e se ne andava rassegnata alle quattro. Quando il tempo non era troppo piovoso o troppo inclemente per la bambina, la conduceva con sè; le altre volte era sola; non mancò un solo giorno.

Il luogo era la buia sudicia cantonata di un vicolo tortuoso. Il bugigattolo d'uno che segava e tagliava legna in lunghezza adatta ai caminetti era l'unico punto abitato del vicolo: tutto il resto era muro. Il terzo giorno dall'arrivo di Lucia, il segatore la notò.

— Buongiorno, cittadina.

— Buongiorno, cittadino.

Questa maniera d'apostrofare era stata allora prescritta per decreto. Era entrata in uso qualche tempo prima fra i più perfetti patrioti; ma poi era stata imposta obbligatoriamente a tutti.

— Di nuovo qui, cittadina?

— Come vedete, cittadino!

Il segatore ch'era un ometto che gesticolava molto (una volta era stato stradino) dava un'occhiata alla prigione, indicava la prigione, e mettendosi le dieci dita innanzi al viso, per figurare le sbarre, spiava a traverso gl'interstizi scherzosamente.

— Non è cosa che mi riguarda, — egli disse. E continuò a segare la legna.

Il giorno dopo la cercava, e le andò incontro, appena la vide apparire.

— Come? Ancora qui, cittadina?

— Sì, cittadino.

— Ah! Anche una bambina! È tua madre, piccola cittadina?

— Le dico sì, mamma? — bisbigliò Lucietta, stringendosi alla madre.

— Sì, cara.

— Sì, cittadino.

— Ah! Ma non è cosa che mi riguarda. Io debbo pensare a lavorare. Guarda come sego. Questa io la chiamo la mia piccola ghigliottina. La, la, la; la, la, la! La testa più non ha!

Un cilindro di legno cadde a quelle parole, ed egli lo gettò in un cesto.

— Io mi chiamo Sansone della ghigliottina del legno. Guarda ancora! Lu, lu, lu; lu, lu, lu; di lei la testa è giù. Ora, un bambino. Lì, lì, lì; lì, lì, lì; la testolina è qui. Tutta la famiglia!

Lucia rabbrividì vedendo altri due cilindri nel cesto; ma era impossibile stare dove il segatore lavorava, e non esser veduta. Perciò, a propiziarselo, ella gli rivolgeva prima la parola, e spesso gli dava qualche mancia, che l'altro accettava senza cerimonie.

Il segatore era assai curioso, e talvolta, dopo ch'ella lo aveva assolutamente dimenticato guardando il tetto della prigione e le inferriate e sollevando il cuore verso il marito, nel ritornare in sè, se lo trovava accanto con gli occhi fissi su di lei, il ginocchio fermato sul banco e la sega piantata in un pezzo di legno. «Ma a me non importa!» diceva generalmente allora, e si rimetteva alacremente al lavoro.

Con ogni tempo, con la neve e il gelo dell'inverno, col morso del vento primaverile, col sole caldo dell'estate, con le pioggie d'autunno, e di nuovo col freddo e il gelo dell'inverno, Lucia tutti i giorni passava due ore in quel luogo; e tutti i giorni andandosene, baciava il muro della prigione. Il marito la vedeva (com'ella apprendeva dal padre) forse una volta in cinque o sei; forse due o tre volte di sèguito; forse mai in tutta una settimana o una quindicina. Era già abbastanza che potesse vederla e la vedesse quando tutte le circostanze erano propizie, e innanzi a questa possibilità ella avrebbe aspettato tutta la giornata, sette volte la settimana.

E così s'era arrivati fino al mese di dicembre, e suo padre camminava in mezzo al terrore con fermo passo. Un pomeriggio nevicava leggermente, quand'ella giunse al solito angolo. Era un giorno di festa e di selvaggia baldoria. Le case innanzi alle quali era passata erano tutte adornate di picche sormontate di berretti rossi, di nastri tricolori, di grandi iscrizioni (erano preferite le lettere tricolori): «Repubblica una e indivisibile. Libertà, eguaglianza, fraternità o morte!».

La misera bottega del segatore era così piccola, che tutta la sua superficie forniva assai poco spazio per la leggenda. Egli l'aveva fatta scarabocchiare da qualcuno, però, che ci aveva messo a stento anche la morte. Sul tetto, erano issati la picca e il berretto, segno di eletto civismo, e nella vetrina c'era la sega con la scritta «Piccola santa ghigliottina» — poichè la grande signora affilata era a quell'ora popolarmente canonizzata. La bottega era chiusa e il segatore non c'era, cosa che riuscì un sollievo per Lucia, la quale così era sola.

Ma quegli non era molto lontano, perchè ella tosto udì un sordo avvenimento e delle grida avvicinarsi, che la riempirono di paura. Pochi momenti dopo, una folla di gente cominciò a spuntare dall'angolo della prigione, e in mezzo procedeva il segatore tenendo per mano la Vendetta. V'erano non meno di cinquecento persone, che danzavano come cinquemila demoni, senz'altra musica che il loro stesso canto. Danzavano al canto popolare della rivoluzione, con una feroce cadenza, che era come un digrignar di denti all'unisono. Danzavano insieme uomini con donne, danzavano donne con donne, danzavano uomini con uomini, come il caso li aveva congiunti. Sulle prime, apparvero semplicemente come una tempesta di berretti rossi e di cenci; ma, dopo che il luogo fu tutto gremito e la danza si fermò intorno a Lucia, l'apparizione spettrale d'un ballo figurato, diventato folle e furioso, occupò il campo. I ballerini avanzavano, si ritiravano, si picchiavano a vicenda le mani, si aggrappavano alla testa l'uno dell'altro, giravano soli, acchiappavano un compagno e giravano in coppia, finchè molti non si abbattevano spossati. Intanto tutti gli altri si davan la mano e danzavano insieme in cerchio; poi il cerchio si rompeva, e in cerchi separati di due e di quattro danzavano danzavano finchè tutti si fermavano a un tratto, ricominciavano, si picchiavano le mani, si aggrappavano alla testa l'uno dell'altro, si staccavano, per rovesciar quindi il giro e danzar tutti in un altro senso. Improvvisamente si arrestarono di nuovo, si fermarono, ripresero di nuovo la cadenza, si formarono in righe della larghezza dello spazio, e la testa in giù e le mani in alto, si misero a correre gridando. Nessuna battaglia avrebbe potuto esser terribile come quel ballo. Era un divertimento veramente perverso — un qualche cosa, già innocente, diventato diabolico — un passatempo salutare trasformato in un mezzo per infocare il sangue, imbarbarire i sensi e ferrare il cuore. Quel po' di grazia che v'era rimasta lo rendeva più odioso, com'erano state deformate e pervertite tutte le cose naturalmente buone. Il seno denudato delle fanciulle, la graziosa testa quasi infantile così infuriata, e il piede delicato in quella palude di sangue e di sudiciume, erano i segni dei tempi sconvolti.

Era la carmagnola. Mentre la danza s'allontanava lasciando Lucia sconcertata e atterrita sull'ingresso del bugigattolo del segatore, la neve continuava a cadere come piume, calma e lenta, e avvolgeva tutto di candore e di morbidezza, come se la danza non fosse stata mai ballata.

— O padre! — perchè egli stava dinanzi a Lucia, quand'ella levò gli occhi riparati dalla mano, — che brutto spettacolo, che crudele spettacolo!

— Lo so, cara, lo so. L'ho veduto molte volte. Non aver paura; nessuno ti farà male.

— Non ho paura di me, padre. Ma quando penso a mio marito, e alla pietà di questa gente...

— Noi lo metteremo subito al di sopra della loro pietà. L'ho lasciato che s'arrampicava alla finestra e son venuto a dirtelo. Non v'è nessuno qui che veda. Tu puoi mandargli un bacio verso quel tetto inclinato, lì in alto.

— Sì, padre, e io gli mando col bacio tutta la mia anima.

— Tu non puoi vederlo, cara? — No, padre, — disse Lucia, bramosa e in pianto, mentre si baciava la mano, — no.

Un passo nella neve. Madama Defarge. — Vi saluto, cittadina, — disse il dottore. — Vi saluto, cittadino. — Questo di sfuggita. Nient'altro. Madama Defarge è passata come un'ombra sulla strada candida.

— Dammi il braccio, amore. Per amor di lui, passa di qui con aria di allegria e di coraggio. Benissimo — essi avevano lasciato quel luogo; — non sarà inutile. Il processo di Carlo è fissato per domani.

— Per domani!

— Non v'è tempo da perdere. Io son ben preparato, ma vi sono delle precauzioni da prendere, che non potevano esser prese s'egli non veniva chiamato innanzi al tribunale. Egli non è stato ancora avvertito; ma so che verrà subito citato a comparire per domani, e trasferito alla Conciergerie. Sono stato informato a tempo. Tu non hai paura?

Ella potè appena rispondere: — Io fido in te.

— Fida pure. La tua incertezza è quasi alla fine, cara; egli fra poche ore ti sarà restituito: l'ho circondato di tutte le protezioni. Debbo andare da Lorry.

Si fermò. Si udiva un pesante strepito di ruote. Tutti e due sapevano che volesse dire. Uno. Due. Tre. Tre carrette che passavano cariche sulla neve silenziosa.

— Debbo andare da Lorry, — ripetè il dottore, infilando un'altra via.

L'instancabile Lorry aveva ancora il suo ufficio a Parigi, e non l'aveva mai abbandonato. Lui e i suoi registri erano continuamente richiesti per esser consultati nelle questioni delle proprietà dei nobili confiscate e diventate nazionali. Egli salvava per i proprietari ciò che gli riusciva di salvare. Nessuno migliore di lui per tener saldamente ciò che gli aveva affidato la casa Tellson e per saper tacere.

Un cielo rosso e sporco e giallo e la nebbia che si levava dalla Senna annunziavano la sera vicina. Era quasi buio, quando il dottor Manette e Lucia arrivarono alla banca. La pomposa residenza di monsignore era assolutamente vuota e desolata. Al disopra d'un mucchio di polvere e di cenere nel cortile spiccavano le lettere: Proprietà nazionale. Repubblica una e indivisibile. Libertà, eguaglianza, fraternità, o morte!

Chi poteva esser col signor Lorry?... Chi era il proprietario del soprabito da viaggio?... E perchè non doveva esser veduto? Da qual persona, arrivata di fresco, si separava il signor Lorry, presentandosi, agitato e confuso, ad abbracciare la sua diletta Lucia? A chi egli ritornò, alzando la voce e volgendo la testa verso la porta della stanza dalla quale era uscito, quando ripetè le parole, che gli erano state balbettate: «Trasferito alla Conciergerie, e citato a comparire domani»?