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Papà Goriot.  Honorato de Balzac
Libro. Papà Goriot
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La signora Vauquer, nata de Conflans, è una donna anziana che da quarant'anni tiene a Parigi una

pensione familiare situata in rue Neuve-Sainte-Geneviève, tra il quartiere latino e il faubourg Saint-Marceau. La

pensione, nota come Casa Vauquer, accetta sia uomini che donne, giovani e vecchi, senza che i costumi di questa

rispettabile istituzione abbiano mai prestato il fianco alla maldicenza. Ma è anche vero che da trent'anni non vi si

è mai vista una fanciulla e perché un giovane vi alloggi deve ricevere ben pochi soldi dalla famiglia. Ciò

nonostante, nel 1819, anno in cui ha inizio il nostro dramma, vi si trovava una povera ragazza. Per quanto

screditato, il termine dramma di cui è stata prodiga in maniera abusiva e persecutoria la lacrimevole letteratura dei

nostri tempi nel nostro caso è necessario usarlo: non che questa storia sia drammatica nel vero senso della parola,

ma alla fine dell'opera forse qualche lacrima sarà stata versata intra muros e extra. La capiranno fuori di Parigi? È

lecito dubitarne. Le particolarità di una vicenda ricca di osservazioni e di colore locale non possono essere

apprezzate se non tra le colline di Montmartre e le alture di Montrouge, nell'illustre vallata di calcinacci sempre

sul punto di cadere e di rigagnoli neri di fango; vallata piena di sofferenze reali, di gioie spesso ingannevoli, e

così frenetica che occorre un qualcosa di esorbitante per crearvi una sensazione di una certa durata. Capita però

che ci s'imbatta in dolori che il coacervo di vizi e di virtù rende grandi e solenni: alla loro vista, gli egoismi, gli

interessi, si arrestano e s'impietosiscono, ma l'impressione che ne ricevono è come di un frutto saporito subito

divorato. Il carro della civiltà, simile a quello dell'idolo di Jagernatt, spezza rapidamente anche un cuore meno

fragile degli altri che tenti di frenarlo e di incepparne la ruota, e continua il suo cammino glorioso. Così farete voi,

voi che tenete questo libro con una bianca mano, voi che vi sprofondate in una morbida poltrona dicendo: «forse

mi divertirà». Dopo aver letto le segrete sventure di papà Goriot, cenerete con appetito attribuendo all'autore la

vostra insensibilità, tacciandolo di esagerazione, accusandolo di fare poesia. Ah! sappiatelo: questo dramma non è

una finzione, né un romanzo. All is true, è così vero che ciascuno può riconoscerne gli elementi intorno a sé, forse

nel proprio cuore.

La casa dove viene gestita la pensione appartiene alla signora Vauquer. Si trova nella parte bassa di rue

Neuve-Sainte-Geneviève, nel punto in cui il suolo declina verso rue de l'Arbalète con una pendenza talmente

brusca e ripida che i cavalli la risalgono o la discendono raramente. La qual cosa è propizia al silenzio che regna

in quelle strade strette tra la cupola del Val-de-Grâce e la cupola del Panthéon, due monumenti che mutano le

condizioni dell'atmosfera conferendole delle tonalità gialle, tutto incupendo con le tinte severe proiettate dalle due

cupole. Il selciato in quella parte è asciutto, nei rigagnoli non c'è né fango né acqua, l'erba cresce lungo i muri.

L'uomo più noncurante si rattrista come tutti i passanti, il rumore di una carrozza diventa un avvenimento, le case

sono tetre, i muri sanno di prigione. Un parigino che si fosse smarrito vi vedrebbe solo pensioni familiari o ospizi,

miseria o noia, vecchiaia che sta per morire, gaia gioventù costretta a lavorare. Nessun quartiere di Parigi è più

orribile, né, diciamolo pure, più sconosciuto. La rue Neuve-Sainte-Geneviève soprattutto è una cornice di bronzo,

la sola che si addica a questo racconto, a cui è difficile predisporre l'animo con toni sufficientemente cupi, con

idee sufficientemente gravi; come, di gradino in gradino, la luce scema e il canto della guida si fa più cavernoso,

allorché il viaggiatore scende nelle Catacombe. Chi deciderà che cosa è più orribile a vedersi tra cuori inariditi e

crani vuoti? La facciata della pensione dà su un giardinetto, di modo che la casa forma un angolo retto con la rue

Neuve-Sainte-Geneviève, dove appare stagliata in profondità. Lungo la facciata, tra la casa e il giardinetto, c'è un

acciottolato a conca, largo una tesa, davanti al quale corre un vialetto sabbioso, bordato di gerani, oleandri e

melograni in grandi vasi di ceramica blu e bianca. Si entra nel vialetto da una porta secondaria, sormontata da un

cartello su cui c'è scritto CASA VAUQUER e sotto: Pensione familiare per i due sessi e altri. Durante il giorno,

una porta a grata munita di un campanello chiassoso lascia scorgere in fondo allo stretto selciato, sul muro di

fronte alla strada, un'arcata di finto marmo verde dipinta da un artista del quartiere. Sotto la rientranza simulata

dal dipinto, si erge una statua che rappresenta l'Amore. A guardare la vernice screpolata che la copre, gli amatori

di simboli vi scoprirebbero forse un mito dell'amore parigino che si guarisce a pochi passi da lì. Sotto lo zoccolo,

questa iscrizione sbiadita ricorda il tempo a cui risale quell'ornamento, per l'entusiasmo che testimonia nei

confronti di Voltaire, tornato a Parigi nel 1777.

Chiunque tu sia, ecco il tuo padrone:

lo è, lo fu, o dovrà esserlo.

Al calar della notte, la porta a grata viene sostituita da una porta massiccia. Il giardinetto, largo quanto è

lunga la facciata, si trova incassato tra il muro della strada e il muro divisorio della casa vicina, interamente

coperta da un manto di edera che attira gli sguardi dei passanti per un effetto insolitamente pittoresco in una città

come Parigi. Tutti quei muri sono tappezzati di rampicanti e di viti, i cui frutti gracili e polverosi sono oggetto

degli annuali timori della signora Vauquer e delle sue conversazioni con i pensionanti. Lungo ogni muro, corre

uno stretto viale che porta a un ombroso boschetto di tigli, parola che la signora Vauquer, benché nata de

Conflans, pronuncia ostinatamente tilli, nonostante le osservazioni ortografiche dei suoi ospiti. Tra i due vialetti

laterali c'è un campicello di carciofi fiancheggiati da alberi da frutto potati a fuso e ai cui bordi crescono

acetosella, lattuga e prezzemolo. All'ombra dei tigli è piazzata una tavola rotonda dipinta di verde e circondata da

sedili. Durante quei giorni di canicola che fanno schiudere le uova, i commensali abbastanza ricchi da poterselo

permettere ci vengono a bere il caffè. La facciata, alta tre piani e sormontata da mansarde, è costruita in pietra e

intonacata di quel colore giallo che dà un'aria volgare a quasi tutte le case di Parigi. Le cinque finestre che si

aprono a ogni piano hanno piccoli riquadri a vetri e sono munite di gelosie, nessuna delle quali è sollevata come

le altre, tanto che tutte le loro linee risultano sfalsate. Nel senso della profondità, la casa ha due finestre ornate a

pianterreno da grate di ferro. Dietro l'edificio c'è un cortile largo circa venti piedi, dove vivono in armonia maiali,

galline, conigli, e che ha una rimessa sul fondo. Tra la rimessa e la finestra della cucina sta appesa la moscaiola

sotto cui finisce l'acqua sporca del lavello. Il cortile si apre sulla rue Neuve-Sainte-Geneviève con una porticina

da cui la cuoca butta le immondizie fuori di casa, ripulendo quella sentina a forza d'acqua per non rischiare una

pestilenza.

Il pianterreno, naturalmente riservato alla pensione, si compone di una prima stanza, illuminata dalle

due finestre della strada, a cui si accede da una porta-finestra. Questo salotto comunica con la stanza da pranzo,

separata dalla cucina tramite la tromba di una scala coi gradini di legno e di mattonelle colorate e lucidate. Non

c'è spettacolo più triste di quel salotto ammobiliato con poltrone e sedie coperte di stoffa a righe alterne opache e

lucide. Nel mezzo c'è un tavolo rotondo con un piano di marmo di Sainte-Anne ornato da uno di quei vassoi di

porcellana bianca profilata d'oro semisbiadito che oggi si trovano dappertutto. La stanza, con un impiantito

malconcio, è rivestita di legno fino all'altezza del gomito. Il resto delle pareti è tappezzato di una carta lucida che

raffigura le principali scene del Telemaco, con i suoi classici personaggi a colori. Il pannello tra le due finestre a

inferriate presenta ai pensionanti il quadro del festino offerto da Calipso al figlio di Ulisse. Da quarant'anni il

dipinto provoca le battute di spirito dei giovani pensionanti, che s'immaginano di sentirsi superiori alla loro

condizione scherzando sul pasto a cui la miseria li condanna. Il caminetto di pietra, il cui focolare sempre pulito

sta a dimostrare che vi si accende il fuoco solo nelle grandi occasioni, si fregia di due vasi pieni di fiori artificiali,

ormai vecchi e accartocciati, che inquadrano una pendola di marmo bluastro di pessimo gusto. Da questa prima

stanza esala un odore indefinibile, che si potrebbe chiamare odore di pensione. Sa di rinchiuso, di ammuffito, di

rancido; dà una sensazione di freddo, di umido al naso, penetra negli abiti; sa di stanza dove si è cenato, puzza di

servizio, di dispensa, di ospizio. Si potrebbe forse descrivere se s'inventasse un procedimento per misurare le

particelle elementari e nauseabonde che vi diffondono le emanazioni catarrali e sui generis di ogni pensionante,

giovane o vecchio. Ebbene! Nonostante questi mediocri orrori, se paragonaste questa stanza all'attigua sala da

pranzo, la trovereste elegante e profumata come si addice a un boudoir. Interamente rivestita di legno, la stanza da

pranzo era stata dipinta in passato di un colore oggi indistinto, sul cui sfondo strati di sporcizia hanno delineato

strane figure. Su credenze appiccicose, lungo le pareti, sono posate caraffe sbreccate, opache, dischi di metallo

marezzato, pile di piatti di spessa porcellana a bordi blu, fabbricati a Tournai. In un angolo c'è una cassetta a

scomparti numerati che serve per tenere i tovaglioli, macchiati di vino o d'altro, di ogni pensionante. I mobili sono

di quelli indistruttibili, ovunque proscritti, ma piazzati lì come i rottami della civiltà agli Incurables. Potreste

vedere un barometro con il frate cappuccino che esce quando piove, orribili stampe che tolgono l'appetito, tutte

incorniciate di legno verniciato filettato d'oro; un orologio a muro di tartaruga con motivi di rame; una stufa

verde, delle lampade d'Argan dove la polvere si combina con l'olio, un lungo tavolo coperto di tela cerata

talmente unta che un pensionante esterno in vena di burle vi potrebbe scrivere il nome servendosi di un dito a mo'

di stilo, sedie zoppicanti, logori tappetini di sparto che si sfilaccia sempre senza mai consumarsi, e inoltre miseri

scaldapiedi con i buchi rotti, le cerniere sgangherate, e il legno che si carbonizza. Per spiegare come questo

mobilio sia vecchio, screpolato, marcio, traballante, corroso, monco, orbo, invalido, agonizzante, se ne dovrebbe

fare una descrizione che ritarderebbe troppo la parte interessante della nostra storia e che i lettori frettolosi non

perdonerebbero. Il pavimento di mattonelle è pieno di avvallamenti prodotti dallo sfregamento o dalla lucidatura.

Vi regna insomma la miseria senza poesia; una miseria parsimoniosa, concentrata, logora. Se ancora non è

insozzata, ha però delle macchie; se non ha buchi, né stracci, non ci vorrà molto perché imputridisca.

Questa stanza è al massimo dello splendore quando, verso le sette del mattino, il gatto della signora

Vauquer, precedendo la padrona, salta sulle credenze dove annusa il latte contenuto nelle varie tazze coperte dai

piatti e fa sentire le sue fusa mattutine. Poco dopo compare la vedova, bardata di un'ampia cuffia di tulle sotto cui

pende una crocchia spettinata di capelli finti, che cammina strascicando le pantofole sformate. La faccia

vecchiotta, paffutella, al cui centro spunta un naso a becco di pappagallo, le manine grassocce, la figura rotonda

da topo di chiesa, il corpetto troppo pieno e svolazzante sono in armonia con la stanza dove trasuda la sventura, si

è annidata la speculazione, e di cui la signora Vauquer respira l'aria calda e fetida senza esserne nauseata. La sua

faccia fresca come una prima brinata autunnale, gli occhi rugosi, la cui espressione passa dal sorriso stereotipato

delle ballerine all'amaro cipiglio dell'esattore, tutta la sua persona infine spiega la pensione, come la pensione

implica la persona. La galera e l'aguzzino vanno insieme, non potreste immaginare l'una senza l'altro. La scialba

pinguedine della donnetta è frutto della sua vita, come il tifo è conseguenza delle esalazioni di un ospedale. La

sottoveste di maglia di lana, che spunta dalla prima gonna ricavata da un vecchio vestito, con l'ovatta che sfugge

dalle ragnature della stoffa consunta, compendia il salotto, la stanza da pranzo, il giardinetto, preannuncia la

cucina e fa presagire i pensionanti. Quando lei è presente, lo spettacolo è completo. A circa cinquant'anni, la

signora Vauquer assomiglia a tutte le donne che hanno avuto delle disgrazie. Ha l'occhio vitreo, l'aria innocente

di una mezzana che deve inalberarsi per farsi pagare di più, ma pronta peraltro a tutto per addolcire la propria

sorte, a denunciare Georges o Pichegru, se Georges o Pichegru fossero ancora da denunciare. Ciò nonostante in

fondo è una buona donna, come dicono i pensionanti, che la credono povera sentendola gemere e tossire come

loro. Chi era stato il signor Vauquer? Sul defunto non dava mai spiegazioni. Come aveva perso tutti i suoi averi?

«Sono state le disgrazie», rispondeva la signora Vauquer. Si era comportato male nei suoi confronti, non le aveva

lasciato che gli occhi per piangere, quella casa per vivere, il diritto di non compatire nessuna sventura, perché,

così diceva, lei aveva sofferto tutto quel che è possibile soffrire. Sentendo trotterellare la padrona, la cuoca, la

grossa Sylvie, si affrettava a servire la colazione ai pensionanti interni.

Di solito, quelli esterni si abbonavano solo alla cena, che costava trenta franchi al mese. All'epoca in cui

comincia questa storia, gli interni erano sette. Al primo piano c'erano i due migliori appartamenti della casa. La

signora Vauquer occupava quello meno grande, mentre l'altro era abitato dalla signora Couture, vedova di un

commissario-ordinatore della Repubblica francese. Con lei viveva una ragazza molto giovane, di nome Victorine

Taillefer, a cui faceva da madre. La retta delle due donne ammontava a milleottocento franchi. I due appartamenti

del secondo piano erano occupati rispettivamente da un vecchio, che si chiamava Poiret, e da un uomo di circa

quarant'anni, il signor Vautrin, che portava una parrucca nera, si tingeva i favoriti e diceva di essere un ex

negoziante. Il terzo piano si componeva di quattro stanze, di cui due erano affittate: una a una zitella, la signorina

Michonneau, l'altra a un ex fabbricante di pasta alimentare e di amido, che veniva chiamato papà Goriot. Le altre

due camere erano destinate agli uccelli di passo, a quei disgraziati studenti che, come papà Goriot e la signorina

Michonneau, non potevano destinare più di quarantacinque franchi al mese al vitto e all'alloggio. Ma la signora

Vauquer non teneva molto alla loro presenza e li prendeva solo quando non trovava di meglio: mangiavano

troppo pane. In quel momento, una delle due camere era occupata da un giovane venuto a Parigi dai dintorni di

Angoulême per studiare legge. La sua numerosa famiglia si assoggettava alle più dure privazioni per mandargli

duecento franchi all'anno. Eugène de Rastignac, così si chiamava, era uno di quei giovani avvezzi al lavoro a

causa della loro povertà. Fin dall'infanzia essi capiscono quali speranze i genitori ripongano in loro e si preparano

un bell'avvenire già valutando l'importanza dello studio, che adattano tempestivamente al futuro andamento della

società in modo da essere i primi a sfruttarlo. Senza le sue osservazioni penetranti e l'abilità con cui seppe esibirsi

nei salotti parigini, questo racconto non avrebbe potuto avere quell'accento di verità dovuto senza alcun dubbio al

suo spirito sagace e al suo desiderio di scoprire i misteri di una situazione spaventosa, accuratamente nascosta da

coloro che l'avevano creata come da chi la subiva.

Sopra il terzo piano c'era una soffitta per stendere il bucato e due mansarde dove dormivano un uomo di

fatica, Christophe, e la grossa Sylvie, la cuoca. Oltre ai sette pensionanti interni, la signora Vauquer aveva, in

media, otto studenti di legge o di medicina, e due o tre clienti abituali che risiedevano nel quartiere, tutti abbonati

unicamente alla cena. La stanza da pranzo conteneva allora diciotto persone potendone ospitare una ventina, ma

la mattina c'erano solo i sette inquilini che ritrovandosi per la colazione facevano pensare a un pasto in famiglia.

Scendevano tutti in pantofole, si permettevano osservazioni confidenziali sull'abbigliamento e l'aspetto degli

esterni e sugli avvenimenti della sera precedente, esprimendosi con la familiarità degli intimi. Quei sette

pensionanti erano i prediletti della signora Vauquer, che con precisione da astronomo distribuiva loro cure e

riguardi, a seconda dell'ammontare della loro retta. A quegli esseri radunati dal caso era riservata un'identica

considerazione. I due inquilini del secondo piano pagavano solo settantadue franchi al mese. Una retta così

modesta, che si pratica soltanto nel faubourg Saint-Marcel, tra la Bourbe e la Salpêtrière, e a cui faceva eccezione

unicamente la signora Couture, fa supporre che su questi pensionanti dovesse gravare il peso di sventure più o

meno manifeste. Il desolante spettacolo che presentava l'interno della casa si ritrovava negli abiti dei suoi

frequentatori abituali, altrettanto malridotti. Gli uomini portavano finanziere di un colore ormai problematico,

scarpe come quelle che nei quartieri eleganti si buttano agli angoli delle strade, biancheria lisa, abiti tanto logori

da rivelare la trama. Le donne avevano vestiti stinti, ritinti, vecchi pizzi rammendati, guanti lucidi per l'uso,

collaretti strinati e scialletti sfilacciati. Se questi erano gli abiti, quasi tutti presentavano invece corpi solidamente

strutturati, costituzioni che avevano resistito alle tempeste della vita, facce fredde, dure, sbiadite come quelle

degli scudi fuori corso. Le bocche avvizzite erano armate di denti avidi. I nostri pensionanti facevano intuire

drammi già avvenuti o in atto: non quei drammi recitati alle luci della ribalta, tra fondali dipinti, ma drammi vivi e

muti, gelidi drammi che mettono il cuore in subbuglio, drammi continui.

La vecchia signorina Michonneau portava sugli occhi stanchi una lurida visiera di taffettà verde,

cerchiata da un filo d'ottone che avrebbe spaventato l'angelo della Pietà. Il suo scialle a frange sottili e ciondolanti

sembrava coprire uno scheletro, tanto erano angolose le forme che nascondeva. Quale acido aveva spogliato

quella creatura delle sue forme femminili? Doveva essere stata carina e ben fatta: era colpa del vizio, del dolore,

della cupidigia? Aveva troppo amato, era stata rigattiera ambulante o soltanto cortigiana? Espiava i trionfi di una

giovinezza insolente, travolta dai piaceri, con una vecchiaia che faceva fuggire i passanti? Il suo sguardo vacuo

dava un senso di freddo, la sua faccia raggrinzita era minacciosa. Aveva la voce stridula di una cicala che frinisce

in un cespuglio all'avvicinarsi dell'inverno. Diceva di aver assistito un vecchio signore affetto da catarro alla

vescica e abbandonato dai figli, che l'avevano creduto senza risorse. Il vecchio le aveva lasciato un vitalizio di

mille franchi, che gli eredi, sempre pronti alla calunnia, periodicamente le contestavano. Benché il conflitto delle

passioni le avesse devastato il viso, l'epidermide mostrava ancora le vestigia di un candore e di una finezza da cui

si poteva dedurre che il corpo conservasse qualche residua bellezza.

Il signor Poiret era una specie di fantoccio meccanico. Vedendolo allungarsi come un'ombra grigia

lungo un viale del Jardin des Plantes, con in capo un vecchio berretto floscio, la mano che reggeva a fatica un

bastone col pomo d'avorio ingiallito, le falde sgualcite e svolazzanti della finanziera che nascondeva appena i

calzoni semivuoti, e le gambe in calze turchine, barcollanti come quelle di un ubriaco, mostrando il gilè di un

bianco sporco e il jabot di grossa mussola raggrinzita approssimativamente unito alla cravatta attorcigliata intorno

a un collo da tacchino, molti si chiedevano se quell'ombra cinese appartenesse all'audace razza dei figli di Jafet

che sfarfalleggiano sul boulevard des Italiens. Che lavoro poteva averlo rattrappito in quel modo? Quale passione

aveva illividito la sua faccia bulbosa, che a farne la caricatura sarebbe apparsa inverosimile? Chi mai era stato?

Forse era stato un impiegato del ministero della Giustizia, nell'ufficio dove i boia mandano le note delle spese, il

conto delle forniture di veli neri per i parricidi, di crusca per i cesti, di corda per le lame. Forse era stato

controllore alla porta di un macello o viceispettore all'igiene. In conclusione, sembrava che quell'uomo fosse stato

uno degli asini del nostro grande mulino sociale, uno di quei Raton parigini che non conoscono neanche i loro

Bertrand, qualche perno su cui avevano ruotato le calamità e le sconcezze pubbliche, insomma uno di quegli

uomini di cui si dice al vederli: Eppure servono anche loro. La Parigi bene ignora queste facce livide di

sofferenze morali o fisiche. Ma Parigi è un vero e proprio oceano. Gettatevi la sonda, non ne conoscerete mai il

fondo. Provatevi a percorrerlo, a descriverlo! Per quanto impegno ci mettiate, per quanto numerosi e interessati

siano gli esploratori di questo mare, ci s'imbatterà sempre in un luogo vergine, un antro sconosciuto, fiori, perle,

mostri, qualcosa di inaudito, dimenticato dai palombari della letteratura. Casa Vauquer è una di queste singolari

mostruosità.

Due figure contrastavano sorprendentemente con la massa dei pensionanti e dei frequentatori abituali.

Benché la signorina Taillefer fosse di un pallore malsano come quello delle fanciulle affette da clorosi, in

carattere con la sofferenza generale che faceva da sfondo a quel quadro per la tristezza abituale, il comportamento

impacciato, l'aspetto smarrito e gracile, il suo viso tuttavia non era vecchio, i suoi gesti e la sua voce erano vivaci.

Con la sua giovane infelicità ricordava un arbusto dalle foglie ingiallite, piantato di recente in un terreno poco

propizio. La pelle rossiccia, i capelli di un biondo fulvo, la vita troppo sottile, incarnavano quella grazia che i

poeti moderni trovano nelle statuette medievali. Gli occhi di un grigio nero esprimevano una dolcezza, una

rassegnazione cristiane. Gli abiti semplici, di poco prezzo, rivelavano la giovinezza delle forme. Nell'insieme era

graziosa. Felice, sarebbe stata splendida: la felicità è la poesia delle donne, come l'abito ne è il belletto. Se la gioia

di un ballo avesse riflesso le sue rosee tinte su quel viso pallido, se le dolcezze di una vita elegante avessero

riempito, reso vermiglie quelle guance già leggermente incavate, se l'amore avesse rianimato quegli occhi tristi,

Victorine avrebbe potuto competere con le più belle fanciulle. Le mancava ciò che crea una seconda volta la

donna, gli abiti e i bigliettini amorosi. La sua storia avrebbe potuto ispirare il soggetto di un romanzo. Suo padre

credeva di avere buone ragioni per non riconoscerla, rifiutava di tenerla con sé, le passava solo seicento franchi

all'anno, e aveva convertito il proprio patrimonio in liquidi perché il figlio potesse esserne l'unico erede. Lontana

parente della madre di Victorine, che un tempo era venuta a morire di disperazione in casa sua, la signora Couture

si prendeva cura dell'orfana come di una figlia. Purtroppo la vedova del commissario-ordinatore degli eserciti

della Repubblica non possedeva nient'altro al mondo che il suo usufrutto vedovile e la sua pensione; un giorno

avrebbe lasciato quella povera ragazza, senza esperienza e senza mezzi, in balia del mondo. La brava donna

portava a messa Victorine tutte le domeniche, a confessarsi ogni quindici giorni, in modo da farne, per ogni

evenienza, una fanciulla pia. Aveva ragione. I sentimenti religiosi offrivano un avvenire a quella figlia ripudiata,

che amava il padre, che tutti gli anni andava da lui per portargli il perdono della madre, ma che tutti gli anni si

trovava davanti alla porta inesorabilmente chiusa della casa paterna. Il fratello, suo unico intermediario, non era

andato a trovarla una sola volta in quattro anni, e non le mandava alcun aiuto. Lei supplicava Dio che aprisse gli

occhi del padre, che intenerisse il cuore del fratello, e pregava per loro senza accusarli. La signora Couture e la

signora Vauquer non trovavano parole bastanti nel repertorio delle ingiurie per qualificare quel barbaro

comportamento. Quando maledicevano quell'infame milionario, Victorine diceva dolci parole, simili al canto del

colombo ferito, il cui grido di dolore continua a esprimere l'amore.

Eugène de Rastignac aveva un viso prettamente meridionale, colorito chiaro, capelli neri, occhi azzurri.

L'aspetto, le maniere, l'atteggiamento abituale denotavano il rampollo di una famiglia nobile in cui, per tradizione,

lo stile faceva parte dell'educazione primaria. Anche se stava attento a risparmiare gli abiti, e se nei giorni normali

finiva di consumare quelli dell'anno prima, a volte poteva anche uscire vestito come un giovane damerino. Di

solito portava una vecchia finanziera, un gilè malandato, una brutta cravatta nera, sgualcita, male annodata come

usano gli studenti, pantaloni che non erano da meno e stivali risuolati.

Tra questi due personaggi e gli altri, Vautrin, il quarantenne dai favoriti tinti, faceva da transizione. Era

una di quelle persone di cui la gente dice: «Questo sì che è un pezzo d'uomo!». Aveva spalle larghe, un torso bene

sviluppato, muscoli sporgenti, mani spesse, quadrate, sulle cui falangi spiccavano fitti ciuffi di peli di un rosso

acceso. Il viso, solcato da rughe precoci, manifestava una durezza smentita da maniere affabili e socievoli. La sua

voce bassa, intonata alla sua rozza allegria, non risultava sgradevole. Era servizievole e sorridente. Se una

serratura funzionava male, subito la smontava, la rabberciava, la oliava, la rimontava dicendo: «Me ne intendo io

di questa roba». D'altronde conosceva tutto, navi, mari, Francia, estero, affari, uomini, avvenimenti, leggi,

alberghi, prigioni. Se qualcuno si lamentava troppo, subito gli offriva i suoi servigi. Diverse volte aveva prestato

del denaro alla signora Vauquer e ad alcuni pensionanti; ma i suoi debitori sarebbero morti piuttosto che non

renderglielo, tale era il timore che ispirava, malgrado la sua aria bonaria, con un certo sguardo profondo e

risoluto. Il modo in cui lanciava un getto di saliva manifestava un sangue freddo imperturbabile, che non lo

doveva far arretrare davanti a un delitto pur di tirarsi fuori da una situazione equivoca. Come un giudice severo, il

suo sguardo sembrava indagare a fondo ogni problema, ogni coscienza o sentimento. Le sue abitudini

consistevano nell'uscire dopo pranzo, tornare per cena, scomparire per tutta la serata, e rincasare verso mezzanotte

grazie a un passe-partout che gli aveva dato la signora Vauquer. Era il solo a godere di un simile favore, ma era

anche in ottimi rapporti con la vedova che chiamava mamma cingendole la vita, adulazione non apprezzata al suo

giusto valore. La brava donna credeva che la cosa fosse ancora facile, mentre solo Vautrin aveva le braccia

abbastanza lunghe per stringere quella pesante circonferenza. Aveva anche l'abitudine di pagare con grande

liberalità quindici franchi al mese per il caffè corretto che prendeva alla fine del pasto. Esseri meno superficiali di

quei giovani trascinati dai turbini della vita parigina, o di quei vecchi indifferenti a ciò che non li riguardava

direttamente, non si sarebbero fermati all'ambigua impressione che suscitava Vautrin. Egli sapeva o indovinava le

vicende di coloro che gli stavano intorno, mentre nessuno poteva minimamente intuire quali fossero i suoi

pensieri o le sue occupazioni. Benché la sua apparente bonomia, la sua costante compiacenza e la sua allegria gli

servissero da barriera nei confronti del prossimo, spesso lasciava scorgere la spaventosa profondità del suo

carattere. Spesso una battuta degna di Giovenale, con cui sembrava si dilettasse a irridere le leggi, a fustigare

l'alta società convincendola della sua incoerenza, faceva supporre che nutrisse rancore verso l'ordine sociale e che

in fondo alla sua vita ci fosse un mistero accuratamente celato.

Attratta, forse a sua insaputa, dalla forza dell'uno o dalla bellezza dell'altro, la signorina Taillefer

divideva i suoi sguardi furtivi, i suoi pensieri segreti, tra il quarantenne e il giovane studente. Nessuno dei due

sembrava però pensare a lei, benché da un giorno all'altro il caso ne potesse cambiare la condizione e farne un

ricco partito. D'altronde nessuno dei presenti si preoccupava di verificare se le sventure addotte da uno di loro

fossero vere o false. Gli uni per gli altri provavano un'indifferenza mista a diffidenza dovuta alle rispettive

condizioni. Si sapevano impotenti ad alleviare le loro pene e, raccontandosele, tutti avevano vuotato il sacco delle

condoglianze. Simili a vecchi sposi, non avevano più niente da dirsi. Tra loro non restavano quindi che i rapporti

di una vita meccanica, il gioco di ingranaggi non oliati. Tutti dovevano presumibilmente tirar diritti per la loro

strada davanti a un cieco, ascoltare senza emozione il racconto di una sventura, e vedere nella morte la soluzione

di un problema di miseria che li lasciava insensibili davanti alla più terribile agonia. La più felice di quelle anime

desolate era la signora Vauquer, che troneggiava in quell'ospizio a porte aperte. Solo per lei quel giardinetto, che

il silenzio e il freddo, la siccità e l'umidità rendevano vasto come una steppa, era un ridente boschetto. Solo per lei

quella casa gialla e tetra, che sapeva di verderame come un bancone, offriva qualche delizia. Quelle celle le

appartenevano e lei nutriva quei galeotti condannati all'ergastolo, esercitando su di loro un'indiscussa autorità.

Dove mai quei poveretti avrebbero trovato a Parigi, al prezzo a cui lei li offriva, cibi sani, sufficienti, e un

alloggio che erano padroni di rendere, se non elegante o comodo, quanto meno pulito e salubre? Anche se si fosse

permessa una clamorosa ingiustizia, la vittima l'avrebbe subita senza protestare. Una simile accozzaglia di

persone doveva offrire e offriva in piccolo gli elementi di una società completa. Tra i diciotto commensali si

trovava come nei collegi, come nel mondo, una povera creatura reietta, un capro espiatorio vittima di tutti gli

scherzi. All'inizio del secondo anno la sua figura assunse, agli occhi di Eugène de Rastignac, più risalto di tutti

quelli con cui era condannato a vivere per altri due anni. Il nostro zimbello era l'ex pastaio, papà Goriot, sulla cui

testa un pittore, come uno storico, avrebbe fatto piovere tutta la luce del quadro. Come mai quel disprezzo

semiastioso, quella persecuzione mista a pietà, quell'irriverenza per la sventura avevano colpito il più vecchio tra i

pensionanti? Ne aveva forse offerto il destro con certe ridicolaggini o stranezze che si perdonano meno dei vizi?

Sono domande valide per molte ingiustizie sociali. Forse è tipico della natura umana far tutto sopportare a chi

tutto subisce per vera umiltà, per debolezza o indifferenza. Non piace forse a noi tutti dimostrare la nostra forza a

spese di qualcuno o di qualcosa? L'essere più debole, il monello suona a tutte le porte quando gela, o furtivamente

va a scrivere il suo nome su un monumento intatto. Papà Goriot, che aveva circa sessantanove anni, si era ritirato

dalla signora Vauquer nel 1813, dopo aver abbandonato gli affari. In un primo momento aveva preso

l'appartamento occupato dalla signora Couture, e a quel tempo pagava milleduecento franchi di pensione, da

uomo per cui cinque luigi in più o in meno rappresentavano una sciocchezza. La signora Vauquer aveva rimesso a

nuovo le tre stanze dell'appartamento dietro il pagamento anticipato di una somma che servì, si dice, per un brutto

arredamento composto di tende di calicò giallo, di poltrone di legno lucido coperte di velluto di Utrecht, di alcuni

dipinti a tempera, e di carta da parati che neanche le bettole di periferia avrebbero voluto. Forse la noncurante

generosità con cui si lasciò gabbare papà Goriot, rispettosamente chiamato a quell'epoca signor Goriot, lo fece

considerare un imbecille che non aveva nessun senso degli affari. Goriot arrivò con un guardaroba ben fornito,

con quel magnifico corredo del negoziante che si concede ogni lusso quando si ritira dal commercio. La signora

Vauquer aveva ammirato diciotto camicie di misto olanda, la cui finezza era messa in risalto da due spille

appuntate sul jabot, unite da una catenella e sormontate ciascuna da un grosso diamante. Di solito il pastaio

indossava un completo color fiordaliso, e ogni giorno si metteva un gilè di picchè bianco, sotto il quale

ondeggiava un ventre piriforme e prominente su cui ballonzolava una catena d'oro adorna di ciondoli. La sua

tabacchiera, anch'essa d'oro, conteneva un medaglione pieno di capelli che potevano far sospettare qualche

avventura galante. Quando la sua ospite lo accusò di essere un cascamorto, egli lasciò errare sulle labbra il gaio

sorriso del borghese lusingato nella sua debolezza. I suoi «armaddi» (pronunciava la parola come il popolino) si

riempirono dell'abbondante argenteria di casa. Gli occhi della vedova si accesero quando lo aiutò

compiacentemente a tirar fuori e a riporre ramaioli, cucchiai da portata, posate, oliere, salsiere, diversi vassoi,

tazze e piattini di vermeil, pezzi insomma più o meno belli che pesavano un certo numero di marchi, e di cui non

si voleva disfare. Quei regali gli ricordavano le ricorrenze della sua vita familiare. «Questo», disse alla signora

Vauquer stringendo un piatto e una ciotola il cui coperchio raffigurava due tortorelle che si becchettavano, «è il

primo regalo che mi ha fatto mia moglie per il nostro anniversario di matrimonio. Povera cara! Ci aveva speso

tutte le sue economie di ragazza. Mi capisce, signora? Preferirei grattare la terra con le unghie piuttosto che

separarmene. Grazie a Dio potrò prendere il caffè in questa ciotola tutte le mattine per il resto dei miei giorni.

Non sono da compiangere, ho il pane assicurato per un pezzo». E inoltre la signora Vauquer aveva ben visto, con

il suo occhio di lince, alcune cifre scritte sul libro mastro che addizionate a occhio e croce potevano rappresentare

per l'eccellente Goriot una rendita di circa otto o diecimila franchi. Fin da quel giorno, la signora Vauquer, nata de

Conflans, che aveva allora quarantotto anni effettivi e ne dichiarava solo trentanove, si fece venire certe idee.

Benché l'orlo delle palpebre degli occhi di Goriot fosse rivoltato, gonfio, cascante, cosa che l'obbligava ad

asciugarli con una certa frequenza, lei gli trovò un'aria piacente e ammodo. D'altro canto i polpacci carnosi,

sporgenti, facevano presagire, non meno del lungo naso quadrato, qualità morali alle quali la vedova pareva

tenere, confermate dalla faccia lunare e ingenuamente insulsa del buon uomo. Doveva essere un animale

solidamente strutturato, con un animo sicuramente prodigo di sentimento. I capelli ad ala di piccione, che il

parrucchiere del Politecnico veniva a incipriargli ogni mattina, disegnavano cinque punte sulla fronte bassa e gli

incorniciavano bellamente il viso. Benché un tantino zotico, era sempre talmente inappuntabile, fiutava il tabacco

così generosamente, da uomo sicuro di avere sempre la tabacchiera piena di Macuba, che la sera stessa in cui il

signor Goriot andò ad abitare da lei, la signora Vauquer andò a letto arrostendosi, come una pernice lardellata, al

fuoco del desiderio da cui fu colta: abbandonare il sudario Vauquer per rinascere Goriot. Sposarsi, vendere la

pensione, dare il braccio a quel bell'esemplare della borghesia, diventare una signora in vista del quartiere,

dedicarsi alla questua per i poveri, fare la domenica qualche gitarella a Choisy, Soissy, Gentilly; andare a teatro a

piacimento, in un palco, senza aspettare i biglietti omaggio che nel mese di luglio le davano alcuni pensionanti:

sognò tutto l'Eldorado delle modeste famiglie parigine. Non aveva confessato a nessuno di possedere

quarantamila franchi messi insieme soldo a soldo. Evidentemente si credeva, dal punto di vista economico, un

partito conveniente. "Quanto al resto, non sono certo da meno del mio uomo!", si disse girandosi nel letto come

per dimostrare a se stessa l'esistenza di quelle attrattive che la grossa Sylvie trovava ogni mattina modellate nel

materasso.

Da quel giorno, per circa tre mesi, la vedova Vauquer profittò del parrucchiere del signor Goriot e fece

qualche spesa di vestiario, giustificata dalla necessità di dare alla propria casa un certo decoro, adeguato alle

persone rispettabili che la frequentavano. Si dette molto da fare per cambiare il genere di pensionanti, dichiarando

che ormai non avrebbe accettato più che persone distinte sotto ogni aspetto. Se si presentava un estraneo, lei gli

vantava la preferenza accordatagli dal signor Goriot, uno dei negozianti più noti e rispettabili di Parigi. Distribuì

anche un prospetto intestato a CASA VAUQUER in cui si affermava che si trattava di «una delle più antiche e

stimate pensioni del quartiere latino, con una delle viste più belle sulla vallata dei Gobelins (la si scorgeva dal

terzo piano) e un bel giardino, in fondo al quale corre un viale di tigli». Vi si parlava inoltre di aria buona e di

tranquillità. Il prospetto le procurò la visita della contessa de l'Ambermesnil, una donna di trentasei anni, che

attendeva la fine della liquidazione e il pagamento di una pensione che le spettava come vedova di un generale

morto sui campi di battaglia. La signora Vauquer curò la tavola, accese il fuoco nei salotti per circa sei mesi, e

mantenne a tal punto le promesse del prospetto che pagò di tasca propria. Cosicché la contessa diceva alla

signora Vauquer, chiamandola cara amica, che le avrebbe procurato la contessa de Vaumerland e la vedova del

colonnello conte Picquoiseau, due sue amiche, quando, allo scadere del contratto, avessero lasciato una pensione

del Marais più cara di Casa Vauquer. Le due signore avrebbero goduto tra l'altro di eccellenti condizioni

finanziarie quando gli uffici del ministero della Guerra avessero portato a termine le loro pratiche. «Ma», diceva,

«gli uffici non concludono mai niente». Dopo cena le due vedove salivano insieme in camera della signora

Vauquer dove facevano due chiacchiere bevendo cassis e mangiando dolciumi riservati alla padrona di casa. La

signora de l'Ambermesnil approvò calorosamente le mire della sua ospite su Goriot, mire eccellenti, che lei

peraltro aveva indovinato fin dal primo giorno: lo trovava un uomo perfetto.

«Ah! Mia cara signora, un uomo sano come un pesce», le diceva la vedova, «un uomo perfettamente

conservato e che può dare ancora molte soddisfazioni a una donna».

La contessa fece amichevoli osservazioni alla signora Vauquer sul suo abbigliamento, che non era in

armonia con le sue aspirazioni. «Si deve mettere sul piede di guerra», le disse. Dopo molti calcoli, le due vedove

si recarono insieme al Palais-Royal dove comprarono, alle Galeries de Bois, un cappello con le piume e una

cuffia. La contessa trascinò l'amica nel negozio «La Petite Jeannette», dove scelsero un vestito e una sciarpa.

Quando ebbe sfoderato quelle armi, proprio come fosse in guerra, la vedova fu la copia esatta dell'insegna del

«Boeuf à la Mode». Ciò nonostante si trovò così cambiata in meglio da credersi in obbligo verso la contessa, e

benché poco munifica la pregò di accettare un cappello da venti franchi. A onor del vero, contava di chiederle il

favore di sondare Goriot e di valorizzarla ai suoi occhi. La signora de l'Ambermesnil si prestò molto

amichevolmente a quel maneggio e assediò il vecchio pastaio finché riuscì ad ottenere un colloquio. Ma dopo

averlo trovato pudibondo, per non dire refrattario ai tentativi che le suggeriva il desiderio di sedurlo a proprio

vantaggio, uscì indignata dalla sua grossolanità.

«Angelo mio», disse alla sua cara amica, «non ricaverà un bel niente da quell'uomo! È ridicolmente

diffidente, è uno spilorcio, una bestia, uno sciocco, che le darà solo dispiaceri».

Tra il signor Goriot e la signora de l'Ambermesnil ci fu un tale scontro che la contessa non volle

neanche più vederlo. L'indomani se ne andò dimenticando di pagare sei mesi di pensione e lasciando un abito

smesso che valeva cinque franchi. Per quanto si ostinasse nelle ricerche, la signora Vauquer non riuscì ad ottenere

in tutta Parigi nessuna informazione sulla contessa de l'Ambermesnil. Parlava spesso di quella deplorevole storia,

lamentandosi della sua eccessiva fiducia, benché fosse più diffidente di una gatta. Ma in questo assomigliava a

molte persone che diffidano degli intimi e danno confidenza al primo venuto. Un tipo di comportamento strano

ma vero, di cui è facile trovare le radici nel cuore umano. Può darsi che alcuni non abbiano più niente da

guadagnare dalle persone con cui vivono; dopo aver mostrato loro il vuoto della propria anima, se ne sentono

giudicate con meritata severità. Provando però un invincibile bisogno di adulazioni che non ricevono, o divorati

dalla voglia di apparire dotati di qualità che non possiedono, sperano di carpire la stima o il cuore degli estranei,

rischiando prima o poi di perderli. Ci sono inoltre individui nati mercenari che non fanno del bene agli amici o ai

parenti, in quanto è doveroso; mentre se fanno un favore a uno sconosciuto, il loro amor proprio se ne

avvantaggia: più è stretta la cerchia degli affetti, meno amano; più si allarga, più sono servizievoli. Con ogni

probabilità la signora Vauquer possedeva entrambe le nature, sostanzialmente meschine, false, detestabili.

«Se ci fossi stato io», le diceva allora Vautrin, «questa disgrazia non le sarebbe capitata! L'avrei

smascherata io quella commediante. Li conosco bene quei "musetti"».

Come tutte le menti ristrette, la signora Vauquer aveva l'abitudine di vedere solo gli eventi senza

saperne giudicare le cause. Delle proprie colpe era incline a considerare responsabili gli altri. Quando le accadde

di perdere quei soldi, ritenne che l'onesto pastaio fosse all'origine della sua disavventura e da allora, diceva, i suoi

occhi cominciarono a snebbiarsi. Riconosciuta l'inutilità delle moine e degli sforzi per farsi notare, non tardò a

indovinarne la ragione. Si accorse allora che il suo pensionante aveva già, come diceva lei, le sue «costumanze».

Insomma ebbe la prova che la sua speranza così vezzosamente accarezzata si fondava su una chimera e che, come

aveva detto categoricamente la contessa con l'aria d'intendersene, non avrebbe mai ricavato un bel niente da

quell'uomo. Ovviamente la sua avversione fu più forte della precedente amicizia. L'odio non fu proporzionale

all'amore, ma alle sue speranze deluse. Se il cuore umano conosce delle pause nell'ascesa dell'affetto, raramente si

arresta sulla precipitosa china dei sentimenti astiosi. Ma dal momento che il signor Goriot era un suo pensionante,

la vedova fu costretta a reprimere le esplosioni dell'amor proprio ferito, a soffocare i sospiri che le causò il

disinganno, e a ringoiare i suoi desideri di vendetta, come un frate offeso dal suo priore. Gli animi meschini

soddisfano i propri sentimenti, buoni o cattivi, con continue piccinerie. La vedova ricorse alla sua malizia

femminile per inventare sorde persecuzioni contro la vittima. Cominciò con l'eliminare tutto il superfluo che

aveva introdotto nella pensione. «Basta con i cetriolini, basta con le acciughe, è tutto fumo negli occhi!», disse a

Sylvie la mattina in cui fece rientrare in vigore le vecchie abitudini. Il signor Goriot era un uomo frugale, per il

quale l'indispensabile parsimonia di chi si costruisce da solo la propria fortuna era degenerata in abitudine. La

minestra, il lesso, un piatto di verdura erano stati, sarebbero sempre stati il suo pasto preferito. Fu quindi ben

difficile per la signora Vauquer tormentare il suo pensionante, di cui non poteva in alcun modo offendere i gusti.

Disperata nel trovarsi di fronte un uomo inattaccabile, si mise a screditarlo, facendo condividere la sua avversione

ai pensionanti che per divertimento la assecondarono. Alla fine del primo anno, la vedova era giunta a un tal

grado di diffidenza da chiedersi perché quel commerciante, con una rendita dai sette agli ottomila franchi, una

stupenda argenteria e gioielli non meno belli di quelli di una mantenuta, rimanesse da lei, pagando una retta

talmente modica considerati i suoi mezzi. Per la maggior parte di quel primo anno, Goriot aveva cenato fuori

almeno una o due volte alla settimana; poi, insensibilmente, aveva finito per cenare fuori solo un paio di volte al

mese. Le scappatelle del signor Goriot convenivano troppo agli interessi della signora Vauquer perché la

progressiva puntualità con cui egli consumava i pasti alla pensione fosse di suo gusto. Tali cambiamenti furono

attribuiti sia a una lenta diminuzione delle sue risorse che al desiderio di irritare la sua ospite. Una delle più

detestabili abitudini degli animi lillipuziani è di supporre negli altri le loro stesse meschinità. Sfortunatamente,

alla fine del secondo anno il signor Goriot giustificò le chiacchiere di cui era oggetto chiedendo alla signora

Vauquer di passare al secondo piano e di ridurre la pensione a novecento franchi. Da quel momento dovette

osservare una così stretta economia che durante l'inverno non accese più il caminetto nella sua stanza. La vedova

Vauquer volle essere pagata in anticipo: il signor Goriot accettò e da allora lei lo chiamò papà Goriot. Tutti fecero

a gara per indovinare le cause di una simile decadenza. Difficile indagine! Come aveva detto la falsa contessa,

papà Goriot era un sornione, un taciturno. Secondo la logica di chi ha la testa vuota, gente indiscreta perché ha

solo cose insulse da dire, coloro che non parlano dei loro affari devono combinarne di poco puliti. Il nostro

negoziante tanto distinto diventò quindi un briccone, il nostro cascamorto un vecchio marpione. Secondo Vautrin,

che verso quell'epoca venne ad abitare in casa Vauquer, ora papà Goriot era uno che frequentava la Borsa e che,

secondo una incisiva espressione del linguaggio finanziario, scroccava sulle rendite dopo essersi rovinato, ora era

invece uno di quei piccoli giocatori che tutte le sere vanno a rischiare e a guadagnare dieci franchi al gioco. C'era

invece chi ne faceva un informatore delle alte sfere della polizia; ma Vautrin sosteneva che per questo non era

abbastanza scaltro. Non solo, papà Goriot era anche un avaro che prestava alla giornata, un uomo che armeggiava

con i numeri della lotteria. Ne facevano insomma tutto ciò che il vizio, la vergogna, l'impotenza generano di più

misterioso. Ma per quanto ignobili fossero la sua condotta e i suoi vizi, l'avversione che ispirava non giungeva al

punto da farlo bandire: la pensione, la pagava. E poi era utile, giacché ciascuno sfogava su di lui il proprio umore

buono o cattivo con scherzi o grandi pacche. L'opinione che sembrava più probabile, e che venne generalmente

adottata, fu quella della signora Vauquer. A sentir lei, quell'uomo così ben conservato, sano come un pesce e in

grado di dare ancora non poche soddisfazioni, era un libertino dagli strani gusti. Ecco su quali fatti la signora

Vauquer basava le sue calunnie. Qualche mese dopo la partenza di quella disastrosa contessa che per sei mesi era

riuscita a vivere alle sue spalle, una mattina, prima di alzarsi, sentì per le scale il fruscio di un abito di seta e il

passetto di una donna giovane e leggera che saliva svelta da Goriot, la cui porta si era tempestivamente aperta.

Immediatamente la grossa Sylvie andò a dire alla padrona che una ragazza troppo carina per essere onesta, vestita

come una dea, calzata di stivaletti color prugna, non infangati, si era infilata come un'anguilla dalla strada in

cucina e le aveva chiesto dell'appartamento del signor Goriot. La signora Vauquer e la cuoca si misero in ascolto

e colsero diverse parole pronunciate teneramente durante la visita, che durò un certo tempo. Quando il signor

Goriot riaccompagnò la sua dama, la grossa Sylvie afferrò subito la sporta e finse di andare al mercato per seguire

la coppia galante.

«Lo sa, signora», disse quando fu di ritorno, «il signor Goriot dev'essere proprio maledettamente ricco

per trattarle in quel modo. Si figuri che all'angolo dell'Estrapade c'era una magnifica carrozza dove quella è

salita».

Durante la cena, la signora Vauquer andò a tirare una tenda perché Goriot non fosse disturbato da un

raggio di sole che gli cadeva sugli occhi.

«Lei è amato dalle belle donne, signor Goriot, il sole la cerca», disse alludendo alla visita che aveva

ricevuto. «Perbacco, ha buon gusto! Era proprio carina».

«Era mia figlia», disse lui con una sorta d'orgoglio in cui i pensionanti vollero vedere la fatuità di un

vecchio che salva le apparenze.

Un mese dopo quella visita, il signor Goriot ne ricevette un'altra. La figlia, che la prima volta era venuta

in abito da mattino, venne dopo cena e vestita come per un ricevimento. I pensionanti, che se ne stavano a

conversare in salotto, poterono vedere una bella bionda, snella, aggraziata e fin troppo distinta per essere la figlia

di un papà Goriot.

«E due!», disse la grossa Sylvie, che non l'aveva riconosciuta.

Alcuni giorni dopo, un'altra ragazza, alta e ben fatta, bruna, dai capelli neri e lo sguardo vivace, chiese

del signor Goriot.

«E tre!», disse Sylvie.

La seconda ragazza, che la prima volta era venuta anch'essa di mattina, tornò qualche giorno dopo, di

sera, in abito da ballo e in carrozza.

«E quattro!», esclamarono la signora Vauquer e la grossa Sylvie, che non riconobbero in quella signora

nessuna traccia della fanciulla semplicemente vestita, la mattina in cui aveva fatto la prima visita.

Goriot pagava ancora milleduecento franchi di pensione. La signora Vauquer trovò del tutto naturale

che un uomo ricco avesse quattro o cinque amanti, e trovò anche che era molto abile a farle passare per figlie.

Non si formalizzò assolutamente per il fatto che le ricevesse in Casa Vauquer. Soltanto si permise, all'inizio del

secondo anno, dal momento che quelle visite le spiegavano l'indifferenza del pensionante nei suoi confronti, di

chiamarlo vecchio micione. Ma quando infine il pensionante si ridusse a novecento franchi, vedendo scendere una

di quelle signore gli chiese con grande insolenza che cosa contasse di fare della sua casa. Papà Goriot le rispose

che quella signora era la figlia maggiore.

«Ma quante ne ha di figlie, trentasei?», osservò acidamente la signora Vauquer.

«Ne ho solo due», replicò il vecchio con la mitezza di un uomo rovinato, ormai docile come impone la

miseria.

Verso la fine del terzo anno, papà Goriot ridusse ancora le spese, salendo al terzo piano dove pagava

quarantacinque franchi di pensione al mese. Rinunciò al tabacco, licenziò il parrucchiere e non s'incipriò più.

Quando comparve per la prima volta senza cipria, la signora Vauquer si lasciò sfuggire un'esclamazione di

sorpresa al vedere il colore dei suoi capelli, di un grigio sporco e verdastro. La sua fisionomia, resa

insensibilmente più triste di giorno in giorno da segrete afflizioni, sembrava la più desolata di tutte quelle intorno

alla tavola. A quel punto non vi furono più dubbi. Papà Goriot era un vecchio libertino e solo l'abilità di un

medico ne aveva preservato gli occhi dalla maligna influenza dei rimedi richiesti dalle sue malattie. Il disgustoso

colore dei capelli era causato dagli stravizi e dalle droghe assorbite per poter resistere. Lo stato fisico e morale

dell'uomo confermava tutti i pettegolezzi. Quando il suo corredo fu logoro, comprò del calicò a quattordici soldi

l'auna per sostituire la sua bella biancheria. A uno a uno scomparvero i diamanti, la tabacchiera d'oro, la catena, i

gioielli. Aveva smesso il completo fiordaliso e tutto il suo ricco vestiario, per indossare, estate e inverno, una

finanziera di panno marrone ordinario, un gilè di pelo di capra, e dei pantaloni grigi di fustagno. A poco a poco si

fece più magro; i polpacci si afflosciarono, il viso, reso pasciuto da un beato benessere borghese, si raggrinzì a

dismisura, la fronte si segnò di rughe, la mascella si accentuò. Il quarto anno del suo soggiorno in rue Neuve-

Sainte-Geneviève, era irriconoscibile. Il buon pastaio di sessantadue anni che non ne dimostrava quaranta, il

borghese grasso e grosso, scioccamente pimpante, il cui contegno gioviale rallegrava i passanti e che aveva

qualcosa di giovanile nel sorriso, sembrava un settantenne inebetito, vacillante, livido. Gli occhi azzurri così

vivaci assunsero tinte smorte e grigiastre, non lacrimavano più e il loro orlo grigiastro sembrava piangesse

sangue. Agli uni faceva orrore; agli altri faceva pietà. Alcuni studenti di medicina, avendo notato l'abbassamento

del labbro inferiore e misurato il vertice dell'angolo facciale, lo dichiararono affetto da cretinismo, dopo averlo

tartassato a lungo senza cavarne niente. Una sera, dopo cena, allorché la signora Vauquer gli chiese in tono di

scherno: «E allora, le sue figliole non vengono più a trovarla?», mettendo in dubbio la sua paternità, papà Goriot

trasalì come se la donna l'avesse punto con un ferro.

«Vengono qualche volta», rispose con voce turbata.

«Ah! Ah! Le vede ancora, qualche volta!», esclamarono gli studenti. «Bravo, papà Goriot!».

Ma il vecchio non sentì i motteggi suscitati dalla sua risposta: era ricaduto in uno stato meditabondo che

gli osservatori superficiali prendevano per intorpidimento senile dovuto alla sua mancanza d'intelligenza. Se

l'avessero conosciuto bene, forse avrebbero provato un vivo interesse per il problema che presentava la sua

condizione fisica e morale, ma niente era più difficile. Benché fosse agevole sapere se Goriot era stato realmente

un pastaio e l'ammontare del suo patrimonio, le persone anziane di cui aveva risvegliato la curiosità non uscivano

dal quartiere e vivevano nella pensione come ostriche su uno scoglio. Quanto agli altri, il particolare turbinio della

vita parigina faceva sì che uscendo da rue Neuve-Sainte-Geneviève dimenticassero il povero vecchio di cui si

burlavano. Per quelle menti ristrette, come per quei giovani spensierati, la dura miseria di papà Goriot e il suo

atteggiamento inebetito erano incompatibili con qualsivoglia patrimonio o capacità. Quanto alle donne che diceva

fossero sue figlie, tutti condividevano il parere della signora Vauquer che affermava, con la rigorosa logica delle

donne anziane avvezze a fare supposizioni su ogni cosa e che passano in chiacchiere le loro serate: «Se papà

Goriot avesse delle figlie ricche come sembravano tutte le signore che sono venute a trovarlo, non starebbe in

casa mia, al terzo piano, a quarantacinque franchi al mese, e non andrebbe vestito come un poveraccio». Niente

poteva smentire quelle deduzioni. Cosicché, verso la fine del novembre 1819, epoca in cui scoppiò il nostro

dramma, nella pensione tutti avevano idee ben precise sul povero vecchio. Non aveva mai avuto né moglie né

figlie, l'abuso dei piaceri ne faceva una lumaca, un mollusco antropomorfo da classificare tra i Berrettiferi, come

diceva un impiegato del Museo, uno dei clienti abituali che pagavano un tanto a pasto. In confronto a Goriot,

Poiret era un'aquila, un gentleman. Poiret parlava, ragionava, rispondeva, anche se in verità non diceva niente

parlando, ragionando, rispondendo, poiché aveva l'abitudine di ripetere con parole diverse quello che dicevano gli

altri. Però contribuiva alla conversazione, era vivo, sembrava sensibile; mentre papà Goriot, diceva inoltre

l'impiegato del Museo, era costantemente a zero gradi Réamur.

Eugène de Rastignac era tornato da casa nella disposizione d'animo che devono aver conosciuto i

giovani di natura superiore, o quelli a cui una situazione difficile conferisce momentaneamente qualità di uomini

d'eccezione. Durante il primo anno di soggiorno a Parigi, il poco studio richiesto dai primi corsi alla Facoltà

l'aveva lasciato libero di assaporare le delizie visibili della Parigi materialista. Uno studente non ha troppo tempo,

se vuol conoscere il repertorio di ogni teatro, studiare gli sbocchi del labirinto parigino, essere edotto degli usi,

imparare la lingua e abituarsi ai piaceri particolari della capitale; perlustrare i luoghi buoni e cattivi, seguire le

lezioni gradevoli, inventariare le ricchezze dei musei. Uno studente si appassiona quindi per delle sciocchezze che

gli sembrano grandiose. Si elegge il suo grand'uomo, magari un professore del Collegio di Francia, pagato per

mantenersi all'altezza dell'uditorio. Si aggiusta la cravatta e si mette in posa per la donna delle prime gallerie

dell'Opéra-Comique. In queste successive iniziazioni, si spoglia del proprio alburno, amplia l'orizzonte della

propria vita, e finisce per comprendere la sovrapposizione degli strati umani che compongono la società. Se ha

cominciato coll'ammirare le carrozze che sfilano sotto un bel sole lungo gli Champs-Élysées, ben presto arriva ad

invidiarle. Eugène aveva subito questo tirocinio a sua insaputa, quando partì per le vacanze dopo essere stato

ammesso alla facoltà di Lettere e a quella di Giurisprudenza. Le illusioni dell'infanzia, le idee provinciali erano

scomparse. La sua intelligenza, ormai trasformata, la sua ambizione esaltata gli dettero una chiara visione del

maniero paterno, dell'ambiente familiare. Il padre, la madre, i due fratelli, le due sorelle e una zia la cui ricchezza

consisteva in vitalizi, vivevano sulla piccola terra dei Rastignac. Dalla rendita della proprietà, che ammontava a

circa tremila franchi ed era soggetta ai rischi di un prodotto industriale come la vite, ogni anno si dovevano

peraltro prelevare milleduecento franchi per lui. L'immagine di quelle perpetue strettezze che gli venivano

generosamente nascoste, il confronto che fu costretto a fare tra le sorelle che nell'infanzia gli erano sembrate tanto

belle e le parigine che avevano incarnato ai suoi occhi il tipo di bellezza ideale, l'incerto avvenire di quella

numerosa famiglia che gravava sulle sue spalle, la parsimoniosa cura con cui vide metter via i prodotti più

irrilevanti, la bevanda fatta per la sua famiglia con le vinacce torchiate, insomma tutta una serie di circostanze su

cui sorvoleremo, centuplicarono il suo desiderio di riuscita e la sua volontà di emergere. Come ogni anima eletta,

egli volle che tutto fosse dovuto soltanto al proprio merito. Ma poiché il suo animo era eminentemente

meridionale, all'atto pratico i suoi propositi dovevano quindi essere soggetti a quelle esitazioni che colgono i

giovani quando si trovano in alto mare, senza sapere in che senso orientare i propri sforzi, o sotto quale angolo

gonfiare le vele. Se in un primo momento volle buttarsi a corpo morto nello studio, presto, attratto dalla necessità

di crearsi delle relazioni, notò quanta influenza avessero le donne nella vita sociale, il che lo indusse a un tratto a

lanciarsi nel bel mondo per conquistarvi qualche protettrice: potevano forse mancare a un giovane ricco di un

ardore e di uno spirito messi in risalto da un portamento elegante e da una sorta di bellezza nervosa, da cui le

donne si lasciano volentieri sedurre? Tali idee lo colsero in mezzo ai campi, durante le passeggiate un tempo fatte

allegramente con le sorelle, che ora lo trovarono molto cambiato. La zia, la signora de Marcillac, in passato

presentata a corte, aveva conosciuto i personaggi più in vista dell'aristocrazia. All'improvviso, il giovane

ambizioso riconobbe nei ricordi in cui la zia l'aveva tante volte cullato, gli elementi propizi a molte conquiste

sociali, non meno importanti di quelle che intraprendeva alla facoltà di Giurisprudenza; la interrogò quindi sui

legami di parentela che si potevano ancora riallacciare. Dopo aver scosso i rami dell'albero genealogico, la

vecchia signora ritenne che di tutte le persone che potevano essere utili al nipote fra la genia egoista dei parenti

ricchi, la viscontessa de Beauséant poteva essere la meno riluttante. Scrisse perciò alla giovane donna una lettera

vecchio stile che affidò a Eugène, dicendogli che se aveva successo con la viscontessa, questa lo avrebbe messo

in contatto con gli altri parenti. Qualche giorno dopo il suo arrivo, Rastignac spedì la lettera della zia alla signora

de Beauséant. La viscontessa rispose invitandolo a un ballo per l'indomani.

Era questa la situazione generale della nostra pensione alla fine del novembre 1819. Qualche giorno

dopo, Eugène, dopo essersi recato al ballo della signora de Beauséant, rincasò verso le due di notte. Per

recuperare il tempo perduto, il coraggioso studente si era ripromesso, mentre ballava, di studiare fino al mattino.

Avrebbe vegliato tutta la notte, per la prima volta, in quel silenzioso quartiere, giacché gli splendori mondani lo

avevano stregato infondendogli una falsa energia. Non aveva cenato dalla signora Vauquer. I pensionanti

poterono quindi credere che sarebbe tornato dal ballo solo all'alba dell'indomani, come qualche volta era tornato

dalle feste del Prado o dai balli dell'Odéon, infangandosi le calze di seta e deformandosi gli scarpini. Prima di

mettere il chiavistello alla porta, Christophe l'aveva aperta per dare un'occhiata alla strada. Rastignac comparve in

quel momento e poté salire in camera sua senza far rumore, seguito da Christophe che invece ne faceva molto.

Eugène si spogliò, si mise in pantofole, indossò una giacca malandata, accese un fuoco di torba e si accinse subito

allo studio, mentre il baccano delle grosse scarpe di Christophe continuava a coprire i preparativi poco rumorosi

del giovane. Eugène restò pensoso per qualche istante, prima di immergersi nei libri di diritto. Aveva riconosciuto

nella viscontessa de Beauséant una delle regine della moda di Parigi, la cui casa aveva fama di essere una delle

più piacevoli del faubourg Saint-Germain. La signora era d'altronde, sia per il nome che per la ricchezza, uno dei

personaggi più in vista del mondo aristocratico. Grazie alla zia de Marcillac, il povero studente era stato bene

accolto in quella casa, senza rendersi conto dell'entità del favore ricevuto. Essere ammessi in quei saloni dorati

equivaleva a una patente di alta nobiltà. Mostrandosi in quell'ambiente, il più esclusivo in assoluto, si era

conquistato il diritto di andare dappertutto. Abbagliato dalla brillante compagnia, dopo aver appena scambiato

qualche parola con la viscontessa, Eugène si era accontentato di distinguere, nella folla delle divinità parigine che

si accalcavano al ricevimento, una di quelle donne che un giovane deve fatalmente adorare fin dal primo istante.

La contessa Anastasie de Restaud, alta e ben fatta, aveva fama di possedere una delle più belle figure di Parigi.

Immaginatevi dei grandi occhi neri, mani magnifiche, piedi ben modellati, movenze piene d'ardore, una donna

che il marchese de Ronquerolles definiva un cavallo puro sangue. La delicatezza nervosa non le toglieva alcun

pregio; aveva le forme piene e rotonde senza che la si potesse accusare di pinguedine. Cavallo puro sangue,

donna di razza, erano locuzioni che cominciavano a sostituire gli angeli del cielo, le figure ossianiche, tutta

l'antica mitologia amorosa cancellata dal dandismo. Per Rastignac, la signora Anastasie de Restaud fu

semplicemente la donna desiderabile. Si era assicurato due balli nella lista dei cavalieri scritta sul ventaglio, ed

era riuscito a parlarle durante la prima contraddanza. «Dove potrò incontrarla d'ora in poi, signora?», le aveva

chiesto bruscamente con quella foga passionale che piace tanto alle donne. «Beh», disse lei, «al Bois, ai Bouffons,

a casa mia, ovunque».

E l'avventuroso meridionale si era affrettato a stringere legami con la deliziosa contessa, per come è

possibile durante una contraddanza e un valzer. Dichiarandosi cugino della signora de Beauséant, fu invitato dalla

donna, che lui scambiò per una gran dama, ed ebbe libero accesso in casa sua. All'ultimo sorriso che le lanciò,

Rastignac credette che una sua visita sarebbe stata opportuna. Aveva avuto la fortuna d'incontrare un uomo che

non si era burlato della sua ignoranza, peccato capitale agli occhi degli illustri insolenti di quel tempo, i

Malincourt, i Ronquerolles, i Maxime de Trailles, i de Marsay, gli Ajuda-Pinto, i Vandenesse, che si trovavano

tutti lì nella gloria della loro fatuità, mescolati alle donne più eleganti, lady Grandon, la duchessa de Langeais, la

contessa de Kergarouët, la signora de Sérisy, la duchessa di Carigliano, la contessa Ferraud, la signora de Lanty,

la marchesa d'Aiglemont, la signora Firmiani, la marchesa de Listomère e la marchesa d'Espard, la duchessa de

Manfrigneuse e i Grandlieu. L'ingenuo studente ebbe dunque la fortuna d'imbattersi nel marchese de Montriveau,

l'amante della duchessa de Langeais, un generale semplice come un bambino, dal quale seppe che la contessa de

Restaud abitava in rue du Helder. Essere giovane, avere sete di mondanità, avere fame di una donna e vedersi

aperte due case! Mettere un piede in faubourg Saint-Germain dalla viscontessa de Beauséant, un ginocchio nella

Chaussée d'Antin dalla contessa de Restaud! Gettare lo sguardo sulla fuga dei salotti parigini e credersi

abbastanza bello per trovare aiuto e protezione in un cuore femminile! Sentirsi abbastanza ambizioso per dare un

gran calcio alla corda tesa su cui si deve camminare con la sicurezza dell'acrobata che non cadrà, e aver trovato in

una donna deliziosa il miglior bilanciere! Con tali pensieri, e davanti a quella donna che si ergeva sublime accanto

a un fuoco di formelle, tra il Codice e la miseria, chi non avrebbe, come Eugène, sondato meditabondo l'avvenire,

chi non l'avrebbe riempito di successi? Il suo pensiero errabondo si stava ripromettendo con tale forza le gioie

future da credersi vicino alla signora de Restaud, quando un sospiro simile a un ansito turbò il silenzio della notte,

risuonò nel cuore del giovane come fosse il rantolo di un moribondo. Aprì piano la porta, e quando fu nel

corridoio scorse una striscia di luce sotto la porta di papà Goriot. Temendo che il suo vicino si sentisse male,

Eugène accostò l'occhio alla serratura, guardò nella camera e vide il vecchio intento a lavori che gli parvero

troppo delittuosi per non sentirsi in dovere nei confronti della società di esaminare attentamente ciò che il

sedicente pastaio macchinava nottetempo. Papà Goriot, che probabilmente aveva attaccato alla traversa di un

tavolo rovesciato un piatto e una ciotola di vermeil, girava qualcosa come un cavo intorno a quegli oggetti

riccamente lavorati, stringendoli con tanta forza da torcerli, per trasformarli verosimilmente in lingotti.

"Accidenti! Che uomo!", si disse Rastignac vedendo il braccio nervoso del vecchio che, con l'aiuto della corda,

plasmava senza rumore il vermeil come fosse pasta. "Sarà mica un ladro o un ricettatore che per dedicarsi con

maggior sicurezza alla sua attività simula la dabbenaggine, l'impotenza e vive da mendicante?", si chiese Eugène

rialzandosi un istante. Poi lo studente accostò di nuovo l'occhio alla serratura. Papà Goriot, che aveva srotolato il

cavo, prese la massa d'argento e la mise sul tavolo su cui aveva steso la coperta, dove l'avvolse per arrotondarla

come una sbarra, operazione che compì con straordinaria facilità. "Che sia forte come Augusto, re di Polonia?" si

disse Eugène quando la sbarra rotonda fu praticamente modellata. Papà Goriot guardò tristemente la propria

opera, mentre dagli occhi gli sgorgavano le lacrime, poi soffiò sul lucignolo al cui bagliore aveva ritorto il

vermeil, e Eugène lo sentì coricarsi emettendo un sospiro. "È pazzo", pensò lo studente.

«Povera bambina!», disse ad alta voce papà Goriot.

A quelle parole, Rastignac ritenne prudente mantenere il silenzio sull'episodio e non condannare

avventatamente il suo vicino. Stava per rientrare in camera, quando ad un tratto distinse un rumore indefinibile,

forse dovuto a uomini in pantofole di panno che salivano le scale. Eugène tese l'orecchio e riconobbe infatti il

suono alternato del respiro di due uomini. Senza aver sentito né il cigolio della porta né il passo degli uomini,

vide all'improvviso un debole chiarore al secondo piano, dal signor Vautrin. "Ma quanti misteri in una pensione

familiare!", pensò fra sé. Scese qualche gradino, si mise in ascolto, e il tintinnio dell'oro gli colpì l'orecchio.

Presto la luce si spense e i due respiri si fecero sentire di nuovo senza che la porta avesse cigolato. Poi, man mano

che gli uomini scendevano, il rumore andò affievolendosi.

«Chi va là?», gridò la signora Vauquer aprendo la finestra della sua camera.

«Sono io che sto rientrando, mamma Vauquer», rispose Vautrin con la sua grossa voce.

"Strano! Christophe aveva messo il chiavistello", si disse Eugène tornando in camera. "A Parigi bisogna

vegliare, per sapere quello che ci succede intorno!". Distolto a causa di questi piccoli episodi dalla sua ambiziosa

meditazione amorosa, si mise a studiare. Distratto dai sospetti che gli nascevano sul conto di papà Goriot, ancor

più distratto dall'immagine della signora de Restaud, che gli appariva continuamente davanti come messaggera di

un brillante destino, finì per andare a letto e dormire profondamente. Su dieci notti promesse allo studio, i giovani

ne dedicano sette al sonno. Bisogna avere più di vent'anni per vegliare.

L'indomani mattina gravava su Parigi uno di quei fitti nebbioni che l'avvolgono e l'oscurano al punto

che persino le persone più precise perdono la nozione del tempo. C'è chi manca agli appuntamenti d'affari, c'è chi

crede che siano le otto quando suona mezzogiorno. Erano le nove e mezzo e la signora Vauquer non si era ancora

mossa dal letto. Christophe e la grossa Sylvie, anche loro in ritardo, bevevano tranquillamente il caffè, preparato

con la panna del latte dei pensionanti, che Sylvie faceva bollire a lungo perché la signora Vauquer non si

accorgesse di quella decima prelevata illegalmente.

«Sylvie», disse Christophe inzuppando la sua prima fetta abbrustolita, «il signor Vautrin, che pure è un

buon uomo, stanotte ha ricevuto ancora due persone. Se la padrona cercasse di sapere qualcosa, sarebbe meglio

non dirle niente».

«Le ha dato qualcosa?».

«Mi ha dato cento soldi per il mensile, un modo per dirmi "Stai zitto"».

«A parte lui e la signora Couture che non sono tirchi, gli altri si riprenderebbero volentieri con la mano

sinistra quello che ci danno con la destra a Capodanno», osservò Sylvie.

«Per quel che ci danno, poi!», fece Christophe, «una miserabile moneta da cento soldi. Sono già due

anni che papà Goriot si lustra le scarpe da solo. Quello spilorcio di Poiret fa a meno del lucido, e se lo berrebbe

piuttosto che metterlo sulle ciabatte. Quanto a quella mezza cartuccia di studente, mi dà quaranta soldi. Quaranta

soldi non bastano a pagare le spazzole, e per giunta si vende anche gli abiti vecchi. Che baracca!».

«Bah!», fece Sylvie bevendo il caffè a piccoli sorsi, «i nostri posti sono ancora i migliori del quartiere:

ci si vive bene. Ma a proposito del grosso papà Vautrin, Christophe, le hanno detto qualcosa?».

«Sì, qualche giorno fa ho incontrato per strada un signore che mi ha detto: "È da voi, vero, che abita un

signore robusto coi favoriti tinti?" Io ho detto: "No, signore, non se li tinge. A un uomo allegro come lui gliene

manca il tempo". Poi l'ho raccontato al signor Vautrin, che mi ha risposto: "Hai fatto bene, ragazzo mio! Rispondi

sempre così. Non c'è niente di più antipatico del far sapere in giro le proprie debolezze. Può perfino mandare a

monte dei matrimoni"».

«Beh, anche a me, al mercato, hanno cercato d'imbrogliarmi per farmi dire se lo vedevo quando

s'infilava la camicia. Che razza di domande! Toh», disse cambiando discorso, «stanno suonando le dieci meno un

quarto al Val-de-Grâce, e nessuno si muove».

«Bah! Sono usciti tutti. La signora Couture e la sua protetta sono andate a ingoiare il Buon Dio a Saint-

Etienne che erano le otto. Papà Goriot è uscito con un pacco. Lo studente tornerà soltanto dopo la lezione, alle

dieci. Li ho visti andarsene mentre facevo le scale; papà Goriot mi ha perfino urtato con quel coso che portava che

era duro come il ferro. Ma che mai farà, quell'uomo? Gli altri lo fanno girare come una trottola, però è un

brav'uomo, che vale più di tutti loro. Non dà un gran che, ma le signore da cui a volte mi manda, sganciano delle

mance coi fiocchi, e hanno addosso dei vestiti mica male».

«Quelle che chiama le sue figliole, eh? Sono una dozzina».

«Io sono sempre andato soltanto da due, le stesse che sono venute qui».

«Ecco la signora che si muove; ora farà il solito pandemonio; bisogna che vada. Faccia attenzione al

latte, Christophe, per via del gatto».

«Ma come, Sylvie, sono già le dieci meno un quarto e mi ha lasciata dormire come un ghiro! Mai

successa una cosa simile!».

«È la nebbia, oggi si taglia col coltello».

«Ma la colazione?».

«Bah! I suoi pensionanti avevano proprio il diavolo in corpo. Se la sono squagliata tutti appena è

puntato il giorno».

«Parla un po' come si deve, Sylvie», riprese la signora Vauquer, «si dice è spuntato il giorno».

«Ah, signora, dirò come vuole lei. Tant'è, può fare colazione alle dieci. La Michonnette e il Poireau non

si sono mossi. Non ci sono che loro in casa e dormono come sassi che non sono altro».

«Ma, Sylvie, li metti tutti e due insieme, come se...».

«Come se che cosa?», ribatté Sylvie lasciandosi sfuggire una gran risata sciocca. «Quei due fanno il

paio».

«È strano, Sylvie: come ha fatto il signor Vautrin a rientrare stanotte, dopo che Christophe aveva messo

il chiavistello?».

«Ma no, al contrario, signora. Christophe ha sentito il signor Vautrin ed è sceso ad aprirgli la porta. E

così lei ha creduto...».

«Dammi il giubbetto e va' svelta ad occuparti del pranzo. Riutilizza i resti del montone con le patate e

prepara le pere cotte, di quelle che costano due liardi l'una».

Poco dopo la signora Vauquer scese proprio nel momento in cui il gatto, che aveva appena rovesciato

con una zampata il «MDFR»piatto che copriva una ciotola di latte, se lo stava lappando in tutta fretta.

«Micio!», esclamò. Il gatto scappò via, poi tornò a strofinarsi contro le sue gambe. «Sì, sì, fai pure il

ruffiano, brutto vigliacco!», gli disse. «Sylvie! Sylvie!».

«Sì? Cosa c'è, signora?».

«Guarda un po' cosa ha bevuto il gatto».

«È colpa di quell'animale di Christophe, gliel'avevo detto di apparecchiare. Dov'è andato a finire? Non

si preoccupi, signora; sarà la colazione di papà Goriot. Ci aggiungerò un po' d'acqua e non se ne accorgerà. Non

fa caso a niente, nemmeno a quel che mangia».

«Ma dov'è andato, quello strano tipo?», chiese la signora Vauquer mettendo i piatti.

«E chi lo sa? Sta sempre a trafficare come un dannato».

«Ho dormito troppo», disse la signora Vauquer.

«Ma così la signora è fresca come una rosa...».

In quel momento si sentì il campanello e Vautrin entrò in salotto, cantando con il suo vocione:

«Ho girato a lungo il mondo

e mi han visto in ogni luogo...

«Oh! Oh! Buongiorno, signora Vauquer», disse scorgendo la padrona e abbracciandola galantemente.

«Via, la smetta!».

«Mi dica pure impertinente!», replicò Vautrin. «Su, lo dica. Lo vuol dire, sì o no? Guardi,

apparecchierò con lei. Sono gentile, non le pare?

«Corteggiare la bruna e la bionda,

amare, sospirare...

«Ho appena visto qualcosa di strano.

«... come capita».

«Cosa?», chiese la vedova.

«Alle otto e mezzo papà Goriot era in rue Dauphine, dall'orefice che acquista vecchie posate e galloni.

Gli ha venduto per una bella sommetta un pezzo di un servizio di vermeil, davvero ben ritorto per uno che non è

del mestiere».

«Ma sul serio?».

«Sì. Stavo tornando qui dopo aver accompagnato un mio amico che va all'estero con le Messageries

royales; ho aspettato papà Goriot per rendermi conto, tanto per ridere. È tornato in questo quartiere, in rue des

Grès, dove è entrato da un noto usuraio, un certo Gobseck, una birba matricolata, capace di fare dei pezzi di

domino con le ossa di suo padre; un ebreo, un arabo, un greco, uno zingaro, un uomo che sarebbe difficile

svaligiare perché mette tutti i suoi scudi in banca».

«Che farà mai questo papà Goriot?».

«Non fa niente», disse Vautrin, «disfà. È un imbecille, tanto sciocco da rovinarsi per amore delle figlie

che...».

«Eccolo!», disse Sylvie.

«Christophe», gridò papà Goriot, «sali con me».

Christophe seguì papà Goriot e ridiscese poco dopo.

«Dove vai?», chiese la signora Vauquer al domestico.

«A fare una commissione per il signor Goriot».

«Che roba è questa?», disse Vautrin strappando dalle mani di Christophe una lettera su cui lesse: Alla

signora contessa Anastasie de Restaud. «E dove vai?», riprese tendendogli la lettera.

«In rue du Helder. Ho ordine di consegnarla solo alla contessa».

«Che ci sarà dentro?», disse Vautrin mettendo la lettera controluce. «Una banconota? No». Socchiuse la

busta. «Una cambiale pagata», esclamò. «Poffarbacco! È galante, il nostro zerbinotto. Va', vecchio volpone»,

disse mettendo la sua manona sulla testa di Christophe, che fece girare su se stesso come un dado, «ti prenderai

una bella mancia».

La tavola era apparecchiata. Sylvie faceva bollire il latte. La signora Vauquer accendeva la stufa, aiutata

da Vautrin che seguitava a canticchiare:

«Ho girato a lungo il mondo

e mi han visto in ogni luogo...»

Quando tutto fu pronto, tornarono la signora Couture e la signorina Taillefer.

«Da dove viene di così buon mattino, mia bella signora?», chiese la signora Vauquer alla signora

Couture.

«Siamo state a fare le nostre devozioni a Saint-Etienne-du-Mont, lo sa che oggi dobbiamo andare dal

signor Taillefer? Povera bambina, trema come una foglia», seguitò la signora Couture sedendosi davanti alla stufa

e avvicinando allo sportello le scarpe che si misero a fumare.

«Si scaldi un po', Victorine», disse la signora Vauquer.

«Fa bene, signorina, a pregare il buon Dio che intenerisca il cuore di suo padre», disse Vautrin

porgendo una sedia all'orfana. «Ma non basta. Le ci vorrebbe un amico che s'incaricasse di dire il fatto suo a

quell'animale, un selvaggio che a quel che dicono possiede tre milioni e non le dà neanche la dote. Una bella

ragazza deve avere una dote, di questi tempi».

«Povera figliola», disse la signora Vauquer. «Vedrà, bambina mia, che quel mostro di suo padre si

attirerà addosso tutte le disgrazie».

A quelle parole, gli occhi di Victorine si riempirono di lacrime, e la vedova tacque a un cenno della

signora Couture.

«Se solo lo potessimo vedere, se gli potessi parlare, consegnargli l'ultima lettera della moglie», riprese

la vedova del commissario ordinatore. «Non mi sono mai azzardata a mandarla per posta; lui conosce la mia

scrittura...».

«Oh donne innocenti, infelici e perseguitate», esclamò Vautrin interrompendola, «ecco a che punto

siete arrivate! Fra qualche giorno m'intrometterò io nelle vostre faccende, e tutto andrà per il meglio».

«Oh! signore», disse Victorine lanciando uno sguardo insieme umido e ardente a Vautrin, che non si

lasciò turbare, «se lei conosce un mezzo per giungere a mio padre, gli dica pure che il suo affetto e l'onore di mia

madre sono per me più preziosi di tutte le ricchezze del mondo. Se riuscisse a mitigare il suo rigore, pregherei Dio

per lei. Può contare su una riconoscenza...».

«Ho girato a lungo il mondo», cantò Vautrin con voce ironica.

In quel momento scesero Goriot, la signorina Michonneau e Poiret, forse attratti dall'odore della salsa

che Sylvie preparava per utilizzare gli avanzi del montone. Nel momento in cui i sette commensali si mettevano a

tavola augurandosi il buongiorno, suonarono le dieci e si sentì per la strada il passo dello studente.

«Ah! Bene, signor Eugène», disse Sylvie, «oggi pranzerà con tutti gli altri».

Lo studente salutò i pensionanti e si sedette accanto a papà Goriot.

«Mi è capitata una strana avventura», disse servendosi abbondantemente di montone e tagliandosi un

pezzo di pane che la signora Vauquer misurava sempre con lo sguardo.

«Un'avventura!», esclamò Poiret.

«Beh! Che c'è da stupirsi, vecchio babbeo?», disse Vautrin a Poiret. «Il signore è proprio fatto per

averne».

La signorina Taillefer lanciò furtivamente un timido sguardo al giovane studente.

«Ieri ero al ballo della viscontessa de Beauséant, una mia cugina, che ha una casa magnifica, stanze

tappezzate di seta, insomma che ha dato una festa stupenda dove mi sono divertito come un re...».

«Golo», disse Vautrin interrompendolo di colpo.

«Signore», disse Eugène piccato, «che cosa intende dire?».

«Dico golo, perché i regoli si divertono molto più dei re».

«È vero: preferirei essere quell'uccellino senza preoccupazioni che un re, perché...» fece Poiret

l'idemista.

«Insomma», riprese lo studente togliendogli la parola, «ballo con una delle donne più belle della serata,

una contessa stupenda, la creatura più deliziosa che abbia mai visto. Aveva un'acconciatura di fiori di pesco,

aveva sul fianco il più bel mazzo di fiori, fiori naturali che profumavano. Beh! L'avreste dovuta vedere, è

impossibile descrivere una donna nell'animazione della danza. Comunque sia, stamani ho incontrato la divina

contessa, verso le nove, a piedi, in rue des Grès. Oh! Il cuore mi batteva, m'immaginavo...».

«Che venisse qui», disse Vautrin rivolgendo uno sguardo penetrante allo studente. «Probabilmente

andava da papà Gobseck, un usuraio. Caso mai frugasse nei cuori femminili di Parigi, ci troverebbe l'usuraio

prima dell'amante. La sua contessa si chiama Anastasie de Restaud e abita in rue du Helder».

A quel nome, lo studente guardò fissamente Vautrin. Papà Goriot alzò bruscamente la testa e lanciò sui

due interlocutori uno sguardo luminoso e pieno d'inquietudine che sorprese i pensionanti.

«Christophe arriverà troppo tardi, e così lei ci sarà già andata», esclamò dolorosamente Goriot.

«Ho indovinato», disse Vautrin chinandosi verso l'orecchio della signora Vauquer.

Goriot mangiava macchinalmente senza sapere che cosa. Mai era apparso inebetito e assorto come in

quel momento.

«Chi diavolo, signor Vautrin, può averle detto il suo nome?», chiese Eugène.

«Ah! Ah! Se lo sapeva papà Goriot, perché non dovrei saperlo io?».

«Signor Goriot!», esclamò lo studente.

«Cosa!», disse il povero vecchio. «Allora era proprio bella, ieri?».

«Chi?».

«La signora de Restaud».

«Guardi lì come gli s'illuminano gli occhi al vecchio spilorcio», disse la signora Vauquer a Vautrin.

«Allora sarebbe lui a mantenerla?», sussurrò la signorina Michonneau allo studente.

«Oh, sì! Era maledettamente bella», riprese Eugène che papà Goriot guardava avidamente. «Se non ci

fosse stata la signora de Beauséant, la mia divina contessa sarebbe stata la regina del ballo; i giovanotti non

avevano occhi che per lei, io ero il dodicesimo sulla sua lista e lei ballava tutte le contraddanze. Le altre donne

erano furenti. Se ieri c'è stata una creatura felice, quella era proprio lei. Hanno davvero ragione di dire che non c'è

niente di più bello di una fregata a vele spiegate, di un cavallo al galoppo e di una donna che balla».

«Ieri al vertice della ruota, da una duchessa», disse Vautrin, «stamani all'ultimo gradino, da un usuraio:

ecco le parigine. Se i mariti non possono mantenere il loro lusso sfrenato, loro si vendono. Se non riuscissero a

vendersi, sarebbero capaci di sventrare le madri per cercarvi di che brillare. Insomma ne combinano di tutti i

colori. È ben noto, ben noto!».

Il viso di papà Goriot, che si era acceso come il sole in una bella giornata alle parole dello studente,

s'incupì alla crudele osservazione di Vautrin.

«Ebbene!», disse la signora Vauquer, «in che consiste allora la sua avventura? Le ha parlato? Le ha

chiesto se voleva studiare legge?».

«Lei non mi ha visto», disse Eugène. «Ma incontrare una delle donne più belle di Parigi in rue des Grès,

alle nove, una donna che deve essere rincasata dal ballo alle due del mattino, non è una cosa strana? Non c'è che

Parigi per avventure del genere».

«Bah! Ce ne sono di ben più curiose», esclamò Vautrin.

La signorina Taillefer aveva appena ascoltato, preoccupata com'era dal tentativo che stava per fare. La

signora Couture le fece cenno di alzarsi per andare a vestirsi. Quando le due signore uscirono, papà Goriot le

imitò.

«Allora, l'avete visto?», disse la signora Vauquer a Vautrin e agli altri pensionanti. «È chiaro che si è

rovinato per quelle donne».

«Non mi farete mai credere», esclamò lo studente, «che la bella contessa de Restaud appartenga a papà

Goriot».

«Ma noi», lo interruppe Vautrin, «non ci teniamo affatto a farglielo credere. Lei è ancora troppo

giovane per conoscere bene Parigi, più tardi imparerà che è facile incontrarvi i cosiddetti uomini caldi...». (A

quelle parole, la signorina Michonneau guardò Vautrin con aria d'intesa. Si sarebbe detta un cavallo da

reggimento che senta il suono della tromba). «Ah! Ah!», fece Vautrin interrompendosi per lanciarle uno sguardo

penetrante, «non abbiamo avuto anche noi le nostre passioncelle?» (La zitella abbassò gli occhi come una monaca

davanti a delle statue). «Beh», continuò, «questi uomini adottano un'idea e non demordono. Hanno sete solo di

una certa acqua attinta a una certa fontana, e spesso stagnante; per berla venderebbero mogli e figli; venderebbero

l'anima al diavolo. Per alcuni, quella fontana è il gioco, la Borsa, una collezione di quadri o di insetti, la musica;

per altri è una donna che sa cucinare delle ghiottonerie. Offritegli pure tutte le donne della terra, loro se ne

infischiano, vogliono unicamente quella che soddisfa la loro passione. Spesso è una donna che non li ama affatto,

li maltratta, vende loro a caro prezzo briciole di soddisfazione. Ebbene! Questi tipi ameni non si stancano e

porterebbero la loro ultima coperta al Monte di Pietà per darle l'ultimo scudo. Papà Goriot è uno di loro. La

contessa lo sfrutta perché è discreto. Ecco com'è il bel mondo. Il poveretto non pensa che a lei. Al di fuori della

sua passione, lo vede bene, è un animale allo stato bruto. Lo porti su quell'argomento e il viso gli brilla come un

diamante. Non è difficile indovinare il suo segreto. Stamani ha portato a fondere il vermeil, e io l'ho visto entrare

da papà Gobseck, in rue des Grès. Mi segua bene! Al ritorno, ha mandato dalla contessa de Restaud quel babbeo

di Christophe che ci ha fatto vedere l'indirizzo della lettera in cui c'era una cambiale pagata. È chiaro che se anche

la contessa andava dal vecchio usuraio, la cosa era urgente. Papà Goriot ha galantemente pagato per lei. Non è

necessario fare grandi deduzioni per vedere come stanno le cose. Ciò le dimostra, mio giovane studente, che

mentre la sua contessa rideva, ballava, faceva moine, lasciava ondeggiare i suoi fiori di pesco e si reggeva il

vestito, era sulle spine, come si usa dire, pensando alle sue cambiali protestate o a quelle del suo amante».

«Mi fa venire una maledetta voglia di sapere la verità. Domani andrò dalla signora de Restaud»,

esclamò Eugène.

«Sì», disse Poiret, «domani bisogna andare dalla signora de Restaud».

«Forse ci troverà il nostro bravo Goriot che verrà a riscuotere il compenso delle sue galanterie».

«Ma allora la sua Parigi è un letamaio», disse Eugène con aria disgustata.

«È un dannato letamaio», riprese Vautrin. «Quelle che ci s'infangano in carrozza sono persone oneste,

quelle che ci s'infangano a piedi sono dei bricconi. Se le capita la disgrazia di sgraffignare una cosa da niente, la

esibiscono sulla piazza del Palazzo di Giustizia come una curiosità. Rubi invece un milione, e sarà additato nei

salotti come un esempio di virtù. E poi si pagano trenta milioni alla Gendarmeria e alla Giustizia per mantenere

questa morale. Bella roba!».

«Come!», esclamò la signora Vauquer. «Papà Goriot avrebbe fatto fondere il suo servizio di vermeil?».

«Non c'erano due tortore sul coperchio?», chiese Eugène.

«Proprio così».

«Ci doveva tenere molto, ha pianto quando ha impastato la ciotola e il piatto. L'ho visto per caso», disse

Eugène.

«Ci teneva come alla propria vita», rispose la vedova.

«Guarda un po' il vecchio com'è passionale», esclamò Vautrin. «Quella donna sa solleticargli l'anima».

Lo studente risalì in camera sua. Vautrin uscì. Pochi istanti dopo, la signora Couture e Victorine

salirono su una carrozza pubblica che Sylvie era andata a cercare. Poiret offrì il braccio alla signorina

Michonneau e tutti e due andarono a passeggiare al Jardin des Plantes, nelle due ore migliori della giornata.

«Beh! Eccoli praticamente sposati», disse la grossa Sylvie. «Oggi escono insieme per la prima volta.

Sono tutti e due così secchi, che se si urtano faranno scintille come un acciarino».

«Guai allo scialle della signorina Michonneau», disse ridendo la signora Vauquer, «piglierà fuoco come

un'esca».

Alle quattro del pomeriggio, quando rincasò, Goriot vide al chiarore di due lampade fumose Victorine

con gli occhi rossi. La signora Vauquer stava ascoltando il resoconto della visita infruttuosa fatta al signor

Taillefer in mattinata. Seccato di ricevere la figlia e quella vecchia, Taillefer aveva acconsentito a farle andare a

casa sua per mettere in chiaro le cose.

«Mia cara signora», diceva la signora Couture alla signora Vauquer, «si figuri che non ha neanche fatto

sedere Victorine, la quale è rimasta sempre in piedi. A me ha detto, senza andare in collera, con grande freddezza,

che dovevamo risparmiarci il disturbo di andare da lui; che la signorina, senza chiamarla sua figlia, si

danneggiava ai suoi occhi andandolo a importunare (una volta all'anno, quel mostro!); che avendo sposato la

madre di Victorine senza dote, la ragazza non aveva niente da pretendere; insomma ha detto cose durissime, che

hanno fatto sciogliere in lacrime la povera bambina. Allora la piccola si è gettata ai piedi del padre e gli ha detto

coraggiosamente che se insisteva così era solo per sua madre, che avrebbe ubbidito alla sua volontà senza

mormorare, ma che lo supplicava di leggere il testamento della povera defunta; poi ha preso la lettera e gliel'ha

presentata dicendo le cose più belle del mondo e così piene di sentimento che non so dove sia andata a prenderle.

Era Dio che gliele dettava, perché la povera figliola era così ispirata che al sentirla io piangevo come una vite

tagliata. Lo sa cosa faceva quell'uomo orrendo? Si tagliava le unghie, poi ha preso la lettera che la povera signora

Taillefer aveva intriso di lacrime e l'ha buttata nel caminetto dicendo: "Va bene!". Ha rialzato la figlia che gli

prendeva le mani per baciargliele, mentre lui le ritraeva. Non è uno scellerato? Quel gaglioffo del figlio è entrato

senza neanche salutare la sorella».

«Ma che cosa sono, dei mostri?», disse papà Goriot.

«E poi», seguitò la signora Couture senza far caso all'esclamazione del vecchio, «padre e figlio se ne

sono andati salutandomi e pregandomi di scusarli perché avevano degli affari urgenti. Ecco la nostra visita. Se

non altro, ha visto la figlia. Non so come possa rinnegarla, si assomigliano come due gocce d'acqua».

I pensionanti, interni e esterni, giunsero alla spicciolata, salutandosi l'un l'altro e dicendosi quelle

battute da nulla che in certi ceti parigini manifestano una dose di spirito di cui la stupidità costituisce l'elemento

principale, e il cui merito è legato in particolare al gesto o alla pronuncia. Questa specie di gergo varia

continuamente. La lepidezza che lo ispira dura tutt'al più un mese. Un avvenimento politico, un processo in corte

d'assise, una canzone di strada, i lazzi di un attore, tutto serve ad alimentare quel gioco spiritoso che consiste

soprattutto nel prendere le idee e le parole come volani e a rimandarsele a colpi di racchetta. La recente

invenzione del Diorama, per cui l'illusione ottica era giunta a un livello superiore rispetto al Panorama, aveva

introdotto in qualche studio di pittore la scherzosa abitudine di parlare in rama, una specie di caricatura di cui un

giovane pittore, cliente abituale della pensione, aveva trasmesso il vezzo a Casa Vauquer.

«Allora, signorre Poiret», disse l'impiegato del Museo, «come va la saluterama?». Poi, senza aspettare

la risposta, si rivolse alla signora Couture e a Victorine: «Mi sembrate addolorate, signore».

«Andiamo a cenér?», esclamò Horace Bianchon, uno studente di medicina, amico di Rastignac. «La

mia stomachina è scesa usque ad talones».

«Fa un frettorama cane!», disse Vautrin. «Si sposti un po', papà Goriot. Che diamine: il suo piede

occupa tutta la bocca della stufa».

«Illustre signor Vautrin», disse Bianchon, «perché dice frettorama? C'è un errore, si dice freddorama».

«No», disse l'impiegato del Museo, «frettorama: ho fretto ai piedi».

«Ah! Ah!».

«Ecco sua eccellenza il marchese de Rastignac, dottore in diritto-storto», esclamò Bianchon afferrando

Eugène per il collo e stringendolo da soffocarlo. «Ohé, voialtri, ohé!».

La signorina Michonneau entrò silenziosamente, salutò i commensali senza dire nulla e andò a sedersi

vicino alle tre donne.

«Mi fa sempre rabbrividire quel vecchio pipistrello», disse sottovoce Bianchon a Vautrin indicando la

signorina Michonneau. «Io che studio il sistema di Gall, trovo che ha le bozze di Giuda».

«Lei l'ha conosciuto?», disse Vautrin.

«E chi non l'ha incontrato!», rispose Bianchon. «Parola d'onore, quella zitella bianca mi fa l'effetto di

quei lunghi vermi che finiscono col rodere una trave».

«Così stanno le cose, giovanotto», disse il quarantenne pettinandosi i favoriti.

«E rosa, è vissuta quanto vivon le rose,

lo spazio di un mattino».

«Ah! Ah! Ecco una succulenta zupparama», esclamò Poiret, vedendo Christophe che entrava portando

rispettosamente la minestra.

«Mi scusi, signore», disse la signora Vauquer, «è una zuppa di cavoli».

Tutti i giovani scoppiarono a ridere.

«Battuto, Poiret!».

«Poirrrrette battuto!».

«Due punti per mamma Vauquer», disse Vautrin.

«Qualcuno ha fatto caso alla nebbia di stamani?», chiese l'impiegato.

«Era», rispose Bianchon, «una nebbia frenetica e senza eguali, una nebbia lugubre, malinconica, verde,

asmatica, una nebbia Goriot».

«Goriorama», disse il pittore, «perché non ci si vedeva un cavolo».

«Ehi, milord Gaôriotte, essi stare parlando di leei».

Seduto all'estremità del tavolo, vicino alla porta di servizio, papà Goriot alzò il capo fiutando un pezzo

di pane che aveva sotto il tovagliolo, secondo una vecchia abitudine del mestiere che ogni tanto riaffiorava.

«Beh!», gli gridò aspramente la signora Vauquer con una voce che dominò il rumore dei cucchiai, dei

piatti e delle voci, «non lo trova buono, il pane?».

«Anzi, signora», rispose il vecchio, «è fatto con farina di Étampes, di prima qualità».

«Da che cosa se ne accorge?», gli chiese Eugène.

«Dalla bianchezza, dal gusto».

«Dal gusto del naso, visto che lo annusa», disse la signora Vauquer. «Sta diventando talmente economo

che finirà per trovare il modo di nutrirsi fiutando l'aria della cucina».

«Nel qual caso si prenda il brevetto d'invenzione», gridò l'impiegato del Museo, «si guadagnerà una

bella fortuna».

«Lasci stare, lo fa per convincerci che è stato pastaio», disse il pittore.

«Allora il suo naso è una storta?», chiese ancora l'impiegato del Museo.

«Stor-che?», fece Bianchon.

«Stor-nello».

«Stor-pio».

«Stor-iella».

«Stor-piamento».

«Stor-ditaggine».

«Stor-ione».

«Stor-cimento».

«Stor-torama».

Le otto risposte proruppero da ogni parte della stanza con la rapidità di un fuoco di fila, e fecero anche

più ridere perché il povero papà Goriot guardava i commensali con aria tonta, come chi cerca di capire una lingua

straniera.

«Stor?», chiese a Vautrin che gli era accanto.

«Storta ai piedi, vecchio mio!», disse Vautrin calcandogli il cappello in testa con una manata che glielo

fece calare fin sugli occhi.

Il povero vecchio, sbalordito da quel brusco attacco, restò immobile per un istante. Christophe gli portò

via il piatto credendo che avesse finito la minestra, cosicché quando Goriot, dopo aver rialzato il cappello, prese il

cucchiaio, lo batté sul tavolo. Tutti i presenti scoppiarono a ridere.

«Signore», disse il vecchio, «il suo spirito è di cattivo gusto, e se si permette di darmi ancora colpi

simili...».

«Beh, che succederà, papà?», lo interruppe Vautrin.

«Beh, un giorno o l'altro la pagherà cara...».

«All'inferno, vero?», disse il pittore, «in quel cantuccio nero dove si mettono i bambini cattivi!».

«Allora, signorina», disse Vautrin a Victorine, «lei non sta mangiando. Papà è stato così intrattabile?».

«Un orrore», disse la signora Couture.

«Bisogna ridurlo alla ragione», affermò Vautrin.

«Per esempio», rincarò Rastignac che era abbastanza vicino a Bianchon, «la signorina potrebbe

intentargli un processo per la questione degli alimenti, visto che non mangia. Eh! Eh! Guardate un po' come papà

Goriot sta scrutando la signorina Victorine».

Il vecchio dimenticava di mangiare per contemplare la povera ragazza, i cui tratti manifestavano un

dolore vero, il dolore della figlia ripudiata che ama il padre.

«Caro mio», disse Eugène a bassa voce, «ci siamo sbagliati sul conto di papà Goriot. Non è né un

imbecille, né uno smidollato. Applicagli il tuo sistema di Gall e dimmi che cosa ne pensi. Stanotte gli ho visto

torcere un piatto di vermeil come se fosse stato di cera, e in questo momento l'espressione del suo viso rivela

sentimenti fuori del comune. La sua vita mi sembra troppo misteriosa perché non valga la pena studiarla. Sì,

Bianchon, ridi pure, non sto scherzando».

«Quell'uomo è un caso clinico», disse Bianchon, «d'accordo; se lui vuole, lo seziono».

«No, tastagli la testa».

«Questo no! La sua stupidità può essere contagiosa».

L'indomani Rastignac si vestì con grande eleganza e verso le tre del pomeriggio si recò dalla contessa

de Restaud, abbandonandosi durante il tragitto a quelle speranze sconsideratamente folli che rendono la vita dei

giovani così ricca di emozioni. In tal modo essi non tengono conto né degli ostacoli né dei pericoli, vedono

dappertutto il successo, idealizzano la loro esistenza giocando semplicemente con l'immaginazione, e diventano

infelici o tristi perché crollano progetti che esistevano solo nei loro desideri sfrenati. Se non fossero timidi e

ignoranti, la vita di società sarebbe impossibile. Eugène camminava con mille precauzioni per non infangarsi, ma

nel camminare pensava a ciò che avrebbe detto alla signora de Restaud, faceva provviste di spirito, inventava le

risposte di una conversazione immaginaria, preparava battute argute, frasi alla Talleyrand, supponendo piccole

occasioni propizie alla dichiarazione su cui fondava il suo avvenire. S'infangò, lo studente, e fu costretto a farsi

lucidare gli stivali e spazzolare i pantaloni al Palais-Royal. "Se fossi ricco", si disse cambiando una moneta da

trenta soldi che aveva preso in caso di bisogno, "sarei andato in carrozza, avrei potuto riflettere con comodo".

Arrivò infine in rue du Helder e chiese della contessa de Restaud. Con la fredda rabbia di chi è sicuro, un giorno,

di trionfare, subì l'occhiata sprezzante della servitù che l'aveva visto attraversare il cortile a piedi, senza aver

sentito il rumore di una carrozza alla porta. Un'occhiata a cui fu particolarmente sensibile, in quanto si era già

reso conto della propria inferiorità entrando nel cortile dove scalpitava un bel cavallo riccamente bardato,

attaccato a uno di quegli eleganti carrozzini che mettono in mostra il lusso di un'esistenza dissipata e

sottintendono la familiarità con tutti i piaceri parigini. Senza ragione apparente, si sentì diventare di cattivo

umore. I cassetti aperti del suo cervello, che contava di trovare pieni di spirito, si chiusero, lasciandolo inebetito.

In attesa della risposta della contessa, a cui un cameriere era andato ad annunciare il nome del visitatore, Eugène

si appoggiò su un piede solo davanti a una finestra dell'anticamera, posò il gomito su una maniglia e guardò

macchinalmente nel cortile. Trovava il tempo lungo e se ne sarebbe andato se non fosse stato dotato di quella

tenacia meridionale che genera prodigi quando procede diritta davanti a sé.

«Signore», disse il cameriere, «la signora è nel boudoir. È molto occupata e non mi ha risposto; ma se

vuole accomodarsi in salotto, c'è già qualcuno».

Pur ammirando l'impressionante potere di quei domestici che con una sola parola accusano o giudicano

i loro padroni, Rastignac aprì deliberatamente la porta da cui era uscito il cameriere, forse per far credere a quegli

insolenti servitori che conosceva i padroni di casa. Finì però sbadatamente in una stanza dove si trovavano

lampade, credenze, un apparecchio per scaldare gli asciugamani da bagno, e che dava su un corridoio scuro e una

scala appartata. Le risa soffocate che sentì nell'anticamera portarono al colmo la sua confusione.

«Il salotto, signore, è da questa parte», gli disse il cameriere con quel falso rispetto che ha l'aria di

un'ulteriore canzonatura.

Eugène tornò sui suoi passi con una tale precipitazione che andò a sbattere contro una vasca da bagno,

trattenendo fortunatamente il cappello prima che cadesse nell'acqua. In quel momento si aprì una porta in fondo al

lungo corridoio rischiarato da una piccola lampada e Rastignac sentì contemporaneamente la voce della signora

de Restaud e quella di papà Goriot, oltre al rumore di un bacio. Entrò nella stanza da pranzo, l'attraversò, seguì il

cameriere e giunse in un primo salotto dove si fermò davanti alla finestra, accorgendosi che dava sul cortile.

Voleva vedere se quel papà Goriot era realmente il suo papà Goriot. Il cuore gli batteva stranamente, mentre si

ricordava delle tremende riflessioni di Vautrin. Il cameriere attendeva Eugène sulla porta del salotto, da cui uscì a

un tratto un elegante giovanotto che disse spazientito: «Me ne vado, Maurice. Dica alla signora contessa che l'ho

aspettata per più di mezz'ora». Quell'insolente, che probabilmente aveva il diritto di esserlo, gorgheggiò qualcosa

in italiano dirigendosi verso la finestra dove se ne stava Eugène, per vedere la faccia dello studente e anche per

guardare nel cortile.

«Il signor conte farebbe meglio ad aspettare ancora un attimo, la signora ha finito», suggerì Maurice

tornando nell'anticamera.

In quel momento papà Goriot sbucava dalla scaletta vicina alla porta carraia. Il buon uomo tendeva

l'ombrello e si accingeva ad aprirlo, senza accorgersi che il portone era aperto per far passare un giovane decorato

alla guida di un tilbury. Papà Goriot ebbe appena il tempo di balzare indietro per non essere travolto. Il taffetà

dell'ombrello aveva spaventato il cavallo che fece un leggero scarto precipitandosi verso la scalinata. Il giovane

voltò il capo con aria incollerita, guardò papà Goriot, e prima che uscisse gli rivolse un saluto che manifestava la

considerazione forzata che si ha per gli usurai di cui si ha bisogno, o quel rispetto che si deve necessariamente a

un uomo tarato, ma di cui poi si arrossisce. Papà Goriot rispose con un cenno amichevole, pieno di bonomia.

Questi fatti si svolsero in un lampo. Troppo assorto per accorgersi che non era solo, Eugène sentì all'improvviso

la voce della contessa.

«Ah! Maxime, se ne stava andando», esclamò con un tono di rimprovero misto a un'ombra di dispetto.

La contessa non aveva fatto caso all'ingresso del tilbury. Rastignac si voltò bruscamente e la vide con

indosso una civettuola vestaglia di cachemire bianco, a nodi rosa, pettinata negligentemente come lo sono di

mattina le parigine. Era tutta profumata, probabilmente aveva fatto un bagno, e la sua bellezza, per così dire

ammorbidita, sembrava più voluttuosa; gli occhi erano umidi. Lo sguardo dei giovani sa cogliere tutto: il loro

spirito assorbe ciò che irradia dalla donna come una pianta aspira nell'aria le sostanze che le sono proprie. Eugène

sentiva perciò l'effusa freschezza delle mani di quella donna senza aver bisogno di toccarle. Vedeva, attraverso il

cachemire, le rosee tinte del busto che la vestaglia, leggermente socchiusa, lasciava talvolta a nudo, e su cui il suo

sguardo si posava. Alla contessa non serviva il sostegno del corsetto, bastava la cintura a sottolinearne la vita

flessuosa, il collo invitava all'amore e i suoi piedini, nelle pantofole, erano deliziosi. Quando Maxime le prese la

mano per baciarla, Eugène scorse allora Maxime, e la contessa scorse Eugène.

«Ah! È lei, signor de Rastignac, sono molto lieta di vederla», disse con l'aria che sanno assumere le

persone di spirito.

Maxime guardava ora Eugène ora la contessa in modo abbastanza significativo per indurre l'intruso a

sloggiare. "Beh, mia cara, spero che metterai alla porta questo giovane gaglioffo!". La frase era una traduzione

chiara e intelligibile degli sguardi del giovane insolentemente sprezzante che la contessa Anastasie aveva

chiamato Maxime, e di cui scrutava il volto con quella volontà di sottomissione che rivela, a sua insaputa, tutti i

segreti di una donna. Rastignac provò un odio violento per quel giovane. Prima di tutto i bei capelli biondi e bene

arricciati di Maxime gli fecero capire come fossero orribili i suoi. Inoltre Maxime aveva degli stivali fini e puliti,

mentre i suoi, nonostante le precauzioni prese nel camminare, avevano assunto un colore leggermente fangoso.

Infine Maxime indossava una finanziera stretta elegantemente in vita, che lo faceva assomigliare a una donna,

mentre Eugène alle due e mezzo portava un abito nero. L'arguto figlio della Charente sentì la superiorità che

l'abbigliamento conferiva a quel dandy alto e snello, dagli occhi chiari, la carnagione pallida, uno di quegli

uomini capaci di mandare in rovina degli orfani. Senza aspettare la risposta di Eugène, la signora de Restaud

fuggì ad ali spiegate nell'altro salotto, facendo svolazzare i lembi della vestaglia che si avvolgevano e si

svolgevano, tanto da farla sembrare una farfalla. Maxime la seguì. Eugène, furibondo, seguì Maxime e la

contessa. I tre personaggi si trovarono quindi di fronte, all'altezza del caminetto, in mezzo al grande salotto. Lo

studente era ben consapevole di infastidire quell'odioso Maxime, ma, a rischio di dispiacere alla signora de

Restaud, fu proprio ciò che intese fare. Di colpo, ricordandosi di averlo visto al ballo della signora de Beauséant,

intuì che cosa fosse Maxime per la signora de Restaud, e con quell'audacia giovanile che fa commettere grandi

sciocchezze o ottenere grandi successi, si disse: "Ecco il mio rivale, voglio trionfare su di lui". Imprudente!

Ignorava che il conte Maxime de Trailles si lasciava insultare, poi sparava per primo e uccideva il rivale. Eugène

era un abile cacciatore, ma non aveva ancora abbattuto venti fantocci su ventidue in un tiro a segno. Il giovane

conte si lasciò cadere in una poltrona accanto al fuoco, prese le molle e frugò tra le braci con un gesto così

violento, così iroso, che il bel viso di Anastasie di colpo si rattristò. La giovane donna si volse verso Eugène e gli

lanciò uno di quegli sguardi gelidamente interrogativi, che dicono chiaramente: "perché non se ne va?", e a cui le

persone di mondo rispondono inevitabilmente con quelle che si potrebbero chiamare «frasi di ritirata».

Eugène assunse un'aria amabile e disse: «Signora, avevo premura di vederla per...».

S'interruppe di botto. Si aprì una porta. Il signore che guidava il tilbury apparve all'improvviso, senza

cappello, non salutò la contessa, guardò con aria preoccupata Eugène e tese la mano a Maxime dicendogli:

«Buongiorno», con un'espressione fraterna che sorprese singolarmente Eugène. I giovani di provincia ignorano

quanto sia dolce la vita a tre.

«Il signor de Restaud», disse la contessa allo studente indicandogli il marito.

Eugène s'inchinò profondamente.

«Le presento il signor de Rastignac», seguitò rivolgendosi al conte de Restaud, «parente della

viscontessa de Beauséant da parte dei Marcillac, che ho avuto il piacere di conoscere al suo ultimo ballo».

Parente della viscontessa de Beauséant da parte dei Marcillac! Tali parole, che la contessa pronunciò

quasi con enfasi, per quella specie di orgoglio che prova una padrona di casa nel dimostrare che riceve solo

persone distinte, produssero un effetto magico: il conte abbandonò la sua espressione freddamente cerimoniosa e

salutò lo studente.

«Lietissimo di fare la sua conoscenza, signore», disse.

Lo stesso conte Maxime de Trailles lanciò a Eugène uno sguardo inquieto rinunciando di colpo alla sua

aria insolente. Quel colpo di bacchetta magica, dovuto al potente intervento di un nome, aprì trenta scomparti nel

cervello del meridionale, restituendogli tutto lo spirito che si era preparato a sfoggiare. Una luce subitanea gli fece

veder chiaro nell'atmosfera dell'alta società parigina, ancora tenebrosa per lui. In quel momento Casa Vauquer,

papà Goriot, erano lontanissimi dai suoi pensieri.

«Credevo che i Marcillac fossero estinti», disse il conte de Restaud a Eugène.

«Sì, signore», rispose. «Il cavaliere de Rastignac, mio prozio, ha sposato l'erede della famiglia de

Marcillac. Ha avuto una sola figlia, che ha sposato il maresciallo de Clarimbault, nonno materno della signora de

Beauséant. Noi apparteniamo al ramo cadetto, ramo tanto più povero in quanto questo mio prozio,

viceammiraglio, ha perduto tutto al servizio del re. Il governo rivoluzionario non ha voluto riconoscere i nostri

crediti nella liquidazione della Compagnia delle Indie».

«Il suo prozio non comandava il Vengeur prima del 1789?».

«Esattamente».

«Allora ha conosciuto mio nonno, che comandava il Warwick».

Maxime alzò leggermente le spalle guardando la signora de Restaud con l'aria di dirle: "Se si mette a

parlare di marina con quello lì, siamo perduti". Anastasie capì lo sguardo del signor de Trailles. Con l'ammirevole

padronanza che possiedono le donne, si mise a sorridere dicendo: «Venga, Maxime, ho da chiederle qualcosa.

Signori, vi lasceremo navigare di conserva sul Warwick e sul Vengeur». Si alzò e fece un cenno di beffarda

connivenza a Maxime, che si avviò con lei verso il boudoir. La coppia morganatica, garbata espressione tedesca

senza equivalente in francese, aveva appena raggiunto la porta che il conte interruppe la sua conversazione con

Eugène.

«Anastasie! Rimanga qui, mia cara», esclamò stizzito, «sa bene che...».

«Torno, torno», lo interruppe lei, «mi basta un attimo per spiegare a Maxime di che cosa ho bisogno».

Tornò immediatamente. Come tutte le donne che, costrette a studiare il carattere del marito per potersi

comportare a modo loro, sanno capire fin dove possono arrivare per non perdere una fiducia preziosa, e che di

conseguenza non lo urtano mai nelle piccolezze quotidiane, la contessa si era resa conto dalle inflessioni della

voce del marito che non era il caso di rimanere nel boudoir. Eugène era responsabile di quel contrattempo. Perciò

la contessa, con un'aria e un gesto indispettiti, indicò lo studente a Maxime, che con tono pungente disse al conte,

a sua moglie e a Eugène: «Sentite, voi siete occupati, non voglio disturbarvi; arrivederci». E se ne andò.

«Ma no, resti Maxime!», gridò il conte.

«Venga a cena», soggiunse la contessa, che lasciando ancora una volta Eugène e il conte, seguì Maxime

nel primo salotto dove restarono insieme abbastanza a lungo per credere che il signor de Restaud avrebbe

congedato Eugène.

Rastignac li sentiva ora scoppiare a ridere, ora chiaccherare, ora tacere; ma il malizioso studente faceva

dello spirito con il signor de Restaud, lo adulava o lo imbarcava in qualche discussione per poter rivedere la

contessa e sapere quali fossero i suoi rapporti con papà Goriot. Quella donna, evidentemente innamorata di

Maxime, quella donna, padrona del proprio marito, segretamente legata al vecchio pastaio, le sembrava un

assoluto mistero. Un mistero che voleva penetrare, sperando in tal modo di regnare da sovrano su quella donna

tipicamente parigina.

«Anastasie», chiamò di nuovo il conte.

«Suvvia, mio povero Maxime», disse al giovane, «bisogna rassegnarsi. A stasera...».

«Spero, Nasie», le disse all'orecchio, «che vieterà l'accesso in casa sua a quel giovanottello i cui occhi si

accendevano come carboni quando le si schiudeva la vestaglia. Le farebbe delle dichiarazioni, la

comprometterebbe e lei mi costringerebbe ad ucciderlo».

«È pazzo, Maxime?», disse la contessa. «Non pensa che invece questi studentelli sono degli eccellenti

parafulmini? Lo farò di sicuro prendere in antipatia da Restaud».

Maxime scoppiò a ridere e uscì seguito dalla contessa che si mise alla finestra per vederlo salire in

carrozza e far scalpitare il cavallo schioccando la frusta. Ritornò solo quando il portone fu richiuso.

«Lo sa, cara», le gridò il conte quando fu rientrata, «che le terre su cui abita la famiglia del signor de

Rastignac non sono lontane da Verteuil, sulla Charente? Il suo prozio e mio nonno si conoscevano».

«Felicissima di essere fra persone di conoscenza», disse distrattamente la contessa.

«Più di quanto non creda», rispose a bassa voce Eugène.

«Sarebbe a dire?», si animò lei.

«Si figuri», riprese lo studente, «che poco fa ho visto uscire da casa sua un signore con il quale vivo

porta a porta nella stessa pensione, papà Goriot».

A quel nome familiarmente accompagnato da papà, il conte, che stava attizzando il fuoco, vi gettò le

molle come se si fosse scottato le mani e si alzò.

«Avrebbe potuto dire il signor Goriot!», esclamò.

La contessa dapprima impallidì, vedendo l'impazienza del marito, poi arrossì con evidente imbarazzo.

Infine, con voce che volle rendere naturale e un'aria falsamente disinvolta, rispose: «Nessuno ci potrebbe essere

più caro...». S'interruppe, guardò il pianoforte come se si fosse risvegliata in lei qualche voglia e disse: «Le piace

la musica, signore?».

«Molto», rispose Eugène rosso e inebetito all'idea confusa di aver commesso qualche grave sciocchezza.

«Canta?», esclamò lei sedendosi al piano e scorrendone tutti i tasti dal do basso al fa alto. Rrrrah!

«No, signora».

Il conte de Restaud camminava avanti e indietro.

«Peccato, così perde una buona occasione di successo. Ca-a- ro, ca-a-ro, ca-a-ro, non dubita-re», cantò

la contessa.

Pronunciando il nome di papà Goriot, Eugène aveva dato un colpo di bacchetta magica, ma l'effetto

suscitato era all'opposto di quello provocato dalle parole «parente della signora de Beauséant». Si trovava nella

situazione di chi, introdotto per un favore in casa di un collezionista di rarità, tocchi sbadatamente un armadio

pieno di figurine scolpite facendo cadere tre o quattro teste male incollate. Sarebbe voluto sprofondare. Il viso

della signora de Restaud era duro e freddo, i suoi occhi, diventati indifferenti, sfuggivano quelli del malcapitato

studente.

«Signora», riprese questi, «lei deve parlare con il signor de Restaud, voglia gradire i miei omaggi e

permettermi...».

«Ogni volta che verrà», disse precipitosamente la contessa fermando Eugène con un gesto, «stia pur

certo che ci farà un grandissimo piacere, sia a me che al signor de Restaud».

Eugène fece un profondo inchino alla coppia e uscì seguito dal signor de Restaud, che nonostante le sue

insistenze lo accompagnò fino all'anticamera.

«Ogni volta che il signore si presenterà», disse il conte a Maurice, «né io né la contessa saremo in casa».

Quando Eugène fu sulla scalinata, si accorse che pioveva. "Beh", si disse, "sono venuto a fare una

balordaggine di cui ignoro la causa e la portata, e per di più mi rovinerò il vestito e il cappello. Dovrei restarmene

in un angolino a sgobbare sul diritto, pensare solo a diventare un severo magistrato. Come posso fare a

frequentare il bel mondo, se per destreggiarsi a dovere ci vogliono in gran quantità cabriolet, stivali lucidi,

aggeggi indispensabili, catene d'oro, guanti di daino bianco per la mattina, che costano sei franchi, e guanti gialli

per la sera? Va là, vecchio briccone di un papà Goriot!".

Quando Eugène si trovò sul portone, il cocchiere di una carrozza da noleggio, che probabilmente aveva

portato a casa due sposi novelli e non chiedeva di meglio che rubare al padrone qualche corsa, gli fece un cenno

vedendolo senza ombrello, in abito nero, gilè bianco, guanti gialli e stivali lucidi. Eugène era in preda a una di

quelle rabbie sorde che spingono un giovane a sprofondare sempre più nell'abisso in cui è caduto, come se

sperasse di trovarvi una soddisfacente via d'uscita. Acconsentì con un cenno del capo alla richiesta del cocchiere.

Senza avere più di ventidue soldi in tasca, salì nella carrozza dove alcuni fiori d'arancio e dei filamenti di

canutiglia attestavano il passaggio degli sposi.

«Dove va, il signore?», chiese il cocchiere che si era già tolto i guanti bianchi.

"Perbacco!", si disse Eugène, "dal momento che sto affondando, che mi serva almeno a qualcosa".

«Vada al palazzo de Beauséant», soggiunse ad alta voce.

«Quale?», chiese il cocchiere.

Parola sublime che confuse Eugène.

Il nostro elegante pivello non sapeva che ci fossero due palazzi de Beauséant, ignorava come fosse ricco

di parenti che non si curavano di lui.

«Il visconte de Beauséant, rue...».

«De Grenelle», lo interruppe il cocchiere annuendo. «Capisce, c'è anche il palazzo del conte e del

marchese de Beauséant, in rue Saint-Dominique», soggiunse rialzando il predellino.

«Lo so bene», rispose Eugène asciutto. "Oggi tutti mi prendono in giro!" si disse gettando il cappello

sui cuscini davanti. "Ecco una scappatella che mi costerà un occhio della testa. Ma se non altro andrò a far visita

alla mia seducente cugina in modo decisamente aristocratico. Papà Goriot mi costa già almeno dieci franchi, quel

vecchio scellerato! Parola mia, racconterò la mia avventura alla signora de Beauséant, può darsi che la faccia

ridere. Lei conoscerà di sicuro il mistero delle peccaminose relazioni di quel vecchio topo senza coda e di quella

bella donna. Meglio piacere a mia cugina che andare a impelagarsi con quella donna immorale, che mi fa

l'impressione di essere un bel po' costosa. Se il nome della bella viscontessa è tanto potente, chissà che peso avrà

la sua persona! Rivolgiamoci in alto. Quando si affronta qualcosa in cielo, bisogna mirare a Dio!".

Sono questi in sintesi i mille pensieri tra cui lo studente si dibatteva. Ritrovò un po' di calma e di

sicurezza vedendo cadere la pioggia. Si disse che se stava per buttar via due delle preziose monete da cento soldi

che gli restavano, almeno gli sarebbero servite all'utile scopo di preservargli l'abito, gli stivali e il cappello. Non

senza un moto d'ilarità sentì il cocchiere che gridava: «La porta, per favore!». Uno svizzero rosso e dorato fece

stridere i cardini del portone del palazzo e Rastignac, piacevolmente soddisfatto, vide passare la carrozza sotto il

portico, girare nel cortile e fermarsi sotto la volta della scalinata. Il cocchiere dalla pesante palandrana blu, orlata

di rosso, venne ad abbassare il predellino. Scendendo dalla carrozza, Eugène sentì delle risa soffocate provenienti

dal peristilio. Tre o quattro domestici avevano già ironizzato su quella volgare carrozza nuziale. Il motivo delle

loro risate fu chiaro allo studente quando la paragonò a uno dei più eleganti coupé di Parigi, cui erano attaccati

due cavalli focosi che avevano delle rose all'orecchio e mordevano il freno, tenuti a briglia, quasi volessero

scappare, da un cocchiere incipriato e incravattato. Alla Chaussée d'Antin, nel cortile della signora de Restaud,

c'era l'elegante cabriolet dell'uomo di ventisei anni. In faubourg Saint-Germain c'era in attesa la lussuosa carrozza

di un gran signore, che trentamila franchi non sarebbero bastati a pagare.

"Chi ci sarà mai?", si disse Eugène rendendosi conto con un certo ritardo che a Parigi s'incontravano

ben poche donne che non fossero occupate, e che la conquista di una di quelle regine costava più del sangue.

"Diamine! Anche mia cugina avrà di sicuro il suo Maxime".

Salì la scalinata con la morte nel cuore. Al suo apparire la porta a vetri si aprì; trovò i camerieri che se

ne stavano seri come asini che si fanno strigliare. La festa a cui aveva assistito si era svolta nei grandi saloni da

ricevimento, al pianterreno del palazzo de Beauséant. Essendogli mancato il tempo, tra l'invito e il ballo, di far

visita alla cugina, non era ancora penetrato negli appartamenti della signora de Beauséant. Avrebbe quindi visto,

per la prima volta, le meraviglie di quell'eleganza personale che rivela l'animo e le abitudini di una donna di

classe. Esame tanto più interessante in quanto il salotto della signora de Restaud gli offriva un termine di

paragone. Alle quattro e mezzo la contessa era visibile. Cinque minuti prima, non avrebbe ricevuto il cugino.

Eugène, completamente all'oscuro delle svariate etichette parigine, fu condotto per uno scalone pieno di fiori, dai

toni bianchi, con ringhiera dorata e tappeto rosso, dalla signora de Beauséant, di cui ignorava la biografia orale,

una di quelle storie mutevoli che tutte le sere si bisbigliano da un orecchio all'altro nei salotti parigini.

La viscontessa era legata da tre anni a uno dei più celebri e ricchi signori portoghesi, il marchese

d'Ajuda-Pinto. Era una di quelle relazioni innocenti così piene di attrattive per le persone in causa, che esse non

possono tollerare l'intrusione di terzi. Cosicché il visconte de Beauséant aveva dato personalmente il buon

esempio agli altri rispettando, per amore o per forza, quell'unione morganatica. Coloro che nei primi giorni di tale

amicizia andavano a far visita alla viscontessa alle due del pomeriggio, incontravano il marchese d'Ajuda-Pinto.

La signora de Beauséant, incapace di chiudere la propria porta, cosa che sarebbe stata assai sconveniente,

riceveva con tale freddezza i visitatori e contemplava così attentamente il soffitto, che tutti capivano a che punto

la disturbassero. Quando a Parigi fu noto che la signora de Beauséant non gradiva le visite tra le due e le quattro,

ella si ritrovò nella più completa solitudine. Si recava ai Bouffons e all'Opéra in compagnia del signor de

Beauséant e del signor d'Ajuda-Pinto, ma da uomo che conosceva il vivere del mondo, il signor de Beauséant

lasciava sempre la moglie e il portoghese dopo che avevano preso posto. Il signor d'Ajuda doveva prender

moglie. La futura sposa era una signorina della famiglia de Rochefide. In tutta l'alta società, una sola persona era

ancora all'oscuro di questo matrimonio, e tale persona era la signora de Beauséant. È vero che alcune sue amiche

gliene avevano vagamente parlato, ma lei ne aveva riso credendo che volessero turbare una felicità di cui erano

gelose. Intanto stavano per uscire le pubblicazioni. Benché fosse venuto per annunciare alla viscontessa il proprio

matrimonio, il bel portoghese non aveva ancora osato dire neanche una parola. Perché? Indubbiamente niente è

più difficile del comunicare a una donna un simile ultimatum. Certi uomini sono più a loro agio scendendo in

campo, davanti a qualcuno che li minacci al cuore con una spada, che davanti a una donna la quale, dopo aver

snocciolato i suoi lamenti per due ore, faccia la morta e chieda i sali. In quel momento il signor d'Ajuda-Pinto era

quindi sulle spine e voleva uscire, dicendosi che la signora de Beauséant sarebbe venuta a sapere comunque la

notizia, che lui le avrebbe scritto, essendo più comodo affrontare quel galante assassinio per corrispondenza che a

viva voce. Quando il cameriere della viscontessa annunciò il signor de Rastignac, il marchese d'Ajuda-Pinto

trasalì di gioia. Potete esser certi che una donna innamorata è ancor più ingegnosa nel crearsi dei dubbi che nel

variare il piacere. Quando sta per essere abbandonata, essa indovina il senso di un gesto più rapidamente di

quanto il corsiero di Virgilio fiuti a distanza i corpuscoli che preannunciano l'amore. Perciò non dubitate che la

signora de Beauséant sorprese quel trasalimento involontario, leggero, ma terrificante nella sua ingenuità. Eugène

ignorava che a Parigi non ci si deve mai presentare da nessuno senza essersi fatto raccontare dagli amici di casa la

storia del marito, quella della moglie o dei figli, per non commettere una di quelle balordaggini di cui in Polonia

si dice pittorescamente: Aggiogate cinque buoi al vostro carro, forse per tirarsi fuori dalla difficile situazione in

cui si è invischiati. Se queste disavventure della conversazione non hanno ancora un nome in Francia,

probabilmente è perché si ritengono impossibili, per come si propaga rapidamente la maldicenza. Dopo essersi

impegolato dalla signora de Restaud, che non gli aveva lasciato neanche il tempo di aggiogare i cinque buoi al

carro, solo Eugène poteva essere capace di ricominciare a comportarsi da bovaro, presentandosi dalla signora de

Beauséant. Ma se prima aveva terribilmente infastidito la signora de Restaud e il signor de Trailles, ora toglieva

dall'imbarazzo il signor d'Ajuda.

«Addio», disse il portoghese affrettandosi verso la porta quando Eugène entrò in un salottino civettuolo,

grigio e rosa, dove il lusso sembrava soltanto eleganza.

«Ma no, a stasera», disse la signora de Beauséant voltando la testa e lanciando un'occhiata al marchese.

«Non andiamo ai Bouffons?».

«Non posso», rispose il marchese afferrando la maniglia della porta.

La signora de Beauséant si alzò, lo richiamò vicino a sé, senza badare minimamente a Eugène, il quale,

in piedi, stordito dallo scintillio di quell'abbagliante ricchezza, credeva alla realtà delle fiabe arabe e non sapeva

dove infilarsi, trovandosi in presenza di quella donna senza che lei lo notasse. La viscontessa aveva alzato l'indice

della mano destra, e con un gesto pieno di grazia additava al marchese un posto davanti a sé. Ci fu, in quel gesto,

un così violento dispotismo passionale che il marchese lasciò la maniglia e si avvicinò. Eugène lo guardò non

senza invidia.

"Ecco", si disse, "l'uomo del coupé! Ma allora bisogna pro-prio avere cavalli focosi, camerieri in livrea

e rivoli d'oro per conquistare lo sguardo di una parigina?". Il demone del lusso gli morse il cuore, la febbre del

guadagno lo invase, la sete dell'oro gli inaridì la gola. Per un trimestre, disponeva di centotrenta franchi. Fra tutti,

padre, madre, fratelli, sorelle, zia non spendevano duecento franchi al mese. Quel rapido confronto fra la sua

condizione attuale e la meta cui doveva giungere contribuì a paralizzarlo.

«Perché?», disse la viscontessa ridendo, «non può venire agli Italiens?».

«Ho degli impegni! Vado a cena dall'ambasciatore d'Inghilterra».

«Li lasci perdere».

Quando un uomo inganna, è ineluttabilmente costretto ad accumulare menzogne su menzogne. Il signor

d'Ajuda-Pinto chiese quindi ridendo: «È un ordine?».

«Sì, certo».

«Ecco che cosa volevo farmi dire», rispose lanciando uno di quegli sguardi d'intesa che avrebbero

rassicurato ogni altra donna. Prese la mano della viscontessa, la baciò e uscì.

Eugène si passò la mano tra i capelli e si contorse per salutare credendo che ora la viscontessa avrebbe

pensato a lui. Ma lei all'improvviso si precipitò nella galleria, corse alla finestra a guardare il signor d'Ajuda che

saliva in carrozza e tese l'orecchio all'ordine che il domestico ripeteva al cocchiere: «Dal signor de Rochefide».

Quelle parole e il modo in cui d'Ajuda scomparve nella carrozza, furono il lampo e il fulmine per la donna, che

tornò indietro in preda a mortali apprensioni. Sono queste, nel bel mondo, le più tremende catastrofi. La

viscontessa entrò in camera da letto, si sedette al tavolino e prese un elegante foglio di carta.

"Dal momento che cena dai Rochefide", scrisse, "e non all'ambasciata inglese, mi deve una spiegazione,

l'aspetto." Dopo aver ritoccato qualche lettera alterata dal tremito convulso della mano, firmò con una C che

voleva dire Claire de Bourgogne e suonò il campanello.

«Jacques», disse al cameriere subito accorso, «alle sette e mezzo vada dal signor de Rochefide e chieda

del marchese d'Ajuda. Se il marchese c'è, gli faccia portare questo biglietto senza attendere risposta; se non c'è, mi

riporti la lettera».

«La signora viscontessa ha una visita in salotto».

«Ah, è vero», disse spingendo la porta.

Eugène cominciava a sentirsi ben poco a suo agio, quando finalmente scorse la viscontessa che gli disse

con un tono vibrante di una tale emozione da toccargli le fibre del cuore: «Mi perdoni, signore, dovevo scrivere

due righe, ora sono tutta per lei». Non sapeva quello che stesse dicendo, perché in realtà pensava: "Ah! Vuole

sposare la signorina de Rochefide. Ma è forse libero? Stasera questo matrimonio andrà in fumo, o io... Ma domani

non se ne parlerà più".

«Cugina...», rispose Eugène.

«Eh?», fece la viscontessa lanciandogli uno sguardo così altero da raggelare lo studente.

Eugène capì quell'«eh?». In tre ore aveva imparato tante cose da stare ormai in guardia.

«Signora», riprese arrossendo. Esitò, prima di proseguire: «Mi perdoni, ho bisogno di tanta protezione

che un po' di parentela non guasterebbe».

La signora de Beauséant sorrise, ma fu un sorriso triste: nell'aria già sentiva minacciare la sventura.

«Se conoscesse la situazione in cui si trova la mia famiglia», seguitò lui, «le piacerebbe recitare la parte

di una di quelle fate prodigiose che amano far svanire gli ostacoli intorno ai loro figliocci».

«Ebbene, cugino», disse la donna ridendo, «in che cosa posso esserle utile?».

«Non lo so neanch'io! Esserle unito da un vincolo di parentela che si perde nella notte dei tempi, è già

una gran fortuna. Lei mi ha turbato, non so più che cosa fossi venuto a dirle. È la sola persona che io conosca a

Parigi. Ah! Mi volevo rivolgere a lei per chiederle di accettarmi come un povero bambino desideroso di attaccarsi

alle sue sottane, e che sarebbe disposto a morire per lei».

«Lei ucciderebbe una persona per me?».

«Ne ucciderei due», disse Eugène.

«Un bambino! Sì, lei è un bambino», disse la donna trattenendo qualche lacrima. «Lei sì che saprebbe

amare sinceramente!».

«Oh!», fece il giovane scrollando il capo.

La viscontessa s'interessò vivamente allo studente dopo quella sua risposta appassionatamente

ambiziosa. Il meridionale era al suo primo calcolo. Tra il boudoir azzurro della signora de Restaud e il salotto rosa

della signora de Beauséant, aveva frequentato tre anni di quel Diritto parigino di cui non si parla, benché

costituisca un'alta giurisprudenza sociale che, imparata e praticata a dovere, conduce a tutto.

«Ah! Ecco», disse Eugène, «avevo notato la signora de Restaud al suo ballo, e stamani sono andato da

lei».

«Chissà come l'ha disturbata», osservò sorridendo la signora de Beauséant.

«Eh, sì, sono un ignorante che si metterà tutti contro, se lei mi rifiuta il suo aiuto. Credo che sia

difficilissimo incontrare a Parigi una donna giovane, bella, ricca, elegante che sia libera, e me ne occorre una che

m'insegni ciò che voi donne sapete spiegare tanto bene: la vita. Troverò ovunque un signor de Trailles. Venivo

quindi da lei per chiederle la spiegazione di un enigma, e pregarla di dirmi che genere di sciocchezze abbia

commesso. Ho parlato di un papà...».

«La signora duchessa de Langeais», annunciò Jacques togliendo la parola allo studente che fece un

gesto di violenta contrarietà.

«Se vuole riuscire», disse a bassa voce la contessa, «in primo luogo cerchi di controllarsi».

«Oh, buongiorno, mia cara», riprese alzandosi e andando incontro alla duchessa a cui strinse le mani

con la carezzevole effusione che avrebbe potuto mostrare per una sorella, e alla quale la duchessa rispose con le

più gentili affettuosità.

"Ecco due buone amiche", si disse Rastignac. "Di conseguenza avrò due protettrici; queste due donne

devono avere gli stessi affetti, e anche l'altra s'interesserà certo a me".

«A quale felice circostanza debbo il piacere della sua visita, mia cara Antoinette?», chiese la signora de

Beauséant.

«Ho visto il signor d'Ajuda-Pinto entrare dal signor de Rochefide, e così ho pensato che lei fosse sola».

La signora de Beauséant non si morse le labbra, non arrossì, il suo sguardo rimase immutato, solo la

fronte parve illuminarsi mentre la duchessa pronunciava quelle fatali parole.

«Se avessi saputo che era occupata...», soggiunse la duchessa volgendosi verso Eugène.

«Le presento il signor Eugène de Rastignac, un mio cugino», disse la viscontessa. «Ha notizie del

generale Montriveau?», proseguì. «Sérisy mi ha detto ieri che non si vedeva più, è venuto da lei, oggi?».

La duchessa, di cui si diceva che fosse stata abbandonata dal signore de Montriveau, del quale era

perdutamente innamorata, a quella domanda sentì una stretta al cuore e arrossì rispondendo: «Ieri era all'Eliseo».

«Di servizio», precisò la signora de Beauséant.

«Clara, lei sa sicuramente», riprese la contessa con occhi che sprizzavano malignità, «che domani si

faranno le pubblicazioni del signor d'Ajuda-Pinto e della signorina de Rochefide?».

Il colpo era troppo violento, la viscontessa impallidì e rispose ridendo: «Una di quelle chiacchiere di cui

si dilettano gli sciocchi. Perché il signor d'Ajuda dovrebbe portare ai Rochefide uno dei più bei nomi del

Portogallo? I Rochefide sono di nobiltà recente».

«Ma da quel che si dice, Berthe avrà duecentomila franchi di dote».

«Il signor d'Ajuda è troppo ricco per fare calcoli del genere».

«Però, mia cara, la signorina de Rochefide è incantevole».

«Ah!».

«Insomma, oggi cena da loro, le clausole sono già stabilite. Mi stupisce davvero che lei sia così poco

informata».

«Che sciocchezza ha mai commesso, signore?», chiese la signora de Beauséant. «Questo povero

ragazzo è entrato in società così di recente che non capisce niente, mia cara Antoinette, di quello che stiamo

dicendo. Sia buona con lui, rimandiamo l'argomento a domani. Domani, capisce, le cose saranno certamente

ufficiali, e lei potrà essere ufficiosa a colpo sicuro».

La duchessa rivolse a Eugène uno di quegli sguardi insolenti che investono un uomo dalla testa ai piedi,

lo schiacciano e lo riducono a zero.

«Signora, io ho, senza saperlo, affondato un pugnale nel cuore della signora de Restaud. Senza saperlo,

è questa la mia colpa», disse lo studente che aveva saputo far buon uso del proprio acume, rendendosi conto delle

pungenti frecciate nascoste sotto le frasi affettuose delle due donne. «Lei continua a frequentare, e forse teme, le

persone consapevoli del male che le fanno, mentre colui che ferisce ignorando la profondità della ferita, viene

considerato uno sciocco, un inetto che non sa profittare di niente e che tutti disprezzano».

La signora de Beauséant lanciò allo studente uno di quegli sguardi languidi in cui le donne sanno

fondere riconoscenza e dignità. Quello sguardo fu come un balsamo, che lenì la ferita inferta al cuore dello

studente dall'occhiata da perito giudiziario con cui la duchessa l'aveva valutato.

«Si figuri», proseguì Eugène, «che mi ero appena accattivato la benevolenza del conte de Restaud,

giacché devo confessarle, signora», disse rivolgendosi alla duchessa con aria umile e insieme maliziosa, «che per

ora sono soltanto un povero diavolo di studente, molto solo, molto povero...».

«Non dica così, signor de Rastignac. Noi donne non vogliamo mai ciò che nessuno vuole».

«Beh!», fece Eugène, «ho solo ventidue anni e bisogna saper sopportare gli inconvenienti della propria

età. D'altronde, sono qui a confessarmi ed è impossibile inginocchiarsi in un confessionale più bello: vi si

commettono i peccati di cui ci si accusa nell'altro».

La duchessa reagì freddamente a quel discorso empio, di cui condannò il cattivo gusto dicendo alla

viscontessa: «Il signore è appena arrivato...».

«È appena arrivato, e cerca una maestra che gli insegni il buon gusto».

«Signora duchessa», riprese Eugène, «non è naturale volersi iniziare ai segreti di ciò che ci

seduce?» ("Ah", pensò fra sé, "sono sicuro di star parlando come un parrucchiere").

«Ma la signora de Restaud è, credo, l'allieva del signor de Trailles», disse la duchessa.

«Non lo sapevo, signora», riprese lo studente. «Perciò mi sono sventatamente intromesso fra loro.

Insomma, avevo già trovato una buona intesa con il marito, mi vedevo tollerato per un po' dalla moglie, quando

mi è venuto in mente di dire che conoscevo un uomo che avevo visto uscire da una scala secondaria, e che in

fondo a un corridoio aveva baciato la contessa».

«Chi è?», chiesero le due donne.

«Un vecchio che vive con due luigi al mese, in fondo al faubourg Saint-Marceau, come me, povero

studente; uno sventurato che tutti scherniscono e che chiamiamo papà Goriot».

«Ma che bambino è lei!», esclamò la viscontessa, «la signora de Restaud si chiamava Goriot da

signorina».

«La figlia di un pastaio», riprese la duchessa, «una donnetta che si è fatta presentare a corte lo stesso

giorno della figlia di un pasticciere. Non si ricorda, Clara? Il re si è messo a ridere e ha detto in latino una battuta

sulla farina. Gente, com'è che diceva? Gente...».

«Ejusdem farinae», disse Eugène.

«Ah, è suo padre!», riprese lo studente con un gesto inorridito.

«Proprio così; quel buon uomo aveva due figlie di cui è quasi pazzo, benché entrambe l'abbiano più o

meno rinnegato».

«La seconda», disse la viscontessa guardando la signora de Langeais, «non è sposata con un banchiere

che ha un nome tedesco, un certo signore de Nucingen? Non si chiama Delphine? Non è una bionda che ha un

palco laterale all'Opéra, che viene anche ai Bouffons, e ride molto forte per farsi notare?».

La duchessa sorrise: «Mia cara, io l'ammiro. Perché mai si occupa tanto di quella gente? Bisognava

essere innamorati pazzi, come era Restaud, per andare a infarinarsi con la signora Anastasie. Oh, ne avrà solo

noie. Lei è tra le mani del signor de Trailles, che la perderà».

«Hanno rinnegato il padre», ripeteva Eugène.

«Ebbene, sì! Il loro padre, il padre, un padre», riprese la viscontessa, «un buon padre che, a quel che si

dice, ha dato a ciascuna cinque o seicentomila franchi per farle felici con un buon matrimonio, e che per sé si era

serbato solo otto o diecimila franchi di rendita, credendo che le figlie sarebbero rimaste sempre le figlie e che con

loro avrebbe avuto due esistenze, due case dove sarebbe stato adorato, coccolato. In due anni, i generi l'hanno

bandito dal loro ambiente, come l'ultimo dei pezzenti...».

Qualche lacrima sgorgò dagli occhi di Eugène, che le pure e sante gioie della famiglia avevano da poco

rinvigorito, ancora suggestionato dalle credenze giovanili, e che era soltanto alla sua prima giornata sul campo di

battaglia della civiltà parigina. Le autentiche emozioni sono così comunicative che per un istante le tre persone si

guardarono in silenzio.

«Ah, mio Dio!», esclamò la signora de Langeais, «sì, tutto ciò sembra davvero orribile, eppure lo

vediamo ogni giorno. Quale ne è la causa? Mi dica, mia cara, ha mai pensato che cos'è un genero? Un genero è un

uomo per il quale alleveremo, io e lei, una dolce creaturina alla quale ci uniranno mille vincoli, che per diciassette

anni sarà la gioia della famiglia, che ne è l'anima candida, direbbe Lamartine, e che ne diverrà la peste. Quando

quell'uomo ce l'avrà presa, comincerà col brandire il suo amore come una scure, per recidere sul vivo, nel cuore di

quell'angelo, tutti i sentimenti che la legavano alla famiglia. Ieri, nostra figlia era tutto per noi, noi eravamo tutto

per lei; domani sarà nostra nemica. Non vediamo forse ogni giorno compiersi tragedie simili? In un caso, la nuora

è di un' estrema insolenza con il padre, che ha sacrificato tutto per il figlio. In un altro, un genero mette la suocera

alla porta. Mi chiedo che cosa ci sia di drammatico oggi nella società; ma il dramma del genero è spaventoso,

senza contare i nostri matrimoni che sono diventati cose senza senso. Mi rendo perfettamente conto di ciò che è

accaduto a quel vecchio pastaio. Mi pare di ricordare che quel Foriot...».

«Goriot, signora».

«Sì, quel Moriot è stato presidente della sua sezione durante la Rivoluzione; era al corrente dei

retroscena della carestia e a quei tempi ha cominciato a far fortuna vendendo la farina dieci volte più cara di

quello che gli costava. Ha fatto soldi finché ha voluto. L'intendente di mia nonna gliene ha venduta per somme

incalcolabili. Quel Goriot, come tutti gli altri, divideva di sicuro i suoi guadagni con il comitato di Salute

pubblica. Ricordo che l'intendente diceva a mia nonna che se ne poteva stare tranquillamente a Grandvilliers,

perché il suo grano rappresentava un'eccellente carta civica. Ebbene, quel Goriot, che vendeva grano ai tagliatori

di teste, ha avuto una sola passione. Da quel che si dice, adora le figlie. Ha egregiamente sistemato la maggiore in

casa de Restaud, e ha rifilato l'altra al barone de Nucingen, un ricco banchiere che fa il realista. Lei capirà che,

sotto l'Impero, i due generi non consideravano disdicevole avere in casa quel vecchio Novantré: la cosa poteva

ancora andare con Bonaparte. Ma quando sono tornati i Borboni, il brav'uomo era scomodo per il signor de

Restaud, e ancor più per il banchiere. Le figlie, che forse volevano ancora bene al padre, hanno voluto salvare

capra e cavoli, il padre e il marito; hanno ricevuto Goriot quando non c'era nessuno, inventando teneri pretesti.

"Papà, venga, staremo meglio, saremo soli!" ecc. Credo però, mia cara, che i sentimenti veri abbiano occhi e

intelligenza: il cuore del povero Novantatré ha quindi sanguinato. Ha visto che le figlie si vergognavano di lui;

che, se loro amavano i mariti, lui nuoceva ai generi. Bisognava quindi sacrificarsi. Si è sacrificato, perché era il

padre: si è messo al bando da solo. Vedendo le figlie contente, ha capito che aveva fatto bene. Padre e figlie sono

stati complici in questo piccolo misfatto. È una cosa che si vede ovunque. Quel papà Doriot non sarebbe stato una

macchia di morchia nel salotto delle figlie? Si sarebbe sentito imbarazzato, si sarebbe annoiato. Ciò che capita a

quel padre può capitare alla donna più bella con l'uomo che ama maggiormente: se lo annoia con il suo amore, lui

se ne va e commette delle viltà per sfuggirla. Tutti i sentimenti sono così. Il nostro cuore è un tesoro, lo svuoti di

colpo e sarà rovinato. Non perdoniamo a un sentimento di essersi mostrato nella sua pienezza, come non

perdoniamo a un uomo di non avere un soldo. Quel padre aveva dato tutto. Aveva dato, per vent'anni, le sue

viscere, il suo amore, e in un sol giorno tutta la sua ricchezza. Spremuto il limone, le figlie hanno lasciato la

scorza all'angolo della strada».

«Il mondo è infame», dichiarò senza alzare gli occhi la viscontessa, e intanto sgualciva lo scialle colpita

sul vivo dalle parole che la signora de Langeais aveva detto a sua intenzione, raccontando quella storia.

«Infame, no!», riprese la duchessa. «Va per la sua strada, ecco tutto. Se gliene parlo così, è per

dimostrarle che non mi lascio ingannare. Io la penso come lei», disse stringendo la mano della viscontessa. «Il

mondo è un pantano, cerchiamo di restare sulle alture». Si alzò, baciò in fronte la signora de Beauséant dicendole:

«È stupenda in questo momento, mia cara. Ha i colori più belli che abbia mai visto». Poi uscì chinando

leggermente la testa verso il cugino.

«Papà Goriot è sublime!», disse Eugène ricordandosi di averlo visto mentre di notte torceva il suo

servizio di vermeil.

La signora de Beauséant, pensierosa, non sentì. Ci furono alcuni attimi di silenzio, e il povero studente,

per una sorta di vergognoso stupore, non osava né andarsene, né restare, né parlare.

«Il mondo è infame e cattivo», disse infine la viscontessa. «Appena capita una sventura, c'è sempre un

amico pronto a dircelo, e a frugarci nel cuore con un pugnale facendoci ammirare il manico. Siamo già al

sarcasmo, già allo scherno! Ah, ma io mi difenderò». Rialzò la testa da quella gran signora che era e i suoi occhi

fieri lampeggiarono. «Ah!», fece vedendo Eugène, «lei è ancora qui!».

«Ancora», disse il giovane con voce miseranda.

«Ebbene, signor de Rastignac, tratti questo mondo come si merita. Lei vuole arrivare, io l'aiuterò.

Misurerà com'è profonda la corruzione femminile, valuterà a che punto arriva la spregevole vanità degli uomini.

Benché io abbia letto non poco nel libro del mondo, c'erano tuttavia pagine che ignoravo. Adesso so tutto. Più

freddi saranno i suoi calcoli, più andrà avanti. Colpisca senza pietà e sarà temuto. Consideri uomini e donne solo

come cavalli di posta che lascerà crepare a ogni stazione, così arriverà al massimo di ciò che auspica. Capisce,

non varrà nulla se non avrà una donna che s'interessi a lei. Bisogna che sia giovane, ricca, elegante. Ma se prova

un sentimento vero, lo nasconda come un tesoro, non lasci mai che lo indovinino, sarebbe perduto. Non sarebbe

più il carnefice, diventerebbe la vittima. Se mai dovesse amare, conservi con cura il segreto! Non lo confidi prima

di sapere con certezza a chi aprirà il suo cuore. Per salvaguardare in anticipo un amore che non esiste ancora,

impari a diffidare di questo ambiente. Mi ascolti Miguel...» (sbagliava ingenuamente nome senza rendersene

conto). «Esiste qualcosa di più spaventoso dell'abbandono del padre da parte delle figlie, che lo vorrebbero morto.

È la rivalità fra le due sorelle. Restaud è di nobili origini, la moglie è stata accettata e presentata a corte. Ma la

sorella, la ricca sorella, la bella signora Delphine de Nucingen, moglie di un uomo danaroso, muore di rabbia; la

gelosia la divora, è a cento leghe dalla sorella, che non è più una sorella; le due donne si rinnegano a vicenda

come rinnegano il padre. Perciò la signora de Nucingen lapperebbe tutto il fango che c'è tra rue Saint-Lazare e rue

de Grenelle per essere ammessa nel mio salotto. Ha creduto che de Marsay le avrebbe fatto raggiungere il suo

scopo, così se n'è resa schiava e non gli dà requie. De Marsay se ne cura ben poco. Se lei me la presenterà,

diventerà il suo beniamino, sarà adorato. Dopo, la ami se può, altrimenti se ne serva. Io la vedrò una volta o due,

in qualche grande serata, quando ci sarà calca, ma non la riceverò mai di mattina. La saluterò, e questo basterà.

Lei si è chiuso la porta della contessa per aver pronunciato il nome di papà Goriot. Sì, mio caro, anche se andasse

venti volte dalla signora de Restaud, venti volte non la troverebbe in casa. È stato messo al bando. Ebbene! Si

faccia presentare alla signora Delphine de Nucingen da papà Goriot. La bella signora de Nucingen sarà per lei un

vessillo. Si faccia scegliere da Delphine, le donne impazziranno per lei. Le sue rivali, le sue amiche, le sue

migliori amiche glielo vorranno portar via. Ci sono donne che amano l'uomo già scelto da un'altra, come ci sono

delle povere borghesi che comprando i nostri cappelli sperano di acquistare le nostre maniere. Avrà successo. A

Parigi, il successo è tutto, è la chiave del potere. Se le donne trovano che lei ha spirito, ingegno, gli uomini lo

crederanno, purché non li disinganni. Allora potrà esigere tutto, sarà introdotto dappertutto. Allora saprà che cos'è

il mondo, un'accozzaglia di vittime e di bricconi. Non faccia parte né degli uni né degli altri. Le offro il mio nome

come un filo d'Arianna per entrare in questo labirinto. Non lo comprometta», disse curvando il collo e lanciando

allo studente uno sguardo regale, «me lo restituisca senza macchia. Ora vada, mi lasci. Anche noi donne abbiamo

le nostre battaglie da combattere».

«Se le occorre un uomo di buona volontà per andare ad appiccare il fuoco alla miccia...» la interruppe

Eugène.

«Ebbene?», chiese la viscontessa.

Lo studente si batté il cuore, sorrise al sorriso della cugina e uscì. Erano le cinque. Aveva fame e

temeva di non arrivare in tempo per l'ora di cena. Quel timore gli fece provare il piacere di essere trasportato

velocemente per le vie di Parigi. Un piacere puramente macchinale che non lo distrasse dai pensieri che

l'assillavano. Quando un giovane della sua età è colpito dal disprezzo, si agita, va in bestia, minaccia con il pugno

la società intera, si vuole vendicare e dubita anche di se stesso. In quel momento era oppresso da queste parole: Si

è chiuso la porta della contessa. "Ci tornerò" si disse, "e se la signora de Beauséant ha ragione, se sono stato

messo al bando... io... la signora de Restaud mi troverà in tutti i salotti che frequenta. Imparerò a tirar di scherma,

a sparare con la pistola, le ucciderò il suo Maxime!". "E il denaro!", gli gridava la coscienza, "dove mai andrai a

prenderlo?". Di colpo gli brillò davanti agli occhi la ricchezza sfoggiata in casa della signora de Restaud. Vi

aveva visto il lusso di cui doveva essere innamorata una figlia di Goriot: dorature, oggetti di valore messi in

mostra, il lusso ottuso del parvenu, lo sperpero della donna mantenuta. L'affascinante visione fu improvvisamente

sopraffatta dal grandioso palazzo de Beauséant. L'immaginazione, trasportata nelle alte sfere della società

parigina, gli suscitò nella mente mille nefasti pensieri, spalancandogli il cervello e la coscienza. Vide il mondo

così com'è: le leggi e la morale impotenti davanti ai ricchi, e vide nella ricchezza l'ultima ratio mundi. "Vautrin ha

ragione, la ricchezza è la virtù!", fu la sua conclusione. Arrivato in rue Neuve-Sainte-Geneviève, salì svelto in

camera, scese per dare dieci franchi al cocchiere ed entrò in quella nauseabonda stanza da pranzo dove vide, come

animali alla rastrelliera, i diciotto commensali intenti a pascersi. Lo spettacolo di quelle miserie e l'aspetto di

quella stanza gli fecero un effetto orribile. La transizione era troppo brusca, il contrasto troppo assoluto perché la

sua ambizione non crescesse a dismisura. Da un lato, le fresche e incantevoli immagini della società più elegante,

volti giovani, vivi, circondati dalle meraviglie dell'arte e del lusso, intelligenze appassionate piene di poesia;

dall'altro, visioni sinistre incorniciate di fango e facce dove le passioni non facevano che rivelare la loro frusta

trama. Gli tornarono in mente, e la miseria fu lì per commentarli, gli ammaestramenti e le capziose offerte della

signora de Beauséant, dettati dalla sua collera di donna abbandonata. Rastignac decise di seguire due vie parallele

per giungere alla ricchezza: far leva sulla scienza e sull'amore, essere un dotto laureato e un uomo alla moda. Era

ancora un vero bambino! Queste due linee sono come asintoti che non possono mai ricongiungersi.

«Ha un'aria molto cupa, signor marchese», gli disse Vautrin rivolgendogli uno di quegli sguardi con cui

sembrava penetrare nei segreti più riposti del cuore.

«Non sono disposto a tollerare gli scherzi di chi mi chiama signor marchese», gli rispose. «Qui, per

essere veramente marchesi, bisogna avere centomila lire di rendita, e quando si vive in Casa Vauquer non si è

precisamente prescelti dalla Fortuna».

Vautrin guardò Rastignac con aria paterna e sprezzante, come se avesse voluto dire: "Marmocchio, ti

potrei mangiare in un boccone!". Poi rispose: «È di cattivo umore, forse perché non ha avuto successo con la bella

contessa de Restaud».

«Mi ha chiuso la porta perché le ho detto che suo padre mangiava alla nostra tavola!», esclamò

Rastignac.

Tutti gli ospiti si guardarono tra loro. Papà Goriot abbassò gli occhi e si voltò per asciugarli.

«Mi è entrato un po' del suo tabacco nell'occhio», spiegò al vicino.

«Chi infastidirà papà Goriot, d'ora in poi avrà a che fare con me», affermò Eugène guardando il vicino

dell'ex pastaio. «Lui vale più di tutti noi. Non parlo per le signore», precisò volgendosi verso la signorina

Taillefer.

Fu una frase conclusiva. Eugène l'aveva pronunciata con un'aria che mise a tacere i commensali. Solo

Vautrin gli disse beffardo: «Per prendere papà Goriot a suo carico e diventarne il paladino, bisogna saper

adoperare bene la spada e la pistola».

«È quello che farò», disse Eugène.

«Allora oggi è sceso in guerra?».

«Può essere», rispose Rastignac. «Ma non devo render conto a nessuno dei miei affari, dal momento

che io non cerco d'indovinare quelli che combinano gli altri di notte».

Vautrin lo guardò di traverso.

«Ragazzo mio, quando non ci si vuole lasciar ingannare dalle marionette, bisogna entrare decisamente

nel baraccone, e non contentarsi di guardare dai buchi della tenda. Basta con le chiacchiere», soggiunse vedendo

che Eugène si stava inalberando. «Faremo un discorsetto insieme quando vorrà».

L'atmosfera della cena si fece tetra e fredda. Papà Goriot, tutto preso dal profondo dolore suscitatogli

dalla frase dello studente, non capì che la generale disposizione d'animo nei suoi confronti era cambiata, e che un

giovane in grado di porre fine agli atteggiamenti persecutori aveva preso le sue difese.

«Sicché il signor Goriot, ora come ora, sarebbe il padre di una contessa?», s'informò sottovoce la

signora Vauquer.

«E di una baronessa», precisò Rastignac.

«Non ha altro da fare», disse Bianchon a Rastignac, «gli ho tastato il cranio: c'è una sola bozza, quella

della paternità, sarà un Padre Eterno».

Eugène era troppo serio perché la battuta di Bianchon lo facesse ridere. Voleva profittare dei consigli

della signora de Beauséant, e si chiedeva come e dove si sarebbe procurato il denaro. Si fece pensieroso vedendo

le savane del mondo stendersi davanti ai suoi occhi vuote e piene insieme. Terminata la cena, gli altri se ne

andarono lasciandolo solo nella stanza.

«Allora lei ha visto mia figlia?», gli chiese Goriot con voce turbata.

Strappato alla sua meditazione dal brav'uomo, Eugène gli prese la mano e lo contemplò con un certo

intenerimento: «Lei è un uomo buono e degno», rispose. «Parleremo più tardi delle sue figliole». Si alzò senza

voler ascoltare papà Goriot e si ritirò in camera dove scrisse alla madre questa lettera:

«Mia cara mamma, guarda se non hai una terza mammella da farmi succhiare. Io mi trovo in una

situazione che potrebbe permettermi di fare rapidamente fortuna. Ho bisogno di duecento franchi, e ne ho bisogno

a qualunque costo. Non parlare della mia richiesta a papà che probabilmente si opporrebbe, e se io non ottenessi

questo denaro cadrei in preda a una disperazione tale da farmi saltare le cervella. Te ne spiegherò i motivi appena

ci vedremo, perché dovrei scriverti volumi interi per farti capire in che situazione mi trovo. Non ho giocato,

mamma cara, non devo niente a nessuno, ma se ci tieni a conservarmi la vita che mi hai dato, bisogna che tu trovi

questa somma. Per farla breve, frequento la viscontessa de Beauséant che mi ha preso sotto la sua protezione.

Devo entrare in società, e non ho un soldo per comprarmi dei guanti decenti. Posso vivere di pane e acqua,

digiunare se necessario, ma non posso fare a meno degli attrezzi con cui si zappa la vigna in questo paese.

L'alternativa è tra il farmi strada o rimanere nel fango. So quante speranze avete riposto in me e voglio realizzarle

rapidamente. Mamma cara, vendi qualcuno dei tuoi vecchi gioielli, ben presto ne avrai altri. Conosco abbastanza

la nostra situazione familiare per poter apprezzare simili sacrifici, e devi credere che non ti chiedo di farli invano,

altrimenti sarei un mostro. Considera la mia preghiera come un grido di imperiosa necessità. Il nostro avvenire

dipende tutto da questo sussidio con il quale devo iniziare la mia campagna, giacché la vita parigina è una

perpetua battaglia. Se per completare la somma, non c'è altro modo che vendere i merletti della zia, dille che

gliene manderò altri più belli ecc.».

Scrisse a ciascuna delle sorelle chiedendo i loro risparmi, e per strapparglieli senza che parlassero in

famiglia del sacrificio che per lui avrebbero sicuramente fatto con gioia, si appellò alla loro delicatezza toccando

le corde dell'onore che sono così tese e risuonano con tanta forza nei giovani cuori. Quando ebbe scritto le lettere,

provò tuttavia una trepidazione involontaria: palpitava, trasaliva. Il nostro giovane ambizioso conosceva

l'immacolata nobiltà di quelle anime sepolte nella solitudine, sapeva quali pene avrebbe causato alle due sorelle, e

anche quali sarebbero state le loro gioie; con quale piacere avrebbero parlato in segreto del fratello diletto, in

fondo al vigneto. La sua coscienza si levò luminosa facendogliele immaginare mentre contavano di nascosto il

loro piccolo tesoro: le vide far ricorso a tutto il loro malizioso ingegno di fanciulle per spedirgli in incognito quel

denaro, cimentandosi con il loro primo inganno per essere sublimi. "Il cuore di una sorella è un puro diamante, un

abisso di tenerezza!", si disse. Si vergognava di avere scritto. Come sarebbero stati potenti i loro voti, come

sarebbe stato puro lo slancio delle loro anime verso il cielo! Con quale voluttà si sarebbero sacrificate! Quale

sarebbe stato il dolore della madre, se non avesse potuto mandare tutta la somma! Quei nobili sentimenti, quei

duri sacrifici avrebbero rappresentato il primo gradino per giungere a Delphine de Nucingen. Dagli occhi gli

sgorgò qualche lacrima, ultimi granelli d'incenso bruciati sul sacro altare della famiglia. Camminava avanti e

indietro in preda a una disperata agitazione. Papà Goriot, vedendolo così attraverso la porta rimasta socchiusa,

entrò e gli disse: «Che cos'ha, signore?».

«Ah! mio caro vicino, sono ancora figlio e fratello come lei è padre. Ha ragione di tremare per la

contessa Anastasie; ella appartiene a un certo signor Maxime de Trailles che sarà la sua rovina».

Papà Goriot si ritirò balbettando qualche parola di cui Eugène non afferrò il senso. L'indomani,

Rastignac andò a impostare le due lettere. Esitò fino all'ultimo istante, poi le gettò nella buca dicendo:

«Riuscirò!». Affermazione del giocatore, del grande condottiero, affermazione fatalista che perde più uomini di

quanti ne salvi. Qualche giorno dopo Eugène si recò dalla signora de Restaud, ma non fu ricevuto. Tre volte vi

tornò e tre volte trovò la porta chiusa, benché si presentasse in ore in cui il conte Maxime de Trailles non c'era. La

viscontessa aveva avuto ragione. Lo studente smise di studiare. Andava alle lezioni per rispondere all'appello, ma

dopo aver dimostrato che era presente, se la svignava. Aveva fatto i calcoli che fanno tutti gli studenti. Si

riservava di studiare al momento di dare gli esami. Aveva deciso di iscriversi contemporaneamente al secondo e

al terzo anno, poi d'imparare il diritto seriamente e tutto in una volta. Aveva così quindici mesi di tempo a

disposizione per navigare nell'oceano di Parigi, per dedicarsi alla tratta delle donne, o pescarvi la fortuna. Durante

quella settimana vide due volte la signora de Beauséant, dalla quale si recava solo quando usciva la carrozza del

marchese d'Ajuda. Per qualche giorno ancora, quella donna famosa, la figura più poetica del «MDFR»faubourg

Saint-Germain, fu vincente, riuscendo a far sospendere il matrimonio della signorina de Rochefide con il

marchese d'Ajuda-Pinto. Ma quegli ultimi giorni, che il timore di perdere la felicità rese più ardenti di ogni altro,

dovevano far precipitare la catastrofe. Il marchese d'Ajuda, non diversamente dai Rochefide, aveva considerato

quel dissapore e la successiva rappacificazione come una fortunata circostanza: speravano che la signora de

Beauséant si abituasse all'idea di quel matrimonio e finisse per sacrificare i suoi pomeriggi a ciò che nella vita

degli uomini è dato per scontato. Nonostante le più sante promesse rinnovate ogni giorno, il signor d'Ajuda

recitava quindi la commedia, dato che alla viscontessa piaceva essere ingannata. «Invece di saltare nobilmente

dalla finestra, si lascia rotolare per le scale», diceva la duchessa de Langeais, la sua migliore amica. Questi ultimi

bagliori durarono comunque abbastanza perché la viscontessa rimanesse a Parigi e aiutasse il suo giovane parente,

per il quale nutriva una sorta di superstizioso affetto. Eugène si era dimostrato nei suoi confronti pieno di

dedizione e di sensibilità, in una circostanza in cui le donne non vedono né pietà né vera consolazione in nessuno

sguardo. Se in quel momento un uomo dice loro delle paroline dolci, lo fa per profittare della situazione.

Desiderando conoscere perfettamente lo scacchiere prima di tentare l'abbordaggio di casa de Nucingen,

Rastignac volle mettersi al corrente della precedente vita di papà Goriot, e raccolse informazioni sicure che

possono così riassumersi: Jean-Joachim Goriot era, prima della Rivoluzione, un semplice operaio di pastificio,

abile, economo e abbastanza intraprendente da rilevare l'azienda del suo padrone, vittima della prima sollevazione

del 1789. Si era stabilito in rue de la Jussienne, vicino alla Halle-aux-Blés, e aveva avuto il gran buon senso di

accettare la presidenza della sua sezione perché i personaggi più influenti di quell'epoca pericolosa proteggessero

il suo commercio. Una simile saggezza era stata all'origine della sua fortuna, che iniziò durante la carestia, vera o

falsa, in seguito alla quale i cereali, a Parigi, salirono alle stelle. La gente si ammazzava alla porta dei forni,

mentre certe persone andavano dai droghieri a procacciarsi, senza tumulti, la pasta italiana.

In quell'anno, il cittadino Goriot accumulò i capitali che in seguito gli servirono a esercitare il suo

commercio con la superiorità che una grande quantità di denaro conferisce a chi la possiede. Gli accadde ciò che

accade a tutti gli uomini che hanno solo capacità limitate: la sua mediocrità lo salvò. D'altro canto, poiché la sua

fortuna fu nota solo quando non era più pericoloso essere ricchi, non suscitò l'invidia di nessuno. Il commercio

dei cereali sembrava aver assorbito tutta la sua intelligenza. Quando si trattava di grano, di farina, di mondiglia, di

riconoscerne la qualità, la provenienza, di badare alla loro conservazione, prevedere i corsi, predire l'abbondanza

o la penuria dei raccolti, procurarsi i cereali a buon mercato, approvvigionarsi in Sicilia, in Ucraina, Goriot non

aveva eguali. A vederlo trattare i suoi affari, spiegare le leggi sull'esportazione, sull'importazione del grano,

studiarne lo spirito, coglierne i difetti, lo si sarebbe giudicato in grado di fare il ministro. Paziente, attivo,

energico, costante, rapido nelle operazioni, aveva uno sguardo d'aquila, preveniva tutto, prevedeva tutto, sapeva

tutto, nascondeva tutto; diplomatico nel concepire, soldato nel marciare. Fuori della sua specialità, della sua

semplice e umile bottega sulla cui soglia passava le ore d'ozio, la spalla appoggiata allo stipite della porta, tornava

ad essere l'operaio ottuso e rozzo, l'uomo incapace di capire un ragionamento, insensibile a tutti i piaceri dello

spirito, l'uomo che si addormentava a teatro, uno di quei Dolibans parigini che eccellono solo in dabbenaggine.

Tipi del genere si assomigliano quasi tutti. Nel cuore di quasi tutti potete trovare un sentimento sublime.

Due sentimenti esclusivi avevano riempito il cuore del pastaio, ne avevano assorbito gli umori, come il

commercio delle granaglie aveva monopolizzato tutta la sua intelligenza. La moglie, figlia unica di un ricco

agricoltore della Brie, fu per lui oggetto di un'ammirazione devota, di un amore sconfinato. Goriot aveva

ammirato la sua natura fragile e forte, sensibile e ricca di grazia, che contrastava fortemente con la sua. Se vi è un

sentimento innato nel cuore dell'uomo, non è forse l'orgoglio di poter proteggere ad ogni istante un essere debole?

Aggiungetevi l'amore, la viva riconoscenza di tutte le anime franche per chi è causa dei loro piaceri, e capirete

una quantità di bizzarrie morali. Dopo sette anni di felicità senza nubi, per sua disgrazia Goriot perse la moglie,

allorché questa cominciava ad esercitare su di lui un certo ascendente, al di fuori della sfera dei sentimenti. Forse

avrebbe coltivato quella natura inerte, forse le avrebbe trasmesso l'intelligenza delle cose della vita e della società.

Nella situazione che si determinò, il sentimento paterno di Goriot si sviluppò in maniera insensata. Egli riversò i

suoi affetti, frustrati dalla morte, sulle due figlie, che in un primo momento appagarono pienamente tutti i suoi

sentimenti. Nonostante le brillanti proposte che gli fecero certi negozianti o agricoltori desiderosi di dargli le loro

figlie, Goriot volle rimanere vedovo. Il suocero, l'unico uomo per il quale avesse provato simpatia, si dichiarava

sicuro che voleva rimanere fedele alla moglie, anche da morta. Gli uomini del Mercato, incapaci di capire quella

sublime follia, ci scherzarono sopra e appiopparono a Goriot qualche nomignolo grottesco. Il primo di loro che,

bevendo vino a conclusione di un contratto, si azzardò a pronunciarlo, si beccò sulla spalla un pugno del pastaio

che lo mandò a sbattere la testa contro un paracarro della rue Oblin. La dedizione istintiva, l'amore ombroso e

delicato che Goriot nutriva per le figlie era così noto che un giorno uno dei suoi concorrenti, volendo allontanarlo

dal Mercato per restare padrone del campo, gli disse che Delphine era stata investita da un cabriolet. Il pastaio,

pallido e livido, lasciò immediatamente il Mercato. Stette male per diversi giorni in seguito alla reazione dei

sentimenti contrastanti che gli aveva scatenato quel falso allarme. Se non colpì con il suo pugno micidiale la

spalla dell'uomo, lo cacciò dal Mercato riducendolo al fallimento in una circostanza critica.

L'educazione delle figlie fu ovviamente insensata. Possedendo più di sessantamila franchi di rendita e

non spendendo per sé neanche milleduecento franchi, la felicità di Goriot consisteva nel soddisfare i capricci delle

figlie: i più eccellenti maestri ebbero il compito di arricchirle di quelle qualità che denotano la buona educazione;

ebbero una damigella di compagnia che per loro fortuna era una donna dotata di spirito e buon gusto; andavano a

cavallo, avevano la carrozza, vivevano come sarebbero vissute le amanti di un vecchio riccone; bastava che

esprimessero i più costosi desideri perché il padre si affrettasse a soddisfarli: in cambio dei suoi regali non

chiedeva che una carezza. Goriot poneva le figlie al livello degli angeli, e necessariamente al di sopra di sé,

pover'uomo! Amava perfino il male che gli facevano. Quando ebbero l'età per sposarsi, si scelsero un marito di

loro gusto: ognuna avrebbe avuto in dote la metà del patrimonio paterno. Corteggiata per la sua bellezza dal conte

de Restaud, Anastasie aveva inclinazioni aristocratiche che la indussero a lasciare la casa paterna per lanciarsi

nelle alte sfere della società. Delphine amava il denaro: sposò Nucingen, banchiere di origine tedesca che diventò

barone del Sacro romano impero. Goriot restò pastaio. Ben presto le figlie e i generi si sentirono urtati nel

vedergli continuare quel commercio, benché rappresentasse tutta la sua vita. Dopo aver sopportato per cinque

anni le loro insistenze, egli acconsentì a ritirarsi con il ricavato della sua azienda e i guadagni degli ultimi anni:

capitale che secondo i calcoli della signora Vauquer, da cui si era stabilito, fruttava da otto a diecimila franchi di

rendita. Era finito in quella pensione per la disperazione che l'aveva colto nel vedere che i mariti delle figlie non

solo le avevano costrette a rifiutarsi di prenderlo in casa, ma addirittura di riceverlo pubblicamente.

Questo era tutto ciò che sapeva un certo signor Muret sul conto di papà Goriot, dal quale aveva rilevato

l'azienda. Le supposizioni che Rastignac aveva sentito fare dalla duchessa de Langeais venivano quindi ad essere

confermate. Termina qui il racconto di questa oscura, ma spaventosa tragedia parigina.

Verso la fine della prima settimana di dicembre, Rastignac ricevette due lettere, una della madre, l'altra

della sorella maggiore. Quelle scritture così note lo fecero insieme palpitare di gioia e tremare di terrore. I due

fragili fogli contenevano una sentenza di vita o di morte per le sue speranze. Se provava un certo sgomento

ricordando la povertà della sua famiglia, era peraltro fin troppo consapevole del loro affetto per non temere di

aver spremuto le loro ultime gocce di sangue. La lettera della madre era così concepita:

«Mio caro figliolo, ti mando quello che mi hai chiesto. Fa' buon uso di questo denaro; non potrei,

quand'anche si trattasse di salvarti la vita, trovare ancora una volta una somma così considerevole senza

informarne tuo padre, il che turberebbe l'armonia della famiglia. Per procurarcela, dovremmo ipotecare le nostre

terre. Non posso entrare nel merito di progetti che non conosco; ma di che natura possono essere se non osi

confidarmeli? Non era una spiegazione che richiedesse interi volumi, a noi madri basta una sola parola e questa

parola mi avrebbe evitato le angosce dell'incertezza. Non posso nasconderti la dolorosa impressione che mi ha

suscitato la tua lettera. Mio caro figliolo, quale può essere mai il sentimento che ti ha costretto a riempirmi il

cuore di un simile spavento? Scrivendomi, devi aver sofferto molto, a giudicare da come ho sofferto io nel

leggerti. A quale carriera intendi dunque avviarti? La tua vita, la tua felicità dipenderebbero dal sembrare ciò che

non sei, dal frequentare un ambiente in cui non potresti entrare senza fare spese che non puoi sostenere, senza

perdere un tempo prezioso per i tuoi studi? Mio caro Eugène, credi al cuore di tua madre, le vie tortuose non

portano a nulla di grande. La pazienza e la rassegnazione devono essere le virtù dei giovani nelle tue condizioni.

Non ti rimprovero, non vorrei che la nostra offerta fosse contaminata da una qualche amarezza. Le mie parole

sono quelle di una madre fiduciosa non meno che previdente. Se tu sai quali sono i tuoi obblighi, dal canto mio so

quanto è puro il tuo cuore, quanto siano lodevoli le tue intenzioni. Perciò posso dirti senza timore: va', mio diletto,

va' avanti. Io tremo perché sono tua madre, ma ogni tuo passo sarà accompagnato dai nostri voti e dalle nostre

benedizioni. Sii prudente, figliolo caro. Devi essere saggio come un uomo, il destino di cinque persone che ti sono

care dipende da te. Sì, la nostra buona sorte è riposta in te, come la tua felicità è la nostra. Preghiamo tutti Dio di

assecondarti nelle tue iniziative. La zia Marcillac è stata, in questa circostanza, di una bontà inaudita: riusciva

perfino a capire quello che mi dici dei tuoi guanti. Ma lei ha un debole per il primogenito, come diceva

gaiamente. Eugène mio, vogli bene a tua zia, ti dirò quello che ha fatto per te solo quando avrai raggiunto il tuo

scopo; altrimenti il suo denaro ti brucerebbe le dita. Voi non sapete, figlioli, che cosa significhi sacrificare dei

ricordi. Ma che cosa non vi sacrificheremmo? La zia m'incarica di dirti che ti bacia in fronte, e vorrebbe

comunicarti con il suo bacio la forza di essere spesso felice. Questa donna eccezionale ti avrebbe scritto se non

soffrisse di gotta alle dita. Tuo padre sta bene. Il raccolto del 1819 supera le nostre speranze. Addio, figliolo caro.

Non ti dirò niente delle tue sorelle: Laure ti sta scrivendo. Le lascio il piacere di chiacchierare dei piccoli

avvenimenti familiari. Voglia il cielo che tu riesca! Oh, sì! Riesci, Eugène mio, mi hai dato un dolore troppo forte

perché possa sopportarlo un'altra volta. Ho capito che cosa significhi essere povera, quando ho desiderato la

ricchezza per darla a mio figlio. Addio, allora. Non ci lasciare senza notizie e abbiti il bacio che ti manda tua

madre».

Quando ebbe terminato la lettera, Eugène era in lacrime. Pensava a papà Goriot che torceva il vermeil e

lo vendeva per pagare la cambiale della figlia. "Tua madre ha fatto altrettanto con i suoi gioielli!", si diceva.

"Probabilmente tua zia ha pianto vendendo qualcuna delle sue reliquie! Con quale diritto puoi maledire

Anastasie? Da vero egoista tu hai imitato, per il tuo avvenire, ciò che lei ha fatto per il suo amante! Chi vale di più

fra voi due?". Lo studente si sentì torturare le viscere da una sensazione di calore insopportabile. Voleva

rinunciare alla vita di mondo, voleva non prendere quel denaro. Provò quei segreti rimorsi, belli e nobili, il cui

merito è raramente apprezzato dagli uomini quando giudicano i loro simili, e che fanno spesso assolvere dagli

angeli del cielo il criminale condannato dai giudici della terra. Rastignac aprì la lettera della sorella, le cui

espressioni piene di una grazia innocente gli rasserenarono il cuore.

«La tua lettera è arrivata giusto a proposito, caro fratello. Io e Agathe volevamo impiegare il nostro

denaro in tanti modi diversi che non sapevamo più che cosa comprare. Tu hai fatto come il domestico del re di

Spagna quando ha rovesciato gli orologi del suo padrone: ci hai messe d'accordo. Davvero, sai, ci bisticciavamo

sempre per sapere a quale dei nostri desideri avremmo dato la preferenza e non avevamo indovinato, mio caro

Eugène, quale fosse la soluzione conforme a tutti i nostri desideri. Agathe ha fatto salti di gioia. Insomma, ci

siamo comportate come due pazze per tutta la giornata di guisa che (stile della zia) la mamma ci diceva con aria

severa: "Ma che cosa avete, signorine?". Se ci avesse sgridate un pochino saremmo state, credo, ancor più

contente. Suppongo che una donna debba provare un gran piacere a soffrire per colui che ama! Io sola ero

pensierosa e afflitta pur nella mia gioia. Sarò sicuramente una cattiva moglie, spendacciona come sono. Mi ero

comprata due cinture, un grazioso punteruolo per fare gli occhielli ai busti, cose futili insomma, per cui avevo

meno soldi della nostra grossa Agathe, che è economa e ammucchia i suoi scudi come una gazza. Lei aveva

duecento franchi! Io, mio povero amico, ho solo cinquanta scudi. Eccomi punita a dovere, vorrei buttare la cintura

nel pozzo, la porterò sempre a malincuore. Ti ho derubato. Agathe è stata proprio cara. Mi ha detto: "Mandiamo i

trecentocinquanta franchi a nome di tutte e due". Ma non ho resistito a raccontarti come sono andate realmente le

cose. Lo sai come abbiamo fatto per ubbidire ai tuoi ordini? Abbiamo preso il nostro glorioso denaro, siamo

andate insieme a passeggiare, e quando abbiamo raggiunto la strada maestra, siamo corse a Ruffec dove abbiamo

semplicemente consegnato la somma al signor Grimbert, che dirige l'ufficio delle Messaggerie reali! Al ritorno

eravamo leggere come rondini. "Magari è la felicità che ci alleggerisce?", ha suggerito Agathe. Ci siamo dette

mille cose che non le ripeterò, signor parigino, perché lei era troppo al centro della conversazione. Oh, caro

fratello! Ti vogliamo bene, per dirla in due parole. Quanto al segreto, secondo la zia, dei demonietti come noi

sono capaci di tutto, perfino di tacere. La mamma è andata misteriosamente a Angoulême con la zia, e tutte e due

hanno mantenuto il silenzio sugli alti scopi del loro viaggio, intrapreso dopo un gran confabulare dal quale siamo

state escluse, come il signor barone. Grandi congetture occupano le menti nello Stato di Rastignac. L'abito di

mussola disseminato di fiorellini traforati che ricamano le infanti per sua maestà la regina procede nel più

profondo segreto. Restano solo due strisce da fare. È stato deciso che non si costruirà un muro dalla parte di

Verteuil, ci metteremo una siepe. Il popolino dovrà fare a meno di frutta e spalliere, ma in compenso i forestieri ci

guadagneranno una bella vista. Se l'erede presunto avesse bisogno di fazzoletti, sappia che madama de Marcillac,

frugando tra i suoi tesori e nei bauli, denominati Pompei e Ercolano, ha scoperto una pezza di bella tela d'Olanda

che non sapeva di avere; le principesse Agathe e Laure mettono ai suoi ordini filo, ago e le loro mani sempre un

po' arrossate. I due giovani principi don Henri e don Gabriel hanno conservato la funesta abitudine d'ingozzarsi di

marmellata d'uva, di far arrabbiare le loro sorelle, di non voler imparare niente, di divertirsi a snidare gli uccelli,

di far baccano e di tagliare giunchi, nonostante le leggi dello Stato, per farne bastoncini da passeggio. Il nunzio

papale, volgarmente detto signor curato, minaccia di scomunicarli se seguiteranno a trascurare i sacri canoni della

grammatica per i bellicosi cannoni di sambuco. Addio, fratello caro, nessuna lettera sarà stata latrice di tanti

auguri per la tua felicità né di tanto amore appagato. Chissà quante cose avrai da dirci quando verrai! Mi dirai

tutto, a me, che sono la maggiore. La zia ci ha fatto subodorare che hai successo in società.

Si parla di una dama e si tace il resto

«Con noi, s'intende! Senti, Eugène, se tu volessi, potremmo lasciar perdere i fazzoletti e farti qualche

camicia. Dimmi presto cosa ne pensi. Se ti occorressero subito delle belle camicie ben cucite, ci dovremmo

mettere al lavoro immediatamente. E se a Parigi ci fossero tagli che non conosciamo, ci dovresti mandare un

modello, soprattutto per i polsi. Addio! Addio! Ti bacio sulla fronte a sinistra, sulla tempia che mi appartiene in

esclusiva. Lascio l'altro foglio per Agathe, che mi ha promesso di non leggere nulla di ciò che ti dico. Ma, per

esserne più sicura, le resterò accanto mentre ti scrive. La tua sorella che ti vuol bene.

Laure de Rastignac»

"Oh, sì!", si disse Eugène, "sì, la fortuna a ogni costo! Nessun tesoro potrebbe ripagare tanta dedizione.

Vorrei procurar loro tutta la felicità del mondo. Millecinquecento franchi!", pensò dopo una pausa. "Bisogna che

ogni moneta vada a segno. Laure ha ragione. Perdinci! Ho soltanto camicie di grossa tela. Per la felicità di un

altro, una ragazza diventa astuta come un ladro. Innocente per sé e previdente per me, è come l'angelo del cielo

che perdona le colpe della terra senza capirle".

Il mondo gli apparteneva! Il sarto era stato già convocato, consultato, conquistato. Vedendo il signor de

Trailles, Rastignac aveva capito quale influenza esercitino i sarti sulla vita dei giovani. Ahimè! Non c'è via di

mezzo tra questi due termini: il conto ne fa un nemico mortale o un amico. Eugène trovò nel suo sarto un uomo

che esercitava paternamente il proprio mestiere e si considerava un tramite tra il presente e l'avvenire dei giovani.

Perciò Rastignac ha fatto la sua fortuna grazie a una di quelle frasi in cui più tardi divenne imbattibile: «So di due

sue paia di pantaloni che hanno fatto combinare matrimoni da ventimila lire di rendita».

Millecinquecento franchi e abiti a discrezione! In quel momento il povero meridionale non ebbe più

dubbi e scese a pranzo con quell'aria indefinibile che il possesso di una qualunque somma conferisce a un

giovane. Nel momento in cui il denaro s'infila nella tasca di uno studente, si erge in lui una colonna immaginaria

sulla quale si appoggia. Cammina meglio di prima, si sente un fulcro per la sua leva, ha uno sguardo intenso,

diretto, movimenti agili; il giorno prima, umile e timido, avrebbe sopportato delle botte; il giorno dopo le darebbe

a un primo ministro. Accadono in lui fenomeni inauditi: vuole tutto e può tutto, desidera a sproposito, è allegro,

generoso, espansivo. In conclusione, l'uccello poco prima senza ali ha ritrovato la capacità di volare. Lo studente

senza soldi afferra un briciolo di piacere come un cane che rubi un osso tra mille pericoli, lo spezzi e ne succhi il

midollo seguitando a correre. Ma il giovane che fa tintinnare nel suo taschino qualche fuggevole moneta d'oro

assapora le proprie gioie minutamente, se ne compiace, si slancia verso il cielo, non sa più cosa significhi la

parola miseria. Tutta Parigi gli appartiene. Età in cui tutto riluce, scintilla e fiammeggia! Età di forza gioiosa di

cui nessuno profitta, né l'uomo, né la donna! Età dei debiti e dei vivi timori che moltiplicano tutti i piaceri! Chi

non ha frequentato la riva sinistra della Senna, tra la rue Saint-Jacques e la rue des Saints-Pères, non sa niente

della vita umana! "Ah! Se le donne di Parigi sapessero!", si diceva Rastignac divorando le pere cotte, a un liardo

l'una, servite dalla signora Vauquer, "verrebbero qui a farsi amare". In quel momento un fattorino delle

Messaggerie reali si presentò nella sala da pranzo dopo aver scampanellato alla porta a grata. Chiese del signor

Eugène de Rastignac, al quale porse due sacchetti e un registro da firmare. Rastignac si sentì allora come

staffilato dallo sguardo profondo che gli lanciò Vautrin.

«Avrà di che pagarsi le lezioni di scherma e di tiro al bersaglio», gli disse costui.

«Sono arrivati i galeoni», osservò la signora Vauquer guardando i sacchetti.

La signorina Michonneau esitava a posare gli occhi sul denaro, per timore che si vedesse la sua

cupidigia.

«Lei ha una buona madre», dichiarò la signora Couture.

«Il signore ha buona madre», ribadì Poiret.

«Sì, la mamma si è salassata», disse Vautrin. «Ora potrà recitare la commedia, andare in società,

pescare qualche dote e ballare con le contesse che hanno i fiori di pesco tra i capelli. Ma mi dia retta, giovanotto,

frequenti il tiro al bersaglio».

Vautrin fece il gesto di chi mira all'avversario. Rastignac volle dare una mancia al fattorino, ma non si

trovò niente in tasca. Vautrin frugò nella sua e gettò venti soldi all'uomo. «Lei gode di molta considerazione»,

riprese guardando lo studente.

Rastignac fu costretto a ringraziarlo, benché dopo le pungenti battute che si erano scambiati quando era

tornato da casa della signora de Beauséant, quell'uomo gli fosse insopportabile. In quegli otto giorni, Eugène e

Vautrin si erano fronteggiati in silenzio osservandosi a vicenda. Lo studente se ne chiedeva invano il perché.

Probabilmente le idee si proiettano in misura proporzionale alla forza con cui vengono concepite e vanno a

colpire là dove il cervello le manda, in base a una legge matematica paragonabile a quella che dirige le bombe

quando escono dal mortaio. Gli effetti sono diversi. Se vi sono nature delicate in cui le idee si annidano

devastandole, vi sono anche nature vigorosamente dotate, teste a scomparti di bronzo su cui le volontà altrui si

appiattiscono e cadono come pallottole davanti a una muraglia; vi sono altresì nature flaccide e cedevoli dove le

idee altrui vanno a morire come i proiettili si smorzano nella terra molle delle ridotte. Rastignac aveva una di

quelle teste piene di polveri che saltano al minimo urto. Era troppo vivacemente giovane per non essere

accessibile a quella proiezione delle idee, a quel contagio dei sentimenti di cui tanti bizzarri fenomeni ci

colpiscono a nostra insaputa. La sua vista morale aveva la lucida portata dei suoi occhi di lince. Ogni suo duplice

senso aveva quella lunghezza misteriosa, quella flessibilità nello scatto che ci colpisce negli uomini superiori,

spadaccini abili nel cogliere il punto debole di ogni corazza. Da un mese, qualità e difetti di Eugène si erano

sviluppati in egual misura. I suoi difetti erano frutto della vita mondana e dell'appagamento dei suoi crescenti

desideri. Tra le sue qualità, c'era quella vivacità meridionale che fa prendere di petto le difficoltà per risolverle, e

che non consente a un uomo d'oltre Loira di permanere in una qualunque incertezza. Qualità che gli uomini del

nord considerano un difetto: secondo loro, se essa fu all'origine della fortuna di Murat, fu anche la causa della sua

morte. Se ne dovrebbe concludere che quando un meridionale sa associare l'astuzia del nord all'audacia d'oltre

Loira, è un uomo completo e il regno di Svezia gli appartiene. Rastignac non poteva quindi rimanere a lungo

esposto al fuoco delle batterie di Vautrin senza sapere se questi gli fosse amico o nemico. Aveva sempre

l'impressione che quel singolare personaggio intuisse le sue passioni e gli leggesse nel cuore, mentre lui era

talmente chiuso da ricordare l'immobile profondità della sfinge che sa, vede tutto e non dice niente. Sentendosi il

borsellino pieno, Eugène si ribellò.

«Mi faccia il piacere di aspettare», disse a Vautrin che si alzava per uscire dopo aver assaporato gli

ultimi sorsi di caffè.

«Perché?», rispose il quarantenne mettendosi il cappello a larghe falde e prendendo un bastone di ferro

che faceva spesso mulinare come un uomo che non tema di essere assalito da quattro ladri.

«Adesso le restituisco il denaro», riprese Rastignac aprendo rapidamente un sacchetto e contando

centoquaranta franchi per la signora Vauquer. «Conti chiari, amici cari», disse alla vedova. «Siamo pari fino a

San Silvestro. Mi cambi questi cento soldi».

«Amici cari fanno conti chiari», ripeté Poiret guardando Vautrin.

«Ecco venti soldi», disse Rastignac porgendo una moneta alla sfinge imparruccata.

«Sembra proprio che abbia paura di dovermi qualcosa!», esclamò Vautrin affondando uno sguardo

divinatorio nell'anima del giovane, accompagnato da uno di quei sorrisi beffardi alla Diogene per i quali Eugène

era stato cento volte sul punto di andare in collera.

«Ma... sì», rispose lo studente che teneva in mano i due sacchetti e si era alzato per salire in camera.

Vautrin stava uscendo dalla porta comunicante con il salotto e lo studente si accingeva ad andarsene da

quella che dava sul pianerottolo delle scale.

«Lo sa, signor marchese de Rastignacorama, che quello che lei mi dice non è precisamente cortese?»,

disse Vautrin sbattendo la porta del salotto e dirigendosi verso lo studente che lo guardò freddamente.

Rastignac chiuse la porta della stanza da pranzo, conducendo con sé Vautrin ai piedi della scala, nel

vano che separava la stanza da pranzo dalla cucina. Sormontata da una lunga vetrata munita di sbarre di ferro,

c'era una porta che dava sul giardino. Davanti a Sylvie che sbucava dalla cucina, lo studente disse: «Signor

Vautrin, non sono marchese, e non mi chiamo Rastignacorama».

«Ora si battono», disse la signorina Michonneau con aria indifferente.

«Si battono!», ripeté Poiret.

«Ma no!», rispose la signora Vauquer accarezzando la sua pila di scudi.

«Eccoli che vanno sotto i tigli», gridò la signorina Victorine alzandosi per guardare in giardino. «Però

quel povero ragazzo ha ragione».

«Torniamo di sopra, bambina mia», disse la signora Couture, «non sono cose che ci riguardano».

Avviandosi, la signora Couture e Victorine incontrarono sulla porta la grossa Sylvie che bloccava il

passaggio.

«Ma che sta succedendo?», chiese la cuoca. «Il signor Vautrin ha detto al signor Eugène: "Andiamo a

batterci!" Poi l'ha preso per il braccio e ora sono lì che camminano tra i nostri carciofi».

In quel momento comparve Vautrin. «Signora Vauquer», disse sorridendo, «non si spaventi, vado a

provare le pistole sotto i tigli».

«Oh, signore!», esclamò Victorine giungendo le mani, «perché vuole uccidere il signor Eugène?».

Vautrin arretrò di due passi e contemplò Victorine. «Ecco un'altra bella storia!», esclamò con voce

beffarda facendo arrossire la povera ragazza.

«È proprio carino, vero, quel giovanotto? Lei mi fa venire un'idea. Vi farò felici tutti e due, mia bella

fanciulla».

La signora Couture aveva preso la pupilla per il braccio e l'aveva trascinata via dicendole all'orecchio:

«Ma che ti prende stamani, Victorine!».

«Non voglio che si spari in casa mia», dichiarò la signora Vauquer. «Non vorrete mica spaventare il

vicinato e far correre la polizia, a quest'ora!».

«Via, si calmi, mamma Vauquer», rispose Vautrin. «Su, stia buona, andremo al poligono». Raggiunse

Rastignac che prese familiarmente sottobraccio: «Anche se le dimostrassi che a trentacinque passi riesco a

centrare cinque volte di seguito un asso di picche», gli disse, «non si scoraggerebbe. Lei mi dà l'impressione di

avere un temperamento un po' collerico, e si farebbe ammazzare come un imbecille».

«Ora sta facendo marcia indietro», osservò Eugène.

«Non mi faccia andare in bestia», rispose Vautrin. «Non fa freddo stamani, andiamo a sederci laggiù»,

seguitò indicando i sedili dipinti di verde. «Lì nessuno ci sentirà. Devo parlarle. Lei è un bravo giovanottino al

quale non voglio male. Anzi, le voglio bene, parola di Tromp (per mille fulmini!), parola di Vautrin. Le dirò poi

perché. Intanto, la conosco come se l'avessi fatto, e glielo dimostrerò. Metta lì i sacchetti», riprese indicandogli il

tavolo rotondo.

Rastignac posò il denaro sul tavolo e si sedette, fortemente incuriosito dall'improvviso cambiamento

nelle maniere di quell'uomo, che dopo aver parlato di ucciderlo si atteggiava a suo protettore.

«Lei vorrebbe sicuramente sapere chi sono, quello che ho fatto, o quello che faccio», riprese Vautrin.

«È troppo curioso, ragazzo mio. Via, un po' di calma. Ne sentirà ben altre! Ho avuto delle sventure. Prima mi stia

a sentire, poi mi risponderà. Ecco in due parole la mia vita passata. Chi sono? Vautrin. Che faccio? Quello che mi

piace. Lasciamo perdere. Vuol conoscere il mio carattere? Sono buono con coloro che mi fanno del bene, o che

mi parlano al cuore. A questi tutti è permesso, mi possono dare pedate negli stinchi senza che io dica: Attento!

Ma, perdiana! Divento una bestia con chi mi importuna, o non mi va a genio. Ed è bene sappia che per me

uccidere un uomo è esattamente come far così!», disse lanciando un getto di saliva. «Solo che mi sforzo di

ucciderlo correttamente, quando è proprio necessario. Sono quel che si dice un artista. Quale lei mi vede, ho letto

le memorie di Benvenuto Cellini, e in italiano per giunta. Da lui, che era un gran buontempone, ho imparato a

imitare la Provvidenza, che ci uccide come capita, e ad amare il bello ovunque si trovi. E non è bello, d'altronde,

giocare da solo contro tutti e avere fortuna? Ho riflettuto molto sull'anormalità della sua attuale condizione

sociale. Figliolo mio, il duello è un gioco da ragazzi, una sciocchezza. Quando fra due uomini vivi uno deve

scomparire, bisogna proprio essere degli imbecilli per affidarsi al caso. Il duello? Testa o croce! È tutto qui. Io

centro con cinque pallottole di seguito un asso di picche, ficcando una pallottola nell'altra, e per di più a

trentacinque passi! Quando si possiede questo modesto dono, in teoria si può avere la sicurezza di abbattere

l'avversario. Beh! Ho sparato su un uomo da venti passi e l'ho mancato. In vita sua, quel furfante non aveva mai

maneggiato una pistola. Guardi!», disse quell'uomo straordinario aprendosi il gilè e mostrando un petto villoso

come la schiena di un orso, ma di un colore fulvo che suscitava una specie di disgusto misto a spavento, «quel

pivello mi ha strinato i peli», soggiunse mettendo il dito di Rastignac su un buco che aveva nel petto. «Ma a quei

tempi ero un ragazzo, avevo la sua età, ventun anni. Credevo ancora in qualcosa, nell'amore di una donna, un

sacco di scemenze in cui lei sta per impegolarsi. Ci saremmo battuti, no? Avrebbe potuto uccidermi. Supponga

che io sia sottoterra, e lei dove sarebbe? Dovrebbe tagliare la corda, andare in Svizzera, far fuori i soldi di papà,

che ne ha ben pochi. Ora io le chiarirò la sua posizione, ma lo farò con la superiorità di un uomo che dopo aver

studiato le cose di questo mondo, ha visto che ci sono solo due soluzioni possibili: o una stolta ubbidienza o la

rivolta. Io non ubbidisco a niente, è chiaro? Lo sa che cosa occorre a lei, coll'andazzo che segue? Un milione, e

subito; altrimenti, con la nostra testolina, si potrebbe finire tra le reti di Saint-Cloud, per vedere se c'è un Essere

Supremo. Questo milione, glielo do io». Fece una pausa guardando Eugène. «Ah! Ah! Adesso sembra meglio

disposto nei confronti del paparino Vautrin. Al sentire quella parola, lei si comporta come una fanciulla a cui

dicono: "A stasera", e che si fa bella leccandosi come un gatto che beva del latte. Alla buon'ora! Suvvia! A noi

due! Facciamo il punto, giovanotto. Laggiù abbiamo papà, mamma, prozia, due sorelle (diciotto e diciassette

anni), due fratellini (quindici e dieci anni): ecco la lista dell'equipaggio. La zia educa le sorelle. Il parroco insegna

il latino ai due fratelli. La famiglia mangia più farinata di castagne che pane bianco, papà tiene da conto i

pantaloni, mamma si permette appena un vestito per l'inverno e uno per l'estate, le sorelle fanno come possono.

So tutto, sono stato nel Mezzogiorno. A casa sua le cose stanno così, se le mandano milleduecento franchi

all'anno e la terra ne rende solo tremila. Abbiamo una cuoca e un domestico, bisogna mantenere il decoro, papà è

barone. Quanto a noi, abbiamo una certa ambizione, abbiamo i Beauséant per alleati e andiamo a piedi, vogliamo

la ricchezza e non abbiamo un soldo, mangiamo le porcherie di mamma Vauquer e ci piacciono le belle cene del

faubourg Saint-Germain, dormiamo su un pagliericcio e vogliamo un palazzo! Non biasimo le sue aspirazioni.

Avere ambizioni, cuoricino mio, non è dato a tutti. Chieda alle donne quali uomini ricerchino: gli ambiziosi. Gli

ambiziosi hanno spalle più robuste, sangue più ricco di ferro e un cuore più caldo degli altri. E la donna si sente

così felice e bella nelle ore in cui è forte, che preferisce a tutti gli uomini quello che ha una forza enorme, anche

se dovesse rischiare di venirne spezzata. Sto facendo l'inventario dei suoi desideri per farle una domanda, che è

questa: abbiamo una fame da lupi, i nostri dentini sono incisivi, ma come faremo per riempire la pentola? Prima

di tutto dobbiamo mandar giù il codice, non è divertente, e non insegna niente, ma è indispensabile. E sia.

Facciamo l'avvocato per diventare presidente di una corte d'assise e mandare dei poveri diavoli, migliori di noi,

con un LF sulla spalla per dimostrare ai ricchi che possono dormire tranquilli. Non è piacevole, e poi è lunga.

Prima, due anni di attesa a Parigi a guardare, senza toccarle, le delizie di cui siamo golosi. È faticoso desiderare

sempre senza essere mai appagati. Se fosse esangue e avesse la natura di un mollusco, non avrebbe niente da

temere; ma abbiamo il sangue ardente dei leoni e un appetito da far commettere venti sciocchezze al giorno.

Quindi soccomberà a questo supplizio, il più orrendo che si sia mai visto nell'inferno del buon Dio. Ammettiamo

che sia giudizioso, che beva latte e componga elegie; generoso com'è, dopo tante noie e privazioni da rendere un

cane rabbioso, dovrà cominciare col diventare il sostituto di qualche marpione, in un buco di città dove il governo

le butterà lì mille franchi di stipendio, come si butta una zuppa al mastino di un macellaio. Abbaia ai ladri,

difende i ricchi, fa ghigliottinare gente di cuore. Obbligatissimo! Se non ha protezioni, marcirà nel suo tribunale

di provincia. Verso i trent'anni, sarà giudice a milleduecento franchi all'anno, se non ha ancora buttato la toga alle

ortiche. Quando avrà raggiunto la quarantina, sposerà la figlia di qualche mugnaio, che possiederà una rendita di

circa seimila lire. Grazie tante. Se avrà qualche protezione, sarà procuratore del re a trent'anni, con mille scudi di

stipendio, e sposerà la figlia del sindaco. Se commetterà qualche bassezza politica, come leggere su una scheda

Villèle invece di Manuel (fa rima e la coscienza è a posto), a quarant'anni sarà procuratore generale e potrà

diventare deputato. Noti bene, caro ragazzo, che avremo fatto qualche strappo alle nostre modeste regole morali,

che avremo avuto vent'anni di noie, di segrete miserie, che le nostre sorelle a venticinque anni saranno ancora

zitelle. Ho inoltre l'onore di farle osservare che in Francia ci sono solo venti procuratori generali, mentre gli

aspiranti a tale carica sono ventimila, tra i quali certi scapestrati che venderebbero la famiglia per salire di un

grado. Se questa professione le ripugna, vediamo qualcos'altro. Il barone di Rastignac vuol essere avvocato? Oh!

Magnifico. Bisogna languire dieci anni, spendere mille franchi al mese, avere una biblioteca, uno studio,

frequentare la buona società, baciare la toga di un procuratore legale per ottenere qualche causa, spazzare con la

lingua il Palazzo di Giustizia. Se una professione del genere le desse qualche vantaggio, non direi di no; ma mi

trovi a Parigi cinque avvocati che, a cinquant'anni, guadagnino più di cinquantamila franchi all'anno. Bah!

Piuttosto che mortificarmi l'anima in questo modo, preferirei farmi corsaro. D'altro canto, dove prender gli scudi?

Non c'è molto da stare allegri. Un'eventuale risorsa è la dote di una moglie. Si vuole sposare? Vorrà dire mettersi

una pietra al collo; e poi, se si sposa per denaro, che ne sarà del nostro senso dell'onore, della nostra nobiltà!

Tanto vale cominciare oggi la rivolta contro le convenzioni umane. Non sarebbe niente strisciare come un

serpente davanti a una donna, leccare i piedi della madre, commettere bassezze da disgustare una scrofa, puah! se

almeno trovasse la felicità. Ma sarà infelice come un cane bastonato con una donna sposata così. È senz'altro

meglio fare guerra agli uomini che lottare con la propria moglie. Ecco il bivio della vita, giovanotto, scelga lei.

Ma lei ha già scelto: è andato dalla nostra cugina de Beauséant, e ha fiutato il lusso. È andato dalla signora de

Restaud, la figlia di papà Goriot, e ha fiutato la parigina. Quel giorno è tornato con una parola scritta in fronte che

ho letto chiaramente: Arrivare! Arrivare a ogni costo. Bravo! mi sono detto, ecco un tipo che mi va a genio. Ha

avuto bisogno di soldi. Dove prenderli? Ha salassato le sorelle. Tutti i fratelli gabbano più o meno le sorelle. I

suoi millecinquecento franchi strappati - Dio sa come! - in un paese dove si trovano più castagne che monete da

cento soldi, se ne andranno di corsa come soldati al saccheggio. E dopo, che cosa farà? Lavorerà? Il lavoro, inteso

come lo intende lei in questo momento, procura in vecchiaia un alloggio da mamma Vauquer a dei tizi dello

stampo di Poiret. Come fare rapidamente fortuna è il problema che in questo momento si propongono di risolvere

cinquantamila giovani, tutti nelle sue condizioni. Lei è un'unità di questo numero. Giudichi un po' quali sforzi ha

da compiere e come sarà accanita la lotta. Vi dovete divorare reciprocamente come ragni in un vaso, dato che non

esistono cinquantamila buoni posti. Lo sa come ci si fa strada qui? Brillando per genio o per capacità di

corruzione. Bisogna penetrare in questa massa di uomini come una palla da cannone o insinuarvisi come la peste.

L'onestà non serve a niente. Ci si piega al potere del genio, lo si odia, si cerca di calunniarlo perché prende senza

condividere; ma ci si piega se persiste. In poche parole, lo si adora quando non si è potuto seppellirlo nel fango.

La corruzione domina, il talento è raro. La corruzione è quindi l'arma della mediocrità che abbonda, e ovunque ne

sentirà la punta acuminata. Vedrà donne i cui mariti hanno in tutto e per tutto seimila franchi di stipendio, e che

spendono più di diecimila franchi per vestirsi. Vedrà impiegati a milleduecento franchi che acquistano terre.

Vedrà donne che si prostituiscono per salire nella carrozza di un Pari di Francia, che può correre a Longchamps

sulla carreggiata centrale. Lei ha visto quel povero sciocco di papà Goriot costretto a pagare la cambiale girata

dalla figlia, sposata con un uomo che possiede cinquantamila lire di rendita. La sfido a fare due passi per Parigi

senza trovarsi di fronte a intrighi infernali. Scommetterei la testa contro un cespo di questa insalata che lei si

caccerà in un ginepraio con la prima donna che le piacerà, foss'anche ricca, bella e giovane. Sono tutte irretite

dalle leggi, in guerra con i mariti per ogni cosa. Non la finirei più se le dovessi spiegare i traffici che si fanno per

gli amanti, i vestiti, i figli, la casa o la vanità, di rado per virtù, ne sia pur certo. Di conseguenza l'onest'uomo è il

nemico comune. Ma cosa crede che sia l'onest'uomo? A Parigi è colui che tace e rifiuta di spartire il bottino. Non

le parlo di quei poveri iloti che ovunque faticano senza essere mai ricompensati del loro lavoro e che io chiamo la

confraternita delle ciabatte del buon Dio. Certo, tra loro s'incontra la virtù in tutto lo splendore della sua stupidità,

ma anche la miseria. Vedo già le smorfie di questa brava gente se Dio ci facesse il brutto scherzo di assentarsi al

momento del Giudizio universale. Se quindi vuol fare rapidamente fortuna, bisogna che sia già ricco o che lo

sembri. Per arricchirsi, si tratta ora di giocare alla grande, altrimenti si vive di stenti e buonanotte al secchio! Se

nelle cento professioni che può intraprendere, s'incontrano dieci uomini che hanno rapidamente successo, la gente

li chiama ladri. Tragga lei le conclusioni. Ecco com'è la vita. Non è meglio della cucina, puzza altrettanto e

bisogna sporcarsi le mani se si vuol combinare qualcosa; sappia soltanto cavarsela pulitamente: questa è tutta la

morale della nostra epoca. Se le parlo così della gente, è perché me ne ha dato il diritto: io la conosco. Crede che

la biasimi? Niente affatto. È sempre stata così e i moralisti non la cambieranno mai. L'uomo è imperfetto. A volte

è più o meno ipocrita e gli ingenui dicono allora che è o non è di buoni costumi. Io non accuso i ricchi per

difendere i poveri: l'uomo è lo stesso in alto, in basso, in mezzo. Su un milione di queste bestie elette, ci sono

dieci compari che si pongono al di sopra di tutto, perfino delle leggi; io ne faccio parte. Lei, se è un uomo

superiore, proceda diritto e a testa alta. Ma bisognerà che lotti contro l'invidia, la calunnia, la mediocrità, contro

tutti quanti. Napoleone ha incontrato un ministro della guerra che si chiamava Aubry e che per poco non l'ha

spedito nelle colonie. Si esamini un po'! Veda se potrà alzarsi tutte le mattine con più volontà del giorno prima.

Nella congiuntura attuale, le farò una proposta che nessuno rifiuterebbe. Mi stia bene a sentire. Io, capisce, ho

un'idea. Ed è di andare a vivere una vita patriarcale in una grande tenuta di centomila arpenti, per esempio, nel

sud degli Stati Uniti. Voglio diventare proprietario di piantagioni, avere schiavi, guadagnare qualche bel

milioncino vendendo buoi, tabacco, legna, vivere da re, fare quel che mi pare, condurre una vita che è

inconcepibile qui, dove ci si acquatta in una tana in muratura. Sono un grande poeta. Le mie poesie non le scrivo:

consistono in azioni e sentimenti. In questo momento possiedo cinquantamila franchi che mi procurerebbero a

malapena quaranta negri. Ho bisogno di duecentomila franchi, perché voglio duecento negri, per soddisfare la mia

inclinazione alla vita patriarcale. I negri, capisce?, sono figli che ti ritrovi bell'e pronti, dei quali si fa quel che si

vuole, senza che un procuratore del re troppo curioso venga a chiedertene conto. Con questo capitale nero, in

dieci anni avrò tre o quattro milioni. Se mi va bene, nessuno mi domanderà: "Chi sei?". Sarò il signor Quattro-

Milioni, cittadino degli Stati Uniti. Avrò cinquant'anni, non sarò ancora decrepito, mi divertirò a modo mio. In

poche parole, se io le procuro una dote di un milione, lei mi darà duecentomila franchi? Venti per cento di

commissione, eh? È troppo caro? Lei si farà amare dalla sua mogliettina. Una volta sposato, manifesterà qualche

inquietudine, dei rimorsi, assumerà un'aria triste per quindici giorni. Una notte, dopo qualche moina, dichiarerà a

sua moglie, tra un bacio e l'altro, di avere duecentomila franchi di debiti, mormorandole "Amore mio!" È una

farsa che recitano tutti i giorni i giovani più distinti. Una sposina non rifiuta di aprire la borsa a chi le prende il

cuore. Crede di rimetterci? No. Troverà il modo di riguadagnare i duecentomila franchi in un affare. Con il suo

denaro e la sua intelligenza, accumulerà una ricchezza all'altezza dei suoi desideri. Ergo, in sei mesi avrà fatto la

sua felicità, quella di una donna amabile e quella di papà Vautrin, senza contare quella della sua famiglia che

d'inverno si soffia sulle dita, per mancanza di legna. Non si stupisca né di quello che le propongo, né di quello che

le chiedo! Su sessanta bei matrimoni che si celebrano a Parigi, ce ne sono quarantasette che si basano su accordi

del genere. La Camera dei Notai ha costretto il signor...».

«Che cosa devo fare?», chiese avidamente Rastignac interrompendo Vautrin.

«Quasi niente», rispose l'uomo lasciandosi sfuggire un moto di gioia, simile alla sorda espressione di un

pescatore che sente il pesce all'estremità della lenza. «Mi stia bene a sentire. Il cuore di una povera fanciulla

infelice e miserabile è la spugna più avida d'amore, una spugna secca che si dilata non appena vi cade una goccia

di sentimento. Fare la corte a una giovinetta che si trovi in uno stato di solitudine, di disperazione e di povertà

senza che lei sospetti la sua fortuna futura! Perbacco! È come avere in mano asso e tre di briscola, conoscere i

numeri vincenti del Lotto, giocare in Borsa conoscendo già le notizie. Lei costruisce sul solido un matrimonio

indistruttibile. Se poi alla nostra fanciulla capitano dei milioni, glieli getterà ai piedi come fossero sassolini.

"Prendi, amore mio! Prendi, Adolphe! Alfred! Prendi, Eugène!" dirà, se Adolphe, Alfred o Eugène hanno avuto la

buona idea di sacrificarsi per lei. Ciò che intendo per sacrifici, è vendere un vecchio vestito per andare al Cadran-

Bleu a mangiare insieme dei crostini ai funghi, e poi, la sera, all'Ambigu-Comique; è impegnare l'orologio al

Monte di Pietà per regalarle uno scialle. Non le parlo degli scarabocchi amorosi né delle frivolezze a cui tengono

tanto le donne, come ad esempio versare delle gocce d'acqua sulla carta da lettere come fossero lacrime quando si

è lontani da loro: ma lei mi ha l'aria di conoscere perfettamente il gergo del cuore. Parigi, vede, è come una

foresta del Nuovo Mondo, dove si agitano venti specie di popolazioni selvagge, gli Illinois, gli Uroni, che vivono

dei frutti delle diverse cacce sociali; lei è un cacciatore di milioni. Per prenderli, deve ricorrere a trappole,

richiami, esche. C'è chi dà la caccia alla dote, chi alla liquidazione azionaria; alcuni pescano coscienze, altri

vendono i loro clienti legati mani e piedi. Chi torna con il carniere bello pieno viene salutato, festeggiato, accolto

nella buona società. Rendiamo giustizia a questa terra ospitale: lei ha a che fare con la città più compiacente del

mondo. Se le altere aristocrazie di tutte le capitali europee rifiutano di ammettere nelle proprie file un milionario

infame, Parigi gli tende le braccia, accorre alle sue feste, mangia ai suoi pranzi e brinda alla sua infamia».

«Ma dove trovare una ragazza?», domandò Eugène.

«È già sua, davanti a lei!».

«La signorina Victorine?».

«Appunto!».

«Ma come?».

«Già l'ama, la sua baronessina de Rastignac».

«Non ha un soldo», riprese Eugène stupito.

«Ah! Questo è il punto. Ancora due parole», disse Vautrin, «e tutto si chiarirà. Taillefer, il padre, è un

vecchio furfante che si dice abbia assassinato un suo amico durante la Rivoluzione. È il mio tipo perché dimostra

una certa libertà di giudizio. È banchiere, ed è il principale azionista della ditta Frédéric Taillefer e soci. Ha un

unico figlio, al quale vuole lasciare i suoi beni, a danno di Victorine. A me queste ingiustizie non vanno giù. Sono

come don Chisciotte, mi piace prendere le difese del debole contro il forte. Se la volontà di Dio fosse di portargli

via il figlio, Taillefer si riprenderebbe la figlia: vorrebbe un erede quale che sia; è una sciocchezza che fa parte

della natura umana, e lui non può più avere figli, lo so. Victorine è dolce e gentile, le ci vorrà poco ad abbindolare

il padre e lo farà girare come una trottola con la sferza del sentimento! Sarà troppo sensibile al suo amore per

dimenticarla, e lei la sposerà. Io mi assumo il ruolo della Provvidenza, forzerò il volere del buon Dio. Ho un

amico che ha degli obblighi verso di me, un colonnello dell'armata della Loira che è entrato a far parte della

Guardia reale. Tiene conto dei miei pareri ed è diventato ultrarealista: non è uno di quegli imbecilli che non

desistono dalle proprie opinioni. Se ho ancora un consiglio da darle, angelo mio, è di non tenere né alle sue

opinioni né alle sue parole. Quando glielo chiederanno, le venda. Un uomo che si vanta di non cambiare mai

opinione è un uomo che s'impegna ad andare sempre diritto, un ingenuo che crede nell'infallibilità. Non ci sono

principi, ma solo fatti, non ci sono leggi, ma solo circostanze! L'uomo superiore sposa i fatti e le circostanze per

dirigerli. Se ci fossero principi e leggi fisse, i popoli non li cambierebbero come noi cambiamo camicia. L'uomo

non è tenuto ad essere più saggio di tutta una nazione. L'uomo che ha reso meno servigi alla Francia è un feticcio

venerato per aver sempre visto rosso, e al massimo è da mettere al Museo, fra le macchine, con l'etichetta La

Fayette; mentre il principe al quale tutti scagliano la pietra, e che disprezza abbastanza l'umanità da sputarle in

faccia tutti i giuramenti che chiede, ha impedito la spartizione della Francia al congresso di Vienna: merita corone

e gli si scaglia fango. Oh! Le conosco, io, le faccende umane! Conosco i segreti di molti uomini! Basta così. Avrò

un'opinione incrollabile il giorno in cui incontrerò tre teste che concorderanno sull'uso di un principio, ma ci sarà

da aspettare! Nei tribunali non si trovano tre giudici che la pensino nello stesso modo a proposito di un articolo di

legge. Torniamo ora al mio uomo. Se glielo chiedessi, rimetterebbe Gesù Cristo in croce. Una sola parola del suo

papà Vautrin e attaccherà briga con quel briccone che non manda neanche cento soldi alla sorella, e...». A questo

punto Vautrin si alzò, si mise in guardia e fece il gesto del maestro di scherma che porta un affondo. «E, nel regno

delle ombre!», soggiunse.

«Che orrore!», esclamò Eugène. «Vuole scherzare, signor Vautrin?».

«Su, su, calma», riprese l'uomo. «Non faccia il bambino: comunque, se la diverte, s'indigni! s'infuri!

Dica pure che sono un infame, uno scellerato, un furfante, un bandito, ma non mi chiami né scroccone né spia!

Forza, lo dica, spari le sue bordate. La perdono, è talmente naturale alla sua età. Anch'io sono stato così! Però

rifletta. Un giorno, farà di peggio. Andrà a fare la ruota da qualche bella donna e ne riceverà del denaro. Ci ha

pensato!», proseguì Vautrin. «Come potrebbe riuscire, infatti, se non fa assegnamento sul suo amore? La virtù,

mio caro studente, non si scinde: c'è o non c'è. Ci dicono di fare penitenza per le nostre colpe. Un bel sistema,

farsi assolvere da un delitto con un atto di contrizione! Sedurre una donna per arrivare a un certo gradino della

scala sociale, seminare zizzania tra i figli di una stessa famiglia, insomma tutte le infamie che si commettono

sotto la cappa di un caminetto oppure per il piacere o l'interesse personale, crede che siano atti di fede, di speranza

e di carità? Perché due mesi di prigione al dandy che in una notte priva un figlio di metà del suo patrimonio, e

perché il bagno penale con le circostanze aggravanti a un povero diavolo che ruba un biglietto da mille franchi?

Ecco le vostre leggi. Non c'è un articolo che non arrivi all'assurdo. L'uomo in guanti gialli e dalle parole adeguate

ha compiuto delitti in cui non si versa sangue, ma se ne dà; l'assassino ha aperto la porta con un grimaldello: due

imprese notturne. Tra ciò che le propongo e ciò che lei farà un giorno, non c'è che il sangue in meno. Lei crede

che ci sia qualcosa di definitivo in questo mondo! Disprezzi piuttosto gli uomini e cerchi le maglie attraverso cui

ci si può sottrarre alla rete del Codice. Il segreto delle grandi fortune senza causa apparente è un delitto

dimenticato, perché è stato eseguito secondo le regole».

«Taccia, signore, non voglio sentire altro, lei mi farebbe dubitare di me stesso. In questo momento il

sentimento è la mia unica scienza».

«Come vuole lei, mio bel ragazzo. La credevo più forte», seguitò Vautrin. «Non le dirò più niente.

Un'ultima cosa, però». Guardò fisso lo studente e disse: «Lei conosce il mio segreto».

«Un giovane che rifiuta le sue proposte, saprà ben dimenticarlo».

«Ben detto, mi fa piacere. Un altro, mi capisce, sarebbe meno scrupoloso. Si ricordi di quello che

intendo fare per lei. Le do quindici giorni. Prendere o lasciare».

"Cocciuto come un mulo, quell'uomo!", si disse Rastignac, vedendo Vautrin che se ne andava

tranquillamente con il bastone sotto il braccio. "Mi ha detto crudamente quello che la signora de Beauséant mi

diceva usando un certo tatto. Mi ha dilaniato il cuore con artigli di acciaio. Perché voglio andare dalla signora de

Nucingen? Ne ha indovinato i motivi non appena li ho concepiti. In poche parole quel brigante mi ha detto più

cose sulla virtù di quante me ne abbiano mai dette gli uomini e i libri. Ma se la virtù non ammette capitolazioni,

ho derubato le mie sorelle?", seguitò gettando il sacchetto sul tavolo. Si sedette e rimase immerso in una

complicata meditazione. "Essere fedeli alla virtù, martirio sublime! Bah! Tutti credono alla virtù, ma chi è

virtuoso? I popoli hanno come idolo la libertà, ma dov'è sulla terra un popolo libero? La mia giovinezza è ancora

chiara come un cielo senza nubi: voler essere grandi o ricchi non significa risolversi a mentire, piegarsi, strisciare,

adulare, dissimulare? Non significa accettare di farsi servo di coloro che hanno mentito, strisciato, che si sono

piegati? Prima di essere loro complice, bisogna servirli. Ebbene, no! Io voglio lavorare dignitosamente,

onestamente, voglio lavorare notte e giorno e dovere la mia fortuna solo alla mia fatica. Sarà una fortuna fra le più

lente, ma ogni giorno la mia testa riposerà sul guanciale senza un cattivo pensiero. Che c'è di più bello del

contemplare la propria vita e trovarla pura come un giglio? Io e la vita siamo come un giovane e la sua fidanzata.

Vautrin mi ha mostrato ciò che accade dopo dieci anni di matrimonio. Diavolo! Mi si smarrisce la testa. Non

voglio pensare a niente, il cuore è una buona guida".

Eugène fu distolto dalle sue fantasticherie dalla voce della grossa Sylvie che gli annunciava l'arrivo del

sarto, davanti al quale si presentò con in mano i suoi due sacchetti di denaro. Il diversivo non gli dispiacque.

Quando ebbe provato gli abiti da sera, si rimise il nuovo completo da mattino che lo trasformava totalmente. "Non

sono da meno del signor de Trailles", si disse. "Dopo tutto, ho l'aria di un gentiluomo!".

«Signore», disse papà Goriot entrando nella stanza di Eugène, «lei mi ha chiesto se sapevo quali salotti

frequenta la signora de Nucingen?».

«Sì!».

«Ebbene, lunedì prossimo va al ballo del maresciallo di Carigliano. Se lei ci potrà andare, mi dirà se le

mie due figliole si sono divertite, come si sono vestite, tutto insomma».

«Come l'ha saputo, caro papà Goriot?», chiese Eugène facendolo sedere accanto al fuoco.

«Me l'ha detto la sua cameriera. So tutto quello che fanno da Thérèse e da Constance», riprese con aria

allegra. Il vecchio faceva pensare a un amante ancora abbastanza giovane da sentirsi felice per uno stratagemma

che gli permetteva di comunicare con la propria amica senza che lei lo sospettasse. «Le vedrà, lei!», disse

esprimendo ingenuamente una dolorosa invidia.

«Non lo so», rispose Eugène. «Sto andando dalla signora de Beauséant per chiederle se può presentarmi

alla moglie del maresciallo».

Con una specie di intima gioia, Eugène pensava che si sarebbe mostrato dalla viscontessa vestito come

lo sarebbe stato da allora in poi. Ciò che i moralisti chiamano gli abissi del cuore umano sono soltanto gli

ingannevoli pensieri, i moti involontari dell'interesse personale. E queste vicissitudini, oggetto di tante

recriminazioni, questi ripensamenti improvvisi sono calcoli che mirano al proprio piacere. Vedendosi vestito,

inguantato e calzato con eleganza, Rastignac dimenticò la propria virtuosa risoluzione. La giovinezza non osa

guardarsi allo specchio della coscienza quando inclina all'ingiustizia, mentre l'età matura vi si è già specchiata: in

ciò consiste tutta la differenza tra queste due fasi della vita. Da qualche giorno i due vicini, Eugène e papà Goriot,

erano diventati buoni amici. La loro segreta amicizia dipendeva dalle stesse ragioni psicologiche che avevano

generato sentimenti contrastanti tra Vautrin e lo studente. L'ardito filosofo che vorrà constatare gli effetti dei

nostri sentimenti nel mondo fisico troverà probabilmente più di una prova della loro effettiva materialità nei

rapporti che essi creano fra noi e gli animali. Quale fisiognomista è pronto a intuire un carattere più di quanto lo

sia un cane a capire se uno sconosciuto gli è o non gli è amico? Le affinità elettive, espressione proverbiale di cui

tutti si servono, sono uno di quei dati di fatto che restano nel linguaggio per smentire le sciocchezze filosofiche di

chi si diletta dei trasformismi delle parole primitive. Ci si sente amati. Il sentimento dà la sua impronta a tutte le

cose e attraversa gli spazi. Una lettera rappresenta un'anima, è un'eco così fedele della voce che parla che gli

animi delicati l'annoverano tra i più ricchi tesori dell'amore. Papà Goriot, elevato fino alla sublimità della natura

canina dal suo sentimento istintivo, aveva fiutato la compassione, la bontà ammirativa, le simpatie giovanili che

aveva fatto nascere nel cuore dello studente. Tuttavia quell'unione incipiente non li aveva ancora indotti a nessuna

confidenza. Se Eugène aveva manifestato il desiderio d'incontrare la signora de Nucingen, non era perché

contasse sul vecchio per essere introdotto in casa sua; sperava però che un'indiscrezione potesse essergli utile.

Papà Goriot gli aveva parlato delle due figlie limitandosi a ciò che si era permesso di dirne pubblicamente il

giorno delle sue due visite. «Mio caro signore», gli aveva detto l'indomani, «come può pensare che la signora de

Restaud le abbia serbato rancore per aver pronunciato il mio nome? Le mie figliole mi vogliono bene e io sono un

padre fortunato. Però i miei due generi si sono comportati male con me. Io non ho voluto che quelle due care

creature soffrissero dei nostri dissensi e ho preferito vederle in segreto. Questo mistero mi procura mille gioie

incomprensibili agli altri padri che possono vedere le loro figliole quando vogliono. Io non posso, capisce?

Allora, quando fa bello, vado agli Champs-Elysées dopo aver chiesto alle cameriere se le mie figliole escono.

Aspetto che passino, e mi batte il cuore quando arrivano le carrozze. Io le ammiro nei loro bei vestiti, loro

passando mi lanciano una risatina che indora la natura come se vi piovesse un bel raggio di sole. Poi rimango lì,

perché devono tornare indietro. Così le vedo ancora! L'aria gli ha fatto bene, sono tutte rosee. Sento dire intorno a

me: "Che bella donna!", e il cuore mi si rallegra. Non si tratta forse del mio sangue? Mi piacciono i cavalli che le

trasportano e vorrei essere il cagnolino che hanno sulle ginocchia. Vivo dei loro piaceri. Ognuno ha il proprio

modo di amare, e dal momento che il mio non fa male a nessuno, perché la gente si occupa tanto di me? A modo

mio sono felice. È forse contro la legge andare a trovare le mie figliole, la sera, quando escono di casa per recarsi

a un ballo? Che dolore per me arrivare troppo tardi e sentirmi dire: "La signora è uscita". Una sera ho aspettato

fino alle tre del mattino per vedere Nasie, che non avevo visto da due giorni. Per poco non sono morto di gioia!

La prego, parli di me solo per dire come sono buone le mie figliole. Mi vogliono colmare di regali di ogni genere;

io glielo impedisco e dico: "Tenetevi piuttosto i vostri soldi! Cosa volete che ne faccia? Non ho bisogno di

niente". Effettivamente, mio caro signore, che cosa sono io? Un brutto cadavere, e la mia anima è ovunque siano

le mie figliole. Quando avrà visto la signora de Nucingen, mi dirà quale delle due preferisce», concluse il buon

uomo dopo un attimo di silenzio, vedendo che Eugène si accingeva a uscire per una passeggiata alle Tuileries, in

attesa dell'ora di presentarsi dalla signora de Beauséant.

Fu una passeggiata fatale allo studente. Qualche donna lo notò. Era così bello, così giovane e di

un'eleganza così raffinata! Vedendosi oggetto di un'attenzione non scevra di ammirazione, non pensò più né alle

sorelle né alla zia private del loro denaro, né alle sue virtuose ripugnanze. Si era visto passare sopra la testa quel

demone che è così facile scambiare per un angelo, quel Satana dalle ali iridate, che semina rubini, scaglia frecce

d'oro sulle facciate dei palazzi, imporpora le donne, riveste di uno sciocco splendore i troni, così semplici

all'origine. Aveva ascoltato il dio di quella vanità crepitante il cui orpello ci sembra un simbolo di potenza. Le

parole di Vautrin, per quanto ciniche, gli si erano annidate nel cuore come nella memoria di una vergine s'incide

l'ignobile profilo di una vecchia mezzana che le ha detto: "Oro e amore a fiumi!". Dopo aver indolentemente

girovagato, verso le cinque Eugène si presentò a casa della signora de Beauséant, dove gli fu inflitto uno di quei

terribili colpi contro cui i cuori giovani sono inermi. Fino allora aveva trovato la viscontessa piena di quella

affabilità, di quella grazia mielata conferita da un'educazione aristocratica, e che è completa solo se nasce dal

cuore.

Quando entrò, la signora de Beauséant fece un gesto brusco e gli disse in tono secco: «Signor de

Rastignac, mi è impossible riceverla, almeno in questo momento, sono occupata...».

Per un osservatore, e Rastignac lo era diventato rapidamente, quella frase, il gesto, lo sguardo,

l'inflessione della voce riflettevano la storia del carattere e delle abitudini della casta. Avvertì il pugno di ferro nel

guanto di velluto; la personalità, l'egoismo sotto le belle maniere; il legno sotto la vernice. Sentì insomma

quell'«IO, IL RE» che comincia sotto la cupola del trono e finisce sotto il cimiero dell'ultimo gentiluomo. Troppo

facilmente Eugène era stato indotto a credere sulla parola alla nobiltà della donna. Come tutti i bisognosi, aveva

firmato in buona fede il grato patto che deve legare il benefattore al beneficato, e il cui primo articolo sancisce tra

i cuori nobili una completa uguaglianza. La benevolenza, che fa di due esseri uno solo, è una passione celeste non

meno incompresa, non meno rara del vero amore. L'una e l'altra rappresentano la prodigalità delle anime belle.

Rastignac voleva arrivare al ballo della duchessa di Carigliano, perciò mandò giù quel boccone.

«Signora», disse con voce turbata, «se non si fosse trattato di una cosa importante, non sarei venuto a

importunarla; sia tanto gentile da permettermi di vederla più tardi, aspetterò».

«Beh, venga a cena da me», disse lei un po' confusa per la durezza con cui si era espressa; poiché era

una donna davvero buona oltre che grande.

Benché colpito da quell'improvviso ripensamento, nell'andarsene Eugène si disse: "Striscia, sopporta

tutto. Che cosa saranno gli altri, se in un attimo la migliore delle donne cancella le promesse della sua amicizia e

ti pianta lì come una vecchia ciabatta? Ognuno per sé, allora? È vero che la sua casa non è una bottega, e che ho il

torto di aver bisogno di lei. Come dice Vautrin, bisogna farsi palla da cannone". Le amare riflessioni dello

studente furono ben presto dissipate dal piacere che si riprometteva cenando dalla viscontessa. Così, per una sorta

di fatalità, i minimi avvenimenti della sua vita cospiravano a spingerlo su quella strada dove, come aveva fatto

notare la terribile sfinge di Casa Vauquer, egli doveva, quasi fosse su un campo di battaglia, uccidere per non

essere ucciso, ingannare per non essere ingannato; dove doveva ignorare fin dai primi passi la propria coscienza,

il proprio cuore, mettersi una maschera, farsi spietatamente gioco degli uomini e, come a Sparta, afferrare la

fortuna senza essere visto, per meritare la corona. Quando tornò dalla viscontessa la trovò piena di quella affabile

bontà che gli aveva sempre testimoniato. Entrarono tutti e due in una sala da pranzo in cui il visconte attendeva la

moglie, una sala splendente di quello sfarzo della mensa che sotto la Restaurazione raggiunse notoriamente

l'apice. Il signor de Beauséant, come molte persone disincantate, non apprezzava ormai altri piaceri che quelli

della buona tavola. Quanto a ghiottoneria, apparteneva alla scuola di Luigi XVIII e del duca d'Escars. La sua

tavola presentava quindi un duplice sfarzo, quello del contenente e quello del contenuto. Mai simile spettacolo

aveva colpito gli occhi di Eugène, che cenava per la prima volta in una di quelle case dove la grandezza sociale è

ereditaria. La moda aveva da poco soppresso le cene che un tempo concludevano i balli dell'Impero, in cui i

militari avevano bisogno di attingere le forze per prepararsi a tutte le battaglie che li attendevano all'interno come

all'esterno. Fino a quel momento Eugène aveva assistito solo a qualche ballo. La disinvoltura che in seguito lo

distinse in sommo grado, e che allora cominciava ad assumere, gli impedì di apparire scioccamente sbalordito.

Ma vedendo l'argenteria cesellata e le mille ricercatezze di una tavola sontuosa, ammirando per la prima volta un

servizio svolto silenziosamente, era difficile per un uomo dotato di una fervida immaginazione non preferire

quella vita costantemente elegante alla vita di privazioni che in mattinata aveva voluto abbracciare. Il pensiero lo

riproiettò, per un attimo, nella sua pensione familiare; ne provò un orrore così profondo che si giurò di lasciarla in

gennaio, sia per alloggiare in una casa decente che per sfuggire Vautrin, di cui sentiva sulla spalla la larga mano.

Se si pensa alle mille forme che assume a Parigi la corruzione, dichiarata o nascosta, un uomo di buon senso si

chiede per quale aberrazione lo Stato vi crei delle scuole, vi raduni dei giovani, come mai le belle donne vi siano

rispettate, come mai l'oro esposto dai cambiavalute non scompaia magicamente dalle loro ciotole. Ma se si pensa

che vi sono pochi esempi di delitti, persino tra i reati commessi dai giovani, quale rispetto si deve provare per

questi pazienti Tantali che lottano contro se stessi, risultando quasi sempre vittoriosi! Se fosse descritto

adeguatamente nella sua battaglia contro Parigi, il povero studente fornirebbe uno dei soggetti più drammatici

della nostra civiltà moderna. La signora de Beauséant guardava vanamente Eugène per invitarlo a parlare, ma in

presenza del visconte questi non volle dire niente.

«Mi accompagna stasera agli Italiens?», chiese la viscontessa al marito.

«Sa bene con quale piacere le ubbidirei», rispose il visconte con un'ironica galanteria, fatta per trarre in

inganno lo studente, «ma devo raggiungere una persona al Varietà».

"La sua amante", si disse la moglie.

«Non c'è d'Ajuda stasera?», chiese il visconte.

«No», rispose lei stizzita.

«Beh! Se le occorre assolutamente un braccio, prenda quello del signor de Rastignac».

La viscontessa guardò Eugène sorridendo.

«Sarà molto compromettente per lei», disse.

«Il francese ama il pericolo, perché vi trova la gloria, ha detto il signor de Chateaubriand», replicò

Eugène inchinandosi.

Qualche minuto dopo un veloce coupé lo portò al teatro alla moda a fianco della signora de Beauséant.

Lo studente credette a un incantesimo quando entrò in un palco centrale e si sentì il bersaglio di tutti gli

occhialini, alla stessa stregua della viscontessa che indossava un abito delizioso. Passava di stupore in stupore.

«Doveva parlarmi», gli disse la signora de Beauséant. «Ah, ecco la signora de Nucingen a tre palchi dal

nostro. Sua sorella e il signor de Trailles sono dall'altra parte».

Così dicendo, la viscontessa guardava il palco dove sarebbe dovuta essere la signorina de Rochefide, e

non vedendo il signor d'Ajuda il viso le risplendette.

«È deliziosa», disse Eugène dopo aver guardato la signora de Nucingen.

«Ha le ciglia bianche».

«Sì, ma che vita sottile!».

«Ha le mani grosse».

«Che begli occhi!».

«Ha il viso lungo».

«Ma la forma lunga denota distinzione».

«Fortuna per lei che abbia almeno quella. Guardi come prende e lascia cadere l'occhialino.

L'ascendenza Goriot fa capolino da tutti i suoi gesti», disse la viscontessa con grande stupore di Eugène. In realtà

la viscontessa sbirciava la sala e sembrava non badasse alla signora de Nucingen, di cui peraltro non perdeva un

gesto. Il pubblico era di una bellezza raffinata. Delphine de Nucingen si sentiva non poco lusingata dall'attenzione

esclusiva del giovane, elegante e bel cugino della signora de Beauséant, il quale non guardava che lei.

«Se continua a divorarla con gli occhi, farà scandalo, signor de Rastignac. Non combinerà niente di

buono, se si butta così a capofitto sulla gente».

«Mia cara cugina», disse Eugène, «lei mi ha già protetto molto; se vuole completare l'opera, le

domando solo un ultimo favore che le costerà poco e mi sarà di grande aiuto. Sono innamorato».

«Di già?».

«Sì».

«Di quella donna?».

«Avrei qualche probabilità di essere bene accolto altrove?», chiese lanciando uno sguardo penetrante

alla cugina. «La duchessa di Carigliano è amica della duchessa de Berry», riprese dopo una pausa. «Lei deve

vederla, abbia la bontà di presentarmi e di condurmi al ballo che darà lunedì. Incontrerò la signora de Nucingen e

darò inizio alle scaramucce».

«Volentieri», rispose. «Se se ne sente già attratto, i suoi affari di cuore promettono bene. Ecco de

Marsay nel palco della principessa Galathionne. La signora de Nucingen soffre le pene dell'inferno e si sente

indispettita. Non c'è momento migliore per affrontare una donna, soprattutto la moglie di un banchiere. Tutte le

signore della Chaussée-d'Antin amano la vendetta».

«Che cosa farebbe, lei, in un caso del genere?».

«Io soffrirei in silenzio».

In quel momento il marchese d'Ajuda si presentò nel palco della signora de Beauséant.

«Ho trascurato i miei affari per venire a raggiungerla», disse. «Glielo dico perché non sia considerato

un sacrificio».

Il viso raggiante della viscontessa insegnò a Eugène a riconoscere l'espressione di un autentico amore e

a non confonderla con le smorfie della civetteria parigina. Ammirò la cugina, ammutolì e sospirando cedette il

posto al signor d'Ajuda. "Che nobile, che sublime creatura è una donna che ama così!", si disse. "E quest'uomo la

tradirebbe per una bambola! Come si può tradirla?". Il cuore gli si riempì di una rabbia infantile. Avrebbe voluto

rotolarsi ai piedi della signora de Beauséant, avere il potere dei demoni per portarsela via nel cuore, come

un'aquila rapisce dalla pianura e si porta nel nido una capretta bianca ancora lattante. Si sentiva umiliato per

essere in quel grande museo della bellezza senza il proprio quadro, senza un'amante sua. "Avere un'amante è una

condizione quasi regale", si diceva, "è il segno della potenza!". E guardò la signora de Nucingen come un uomo

insultato guarda il proprio avversario. La viscontessa si volse verso di lui per ringraziarlo mille volte, con una

strizzatina d'occhio, della sua discrezione. Il primo atto era finito.

«Lei conosce abbastanza bene la signora de Nucingen per presentarle il signor de Rastignac?», chiese la

viscontessa al marchese d'Ajuda.

«Sarà certamente molto lieta di conoscere il signore», rispose il marchese.

Il bel portoghese si alzò, prese sottobraccio lo studente che in un batter d'occhio si trovò accanto alla

signora de Nucingen.

«Signora baronessa», disse il marchese, «ho l'onore di presentarle il cavaliere Eugène de Rastignac, un

cugino della viscontessa de Beauséant. Lei lo ha così vivamente impressionato, che ho voluto rendere completa la

sua felicità avvicinandolo al suo idolo».

Tali parole furono dette con un certo tono canzonatorio per attenuarne il senso un tantino brutale, che

peraltro, se ben dissimulato, non dispiace mai a una donna. La signora de Nucingen sorrise e offrì a Eugène il

posto del marito che si era appena allontanato.

«Non oso proporle di restare accanto a me, signore», gli disse. «Quando si ha la fortuna di essere in

compagnia della signora de Beauséant, ci si resta».

«Credo invece», le rispose sottovoce Eugène, «che se voglio piacere a mia cugina, dovrò restare qui.

Prima che arrivasse il marchese, parlavamo di lei e della distinzione di tutta la sua persona», soggiunse ad alta

voce.

Il signor d'Ajuda si ritirò.

«Davvero, signore», disse la baronessa, «lei resterà con me? Faremo dunque conoscenza, la signora de

Restaud mi aveva già fatto nascere il più vivo desiderio d'incontrarla».

«Allora è molto falsa, dal momento che mi ha vietato l'accesso in casa sua».

«Come mai?».

«Signora, avrò l'onestà di dirgliene la ragione, ma esigo tutta la sua indulgenza confidandole un simile

segreto. Sono il vicino di suo padre e ignoravo che la signora de Restaud fosse sua figlia. Ho commesso

l'imprudenza di parlarne in piena innocenza e ho irritato sua sorella e suo cognato. Lei non può credere come la

duchessa de Langeais e mia cugina abbiano trovato di cattivo gusto questa apostasia filiale. Ho raccontato loro la

scena e ne hanno riso pazzamente. È stato allora che facendo un parallelo tra lei e sua sorella, la signora de

Beauséant mi ha parlato molto bene di lei dicendomi come fosse buona con il mio vicino, il signor Goriot. E

come potrebbe non amarlo? Lui l'adora con tale passione che ne sono già geloso. Stamani abbiamo parlato di lei

per due ore. Poi, tutto preso da ciò che suo padre mi aveva raccontato, stasera, mentre cenavo con mia cugina le

dicevo che lei non poteva essere bella quanto è affettuosa. Volendo probabilmente favorire una così calda

ammirazione, la signora de Beauséant mi ha condotto qui, dicendomi con la sua solita grazia che l'avrei vista».

«Come, signore», disse la moglie del banchiere, «devo già esserle riconoscente? Ancora un po' e

saremo dei vecchi amici».

«Benché l'amicizia con lei debba essere un sentimento poco ordinario», disse Rastignac, «non intendo

essere mai suo amico».

Questi sciocchi stereotipi ad uso dei principianti sembrano sempre deliziosi alle donne e sono mediocri

solo se considerati a freddo. Il gesto, l'accento, lo sguardo di un giovane conferiscono ad essi un

incommensurabile valore. La signora de Nucingen trovò molto fascino in Rastignac. Poi, come tutte le donne, non

potendo rispondere alle domande così decise dello studente, cambiò argomento.

«Sì, mia sorella fa male a comportarsi così con il nostro povero padre, che per noi è stato davvero un

dio. Il signor de Nucingen ha dovuto ordinarmi esplicitamente di vedere mio padre solo la mattina, perché cedessi

su questo punto. Ma è stato un gran dolore per molto tempo. Piangevo sempre. Queste violenze, sopravvenute

dopo le brutalità del matrimonio, sono state una delle cause che hanno maggiormente turbato la mia unione. Agli

occhi della gente sono certamente la donna più felice di Parigi, in realtà sono la più infelice. Lei troverà che sono

folle a parlarle così. Ma conosce mio padre e perciò non può essermi estraneo».

«Lei non ha mai incontrato nessuno», le disse Eugène, «animato da un più vivo desiderio di

appartenerle. Che cosa cercate tutte? La felicità», riprese con una voce che andava diritta al cuore. «Ebbene, se

per una donna la felicità consiste nell'essere amata, adorata, nell'avere un amico al quale possa confidare desideri,

fantasie, dolori e gioie, nel mostrare a nudo la propria anima con i suoi piacevoli difetti e le sue belle qualità senza

timore di essere tradita, mi creda, questo cuore devoto, sempre ardente, lo si può trovare soltanto in un uomo

giovane, pieno di illusioni, pronto a morire a un solo cenno, un giovane che ancora non sa niente del mondo e non

vuole saperne niente, perché lei diventa per lui il mondo. Io, vede, lei riderà della mia ingenuità, arrivo senza

nessuna esperienza dal fondo di una provincia, dove ho conosciuto solo anime belle, e pensavo di restare senza

amore. Mi è accaduto d'incontrare mia cugina che mi ha avvicinato troppo al suo cuore facendomi indovinare i

mille tesori della passione. Come Cherubino, sono l'amante di tutte le donne, in attesa di potermi dedicare a

qualcuna di loro. Nel vederla, quando sono entrato, mi sono sentito trasportare verso di lei come da una corrente.

Avevo già talmente pensato a lei! Ma non l'avevo sognata bella com'è in realtà. La signora de Beauséant mi ha

ordinato di non guardarla troppo, ma lei non sa come sia attraente contemplare le sue belle labbra, il suo bianco

incarnato, i suoi occhi così dolci. Anch'io le dico delle follie, ma me le lasci dire».

Alle donne niente piace più del sentirsi declamare tali dolci parole. Le sta a sentire anche la più austera

bigotta, pur non potendo rispondere. Dopo quell'inizio, Rastignac sgranò il suo rosario con voce galantemente

sorda, mentre la signora de Nucingen lo incoraggiava con dei sorrisi, guardando di tanto in tanto de Marsay che

non si allontanava dal palco della principessa Galathionne. Rastignac rimase con la signora de Nucingen finché il

marito non venne a prenderla.

«Signora», le disse Eugène, «avrò il piacere di venirla a trovare prima del ballo della duchessa di

Carigliano».

«Visto che la zignora lo ezorta», disse il barone, un massiccio alsaziano la cui faccia rotonda

manifestava un pericoloso acume, «lei è zicuro di ezere pen ricevuto».

"Le mie faccende si mettono bene, dal momento che non si è troppo sgomentata nel sentirmi dire: 'Mi

vorrà bene?'. Ho messo il morso al cavallo, saltiamo in groppa e guidiamolo", si disse Eugène recandosi a salutare

la signora de Beauséant che si stava alzando per andarsene con d'Ajuda. Il povero studente non sapeva che la

baronessa era distratta e stava aspettando da de Marsay una di quelle lettere decisive che straziano l'anima. Tutto

felice del suo immaginario successo, Eugène accompagnò la viscontessa fino al peristilio, dove si attendono le

carrozze.

«Suo cugino non sembra più lo stesso», disse ridendo il portoghese alla viscontessa quando Eugène li

ebbe lasciati. «Farà saltare il banco. Guizza come un'anguilla, e credo che andrà lontano. Lei sola poteva essere

capace di scegliergli una donna proprio nel momento in cui ha bisogno di essere consolata».

«Bisogna però sapere», rispose la signora de Beauséant, «se lei ama ancora l'uomo che l'abbandona».

Lo studente tornò a piedi dal Théâtre des Italiens alla rue Neuve-Sainte-Geneviève, accarezzando i più

dolci progetti. Aveva ben notato con quale attenzione la signora de Restaud l'aveva scrutato, sia nel palco della

viscontessa che in quello della signora de Nucingen, e ne dedusse che la porta della contessa non gli sarebbe stata

più chiusa. Cosicché stava già per assicurarsi quattro amicizie importanti in seno all'alta società parigina, dato che

era fermamente deciso a piacere alla moglie del maresciallo. Senza stare a rimuginare sui mezzi, intuiva in

anticipo che nel complicato gioco degli interessi di questo mondo, doveva aggrapparsi a un ingranaggio per

trovarsi al vertice della macchina, di cui si sentiva in grado di fermare la ruota. "Se la signora de Nucingen

s'interessa a me, le insegnerò a manovrare il marito. È un marito che fa affari d'oro e potrebbe aiutarmi ad

accumulare una fortuna in men che non si dica". Non si diceva queste cose in maniera così cruda, non aveva

ancora abbastanza senso politico per interpretare una situazione, apprezzarla e valutarla. Erano idee che

fluttuavano all'orizzonte come leggere nuvolette, e benché non fossero brutali come quelle di Vautrin, al crogiolo

della coscienza non sarebbero risultate poi molto pure. Con una serie di transazioni del genere, gli uomini

arrivano a quella morale rilassata che si pratica nella nostra epoca, in cui s'incontrano più raramente che mai

quegli uomini quadrati, quelle salde volontà che non si piegano mai al male, a cui il minimo scarto dalla retta via

appare un delitto: magnifiche immagini di probità che ci sono valse due capolavori, Alceste di Molière e più di

recente Jenny Deans e suo padre nell'opera di Walter Scott. Forse l'opera opposta, la descrizione delle spire in cui

si avvolge la coscienza di un uomo di mondo, di un ambizioso, tentando di rasentare il male per arrivare allo

scopo salvando le apparenze, non sarebbe né meno bella né meno drammatica. Arrivando alla soglia della

pensione, Rastignac si era innamorato della signora de Nucingen, che gli era parsa snella e sottile come una

rondine. L'inebriante dolcezza degli occhi, la grana delicata e serica della pelle sotto cui gli era sembrato di veder

scorrere il sangue, il suono incantatore della voce, i biondi capelli, tutto gli tornava alla mente, e forse la

camminata, mettendogli in movimento il sangue, aveva contribuito alla suggestione. Lo studente bussò

energicamente alla porta di papà Goriot.

«Mio caro vicino», disse, «ho visto la signora Delphine».

«Dove?».

«Agli Italiens».

«Si divertiva? Entri, la prego». E il buon uomo, che si era alzato in camicia, aprì la porta e tornò subito

a letto.

«Allora mi parli di lei», pregò.

Eugène, che si trovava per la prima volta nella camera di papà Goriot, non riuscì a reprimere un moto di

stupore vedendo la stamberga in cui viveva il padre, dopo aver ammirato l'abito della figlia. La finestra era senza

tende, la carta da parati si staccava dai muri in diversi punti a causa dell'umidità e si accartocciava lasciando

intravedere l'intonaco ingiallito dal fumo. L'uomo giaceva su un letto sgangherato, aveva solo una coperta leggera

e un copripiedi imbottito fatto con i pezzi ancora utilizzabili degli abiti vecchi della signora Vauquer. Il

pavimento era umido e polveroso. Di fronte alla finestra c'era uno di quei vecchi comò panciuti di legno di rosa,

che hanno maniglie di ottone a forma di tralci, con foglie o fiori; un vecchio mobile con il ripiano di legno su cui

era posata una catinella con dentro la brocca dell'acqua e tutto il necessario per radersi. In un angolo, le scarpe; a

capo del letto, un comodino senza sportello né marmo; all'angolo del caminetto, dove non c'era traccia di fuoco, il

tavolo quadrato di noce, la cui traversa era servita a papà Goriot per torcere la ciotola di vermeil. Un secrétaire

malandato sul quale era posato il cappello del vecchio, una poltrona scura, impagliata, e due sedie completavano

il miserabile mobilio. La punta del baldacchino, attaccata al soffitto con uno straccio, reggeva un logoro pannello

di stoffa a quadri bianchi e rossi. La soffitta del più povero dei fattorini era sicuramente arredata meno

squallidamente della camera di papà Goriot nella pensione della signora Vauquer. L'aspetto di quella camera dava

i brividi e stringeva il cuore, somigliante com'era alla più triste cella di una prigione. Per fortuna Goriot non vide

l'espressione che si dipinse sul viso di Eugène quando posò la candela sul comodino. Il vecchio si girò dalla sua

parte restando coperto fino al mento.

«Allora, chi preferisce tra la signora de Restaud e la signora de Nucingen?».

«Preferisco la signora Delphine», rispose lo studente, «perché le vuol più bene».

A quella frase detta con calore, il vecchio tirò fuori il braccio dal letto e gli strinse la mano.

«Grazie, grazie», rispose commosso. «Che cosa le ha detto di me?».

Lo studente ripeté le parole della baronessa abbellendole, e il vecchio le ascoltò come se udisse la

parola di Dio.

«Cara figliola! Sì, sì mi vuol bene. Ma non creda a quello che le ha detto di Anastasie. Le due sorelle

sono gelose, capisce? È un'altra prova della loro tenerezza. Anche la signora de Restaud mi vuol bene. Lo so. Un

padre è con i figli come Dio è con noi, penetra nel profondo dei cuori e giudica le intenzioni. Sono entrambe

ugualmente affettuose. Oh, se avessi avuto dei buoni generi, sarei stato troppo felice. Forse quaggiù non esiste

felicità completa. Se fossi vissuto da loro... solo a sentire le loro voci, saperle lì, vederle andare e venire come

quando le avevo in casa con me, mi avrebbe fatto balzare il cuore dalla gioia. Erano vestite bene?».

«Sì», disse Eugène. «Ma, signor Goriot, com'è possibile che con delle figliole sistemate tanto bene, lei

possa vivere in un tugurio simile?».

«Beh», rispose con apparente noncuranza, «a che mi servirebbe stare meglio? Non riuscirei a

spiegarglielo; non so neanche mettere insieme due parole. È tutto qui», soggiunse battendosi il cuore. «Tutta la

mia vita, per me, è nelle mie due figliole. Se loro si divertono, se sono felici, ben vestite, se camminano su dei

tappeti, che importanza ha la stoffa che mi veste e il posto dove dormo? Non ho freddo se loro hanno caldo, non

mi annoio mai se loro ridono. Le mie sole pene sono le loro. Quando sarà padre, quando si dirà, sentendo

cinguettare i suoi bambini: "Sono io che li ho fatti", e sentirà quelle creaturine legate a ogni goccia del suo

sangue, di cui hanno rappresentato la miglior parte, perché è così!, si crederà attaccato alla loro pelle, mosso dai

loro stessi passi. La loro voce mi risponde ovunque. Un loro sguardo, quando è triste, mi gela il sangue. Un

giorno saprà che si è molto più felici della loro felicità che della propria. Non glielo so spiegare: sono moti interni

che spandono serenità ovunque. Insomma, io vivo tre volte. Vuole che le dica una cosa curiosa? Ebbene, quando

sono diventato padre, ho capito Dio. Egli è tutto quanto in ogni luogo, poiché la creazione è opera sua. Io sono

così con le mie figliole, signore. Solo che io amo le mie figliole più di quanto Dio ami il mondo, perché il mondo

non è bello come Dio, e invece le mie figliole sono più belle di me. Fanno talmente parte della mia anima, che

m'immaginavo che stasera le avrebbe viste. Mio Dio! Un uomo che sapesse rendere la mia piccola Delphine felice

come lo è una donna quando si sente amata... gli lustrerei gli stivali, sarei sempre al suo servizio. Ho saputo dalla

cameriera che quel signor de Marsay è un bastardo. Mi è venuta voglia di torcergli il collo. Non amare un gioiello

di donna, una voce di usignolo, bella come la modella di un artista! Dove mai aveva gli occhi per sposare quello

zotico d'alsaziano? Tutte e due avevano bisogno di bei giovani garbati. Insomma, hanno fatto a modo loro».

Papà Goriot era sublime. Mai Eugène aveva potuto vederlo illuminato dall'ardore della passione

paterna. È davvero degna di nota la potenza che sanno infondere i sentimenti. Per quanto una creatura sia rozza,

non appena esprime un affetto forte e autentico, ne emana un fluido particolare che modifica la fisionomia, anima

il gesto, colora la voce. Spesso l'essere più sciocco, sotto l'impulso della passione, riesce ad essere altamente

eloquente nell'idea, se non nel linguaggio, e pare muoversi in una sfera luminosa. In quel momento c'era nella

voce, nei gesti del vecchio, la potenza comunicativa che rivela il grande attore. Ma i nostri bei sentimenti non

sono la poesia della volontà?

«Beh, forse non le dispiacerà sapere che Delphine romperà di sicuro con quel de Marsay. Quel bel tipo

l'ha abbandonata per legarsi alla principessa Galathionne. Quanto a me, stasera mi sono innamorato della signora

Delphine».

«Ah!», esclamò papà Goriot.

«Sì. Non le sono dispiaciuto. Abbiamo parlato d'amore per un'ora e dopodomani, sabato, devo andare a

trovarla».

«Oh! Quanto l'amerei, mio caro signore, se piacesse a mia figlia. Lei è buono, non la tormenterebbe. Se

la tradisse, per cominciare le taglierei la testa. Una donna non ha due amori, capisce? Mio Dio! Ma io sto dicendo

delle sciocchezze, signor Eugène. Fa freddo qui per lei. Mio Dio! Allora l'ha sentita, che cosa le ha detto per me?».

"Niente", disse fra sé Eugène. «Mi ha detto», rispose ad alta voce, «che le manda un bel bacio filiale».

«La saluto, mio buon vicino, dorma bene, faccia dei bei sogni; i miei sono assicurati grazie alle sue

parole. Che Dio esaudisca tutti i suoi desideri! Stasera lei è stato per me come un angelo buono; mi ha portato

l'aria di mia figlia».

"Pover'uomo", si disse Eugène andando a dormire, "toccherebbe un cuore di pietra. Sua figlia non ha

pensato a lui più che al Gran Turco".

Dopo quella conversazione, papà Goriot vide nel vicino un confidente insperato, un amico. Si erano

stabiliti fra loro i soli rapporti per cui il vecchio potesse affezionarsi a un altro uomo. Le passioni non fanno mai

calcoli sbagliati. Se Eugène le fosse diventato caro, papà Goriot si sarebbe sentito più vicino a Delphine, meglio

accolto. Tra l'altro aveva confidato al giovane uno dei suoi dolori. La signora de Nucingen, alla quale augurava

ogni bene mille volte al giorno, non aveva conosciuto le dolcezze dell'amore. Di certo Eugène era, per usare la

sua espressione, uno dei giovani più amabili che avesse mai incontrato, e aveva come il presentimento che

avrebbe dato alla figlia tutti i piaceri che non aveva mai conosciuto. Il buon uomo provò quindi per il suo vicino

un'amicizia sempre crescente, e senza la quale sarebbe stato probabilmente impossibile conoscere l'epilogo di

questa storia. L'indomani mattina, a colazione, l'ostentazione con cui papà Goriot guardava Eugène accanto al

quale si era seduto, le poche parole che gli disse e il cambiamento della sua fisionomia, di solito simile a una

maschera di gesso, sorpresero i pensionanti. Vautrin, che rivedeva lo studente per la prima volta dopo la loro

conversazione, sembrava gli volesse leggere nell'anima. Ricordandosi del progetto di quell'uomo, Eugène, che

prima di addormentarsi, durante la notte, aveva misurato gli ampi orizzonti apertisi ai suoi occhi, pensò

inevitabilmente alla dote della signorina Taillefer e non poté fare a meno di guardare Victorine come il giovane

più virtuoso guarda una ricca ereditiera. Casualmente i loro occhi s'incontrarono. La povera ragazza, com'è ovvio,

trovò Eugène affascinante nel suo abito nuovo. L'occhiata che si scambiarono fu abbastanza significativa perché

Rastignac non dubitasse di essere oggetto di quei confusi desideri che assalgono tutte le fanciulle e che esse

collegano al primo essere seducente. Una voce gli gridava: "Ottocentomila franchi!". Ma di colpo si rituffò nei

ricordi del giorno prima, e pensò che la sua voluta passione per la signora de Nucingen era l'antidoto dei suoi

cattivi pensieri involontari.

«Ieri davano agli Italiens Il barbiere di Siviglia di Rossini. Non avevo mai sentito una musica così

deliziosa», disse. «Mio Dio! Che fortuna avere un palco agli Italiens!».

Papà Goriot colse la frase al volo come un cane coglie un movimento del padrone.

«Voi uomini», fece la signora Vauquer, «siete come pascià, fate tutto quello che vi piace».

«Com'è tornato?», chiese Vautrin.

«A piedi», rispose Eugène.

«A me», riprese il tentatore, «non piacerebbero i piaceri a metà; vorrei andare a teatro con la mia

carrozza, nel mio palco, e tornarmene con ogni comodità. Tutto o niente. Ecco il mio motto».

«Un buon motto», osservò la signora Vauquer.

«Forse lei andrà a trovare la signora de Nucingen», disse sottovoce Eugène a papà Goriot. «L'accoglierà

di certo a braccia aperte; vorrà sapere da lei mille particolari sul mio conto. Ho saputo che sua figlia farebbe di

tutto per essere ricevuta da mia cugina, la viscontessa de Beauséant. Non dimentichi di dirle che l'amo troppo per

non procurarle questa soddisfazione».

Rastignac se ne andò senza attendere oltre alla facoltà di Giurisprudenza, volendo restare il meno

possibile in quella odiosa pensione. Girovagò per quasi tutto il giorno, in preda a quella febbrile agitazione nota a

tutti i giovani che nutrono speranze troppo vive. I ragionamenti di Vautrin lo stavano inducendo a riflettere sulla

vità di società, proprio quando incontrò il suo amico Bianchon nei giardini del Lussemburgo.

«Che cosa ti provoca quest'aria grave?», gli chiese lo studente di medicina prendendolo a braccetto per

passeggiare davanti al palazzo.

«Sono tormentato da brutte idee».

«Di che genere? Si guariscono, le idee».

«In che modo?».

«Soccombendovi».

«Tu ridi senza sapere di che si tratta. Hai letto Rousseau?».

«Sì».

«Ti ricordi di quel passo in cui chiede al lettore che cosa farebbe se potesse arricchirsi uccidendo un

vecchio mandarino in Cina, per effetto della sola volontà, senza muoversi da Parigi?».

«Sì».

«Allora?».

«Bah! Io sono già al mio trentatreesimo mandarino».

«Non scherzare. Andiamo, se ti dimostrano che è una cosa possibile e che basta un cenno del capo, la

faresti?».

«È molto vecchio, il mandarino? Ma! Giovane o vecchio, paralitico o in buona salute, sinceramente... In

fede mia! Ebbene, no».

«Sei un bravo ragazzo, Bianchon. Ma se tu amassi una donna da avere l'anima in subbuglio, e le

occorresse del denaro, molto denaro per gli abiti, la carrozza, insomma per tutti i suoi capricci?».

«Ma tu mi togli la ragione, e vuoi che ragioni».

«Beh, Bianchon, io sono pazzo, guariscimi. Ho due sorelle che sono angeli di bontà, di candore, e

voglio che siano felici. Dove trovare duecentomila franchi per la loro dote di qui a cinque anni? Capisci, ci sono

circostanze nella vita in cui bisogna puntare forte e non sprecare la propria felicità per guadagnare qualche soldo».

«Ma tu mi fai la domanda che si pone per tutti all'inizio della vita e vuoi tagliare il nodo gordiano con la

spada. Per comportarsi così, mio caro, bisogna essere Alessandro, sennò si va in galera. Io sono contento della

modesta esistenza che mi creerò in provincia, dove succederò semplicemente a mio padre. Gli affetti umani si

appagano in una cerchia ristretta non meno che in un raggio immenso. Napoleone non cenava due volte e non

poteva avere più amanti di uno studente di medicina, quando è interno ai Capucins. La nostra felicità, mio caro,

starà sempre tra la pianta dei piedi e l'occipite. E sia che costi un milione all'anno o cento luigi, la percezione

intrinseca è la stessa dentro di noi. Perciò concludo a favore della vita del cinese».

«Grazie, mi hai fatto bene, Bianchon! Saremo sempre amici».

«Di' un po'», riprese lo studente di medicina, «uscendo dalla lezione di Cuvier al Jardin des Plantes, ho

scorto la Michonneau e il Poiret mentre parlavano su una panchina con un signore che avevo visto durante i

disordini dell'anno scorso vicino alla Camera dei deputati. Ho avuto l'impressione che fosse uno della polizia

travestito da bravo borghese che vive di rendita. Teniamo d'occhio quella coppia: ti dirò poi perché. Ciao, vado a

rispondere all'appello delle quattro».

Quando Eugène tornò alla pensione, trovò papà Goriot che l'aspettava.

«Tenga», disse il vecchio, «ecco una lettera di lei. Che bella calligrafia, vero?».

Eugène dissigillò la lettera e lesse:

«Signore, mio padre mi ha detto che le piaceva la musica italiana. Sarei lieta se mi facesse il favore di

accettare un posto nel mio palco. Sabato avremo la Fodor e Pellegrini, perciò sono sicura che non rifiuterà. Il

signor de Nucingen si unisce a me per pregarla di venire a cena da noi senza cerimonie. Se accetta, lo farà

felicissimo, perché lo esonererà dal dovere coniugale di accompagnarmi. Non mi risponda, venga e gradisca i

miei saluti.

D. de N.»

«Me la faccia vedere», disse il vecchio a Eugène quando ebbe letto la lettera. «Andrà, non è vero?»,

soggiunse dopo aver fiutato la carta. «Come profuma! E dire che le sue dita l'hanno toccato!».

"Una donna non si butta così tra le braccia di un uomo", si diceva lo studente. "Vuol servirsi di me per

riconquistare de Marsay. Solo il dispetto può indurre a fare di queste cose".

«Allora», disse papà Goriot, «a che cosa sta pensando?».

Eugène non sapeva niente della delirante vanità che in quel momento coglieva certe donne, né sapeva

che per aprirsi una porta del faubourg Saint-Germain, la moglie di un banchiere era capace di tutti i sacrifici. A

quell'epoca, la moda cominciava a porre al di sopra di tutte le altre donne quelle che venivano ammesse nella

società del faubourg Saint-Germain, dette le signore del Petit-Château. Tra queste primeggiavano la signora de

Beauséant, la duchessa de Langeais, sua amica, e la duchessa de Manfrigneuse. Solo Rastignac ignorava con

quale furore le donne della Chaussée-d'Antin desiderassero entrare nella sfera superiore dove brillavano le

costellazioni del loro sesso. Ma la sua diffidenza gli giovò, conferendogli freddezza e il triste potere di porre

condizioni invece di subirne.

«Sì, andrò», rispose.

Era perciò la curiosità a portarlo dalla signora de Nucingen, mentre se la donna l'avesse disdegnato,

forse ve l'avrebbe condotto la passione. Attese tuttavia l'indomani e l'ora di andare con una sorta d'impazienza.

Per un giovane, il primo intrigo amoroso possiede forse lo stesso fascino di un primo amore. La certezza del

successo suscita mille felicità che gli uomini non confessano, e che costituiscono tutto il fascino di certe donne. Il

desiderio nasce sia dalla difficoltà che dalla facilità dei trionfi. Tutte le passioni degli uomini sono sicuramente

stimolate o alimentate dall'una o l'altra di queste due cause, che dividono il regno dell'amore. Forse tale divisione

si connette al problema dei temperamenti che, per quanto se ne dica, domina la società umana. Se i malinconici

hanno bisogno del tonico delle civetterie, può darsi che i nervosi o i sanguigni abbandonino il campo se la

resistenza dura troppo. In altri termini, l'elegia è essenzialmente linfatica come il ditirambo è bilioso. Mentre si

preparava, Eugène assaporò tutte quelle piccole gioie di cui i giovani non osano parlare per paura di essere presi

in giro, ma che solleticano l'amor proprio. Si riordinava i capelli pensando che lo sguardo di una bella donna si

sarebbe insinuato tra i riccioli neri. Si permise qualche smorfia puerile come avrebbe fatto una fanciulla

vestendosi per il ballo. Lisciandosi l'abito, si guardò compiaciuto la figura snella. "Certo che c'è di peggio!",

pensò. Poi scese quando tutti i clienti della pensione erano a tavola, e accolse allegramente la salve di sciocchezze

che scatenò la sua eleganza. Una caratteristica tipica delle pensioni familiari è lo stupore che suscita un

abbigliamento accurato. Non si può indossare un vestito nuovo senza che ciascuno dica la sua.

«Kt, kt, kt, kt», fece Bianchon schioccando la lingua contro il palato, come per pungolare un cavallo.

«Aria da duca e da Pari!», disse la signora Vauquer.

«Il signore se ne va a fare conquiste?», s'informò la signorina Michonneau.

«Chicchirichì!», gridò il pittore.

«I miei omaggi alla sua signora sposa», disse l'impiegato del Museo.

«Il signore ha una sposa?», chiese Poiret.

«Una sposa a scomparti, galleggia sull'acqua, colori solidi, garantiti, prezzo da venticinque a quaranta,

disegno a quadri ultima moda, lavabile, bella da portare, metà filo, metà cotone, metà lana, guarisce dal mal di

denti e da altre malattie riconosciute dall'Accademia reale di Medicina! Eccellente inoltre per i bambini! Anche

migliore per mal di testa, ripienezza e altre malattie dell'esofago, degli occhi e delle orecchie», gridò Vautrin con

la comica volubilità e le intonazioni di un ciarlatano. «Ma quanto costa questa meraviglia, mi chiederete voi,

signori? Due soldi? No. Non costa niente. È una rimanenza delle forniture fatte al Gran Mogol, e che tutti i

sovrani d'Europa, compreso il grrrrrran duca del Baden, hanno voluto vedere! Entrate diritti davanti a voi! E

passate alla cassa. Avanti, musica! Brum, là là, trinn! là là, bum bum! Ehi, clarinettista, stai stonando», riprese

con voce roca, «ti picchierò sulle dita».

«Mio Dio! Com'è simpatico quell'uomo», disse la signora Vauquer alla signora Couture, «con lui non

mi annoierei mai».

Tra le risate e gli scherzi cui dette la stura quel discorso comicamente snocciolato, Eugène poté cogliere

lo sguardo furtivo della signorina Taillefer, che si chinò verso la signora Couture dicendole qualche parola

all'orecchio.

«Ecco il cabriolet», disse Sylvie.

«Dove va a cena?», chiese Bianchon.

«Dalla baronessa de Nucingen».

«La figlia del signor Goriot», precisò lo studente.

A quel nome gli sguardi conversero verso l'ex pastaio che contemplava Eugène con una sorta d'invidia.

Rastignac arrivò in rue Saint-Lazare, in una di quelle case graziose, dalle colonne sottili e i portici

angusti, che a Parigi costituiscono il bello, una vera casa da banchiere, piena di costose ricercatezze, di stucchi, di

pianerottoli in mosaico di marmo. Trovò la signora de Nucingen in un salottino adorno di dipinti italiani, il cui

arredo ricordava quello dei caffè. La baronessa era triste. Gli sforzi che fece per nascondere il suo dolore

interessarono vivamente Eugène in quanto non vi era alcun artificio. Credeva di rendere felice una donna con la

sua presenza, e la trovava disperata. La delusione pungolò il suo amor proprio.

«Non posso pretendere la sua confidenza, signora», disse dopo averla punzecchiata a proposito della

sua preoccupazione; «ma se la disturbassi - conto sulla sua sincerità - me lo dovrebbe dire francamente».

«Rimanga», rispose la donna, «sarei sola, se se ne andasse. Mio marito cena fuori e non vorrei restare

sola, ho bisogno di distrarmi».

«Ma che cos'ha?».

«Lei è l'ultima persona a cui potrei dirlo!», esclamò.

«Voglio capirlo, in qualche modo devo entrarci anch'io in questo segreto».

«Forse! Ma no», riprese, «sono litigi fra marito e moglie che devono restare sepolti in fondo al cuore.

Non glielo dicevo l'altro ieri? Non sono affatto felice. Le catene d'oro sono le più pesanti».

Quando una donna dice a un giovane che è infelice, e se il giovane è spiritoso, vestito bene, se ha in

tasca millecinquecento franchi da sperperare, deve pensare quello che pensò Eugène, e diventa fatuo. «Che cosa

può desiderare?», rispose. «È bella, giovane, amata, ricca».

«Non parliamo di me», replicò Delphine con un triste moto del capo. «Ceneremo insieme, noi due soli,

andremo ad ascoltare la musica più deliziosa che ci sia. Sono di suo gusto?», riprese alzandosi e mostrando l'abito

di cachemire bianco a motivi persiani di una sontuosa eleganza.

«Vorrei che fosse tutta mia», disse Eugène. «Lei è incantevole».

«Avrebbe una triste proprietà», replicò lei sorridendo amaramente. «Qui non c'è niente che le parli di

infelicità e tuttavia, nonostante le apparenze, sono disperata. I dispiaceri mi tolgono il sonno e diventerò brutta».

«Oh! Questo è impossibile», esclamò lo studente. «Ma sarei curioso di sapere quali siano queste pene

che un amore devoto non potrebbe cancellare!».

«Ah! Se gliele confidassi, fuggirebbe da me. Adesso lei mi ama perché fa parte della galanteria abituale

degli uomini, ma se mi amasse veramente, piomberebbe in una tremenda disperazione. Vede bene che devo

tacere. Per favore, parliamo d'altro. Venga a vedere i miei appartamenti».

«No, restiamo qui», rispose Eugène sedendosi su un divanetto davanti al fuoco, accanto alla signora de

Nucingen di cui afferrò con decisione la mano.

Non solo lei se la lasciò prendere, ma premette la mano del giovane con quella forza spasmodica che

rivela una forte emozione.

«Mi stia a sentire», disse Rastignac. «Se ha dei dispiaceri, me li deve confidare. Posso dimostrarle che

l'amo per lei stessa. O mi parlerà e mi dirà le sue pene perché possa cancellarle, anche se dovessi uccidere sei

uomini, o me ne andrò per non tornare mai più».

«Se è così», esclamò la donna battendosi la fronte per un'idea disperata che la colse, «la metterò

immediatamente alla prova». "Sì", soggiunse fra sé, "non c'è più altro mezzo", e suonò il campanello.

«La carrozza del barone è pronta?», chiese al cameriere.

«Sì, signora».

«La prendo io. A lui darà la mia con i miei cavalli. Non servirà la cena fino alle sette».

«Su, venga», disse a Eugène che credette di sognare trovandosi nel coupé del signor de Nucingen

accanto a quella donna.

«Al Palais-Royal», ordinò al cocchiere, «vicino al Théâtre-Français».

Durante il percorso, parve agitata e rifiutò di rispondere ai mille interrogativi di Eugène, il quale non

sapeva che pensare di quella resistenza muta, compatta, ottusa.

"Basta un attimo perché mi sfugga", si diceva.

Quando la carrozza si fermò, la baronessa guardò lo studente con uno sguardo che ne arginò le parole

impulsive, dettate da un impeto d'ira.

«Mi ama davvero?», chiese lei.

«Sì», rispose nascondendo l'inquietudine che l'andava cogliendo.

«Non penserà male di me, qualunque cosa le chieda?».

«No».

«È disposto a ubbidirmi?».

«Ciecamente».

«È andato qualche volta a giocare?», chiese lei con voce tremante.

«Mai».

«Ah! Che sollievo. Avrà fortuna. Ecco la mia borsa. Su, la prenda. Ci sono cento franchi, è tutto quanto

possiede questa donna così felice. Salga in una casa da gioco, non so dove siano, ma so che ce ne sono al Palais-

Royal. Rischi i cento franchi a un gioco chiamato la roulette, e perda tutto o me ne riporti seimila. Quando

tornerà, le racconterò le mie pene».

«Il diavolo mi porti se capisco qualcosa di quello che devo fare, ma le ubbidirò», disse Eugène con

gioia pensando che se Delphine si fosse compromessa con lui, non gli avrebbe rifiutato nulla.

Prende la bella borsa, corre al numero nove dopo essersi fatto indicare da un negoziante di abiti la più

vicina casa da gioco. Sale, si lascia prendere il cappello, poi entra e chiede dov'è la roulette. Tra lo stupore dei

clienti abituali, l'inserviente l'accompagna davanti a un lungo tavolo. Eugène, osservato da tutti i presenti, chiede

senza timidezza dove deve puntare.

«Se mette un luigi su uno solo di questi trentasei numeri, e il numero esce, le toccheranno trentasei

luigi», gli dice un vecchio signore rispettabile dai capelli bianchi.

Eugène lancia i cento franchi sul numero corrispondente alla sua età, ventuno. Si leva un grido di

stupore senza che lui abbia avuto il tempo di raccapezzarsi. Aveva vinto senza saperlo.

«Ritiri il denaro», gli suggerisce il vecchio signore, «non si vince due volte con questo sistema».

Eugène prende un rastrello che gli porge il vecchio signore, trae a sé i tremilaseicento franchi, e sempre

ignorando tutto del gioco, li punta sul rosso. Gli astanti lo guardano con invidia vedendo che continua a giocare.

Gira la ruota, lui vince ancora e il banchiere gli lancia ancora tremilaseicento franchi.

«Ora settemiladuecento franchi sono suoi», gli dice all'orecchio il vecchio signore. «Se mi dà retta, se

ne vada, il rosso è già uscito otto volte. Se ha un cuore caritatevole, ricompenserà questo buon consiglio

alleviando la miseria di un ex prefetto di Napoleone che si trova in grandi strettezze».

Rastignac stordito si lascia prendere dieci luigi dall'uomo con i capelli bianchi e scende con i settemila

franchi continuando a non capire niente del gioco, ma sbalordito dalla propria fortuna. «E così, dove mi porterà

adesso?», chiese mostrando i settemila franchi alla signora de Nucingen quando lo sportello fu richiuso.

Delphine lo strinse in un folle abbraccio e lo baciò con foga, ma senza passione. «Lei mi ha salvata!».

Fitte lacrime di gioia le scesero sulle guance. «Le dirò tutto, amico mio. Lei mi sarà amico, vero? Mi vede ricca,

opulenta, non mi manca niente o pare che non mi manchi niente. Ebbene! Sappia che il signor de Nucingen non

mi lascia disporre di un soldo: provvede a tutte le spese per la casa, le mie carrozze, i miei palchi, ma mi assegna

per gli abiti una somma irrisoria, riducendomi deliberatamente a una segreta miseria. Io sono troppo fiera per

implorarlo. Sarei davvero una creatura spregevole se accettassi il suo denaro al prezzo che esige! Come ho fatto,

io che possedevo settecentomila franchi, a farmi spogliare di tutto? Per fierezza, per sdegno. Si è così giovani,

così ingenue, all'inizio della vita coniugale! Le parole con cui avrei dovuto chiedere del denaro a mio marito mi

scottavano sulle labbra; non osavo mai, dilapidavo le mie economie e i soldi che mi dava il povero padre; poi mi

sono indebitata. Il matrimonio è per me un disinganno tremendo, non riesco neanche a parlargliene: le basti

sapere che mi butterei dalla finestra se dovessi vivere con Nucingen in appartamenti che non fossero separati.

Quando gli ho dovuto confessare i miei debiti di giovane donna, per dei gioielli, qualche capriccio (mio padre,

poverino, ci aveva abituate a non privarci di niente), ho sofferto le pene dell'inferno. Alla fine, però, ho trovato il

coraggio di confessarli. Non possedevo forse un patrimonio mio? Nucingen si è infuriato, mi ha detto che lo avrei

rovinato e altre cose orrende. Sarei voluta sprofondare. Dal momento che aveva preso la mia dote, ha pagato, ma

stabilendo da allora in poi, per le mie spese personali, un assegno al quale mi sono rassegnata per amor di pace.

Da quel momento, ho voluto corrispondere alle aspettative di qualcuno che lei conosce. Anche se ne sono stata

ingannata, avrei torto a non riconoscere la nobiltà del suo carattere. Comunque mi ha lasciata indegnamente! Un

uomo non dovrebbe mai abbandonare una donna alla quale si è gettato, in un giorno di difficoltà, un mucchio

d'oro. Un uomo deve amare sempre! Lei, con la sua anima bella di ventun anni, lei giovane e puro, mi chiederà

come fa una donna ad accettare dell'oro da un uomo. Dio mio! Non è forse naturale condividere ogni cosa con

l'essere al quale dobbiamo la nostra felicità? Quando ci si è dati tutto, come ci si può preoccupare di una particella

di questo tutto? Il denaro diventa importante solo nel momento in cui l'amore non esiste più. Non si è forse legati

per la vita? Quale donna, credendosi amata, pensa a una separazione? Voi ci giurate amore eterno, come avere

allora interessi distinti? Lei non sa quello che ho sofferto oggi, quando Nucingen ha recisamente rifiutato di darmi

seimila franchi, lui che li dà tutti i mesi alla sua amante, una ballerina dell'Opéra! Volevo uccidermi. Mi

passavano per la mente le idee più pazzesche. Ci sono stati momenti in cui invidiavo la sorte di una domestica,

della mia cameriera. Andare da mio padre, follia! Io e Anastasie l'abbiamo dissanguato: mio padre, poverino, si

sarebbe venduto se l'avessero pagato seimila franchi. Lo avrei fatto disperare invano. Lei mi ha salvato dalla

vergogna e dalla morte, ero folle di dolore. Ah! signore, le dovevo questa spiegazione: mi sono comportata da

insensata con lei. Quando mi ha lasciata, e l'ho perduto di vista, volevo fuggirmene a piedi... dove? Non lo so.

Questa è la vita di metà delle donne a Parigi: lusso apparente e crudeli affanni nell'anima. Conosco povere

creature ancor più infelici di me. Ci sono perfino donne costrette a chiedere fatture false ai loro fornitori. Altre

sono costrette a derubare i mariti: alcuni credono che i cachemire da cento luigi si paghino cinquecento franchi.

Ci sono delle poverette che fanno digiunare i figli e rubacchiano per avere un vestito. Io sono immune da questi

odiosi inganni. Ecco la mia più grande angoscia. Se certe donne si vendono ai mariti per dominarli, io almeno

sono libera. Potrei farmi coprire d'oro da de Nucingen, e preferisco piangere con la testa appoggiata sul cuore di

un uomo che possa stimare. Ah! Stasera il signor de Marsay non avrà il diritto di guardarmi come una donna che

lui ha pagato». Si prese il viso fra le mani per non mostrare le lacrime a Eugène, e questi glielo «MDFR»scoprì

per contemplarlo: era sublime, in quel modo. «Mescolare il denaro ai sentimenti, non è una cosa orribile? Lei non

mi potrà amare», disse la donna.

Quel miscuglio di buoni sentimenti, che rendono le donne tanto grandi, e di errori che la configurazione

attuale della società le costringe a commettere, sconvolse Eugène, che andava dicendo parole dolci e consolanti

mentre ammirava quella bella donna, così ingenuamente imprudente nel suo grido di dolore.

«Di quel che le ho detto, non se ne servirà contro di me, me lo prometta», soggiunse Delphine.

«Ah, signora, non ne sarei capace».

La donna gli prese la mano e se la mise sul cuore in un gesto pieno di riconoscenza e di dolcezza.

«Grazie a lei, eccomi di nuovo libera e allegra. Prima vivevo come stretta in un pugno di ferro, ora voglio vivere

semplicemente, non spendere niente. Lei mi troverà bella comunque, vero, amico mio? Tenga questo», disse

prendendo soltanto sei banconote. «In coscienza, le devo mille scudi, poiché avevo ritenuto giusto fare a metà con

lei». Eugène si schermì come una vergine, ma quando la baronessa gli ebbe detto: «La considero un nemico se

non vuole essere mio complice», prese il denaro. «Sarà un fondo di riserva in caso di bisogno», dichiarò lui.

«Ecco le parole che temevo», esclamò la donna impallidendo. «Se vuole che io sia qualcosa per lei, mi

giuri di non tornare più a giocare. Mio Dio! Io, corromperla! Ne morirei di dolore».

Erano arrivati. Il contrasto tra quella miseria e quell'opulenza stordiva lo studente, alle cui orecchie

risuonarono le sinistre parole di Vautrin. «Si metta lì», disse la baronessa entrando nella sua camera e indicando

un divanetto accanto al fuoco. «Ora devo scrivere una lettera molto difficile. Mi consigli!».

«Non scriva», le consigliò Eugène. «Metta i soldi in una busta, scriva l'indirizzo e li faccia recapitare

dalla sua cameriera».

«Lei, sì, che è un amore d'uomo», esclamò la donna. «Ecco che cosa significa avere avuto una buona

educazione. Questo è nel più puro stile Beauséant», concluse sorridendo.

"È incantevole", si disse Eugène innamorandosi sempre più. Guardò quella camera che emanava la

voluttuosa eleganza di una ricca cortigiana.

«Le piace?», chiese lei mentre suonava per chiamare la cameriera.

«Thérèse, la porti lei stessa al signor de Marsay e la consegni a lui personalmente. Se non lo trova, mi

riporti la lettera».

Thérèse se ne andò non senza aver lanciato un'occhiata maliziosa a Eugène. La cena era pronta.

Rastignac offrì il braccio alla signora de Nucingen che lo guidò verso una deliziosa stanza da pranzo, dove ritrovò

lo stesso sfarzo della mensa che aveva ammirato dalla cugina.

«Nei giorni di spettacolo agli Italiens, verrà a cena da me e mi accompagnerà».

«Mi abituerei facilmente a questa dolce vita se dovesse durare, ma io sono solo un povero studente che

deve farsi un avvenire».

«Se lo farà», disse lei ridendo. «Come vede, tutto si accomoda: io non mi aspettavo di essere così

felice».

È tipico della natura femminile dimostrare l'impossibile con il possibile e negare i fatti con i

presentimenti. Quando la signora de Nucingen e Rastignac entrarono nel loro palco ai Bouffons, lei assunse

un'aria di contentezza che la rendeva bella al punto che tutti si permisero quelle piccole malignità contro cui le

donne sono indifese, e che spesso fanno credere a dissolutezze inventate a bella posta. Quando si conosce Parigi,

non si crede a niente di ciò che vi si dice e non si dice niente di ciò che vi si fa. Eugène prese la mano della

baronessa e tutti e due si parlarono con pressioni più o meno vive, comunicandosi le sensazioni che la musica

faceva nascere in loro. Per entrambi fu una serata inebriante. Uscirono insieme e la signora de Nucingen volle

riaccompagnare Eugène fino al Pont-Neuf, negandogli per tutta la strada i baci di cui era stata così calorosamente

prodiga al Palais-Royal. Eugène le rimproverò quella incoerenza.

«Poco fa», rispose lei, «erano segno di riconoscenza per un gesto di dedizione insperata; adesso

sarebbero una promessa».

«E lei non me ne vuol fare nessuna. Ingrata!». Si adirò. Con uno di quei gesti impazienti, che incantano

un'amante, lei gli porse la mano da baciare ed egli la prese con una malagrazia che deliziò la donna.

«A lunedì, al ballo», gli disse.

Incamminandosi a piedi, sotto un bel chiar di luna, Eugène s'immerse nelle sue riflessioni. Era insieme

felice e scontento: felice di un'avventura il cui probabile esito gli offriva una delle donne più belle e più eleganti

di Parigi, oggetto dei suoi desideri; scontento di vedere buttati all'aria i suoi progetti di far fortuna. Fu allora che si

rese conto di come fossero stati vaghi i pensieri cui si era abbandonato due giorni prima. L'insuccesso ci rivela

sempre la forza delle nostre pretese. Più Eugène godeva della vita parigina, meno voleva restare povero e oscuro.

Si sgualciva in tasca il biglietto da mille franchi, facendosi mille ragionamenti capziosi per decidere che gli

apparteneva. Giunse infine in rue Neuve-Sainte-Geneviève, e quando fu in cima alle scale vide una luce. Papà

Goriot aveva lasciato la porta aperta e la candela accesa perché lo studente non dimenticasse di raccontargli sua

figlia, come diceva lui. Eugène non gli nascose niente.

«Ma allora», esclamò con violenza papà Goriot in un disperato accesso di gelosia, «mi credono

rovinato, mentre ho ancora milletrecento lire di rendita! Mio Dio! Povera bambina, perché non è venuta qui!

Avrei venduto i miei titoli, avremmo prelevato una parte del capitale, e con il resto mi sarei costituito un vitalizio.

Perché non è venuta a confidarmi le sue difficoltà, mio caro vicino? Come ha avuto il coraggio di rischiare al

gioco i suoi miseri cento franchi? C'è da sentirsi spezzare il cuore. Ecco che cosa sono i generi. Oh! Se li avessi

tra le mani, li strozzerei. Mio Dio! Piangere... la mia figliola ha pianto?».

«Con la testa sul mio gilè», confermò Eugène.

«Oh, me lo dia!», supplicò papà Goriot. «Come! Lo hanno bagnato le lacrime di mia figlia, della mia

cara Delphine, che da piccola non piangeva mai! Oh! Gliene comprerò un altro, non lo porti più, me lo lasci.

Secondo il contratto di matrimonio, lei deve disporre dei suoi beni. Ah! Domani stesso andrò a trovare Derville,

un legale. Esigerò che il suo patrimonio venga investito. Io conosco le leggi: sono una vecchia volpe, mostrerò di

nuovo i denti».

«Tenga, papà, questi sono mille franchi della vincita che lei ha voluto darmi. Glieli conservi nel gilè».

Goriot guardò Eugène e tese la mano per prendere la sua, facendovi cadere una lacrima.

«Lei riuscirà nella vita», gli disse il vecchio. «Dio è giusto, capisce? Io me ne intendo di probità, e le

posso assicurare che pochissimi uomini le assomigliano. Vuol essere anche lei un caro figliolo per me? Su, vada a

dormire. Può dormire, non è ancora padre. Delphine ha pianto, ecco che cosa vengo a sapere, io che me ne stavo

qui tranquillamente a mangiare come un idiota, mentre lei soffriva; io, che venderei il Padre, il Figlio e lo Spirito

Santo per evitare a entrambe una lacrima!».

"In verità", si disse Eugène coricandosi, "credo che rimarrò onesto per tutta la vita. Si prova una certa

soddisfazione nel seguire le ispirazioni della propria coscienza".

Forse, solo chi crede in Dio compie il bene segretamente, e Eugène credeva in Dio. L'indomani, all'ora

del ballo, Rastignac si recò dalla signora de Beauséant che lo condusse con sé per presentarlo alla duchessa di

Carigliano, da cui fu accolto con la massima cortesia. Dalla duchessa ritrovò la signora de Nucingen. Delphine si

era fatta bella nell'intento di piacere a tutti, per piacere ancor di più a Eugène, dal quale attendeva

impazientemente un'occhiata, convinta di riuscire a nascondere la propria impazienza. Per chi sa intuire le

emozioni di una donna, quello è un momento pieno di delizie. Chi non si è spesso compiaciuto di far attendere la

propria opinione, di mascherare con civetteria il proprio piacere, di cercare una confessione nell'inquietudine

suscitata, di godere dei timori che un sorriso basterà a dissipare? Durante quella festa, lo studente valutò

all'improvviso l'importanza della sua posizione e capì di avere un posto in società come cugino riconosciuto della

signora de Beauséant. La conquista della signora de Nucingen, che già gli veniva attribuita, lo poneva in

posizione di spicco, tanto che tutti i giovanotti gli lanciavano sguardi invidiosi. Sorprendendone alcuni, assaporò i

primi piaceri della fatuità. Passando da una sala all'altra, attraverso i vari gruppi, sentì decantare la sua fortuna.

Tutte le donne gli predicevano il successo. Delphine, temendo di perderlo, gli promise di non rifiutargli, quella

sera, il bacio che gli aveva ostinatamente negato due giorni prima. A quel ballo, Rastignac ricevette numerosi

inviti. La cugina lo presentò ad alcune signore che avevano pretese d'eleganza e i cui salotti avevano fama di

essere accoglienti. Si vide lanciato nella migliore e più distinta società parigina. Quella serata ebbe quindi per lui

gli incanti di un brillante esordio che avrebbe ricordato anche in vecchiaia, come una fanciulla ricorda il ballo di

cui è stata la regina. L'indomani, quando a colazione raccontò il suo successo a papà Goriot, davanti ai

pensionanti, Vautrin si mise a sorridere diabolicamente.

«E lei crede», esclamò quell'inesorabile ragionatore, «che un uomo alla moda possa abitare in rue

Neuve-Sainte-Geneviève, in Casa Vauquer? Pensione infinitamente rispettabile sotto ogni aspetto, ma tutt'altro

che fashionable. È facoltosa, può vantarsi della sua abbondanza, ed è fiera di essere il maniero temporaneo di un

Rastignac, ma è pur sempre in rue Neuve-Sainte-Geneviève, e ignora il lusso, dato che è meramente

patriarcalorama. Mio giovane amico», riprese Vautrin, «se vuol figurare a Parigi, ha bisogno di tre cavalli e di un

tilbury per la mattina, di un coupé per la sera, in tutto novemila franchi per i mezzi di trasporto. Sarebbe indegno

del suo destino se non spendesse tremila franchi dal sarto, seicento dal profumiere, cento scudi dal calzolaio,

cento dal cappellaio. Quanto alla lavandaia, le costerà mille franchi. I giovani alla moda non possono non essere

all'altezza in fatto di biancheria: non è la cosa che in loro si osserva di più? L'amore e le chiese esigono belle

tovaglie sui loro altari. E così siamo a quattordicimila. Non le sto a parlare di quello che perderà al gioco, in

scommesse, in regali. Per le piccole spese, non si possono contare meno di duemila franchi. Ho fatto questo

genere di vita e so quanto costa. Aggiunga a queste prime necessità trecento luigi per la zuppa, mille franchi per

la cuccia. Via, figliolo mio, o si hanno in saccoccia i nostri venticinquemila franchi all'anno, o si finisce nel fango,

ci si fa prendere in giro, e il nostro avvenire, i nostri successi, le nostre amanti se ne vanno a farsi benedire!

Dimenticavo il cameriere e il groom! Sarà Christophe a portare i suoi bigliettini amorosi? Li scriverà sulla carta

che usa adesso? Sarebbe come suicidarsi. Creda a un vecchio pieno d'esperienza!», seguitò con un rinforzando

della sua voce di basso. «O esiliarsi in una virtuosa soffitta e sposarsi con il lavoro, o prendere un'altra strada».

E Vautrin strizzò l'occhio, sbirciando la signorina Taillefer in modo da ricordare e riassumere in quello

sguardo le seducenti argomentazioni seminate nell'animo dello studente per corromperlo. Trascorsero diversi

giorni durante i quali Rastignac condusse la vita più dissipata. Cenava quasi ogni giorno con la signora de

Nucingen, che poi accompagnava in società. Rincasava alle tre o alle quattro del mattino, si alzava a mezzogiorno

per prepararsi, andava a passeggio nel Bois con Delphine, quando faceva bello, sperperando così il suo tempo

senza conoscerne il valore. Assorbiva tutti gli insegnamenti e le seduzioni del lusso con lo stesso ardore

dell'impaziente calice del dattero femmina nei confronti dei pollini fecondanti del suo imeneo. Giocava forte,

perdeva o vinceva molto, e finì per abituarsi alla vita sfrenata dei giovani parigini. Dopo le prime vincite, aveva

rispedito millecinquecento franchi alla madre e alle sorelle, insieme a qualche bel regalo. Benché avesse

annunciato di voler lasciare Casa Vauquer, gli ultimi giorni di gennaio vi abitava ancora e non sapeva come

venirne fuori. Quasi tutti i giovani sono soggetti a una legge apparentemente inesplicabile, ma la cui ragione è la

loro stessa giovinezza e quella sorta di furia con cui si avventano sul piacere. Ricchi o poveri, non hanno mai

denaro per le necessità della vita, ma ne trovano sempre per i loro capricci. Prodighi per tutto ciò che si ottiene a

credito, sono avari per tutto ciò che dev'essere pagato subito, e pare che si vendichino di quello che non hanno

dilapidando tutto quello che possono avere. Così, per chiarire il concetto, uno studente si cura più del cappello che

dell'abito. I rilevanti profitti del sarto ne fanno essenzialmente un creditore, mentre la modicità dei conti del

cappellaio ne fanno uno degli esseri più intrattabili fra quelli con cui egli deve parlamentare. Se il giovanotto

seduto in un palco di teatro offre all'occhialino delle belle donne lo spettacolo di un favoloso gilè, non si può

giurare che abbia i calzini; il merciaio è un'altra tarma della sua borsa. Rastignac era a questo punto. Sempre

vuota per la signora Vauquer, sempre piena per le esigenze della vanità, la sua borsa aveva rovesci e successi

lunatici in disaccordo con i pagamenti più naturali. Per lasciare la pensione maleodorante, ignobile, dove le sue

aspirazioni erano puntualmente mortificate, non bisognava forse pagare un mese alla padrona e comprare qualche

mobile per il suo appartamento da dandy? Era sempre qualcosa d'impossibile. Se per procurarsi il denaro

necessario al gioco, Rastignac era abile nell'acquistare dal gioielliere orologi e catene d'oro pagati a caro prezzo

con le vincite - che poi portava al Monte di Pietà, tetro e discreto amico della gioventù - era invece privo

d'inventiva e di audacia quando si trattava di pagare vitto e alloggio, o di comprare gli oggetti indispensabili per

condurre una vita elegante. Le comuni necessità, i debiti contratti per bisogni soddisfatti non rappresentavano più

nulla ai suoi occhi. Come la maggior parte di coloro che hanno conosciuto questa vita fortunosa, aspettava

l'ultimo momento per saldare certi debiti, sacri agli occhi dei borghesi, come faceva Mirabeau che pagava il

fornaio solo quando si presentava sotto la forma minacciosa di una cambiale. Verso quell'epoca, Rastignac aveva

perso del denaro e si era indebitato. Cominciava perciò a capire che gli sarebbe stato impossibile continuare quel

tipo di esistenza senza avere entrate fisse. Ma pur gemendo per le spinose difficoltà di una situazione precaria,

non se la sentiva di rinunciare agli smodati piaceri di quella vita e intendeva seguitarla ad ogni costo. I casi su cui

aveva contato per far fortuna si facevano chimerici e crescevano invece gli ostacoli reali. Iniziandosi ai segreti

domestici del signore e della signora de Nucingen, si era reso conto che per convertire l'amore in strumento di

fortuna, bisognava superare ogni ritegno e rinunciare alle nobili idee che assolvono gli errori giovanili. Quella

vita esteriormente splendida, ma rosa dalle tenie del rimorso, e i cui fugaci piaceri venivano espiati a caro prezzo

con persistenti angosce, egli l'aveva totalmente abbracciata e come il Distratto di La Bruyère vi si rotolava

scavandosi un letto nel fango. Ma come il Distratto, per il momento si sporcava solo il vestito.

«Allora abbiamo ucciso il mandarino?», gli chiese un giorno Bianchon alzandosi da tavola.

«Ancora no», gli rispose, «ma sta rantolando».

Lo studente di medicina la prese come una battuta, ma non lo era. Eugène, che per la prima volta dopo

molto tempo aveva cenato alla pensione, durante il pasto si era mostrato pensieroso. Alla fine, invece di uscire,

rimase nella stanza da pranzo seduto accanto alla signorina Taillefer, alla quale lanciava ogni tanto sguardi

eloquenti. Alcuni pensionanti erano ancora a tavola a mangiare noci, altri passeggiavano seguitando

conversazioni già iniziate. Come quasi tutte le sere, ognuno se ne andava quando gli pareva, secondo il grado

d'interesse per la conversazione, o secondo la pesantezza della digestione. In inverno era raro che la stanza da

pranzo si vuotasse prima delle otto, ora in cui le quattro donne rimanevano sole e si vendicavano del silenzio

imposto dal loro sesso in quel raduno maschile. Colpito dall'aspetto preoccupato di Eugène, Vautrin rimase nella

stanza, benché in un primo momento avesse dato l'impressione di aver fretta di andarsene, facendo in modo di

non farsi vedere dal giovane che credette fosse uscito. Poi, invece di seguire gli ultimi pensionanti, indugiò

subdolamente nel salotto. Aveva visto chiaro nell'animo dello studente e presentiva l'apparire di un sintomo

decisivo. In effetti, Rastignac era in una fase di perplessità che molti giovani hanno probabilmente conosciuto.

Innamorata o civetta, la signora de Nucingen aveva fatto passare Rastignac attraverso tutte le angosce di

un'autentica passione, ricorrendo per lui a tutte le arti della diplomazia femminile in uso a Parigi. Dopo essersi

compromessa agli occhi della gente per legare a sé il cugino della signora de Beauséant, esitava a concedergli

realmente i diritti di cui il giovane sembrava godere. Da un mese andava eccitando i sensi di Eugène tanto da

intaccarne il cuore. Se nei primi momenti della relazione lo studente si era creduto padrone della situazione, in

realtà la signora de Nucingen era diventata la più forte grazie a quei raggiri che attizzavano in Eugène tutti i

sentimenti, buoni o cattivi, dei due o tre uomini che coesistono in un giovanotto di Parigi. Si trattava di un

calcolo? No. Le donne sono sempre autentiche, anche quando si comportano con la più grande falsità, perché

cedono a un qualche sentimento naturale. Può darsi che Delphine, dopo aver lasciato che di colpo il giovane la

dominasse e avergli dimostrato troppo affetto, ubbidisse a un senso di dignità che la induceva a ritrattare le

proprie concessioni o a compiacersi di mantenerle in sospeso. È così naturale per una parigina, nel momento

stesso in cui la passione la travolge, esitare a cedere, mettere alla prova il cuore dell'uomo a cui sta per affidare il

proprio avvenire! Tutte le speranze della signora de Nucingen erano state tradite una prima volta, e la sua fedeltà

nei confronti di un giovane egoista era stata da poco disdegnata. A buon diritto, poteva essere diffidente. Forse

aveva scorto nei modi di Eugène, reso fatuo dal rapido successo, una sorta di disistima dovuta alla incongruità

della loro situazione. Probabilmente desiderava apparire imponente a un uomo di quell'età e sentirsi grande

dinanzi a lui, dopo essere stata piccola per tanto tempo dinanzi a colui che l'aveva abbandonata. Non voleva che

Eugène la credesse una facile conquista, appunto perché sapeva che era appartenuta a de Marsay. Insomma, dopo

aver subito il degradante piacere di un vero e proprio mostro, di un giovane libertino, Delphine provava una tale

dolcezza ad aggirarsi nelle fiorite regioni dell'amore, che per lei era probabilmente una cosa deliziosa ammirarne

tutti gli aspetti, lungamente ascoltarne i fremiti e lungamente lasciarsi accarezzare da caste brezze. Il vero amore

pagava per quello falso. Purtroppo, tale controsenso sarà frequente finché gli uomini non sapranno quanti fiori

falciano nell'animo di una giovane donna i primi colpi inferti dall'inganno. Qualunque fossero le sue ragioni,

Delphine si prendeva gioco di Rastignac e vi provava gusto, forse perché si sapeva amata e sicura di poter far

cessare le pene dell'amante secondo il suo regale arbitrio femminile. Per rispetto di sé, Eugène non voleva che la

sua prima battaglia si concludesse con una sconfitta, e persisteva nell'inseguimento come un cacciatore che vuole

assolutamente uccidere una pernice il primo giorno di caccia. Le sue ansie, il suo amor proprio ferito, le sue

disperazioni, vere o false, lo legavano sempre più a quella donna. Tutta Parigi gli attribuiva la signora de

Nucingen, ma da lei non aveva ottenuto più favori del primo giorno in cui l'aveva vista. Ignorando ancora che la

civetteria di una donna offre a volte benefici maggiori dei piaceri che procura il suo amore, si faceva cogliere da

insensati furori. Se la stagione in cui una donna si contende all'amore offriva a Rastignac la messe delle sue

primizie, esse risultavano per lui costose non meno che verdi, acidule e deliziose al gusto. A volte, vedendosi

senza un soldo, senza avvenire, pensava, nonostante la voce della coscienza, alle fortunate possibilità che gli

offriva un matrimonio con la signorina Taillefer, secondo quanto gli aveva dimostrato Vautrin. E per l'appunto in

quel momento la sua miseria era così clamorosa che quasi senza volere cedette agli artifici della terribile sfinge,

dai cui sguardi era spesso affascinato. Allorché Poiret e la signorina Michonneau risalirono in camera, Rastignac,

credendosi solo con la signora Vauquer e la signora Couture, che sferruzzava maniche di lana sonnecchiando

accanto alla stufa, guardò la signorina Taillefer abbastanza teneramente da farle abbassare gli occhi.

«Ha forse qualche dispiacere, signor Eugène?», gli chiese Victorine dopo un attimo di silenzio.

«Qual è l'uomo senza dispiaceri!», rispose Rastignac. «Se fossimo sicuri, noialtri giovani, di essere

amati, con una dedizione che ci ricompensasse dei sacrifici che siamo sempre disposti a fare, forse non avremmo

mai dispiaceri».

Per tutta risposta, la signorina Taillefer gli lanciò uno sguardo inequivocabile.

«Lei, signorina, oggi si crede sicura del suo cuore, ma potrebbe garantire di non cambiare mai?».

Un sorriso errò sulle labbra della povera fanciulla come un raggio sgorgato dall'anima, e ne illuminò il

volto a tal punto che Eugène si spaventò per aver provocato una tale esplosione di sentimenti.

«Come! Se domani lei diventasse ricca e felice, se un'immensa fortuna le piovesse dal cielo, amerebbe

ancora il giovane povero che le fosse piaciuto nei giorni della povertà?».

Con grazia, lei fece un cenno di assenso.

«Un giovane molto infelice?».

Nuovo cenno.

«Ma che sciocchezze va dicendo?», esclamò la signora Vauquer.

«Ci lasci stare», rispose Eugène. «Noi c'intendiamo».

«Allora, ci sarebbe una promessa di matrimonio tra il cavaliere Eugène de Rastignac e la signorina

Victorine Taillefer?», chiese Vautrin con il suo vocione, comparendo all'improvviso sulla porta della stanza da

pranzo.

«Ah! Mi ha fatto paura», esclamarono insieme la signora Couture e la signora Vauquer.

«Potrei scegliere peggio», rispose ridendo Eugène, che al sentire la voce di Vautrin aveva provato la più

penosa sensazione della sua vita.

«Basta con gli scherzi di cattivo gusto, signori!», intervenne la signora Couture. «Figliola, saliamo in

camera».

La signora Vauquer seguì le due pensionanti per risparmiare candela e fuoco passando la serata da loro.

Eugène si ritrovò solo, a faccia a faccia con Vautrin.

«Sapevo bene che ci sarebbe arrivato», gli disse l'uomo mantenendo un imperturbabile sangue freddo.

«Ma mi stia a sentire! Anch'io ho una certa sensibilità, come chiunque altro. Non prenda decisioni in questo

momento, non è in condizioni normali. Ha dei debiti e non voglio che sia la passione, o la disperazione, ma la

ragione a spingerla verso di me. Forse le occorre qualche migliaio di scudi. Tenga, li vuole?».

Quel demonio si prese in tasca un portafoglio e ne tirò fuori tre banconote che fece balenare davanti agli

occhi dello studente. Eugène era in una situazione quanto mai spinosa. Doveva al marchese d'Ajuda e al conte de

Trailles cento luigi, persi sulla parola. Non li aveva e non osava andare a trascorrere la serata dalla signora de

Restaud, dove era atteso. Era una di quelle serate senza cerimonie in cui si mangiano pasticcini, si beve tè, ma si

possono anche perdere seimila franchi al whist.

«Signore», rispose Eugène nascondendo a fatica un tremito convulso, «dopo quello che mi ha confidato,

deve capire che mi è impossibile esserle debitore».

«Beh! Mi sarebbe dispiaciuto sentirla parlare diversamente», riprese il tentatore. «Lei è un bel giovane,

scrupoloso, fiero come un leone e dolce come una fanciulla. Sarebbe una bella preda per il diavolo. Mi piace

questo genere di giovani. Ancora due o tre riflessioni d'alta politica e vedrà il mondo così com'è. Recitandovi

qualche virtuosa scenetta, l'uomo superiore soddisfa tutti i propri capricci tra gli scroscianti applausi dei

sempliciotti della platea. Entro pochi giorni, sarà dei nostri. Ah! Se volesse diventare mio allievo, le farei ottenere

qualsiasi cosa. Basterebbe che lei formulasse un desiderio per vederlo esaudito all'istante, a qualunque cosa

ambisse: onore, denaro, donne. Di tutto il mondo, per lei faremmo ambrosia. Sarebbe il nostro bambino viziato, il

nostro beniamino, per lei ci ammazzeremmo tutti con piacere. Ogni ostacolo le sarebbe appianato. Se ha ancora

degli scrupoli, allora vuol dire che mi prende per uno scellerato? Beh, un uomo probo, come lei crede ancora di

essere, il signor de Turenne, combinava certi affarucci con dei briganti senza ritenersi compromesso. Lei non vuol

essere mio debitore, eh? Non importa», seguitò Vautrin lasciandosi sfuggire un sorriso. «Prenda questa cartaccia e

mi scriva lì sopra», disse tirando fuori una marca da bollo, «lì, di traverso: Accettato per la somma di

tremilacinquecento franchi pagabile in un anno. E metta la data. L'interesse è abbastanza alto da toglierle ogni

scrupolo; mi può chiamare ebreo e considerarsi dispensato da ogni riconoscenza. Le permetto di disprezzarmi

ancora per oggi, certo che in seguito mi vorrà bene. Troverà in me quegli abissi immensi, quel gran coagulo di

sentimenti che gli sciocchi chiamano vizi, ma non mi troverà mai vile né ingrato. Insomma, non sono né una

pedina né un alfiere, ma una torre, ragazzo mio».

«Ma che razza di uomo è mai?», esclamò Eugène. «Lei è stato creato per tormentarmi».

«Ma no, sono un brav'uomo che vuole infangarsi perché lei sia al riparo dal fango per il resto dei suoi

giorni. Si chiede il perché di tanta dedizione? Ebbene, un giorno glielo dirò sottovoce, nell'orecchio. In un primo

momento l'ho sorpreso mostrandole il carillon dell'ordine sociale e il funzionamento del meccanismo; ma il suo

primitivo spavento sparirà come quello della recluta sul campo di battaglia, e lei si abituerà all'idea di considerare

gli uomini come soldati decisi a perire per servire coloro che si consacrano re da soli. I tempi sono molto

cambiati. Una volta si diceva a un bravo: "Eccoti cento scudi, uccidi il tal dei tali", e si cenava tranquillamente

dopo aver spedito un uomo al fresco per un nonnulla. Oggi le propongo una bella fortuna in cambio di un cenno

del capo che non la compromette affatto, e lei esita. È un secolo smidollato».

Eugène firmò la tratta e la scambiò con il denaro.

«Allora, vediamo, ragioniamo», riprese Vautrin, «di qui a qualche mese voglio partire per l'America,

voglio andare a piantare tabacco. Le manderò i sigari dell'amicizia. Se diventerò ricco, l'aiuterò. Se non ho figli (il

che è probabile, non mi tenta riprodurmi per talea), beh, le lascerò i miei averi. È questa l'amicizia? Ma io le

voglio bene. La mia passione è dedicarmi agli altri. L'ho già fatto. Vede, ragazzo mio, io vivo in una sfera più

elevata di quella degli altri uomini. Considero le azioni come mezzi e non vedo che lo scopo. Che cos'è per me un

uomo? Questo!», esclamò facendo schioccare l'unghia del pollice sotto un dente. «Un uomo è tutto o niente. È

meno di niente quando si chiama Poiret; lo si può schiacciare come una cimice, è piatto e puzza. Ma un uomo è

un dio, quando le assomiglia: non è più una macchina coperta di pelle, ma un teatro in cui si dibattono i più bei

sentimenti, ed essi soli contano per me. Un sentimento non è forse il mondo in un pensiero? Guardi papà Goriot:

le sue figliole sono per lui l'universo intero, sono il filo che lo guida nel creato. Beh! Per me che conosco a fondo

la vita, esiste un solo sentimento reale: l'amicizia virile. Pierre e Jaffier, ecco la mia passione. Conosco a memoria

Venezia salvata. Ha mai visto uomini con abbastanza fegato che quando un compagno dice: "Andiamo a

seppellire un cadavere!", ci vanno senza fiatare né seccarlo con la morale? Io l'ho fatto. Non parlerei così a tutti.

Ma lei, lei è un uomo superiore, si può dirle tutto, capisce tutto. Non sguazzerà a lungo nelle paludi dove vivono i

nanerottoli da cui siamo circondati. Bene, ormai è fatta. Si sposerà. Partiamo con la lancia in resta! La mia è di

ferro e non si spezza mai! Eh, eh!».

Perché lo studente si sentisse a suo agio, Vautrin uscì senza aspettare la sua risposta negativa. Pareva

che conoscesse il segreto di quelle limitate resistenze, di quelle lotte di cui gli uomini si fanno belli ai propri

occhi, e che servono a giustificare le loro azioni biasimevoli.

"Faccia come vuole, io non sposerò di certo la signorina Taillefer!", si disse Eugène.

Dopo aver subito il malessere di una febbre interiore, provocata dall'idea di un patto stretto con

quell'uomo che gli faceva orrore, ma che cresceva ai suoi occhi per il cinismo stesso delle sue idee e l'audacia con

cui teneva in pugno la società, Rastignac si vestì, fece chiamare una carrozza e si recò dalla signora de Restaud.

Da qualche giorno la donna aveva moltiplicato le sue attenzioni per un giovane che con ogni passo progrediva nel

cuore del bel mondo e la cui influenza prometteva di divenire temibile. Rastignac pagò de Trailles e d'Ajuda,

giocò a whist una parte della notte e riguadagnò quanto aveva perso. Superstizioso come la maggior parte degli

uomini che devono ancora farsi strada e sono più o meno fatalisti, volle vedere nella fortuna un premio del cielo

per il suo perseverare sulla retta via. L'indomani mattina si affrettò a chiedere a Vautrin se avesse ancora la

cambiale. Alla sua risposta affermativa, gli restituì i tremila franchi mostrandosi ovviamente soddisfatto.

«Va tutto bene», gli disse Vautrin.

«Ma io non sono suo complice», fece notare Eugène.

«Lo so, lo so», lo interruppe Vautrin. «Si comporta ancora come un bambino. Si ferma alle prime

inezie».

Due giorni dopo, Poiret e la signorina Michonneau erano seduti su una panchina al sole, in un viale

solitario del Jardin des Plantes e parlavano con quell'uomo che, a buon diritto, pareva sospetto allo studente di

medicina.

«Non vedo, signorina, da che cosa nascano i suoi scrupoli», diceva il signor Gondureau. «Sua

Eccellenza il monsignor ministro della Polizia generale del regno...».

«Ah! Sua Eccellenza il monsignor ministro della Polizia generale del regno...», ripeté Poiret.

«Sì, Sua Eccellenza si occupa di questo caso», disse Gondureau.

A chi non parrà inverosimile che Poiret, ex impiegato, senza dubbio uomo di borghesi virtù, benché

privo di idee, continuasse ad ascoltare il sedicente benestante della rue de Buffon, allorché questi pronunciò la

parola polizia, lasciando così intravedere la fisionomia di un agente della rue de Jérusalem attraverso la maschera

di un galantuomo? Niente peraltro era più naturale. Si capirà meglio la specie particolare alla quale apparteneva

Poiret nella grande famiglia degli sciocchi, dopo una considerazione già fatta da taluni osservatori, che però fino

ad oggi non è stata pubblicata. Esiste una razza plumigera, con un bilancio ristretto tra il primo grado di latitudine

che comporta gli stipendi da milleduecento franchi, una specie di Groenlandia amministrativa, e il terzo grado,

dove iniziano gli stipendi un po' più caldi da tremila a seimila franchi, regione temperata dove si acclimata la

gratifica, fiorendo nonostante le difficoltà della coltura. Una delle caratteristiche che meglio rivela la ristrettezza

paralizzante di questa genia subalterna, è una specie di rispetto involontario, macchinale, istintivo per il gran lama

di ogni ministero, noto all'impiegato attraverso una firma illeggibile e sotto il nome di SUA ECCELLENZA IL

MONSIGNOR MINISTRO, cinque parole equivalenti a Il Bondo Cani del Califfo di Bagdad, e che agli occhi di

quella moltitudine oppressa rappresenta un potere sacro, inappellabile. Come il papa per i cristiani, Monsignore è

amministrativamente infallibile agli occhi dell'impiegato; lo splendore che emana si comunica ai suoi atti, alle sue

parole, o a quelle dette in suo nome; egli ammanta tutto con i suoi bei discorsi e legalizza le azioni che ordina; il

titolo di Eccellenza, che testimonia la purezza delle sue intenzioni e la santità dei suoi voleri, serve da passaporto

alle idee meno ammissibili. Ciò che quei poveretti non farebbero nel loro interesse, si affrettano a compierlo

appena sentono dire "Sua Eccellenza". Gli uffici hanno la loro ubbidienza passiva, come l'esercito ha la sua:

sistema che soffoca la coscienza, annichilisce un uomo e finisce, col tempo, per adattarlo come una vite o un

bullone alla macchina governativa. Perciò il signor Gondureau, che di uomini pareva intendersene, riconobbe

immediatamente in Poiret uno di questi sprovveduti burocrati e tirò fuori il Deus ex machina, l'espressione

talismanica "Sua Eccellenza", nel momento in cui, scoprendo le batterie, bisognava abbagliare Poiret, che gli

sembrava il maschio della Michonneau, come la Michonneau gli sembrava la femmina di Poiret.

«Dal momento che Sua Eccellenza stessa, Sua Eccellenza il monsignore! Ah! Allora è completamente

diverso», disse Poiret.

«Lei ha sentito questo signore, del cui giudizio mi pare si fidi», riprese il falso benestante rivolgendosi

alla signorina Michonneau. «Ebbene, Sua Eccellenza ora ha l'assoluta certezza che il sedicente Vautrin, alloggiato

in Casa Vauquer, è un evaso dal bagno penale di Tolone, dove è conosciuto sotto il nome di Trompe-la-Mort».

«Ah! Trompe-la-Mort!», disse Poiret. «È davvero fortunato, se si è meritato un nome simile».

«Proprio così», riprese l'agente. «Il suo nomignolo è dovuto al fatto che ha sempre avuto la fortuna di

non perdere la vita nelle imprese estremamente audaci che ha compiuto. È un uomo pericoloso, mi capisce!

Possiede qualità che lo rendono straordinario. Perfino la sua condanna è una cosa che nel suo giro gli è valsa un

grandissimo onore...».

«Allora è un uomo d'onore?», chiese Poiret.

«A modo suo. Si è lasciato incolpare del reato di un altro, un falso commesso da un bellissimo giovane

che amava molto, un giovane italiano a cui piaceva il gioco, che poi è entrato nell'esercito, dove peraltro si è

comportato in maniera ineccepibile».

«Ma se Sua Eccellenza il ministro della Polizia è sicuro che il signor Vautrin è Trompe-la-Mort, perché

mai avrebbe bisogno di me?», chiese la signorina Michonneau.

«Già!», soggiunse Poiret, «se effettivamente il ministro, come lei ci ha fatto l'onore di dirci, ha una

qualunque certezza...».

«Certezza non è la parola esatta; si sospetta, in realtà. Adesso capirà qual è il problema. Jacques Collin,

detto Trompe-la-Mort, gode della totale fiducia dei tre bagni penali, che ne hanno fatto il loro agente e il loro

banchiere. Guadagna considerevolmente occupandosi di questo genere di affari, che com'è ovvio richiede un

uomo di marca».

«Ah! Ah! Capisce il gioco di parole, signorina?», disse Poi-ret. «Il signore lo chiama un uomo di marca

perché è stato marchiato».

«Il falso Vautrin», seguitò l'agente, «riceve i capitali dei signori forzati, li investe, li conserva, li tiene a

disposizione di quelli che evadono e delle loro famiglie, quando ne dispongono per testamento, o delle loro

amanti, quando sottoscrivono una cambiale a loro favore».

«Delle loro amanti! Vuol dire delle loro mogli», fece osservare Poiret.

«No, signore. Di solito il forzato ha solo spose illegittime, che noi chiamiamo concubine».

«Allora vivono tutti in concubinaggio?».

«Di conseguenza».

«Beh! Queste sono infamie che Monsignore non dovrebbe tollerare. Giacché lei ha l'onore di vedere

Sua Eccellenza, tocca a lei, che mi pare abbia delle idee filantropiche, illuminarlo sulla condotta immorale di

quella gente, che dà un pessimo esempio al resto dell'umanità».

«Ma, signore, il governo non li mette lì perché siano il modello di ogni virtù».

«Giusto. Comunque, signore, permetta...».

«Via, lasci un po' parlare il signore, cocco mio», disse la signorina Michonneau.

«Lei capisce, signorina», riprese Gondureau. «Il governo può essere molto interessato a mettere le mani

su una certa cassa illecita, che dicono ammonti a una cifra ben più alta. Trompe-la-Mort riscuote profitti

considerevoli, ricettando non solo le somme possedute da alcuni suoi compagni, ma anche quelle che provengono

dalla Società dei Diecimila...».

«Diecimila ladri!», esclamò Poiret spaventato.

«No, la Società dei Diecimila è un'associazione di ladri d'alto bordo, gente che lavora in grande e non

s'immischia in un affare dove non ci siano diecimila franchi da guadagnare. La società è composta da quanto c'è

di meglio fra gli individui che finiscono in corte d'assise. Conoscono il Codice e non rischiano mai di farsi

condannare a morte quando vengono beccati. Collin è il loro uomo di fiducia, il loro consigliere. Grazie ai suoi

enormi mezzi, il nostro uomo si è saputo creare una polizia personale e un vasto giro di relazioni avvolte in un

segreto impenetrabile. Benché da un anno sia circondato da nostre spie, non siamo ancora riusciti a scoprire il suo

gioco. La sua cassa e le sue capacità servono quindi costantemente a pagare il vizio, a provvedere ai fondi per i

delitti, e tengono in piedi un esercito di loschi individui in perpetuo stato di guerra con la società. Acciuffare

Trompe-la-Mort e impadronirsi della sua banca, vorrà dire estirpare il male alla radice. Perciò questa impresa è

diventata un affare di stato e di alta politica, che potrà procurare onori a chi avrà contribuito al suo successo. Lei

stesso, signore, potrebbe essere di nuovo assunto nell'amministrazione, diventare segretario di un commissario di

polizia, tutte cariche che non le impedirebbero di riscuotere la pensione».

«Ma perché», chiese la signorina Michonneau, «Trompe-la-Mort non se va con la cassa?».

«Oh!», fece l'agente. «Dovunque andasse, sarebbe seguito da un uomo incaricato di ucciderlo, se

derubasse il bagno penale. E poi una cassa non si porta via facilmente. Non è come rapire una signorina di buona

famiglia. D'altro canto Collin è un tipo incapace di giocare un tiro del genere, si sentirebbe disonorato».

«Lei ha ragione, signore», disse Poiret, «sarebbe completamente disonorato».

«Tutto ciò non spiega perché non va semplicemente ad arrestarlo», osservò la signorina Michonneau.

«Beh, signorina, le risponderò... Ma», le sussurrò all'orecchio, «faccia in modo che il suo amico non

m'interrompa, o non la finiremo più. Dev'essere molto ricco, questo vecchio, per farsi ascoltare. Trompe-la-Mort,

venendo qui, ha rivestito i panni di un galantuomo, si è trasformato in un buon borghese di Parigi, ha preso

alloggio in una pensione modesta; è furbo, via! Non lo coglieremo mai alla sprovvista. In conclusione il signor

Vautrin è un uomo che gode di considerazione, che fa affari considerevoli».

«Naturalmente», disse Poiret fra sé e sé.

«Il ministro, se ci dovessimo sbagliare arrestando un vero Vautrin, non vorrebbe inimicarsi il mondo

commerciale di Parigi, né la pubblica opinione. Il capo della polizia sta già vacillando e ha dei nemici. Se si

commettesse un errore, quelli che ambiscono al suo posto profitterebbero della maldicenza e degli strepiti liberali

per farlo saltare. Nel nostro caso si tratta di procedere come nel caso Cogniard, il falso conte di Sainte-Hélène; se

fosse stato un vero conte di Sainte-Hélène, c'era da star freschi. Perciò bisogna controllare».

«Sì, ma in tal caso vi serve una bella donna», disse animatamente la signorina Michonneau.

«Trompe-la-Mort non si lascerebbe avvicinare da una donna. Le dico un segreto: non gli piacciono le

donne».

«Ma allora non vedo come potrei servire per un controllo del genere, supponendo che acconsentissi a

farlo per duemila franchi».

«Niente di più facile», disse lo sconosciuto. «Le consegnerò una bottiglietta con una dose di liquore

preparato per provocare una congestione che non presenta il minimo rischio e simula un'apoplessia. La droga può

essere mescolata sia al vino che al caffè. Immediatamente lei trasporterà il nostro uomo su un letto e lo spoglierà

per accertarsi che non stia morendo. Quando sarà sola, gli darà una pacca sulla spalla, paf, e vedrà ricomparire le

lettere».

«Ma questa è roba da niente», commentò Poiret.

«Allora, accetta?», chiese Gondureau alla zitella.

«Mio caro signore», volle sapere la signorina Michonneau, «e nel caso non ci fosse nessuna lettera,

avrei comunque i duemila franchi?».

«No».

«Quale sarebbe in questo caso il compenso?».

«Cinquecento franchi».

«Fare una cosa simile per così poco! Per la coscienza il male è lo stesso, e io, signore, devo acquietare

la mia coscienza».

«Le assicuro», disse Poiret, «che la signorina ha una gran coscienza, oltre ad essere una persona

amabilissima e accorta».

«Beh», riprese la signorina Michonneau, «mi dia tremila franchi se è Trompe-la-Mort e niente se è un

borghese qualunque».

«D'accordo», disse Gondureau, «ma a condizione che la faccenda venga sbrigata domani».

«Non subito, mio caro signore, prima devo consultare il mio confessore».

«Furba!», esclamò l'agente alzandosi. «Allora, a domani. E se avesse urgenza di parlarmi, venga in

vicolo Sainte-Anne, in fondo al cortile della Sainte-Chapelle. C'è una sola porta sotto la volta. Chieda del signor

Gondureau».

Bianchon, che tornava dalla lezione di Cuvier, fu colpito da quel termine alquanto originale di Trompela-

Mort e sentì il «d'accordo» del celebre capo della pubblica sicurezza.

«Perché non conclude subito, avrebbe trecento franchi di rendita vitalizia», disse Poiret alla signorina

Michonneau.

«Perché?», rispose lei. «Perché bisogna rifletterci. Se il signor Vautrin fosse questo Trompe-la-Mort,

forse sarebbe più vantaggioso mettersi d'accordo con lui. Però, chiedergli dei soldi vorrebbe dire avvisarlo, e

quello sarebbe un uomo da squagliarsela gratis. Sarebbe un dannato puff».

«E anche se fosse avvisato, quel signore non ci ha detto che era sorvegliato? Lei invece, lei perderebbe

tutto».

"Tra l'altro", pensò la signorina Michonneau, "a me quell'uomo non piace affatto. Sa dirmi solo cose

sgradevoli".

«E poi», riprese Poiret, «lei farebbe di meglio. Come ha detto quel signore, che mi pare una persona

perbene, oltre ad essere molto ben vestito, sbarazzare la società di un criminale, per quanto virtuoso possa essere,

è un atto di ubbidienza alle leggi. Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Se gli saltasse il ticchio di assassinarci

tutti? Che diamine! Saremmo colpevoli dei suoi assassinii, senza contare che noi saremmo le prime vittime».

La preoccupazione impediva alla signorina Michonneau di ascoltare le frasi che stillavano a una a una

dalla bocca di Poiret, come le gocce d'acqua dal rubinetto mal chiuso di una fontana. Una volta che il vecchio

aveva dato la stura alle sue frasi, se la signorina Michonneau non lo fermava continuava a parlare come un

meccanismo caricato. Dopo aver cominciato a parlare di una cosa, a forza di parentesi finiva col parlare di

tutt'altro, senza mai arrivare alla conclusione. Mentre tornavano a Casa Vauquer, si era intrufolato in una serie di

passi e di citazioni transitorie che l'avevano portato a raccontare la sua deposizione al processo di messere

Ragoulleau e di madama Morin, dove era comparso quale testimone a discarico. Entrando, alla sua compagna non

sfuggì che Eugène de Rastignac e la signorina Taillefer erano impegnati in una conversazione intima di così

palpitante interesse che non si accorsero neanche dei due vecchi pensionanti quando attraversarono la stanza da

pranzo.

«Doveva finire così», disse la signorina Michonneau a Poiret. «Erano otto giorni che si scambiavano

certi sguardi da strappare il cuore».

«Sì», rispose Poiret. «Così lei fu condannata».

«Chi?».

«La signora Morin».

«Io le sto parlando della signorina Victorine», obbiettò la Michonneau entrando distrattamente nella

camera di Poiret, «e lei mi risponde con la signora Morin. Ma chi è questa donna?».

«Di che mai sarebbe colpevole la signorina Victorine?», chiese Poiret.

«È colpevole di amare il signor Eugène de Rastignac, e persiste senza sapere dove finirà, povera

innocente!».

Quella mattina Eugène era stato ridotto alla disperazione dalla signora de Nucingen. Nel suo intimo, si

era completamente abbandonato nelle mani di Vautrin, senza voler sondare né i motivi dell'amicizia che nutriva

per lui quell'uomo fuori dell'ordinario, né il futuro di un'alleanza del genere. Ci voleva un miracolo per tirarlo

fuori dall'abisso in cui aveva già messo piede da un'ora, scambiando con la signorina Taillefer le più dolci

promesse. Victorine credeva di sentire la voce di un angelo, i cieli si aprivano per lei, Casa Vauquer si tingeva dei

colori fantastici che assumono i palazzi sul palcoscenico: amava, era amata, o per lo meno lo credeva! E quale

donna non l'avrebbe creduto come lei, vedendo Rastignac, ascoltandolo durante quell'ora sottratta agli occhi di

tutti gli Argo della pensione? Dibattendosi contro la propria coscienza, sapendo di comportarsi male e tuttavia

deciso a farlo, dicendosi che avrebbe riscattato quel peccato veniale con la felicità di una donna, il giovane si era

aureolato della propria disperazione e risplendeva di tutte le fiamme infernali che aveva nel cuore.

Fortunatamente per lui, accadde il miracolo: Vautrin entrò allegramente e lesse nell'animo dei due giovani uniti

dalle macchinazioni del suo ingegno diabolico, ma di colpo ne turbò la letizia cantando con il suo vocione

beffardo:

«La mia Fanchette è incantevole

Nella sua semplicità...»

Victorine scappò via portando con sé una gioia che compensava l'infelicità di tutta la sua vita. Povera

ragazza! Una stretta di mano, una guancia sfiorata dai capelli di Rastignac, una parola sussurrata così vicino

all'orecchio da farle sentire il calore delle labbra dello studente, la vita stretta da un braccio tremante, un bacio sul

collo costituirono i pegni della sua passione, che la vicinanza della grossa Sylvie e il rischio di vederla entrare in

quella radiosa stanza da pranzo, resero più ardenti, più vivi, più seducenti delle più belle testimonianze di

dedizione narrate nelle più celebri storie d'amore. Quei minuti consensi, secondo una felice espressione dei nostri

avi, apparivano come delitti a una pia fanciulla che si confessava ogni quindici giorni! In quell'ora aveva

prodigato più tesori interiori di quanti, in seguito, ricca e felice, ne avrebbe offerti concedendosi completamente.

«L'affare è fatto», disse Vautrin a Eugène. «I nostri due dandy se le sono date. Tutto è andato a dovere.

Una divergenza di opinioni. Il nostro piccione ha insultato il mio falcone. A domani, nella ridotta di Clignancourt.

Alle otto e mezzo, la signorina Taillefer erediterà l'amore e la fortuna del padre, mentre lei se ne starà

tranquillamente a inzuppare le fettine di pane imburrato nel caffè. Non è buffo a dirsi? Il nostro giovane Taillefer

è un abilissimo spadaccino ed è fiducioso come se avesse un poker in mano, e invece sarà dissanguato da un

colpo che ho inventato io, un certo modo di alzare la spada e d'infilzarla in fronte. Le mostrerò questa botta,

perché è maledettamente utile».

Rastignac stava ad ascoltare con aria inebetita senza riuscire a rispondere. In quel momento arrivarono

papà Goriot, Bianchon e qualche altro pensionante.

«Ecco come la volevo», gli disse Vautrin. «Sa quel che fa. Bene, il mio aquilotto! Governerà gli

uomini; è forte, quadrato, valoroso. Ha tutta la mia stima».

Cercò di prendergli la mano, ma Rastignac ritirò prestamente la sua e cadde impallidendo su una sedia,

con l'impressione di vedersi davanti una pozza di sangue.

«Ah! Abbiamo ancora qualche pezza macchiata di virtù», disse Vautrin sottovoce. «Papà d'Oliban ha

tre milioni, conosco la sua fortuna. La dote la renderà candido come un abito da sposa, anche ai suoi stessi

occhi!».

Rastignac non esitò più. Decise di andare ad avvertire in serata i Taillefer, padre e figlio. Quando

Vautrin l'ebbe lasciato, papà Goriot gli disse all'orecchio: «Lei è triste, ragazzo mio! La rallegrerò io. Venga!».

Nel così dire, il vecchio pastaio accendeva il lucignolo a una lampada. Eugène lo seguì tutto fremente di curiosità.

«Entriamo in camera sua», disse il buon uomo che aveva chiesto la chiave dello studente a Sylvie.

«Stamani ha creduto che non l'amasse, eh!», riprese. «Delphine l'ha obbligato ad andarsene, e lei se n'è venuto via

adirato, disperato. Sciocchino! Mia figlia mi stava aspettando, capisce? Dovevamo finire di sistemare un gioiello

d'appartamento in cui lei andrà ad abitare fra tre giorni. Non mi tradisca. Le vuole fare una sorpresa, ma io non ce

la facevo più a tenerle ancora nascosto questo segreto. Abiterà in rue d'Artois, a due passi dalla rue Saint-Lazare,

e ci starà come un principe. Abbiamo scelto dei mobili come per una sposa. Da un mese a questa parte abbiamo

fatto tante cose senza dirle niente. Il mio avvocato è entrato in azione, mia figlia avrà trentaseimila franchi

all'anno, l'interesse della dote, e io esigerò che i suoi ottocentomila franchi vengano investiti in beni al sole».

Eugène se ne stava muto e andava su e giù, a braccia conserte, nella sua povera stanza in disordine.

Papà Goriot profittò di un momento in cui lo studente gli voltava le spalle per mettere sul caminetto una scatola di

marocchino rosso su cui era inciso lo stemma dei Rastignac.

«Mio caro figliolo», andava dicendo il povero vecchio, «mi sono cacciato in questa storia fino al collo.

Ma, vede, c'era da parte mia un grande egoismo: ho interesse che lei cambi quartiere. Non rifiuterà, vero, se le

chiedo qualcosa?».

«Che cosa vuole?».

«Sopra il suo appartamento, al quinto piano, c'è una camera annessa dove andrò ad abitare. Le va bene?

Mi sto facendo vecchio, sono troppo lontano dalle mie figliole. Non la disturberò anche stando lì. Mi parlerà di lei

tutte le sere. Non le dispiacerà, vero? Quando tornerà a casa, e io sarò a letto, la sentirò e mi dirò: "Ha appena

visto la mia piccola Delphine. L'ha portata a una festa da ballo e lei è felice, per merito suo!". Se fossi malato,

sarebbe una grande consolazione per me sentirla tornare, muoversi, camminare. Ci sarà tanta parte di mia figlia in

lei! Non avrò che un passo da fare per essere agli ChampsElysées, dove loro passano ogni giorno. Così potrò

vederle sempre, mentre ora mi capita di arrivare troppo tardi. E poi forse Delphine verrà da lei! La sentirò, la

vedrò nella sua vestaglietta mentre trotterella, va qua e là graziosa come una gattina. Da un mese è tornata ad

essere quella che era, giovane, allegra, elegante. La sua anima è convalescente, e deve a lei la felicità. Oh! Per lei

farei l'impossibile! Poco fa, rincasando, mi diceva: "Papà, sono tanto felice!" Quando mi dicono

cerimoniosamente: "padre", mi sento gelare il cuore, quando invece mi chiamano: "papà", mi sembra di vederle

ancora piccole, mi fanno rivivere tutti i ricordi. Mi sento di più loro padre. Penso che non appartengano ancora a

nessuno!». Il buon uomo si asciugò gli occhi. Piangeva. «Era tanto che non avevo sentito quella frase, che non mi

aveva preso a braccetto. Oh, sì! Erano dieci anni che non camminavo più con una figlia accanto. Com'è bello

sfiorarle il vestito, mettersi al suo passo, condividere il suo ardore! Insomma, stamani ho accompagnato Delphine

dappertutto. Sono entrato con lei nei negozi, l'ho riportata a casa. Oh! Mi tenga con sé. A volte avrà bisogno di

qualcuno che le dia una mano, e io sarò lì. Oh! Se quello zoticone d'alsaziano morisse, se la sua gotta avesse la

bella idea di arrivargli allo stomaco, come sarebbe felice la mia povera figliola! Lei diventerebbe mio genero e

sarebbe suo marito agli occhi del mondo! Bah! Delphine è talmente triste di non conoscere le gioie di questo

mondo che io l'assolvo di tutto. Il buon Dio deve stare dalla parte dei padri che amano per davvero. Mia figlia

l'ama troppo!», esclamò scuotendo il capo dopo una pausa. «Camminando, mi parlava di lei: "Vero, padre mio,

che è un giovane ammodo! E ha buon cuore! Parla di me?". Me ne ha dette di cose, dalla rue d'Artois al passage

des Panoramas, volumi interi! Finalmente mi ha aperto il cuore. Per tutta questa bella mattinata, non mi sono

sentito più vecchio, ero leggero come una piuma. Le ho detto che mi aveva consegnato i mille franchi. Oh, cara

bambina! Si è commossa fino alle lacrime. Ma che cos'ha sul caminetto?», chiese infine papà Goriot che fremeva

d'impazienza vedendo Rastignac immobile.

Eugène, tutto sbalordito, guardava il suo vicino con aria inebetita. Il duello, annunciato da Vautrin per

l'indomani, contrastava così violentemente con la realizzazione delle sue speranze più care, che credeva di vivere

in un incubo. Si voltò verso il caminetto, vide la scatoletta quadrata, l'aprì e ci trovò un foglietto che copriva un

orologio Bréguet. C'erano scritte queste parole: «Voglio che pensi a me ad ogni ora, perché... Delphine».

L'ultima parola alludeva probabilmente a qualche scena avvenuta fra loro. Eugène ne fu intenerito. Il

suo stemma era smaltato nell'oro dell'astuccio. Quell'oggetto prezioso, così a lungo bramato, la catena, la chiave,

il modello, i disegni corrispondevano a ciò che aveva sempre desiderato. Papà Goriot era radioso. Aveva

sicuramente promesso alla figlia di riferirle ogni minima reazione di Eugène di fronte a quel regalo inatteso,

poiché era come il terzo partecipante a quelle emozioni giovanili e non pareva il meno felice. Voleva già bene a

Rastignac, e non solo per la figlia.

«La vada a trovare, stasera. L'aspetta. Quello zoticone d'alsaziano cena dalla sua ballerina. Ah! Ah! È

rimasto a bocca aperta quando il mio avvocato gli ha detto il fatto suo. Non pretende di amare mia figlia fino

all'adorazione? Si provi a toccarla e io l'ammazzo. L'idea di sapere che la mia Delphine è di... (sospirò), mi

farebbe commettere un delitto; ma non sarebbe un omicidio, quello è una testa di vitello su un corpo di maiale. Mi

prenderà con sé, vero?».

«Sì, mio buon papà Goriot, lo sa che le voglio bene...».

«Lo vedo, lei non si vergogna di me! Lasci che l'abbracci». Nel così dire, strinse tra le braccia lo

studente. «La renderà tanto felice, me lo prometta! Andrà da lei stasera, vero?».

«Oh, sì! Devo uscire per certe faccende che non posso rimandare».

«Posso esserle utile in qualche cosa?».

«Penso proprio di sì! Mentre andrò dalla signora de Nucingen, vada dal signor Taillefer padre a dirgli di

concedermi un'ora in serata per parlargli di una questione di estrema importanza».

«Allora è vero, giovanotto», disse papà Goriot cambiando espressione, «che lei farebbe la corte alla

figlia, come dicono giù quegli imbecilli? Per tutti i fulmini! Non sa che cosa sia un manrovescio alla Goriot. E se

ci ingannasse, potrebbe contare su un bel pugno. Oh! Non è possibile!».

«Le giuro che amo una sola donna al mondo», disse lo studente, «e lo so da pochi minuti».

«Ah, che felicità!», fece papà Goriot.

«Ma il figlio Taillefer si batte domani», riprese lo studente, «e ho sentito dire che verrà ucciso».

«Che gliene importa?», disse Goriot.

«Bisogna dirgli di impedire a suo figlio di andare...», esclamò Eugène. In quel momento fu interrotto

dalla voce di Vautrin che si sentiva cantare dalla soglia della sua camera:

«O Richard, o mio re!

L'universo t'abbandona...

«Brum! Brum! Brum! Brum! Brum!

«Ho percorso a lungo il mondo

E m'han visto...

«Tra la, la, la, la...».

«Signori», gridò Christophe, «la minestra vi aspetta, sono già tutti a tavola...».

«Toh», disse Vautrin, «vieni a prendere una bottiglia del mio bordeaux».

«Lo trova bello l'orologio?», chiese papà Goriot. «Ha buon gusto la mia Delphine, eh!».

Vautrin, papà Goriot e Rastignac scesero insieme, ed essendo in ritardo, a tavola si ritrovarono seduti

accanto. Durante la cena Eugène ostentò la massima freddezza nei confronti di Vautrin, benché il nostro uomo,

così simpatico agli occhi della signora Vauquer, non fosse mai stato tanto brillante. Sprizzò arguzia e seppe

mettere di buon umore tutti i commensali. Quella sicurezza, quel sangue freddo costernavano Eugène.

«Si può sapere che cosa le è successo oggi?», gli chiese la signora Vauquer. «È allegro come un

fringuello».

«Sono sempre allegro quando ho fatto dei buoni affari».

«Affari?», disse Eugène.

«Beh, sì. Ho consegnato una partita di merci che mi frutterà una buona provvigione. Signorina

Michonneau», disse accorgendosi che la zitella lo stava scrutando, «ho qualcosa in faccia che non le va a genio,

che mi osserva con occhio clinico? Basta dirlo. La cambierò per farle piacere. Poiret, non ce la prenderemo mica

per questo, eh?», soggiunse sbirciando il vecchio impiegato.

«Corpo di una bomba! Lei dovrebbe posare per un Ercole-Burlone», disse il giovane pittore a Vautrin.

«E perché no! Se la signorina Michonneau accetta di posare da Venere del Père-Lachaise», rispose

Vautrin.

«E Poiret?», chiese Bianchon.

«Oh! Poiret poserà da Poiret. Sarà il dio dei frutteti!», esclamò Vautrin. «Il suo nome deriva da poire...».

«Mezza!», riprese Bianchon. «Allora lei starebbe in fin di tavola, tra la pera e il formaggio».

«Sono tutte stupidaggini», intervenne la signora Vauquer, «e lei farebbe meglio a darci il suo bordeaux,

vedo la bottiglia che fa capolino. Ci terrà allegri, per non dire poi che fa bene allo stomàco».

«Signori», disse Vautrin, «la signora presidentessa ci richiama all'ordine. La signora Couture e la

signorina Victorine non se la prenderanno per i vostri discorsi scherzosi, ma rispettate l'innocenza di papà Goriot.

Vi propongo una bottigliettarama di bordeaux, che il nome di Laffitte rende doppiamente illustre, sia detto senza

nessuna allusione politica. Andiamo, faccia di bronzo!», disse guardando Christophe che non si mosse. «Vieni

qui, Christophe! Come mai non senti il tuo nome? Faccia di bronzo, porta i liquidi!».

«Ecco, signore», disse Christophe presentandogli la bottiglia.

Dopo aver riempito il bicchiere di Eugène e quello di papà Goriot, Vautrin se ne versò qualche goccia

che assaporò, mentre i suoi due vicini lo bevevano. All'improvviso fece una smorfia.

«Che diamine! Sa di tappo. Tienilo te, Christophe, e vai a prenderne dell'altro; a destra, lo sai? Siamo

sedici, portane giù otto bottiglie».

«Visto che si dissangua per noi», disse il pittore, «io vi pago un centinaio di caldarroste».

«Oh! Oh!».

«Buuuuuuh!».

«Prrr!».

Ognuno emise delle esclamazioni che si levarono come razzi di una girandola. «Suvvia, mamma

Vauquer, due bottiglie di champagne», le gridò Vautrin.

«E che altro? Perché non chiedere la casa? Due bottiglie di champagne! Ma se costano dodici franchi!

Non li vinco mica al gioco, io! Però, se le vuole pagare il signor Eugène, io offrirò il cassis».

«Eccola con il suo cassis che purga come la manna», disse sottovoce lo studente di medicina.

«Vuoi tacere, Bianchon!», esclamò Rastignac. «Non posso sentir parlare di manna senza che lo

stomaco... D'accordo per lo champagne, pago io», soggiunse lo studente.

«Sylvie», disse la signora Vauquer, «serva i biscotti e i pasticcini».

«I suoi pasticcini sono cresciuti troppo», disse Vautrin. «Hanno la barba. I biscotti invece li sganci

pure».

In un attimo il bordeaux circolò, i commensali si animarono e l'allegria si moltiplicò. Fra le risa feroci,

esplodevano imitazioni di voci di animali. Quando all'impiegato del Museo venne l'idea di rifare un grido di

ambulante parigino che ricordava il miagolio di un gatto in amore, subito otto voci sbraitarono simultaneamente:

«Si arrotano coltelli!». «Miglio per uccellini!». «Cialdoni, donne, ecco i cialdoni!». «Si ripara porcellana!».

«Barca, signori, barca!». «Battipanni per mogli e vestiti!». «Abiti vecchi, galloni vecchi, cappelli vecchi!».

«Ciliege zuccherine!». La palma spettò a Bianchon per l'accento nasale con cui gridò: «Ombrellaio!

Ombrellaio!». In pochi attimi si scatenò uno schiamazzo da rompere i timpani, una conversazione che saltava di

palo in frasca, un'autentica opera che Vautrin dirigeva come un vero direttore d'orchestra, sorvegliando Eugène e

papà Goriot che sembravano già brilli. Con la schiena appoggiata alla spalliera, entrambi contemplavano

quell'insolito disordine con aria grave, bevendo poco; entrambi erano preoccupati per quello che dovevano fare in

serata, e ciò nonostante non riuscivano ad alzarsi. Vautrin, che guardandoli di sottecchi seguiva i cambiamenti

della loro fisionomia, colse il momento in cui i loro occhi vacillarono, e sembrava volessero chiudersi, per

chinarsi verso Eugène e dirgli all'orecchio: «Ragazzino mio, non siamo abbastanza scaltri per lottare con il nostro

papà Vautrin e lui le vuole troppo bene per lasciarle fare delle sciocchezze. Quando ho deciso qualcosa, solo il

buon Dio è abbastanza forte per sbarrarmi la strada. Ah! Volevamo andare ad avvertire papà Taillefer

commettendo un errore da scolaretto! Il forno è caldo, la farina è impastata, il pane è sulla pala; domani,

addentandolo, ci faremo schizzare le briciole alle spalle; e ora non lo vorremmo infornare?... No, no, dovrà

cuocere tutto! Se avremo qualche piccolo rimorso, la digestione lo farà scomparire. Mentre noi ci faremo il nostro

sonnellino, il colonnello conte Franceschini le aprirà la successione di Michel Taillefer con la punta della spada.

Ereditando dal fratello, Victorine avrà i suoi bei millecinquecento franchi di rendita. Ho già preso informazioni e

so che la successione della madre ammonta a più di trecentomila...».

Eugène sentì quelle parole senza riuscire a rispondervi: si sentiva la lingua incollata al palato ed era in

preda a una invincibile sonnolenza; già non vedeva più la tavola e le facce dei commensali che attraverso una

nebbia luminosa. Poco dopo il rumore si placò e a uno a uno i pensionanti se ne andarono. Poi, quando non

rimasero più che la signora Vauquer, la signora Couture, la signorina Victorine, Vautrin e papà Goriot, come in

sogno Rastignac vide la signora Vauquer prendere le bottiglie e travasarne i resti per fare delle bottiglie piene.

«Ah! Sono proprio pazzi, sono proprio giovani!», diceva la vedova.

Fu l'ultima frase che Eugène fu in grado di afferrare.

«Non c'è che il signor Vautrin per fare di questi scherzi», disse Sylvie. «E ora, ecco Christophe che

ronfa come un mantice».

«Arrivederci, mammetta», disse Vautrin. «Vado a teatro ad ammirare il signor Marty nel Mont

Sauvage, un grande dramma tratto dal Solitario. Se vuole, ce la porto, e anche le altre signore».

«La ringrazio», disse la signora Couture.

«Come, mia cara signora!», esclamò la signora Vauquer. «Lei rifiuta di vedere una commedia tratta dal

Solitaire, un'opera di Atala de Chateaubriand che ci piaceva tanto leggere, così bella che l'estate scorsa si

piangeva come fontane per Elodie sotto le tiglie, insomma un'opera morale che potrebbe istruire la signorina?».

«Non c'è permesso di andare a teatro», rispose Victorine.

«Bene, eccoli partiti questi qui», disse Vautrin scuotendo comicamente la testa di papà Goriot e di

Eugène.

E appoggiando quella dello studente sulla spalliera della sedia perché potesse dormire comodamente, lo

baciò con calore in fronte, cantando:

«Dormite, miei cari amori!

Sempre per voi veglierò».

«Ho paura che stia male», disse Victorine.

«Allora resti a curarlo», riprese Vautrin. «È il suo dovere di moglie devota», le sussurrò all'orecchio.

«L'adora, questo giovanotto, e lei sarà la sua mogliettina, glielo dico io. E infine», seguitò ad alta voce, «ebbero

la stima di tutto il paese, vissero felici e contenti ed ebbero molti figli. Ecco come finiscono tutti i romanzi

d'amore. Andiamo, mamma», disse volgendosi verso la signora Vauquer e abbracciandola, «si metta il cappello, il

suo bel vestito a fiori, la sciarpa della contessa. Andrò a cercarle una carrozza io in persona». E se ne andò

cantando:

«Sole, sole, divino sole

tu che fai maturare le zucche....

«Mio Dio! Lo sa, signora Couture, quell'uomo mi farebbe vivere felice sotto i tetti. Così», disse

voltandosi verso il pastaio, «eccolo partito, il nostro papà Goriot. A questo vecchio pitocco non gli è mai venuta

l'idea di portarmi in qualcuna parte. Mio Dio, ma sta per cascare in terra. Sarà poco indecente per un uomo

anziano perdere la ragione! Lei mi dirà che non si perde quello che non si ha. Sylvie, l'accompagni un po' su, in

camera sua!».

Sylvie prese il pover'uomo sotto il braccio, lo fece camminare e come un fagotto lo buttò di traverso sul

letto, ancora tutto vestito.

«Povero ragazzo», disse la signora Couture scostando i capelli di Eugène che gli ricadevano sugli occhi,

«è come una fanciulla, non sa che cosa sia un'intemperanza».

«Ah! Posso assicurarle che in trentun anni che tengo questa pensione, mi sono passati molti giovani per

le mani, come si usa dire, ma nessuno gentile e distinto come il signor Eugène», disse la signora Vauquer. «Com'è

bello quando dorme! Gli appoggi la testa sulla sua spalla, signora Couture. Bah! Cade su quella della signorina

Victorine: c'è un dio per i ragazzi. C'è mancato poco che si spaccasse la testa sul pomo della seggiola. Fra tutte e

due, farebbero davvero una bella coppia».

«Vicina mia, stia un po' zitta!», esclamò la signora Couture. «Sta dicendo cose...».

«Bah!», fece la signora Vauquer. «Tanto non mi sente. Su, Sylvie, vieni a vestirmi. Mi metterò il busto

intero».

«Ah, brava signora! Il busto intero dopo aver mangiato», replicò Sylvie. «No, si cerchi qualcun altro per

stringerla, non sarò certo io ad assassinarla. La sua imprudenza le potrebbe costare la vita».

«Non m'importa, devo fare onore al signor Vautrin».

«Allora vuol proprio bene ai suoi eredi?».

«Basta, Sylvie, niente discussioni», dichiarò la signora Vauquer uscendo.

«Alla sua età!», esclamò la cuoca indicando la padrona a Victorine.

La signora Couture e la sua pupilla, sulla cui spalla dormiva Eugène, rimasero sole nella stanza da

pranzo. Il russare di Christophe risuonava nella casa silenziosa facendo risaltare il sonno tranquillo di Eugène che

dormiva con la grazia di un bambino. Felice di potersi permettere uno di quei gesti caritatevoli in cui si effondono

tutti i sentimenti di una donna, e che senza colpa le faceva sentire il cuore del giovane battere contro il suo,

Victorine aveva nell'espressione qualcosa di maternamente protettivo che la rendeva fiera. Attraverso i mille

pensieri che le nascevano dentro, emergeva una tumultuosa sensazione di voluttà stimolata dallo scambio di un

calore giovane e puro.

«Povera cara figliola!», disse la signora Couture stringendole la mano.

La vecchia signora ammirava quel candido volto sofferente su cui era scesa l'aureola della felicità.

Victorine assomigliava a uno di quegli ingenui dipinti medievali in cui l'artista ha trascurato tutto ciò che è

accessorio, riservando la magia di un pennello fiero e disteso al volto dalle tonalità gialle, ma dove il cielo sembra

riflettersi con le sue tinte dorate.

«Eppure, mamma, non ha bevuto più di due bicchieri», disse Victorine passando le dita fra i capelli di

Eugène.

«Ma se fosse un vizioso, figlia mia, avrebbe sopportato il vino come tutti gli altri. La sua ubriachezza

rappresenta un elogio per lui».

Il rumore di una carrozza risuonò per la via.

«Mamma», disse la fanciulla, «ecco il signor Vautrin. Sostenga lei il signor Eugène. Non vorrei che

quell'uomo mi vedesse così, certe sue espressioni insudiciano l'anima e i suoi sguardi imbarazzano una donna

come se la spogliassero».

«No», obbiettò la signora Couture, «ti sbagli! Il signor Vautrin è un brav'uomo, un po' come il povero

signor Couture, brusco, ma buono, un burbero benefico».

In quel momento entrò silenziosamente Vautrin e guardò il quadro formato dai due ragazzi che il

bagliore della lampada sembrava accarezzare.

«Bene!», disse incrociando le braccia. «Ecco una di quelle scene che avrebbero ispirato delle belle

pagine al buon Bernardin de Saint-Pierre, l'autore di Paolo e Virginia. La giovinezza è davvero bella, signora

Couture. Povero ragazzo, dormi», disse contemplando Eugène, «a volte la fortuna arriva dormendo. Lo sa,

signora», soggiunse rivolgendosi alla vedova, «quello che mi lega a questo giovane, quello che mi commuove, è

sapere come la bellezza della sua anima sia in armonia con quella del suo viso. Lo vede, non sembra un cherubino

appoggiato alla spalla di un angelo? È proprio degno di essere amato, questo ragazzo! Se fossi una donna, vorrei

morire (no, non sono mica così stupido), vivere per lui. Ammirandoli così, signora», sussurrò chinandosi

all'orecchio della vedova, «non posso fare a meno di pensare che Dio li ha creati l'uno per l'altra. La Provvidenza

segue vie imperscrutabili, sonda reni e cuori», esclamò ad alta voce. «Vedendovi uniti, ragazzi miei, uniti da

un'identica purezza, da tutti i sentimenti umani, mi dico che in avvenire non potrete mai essere separati. Dio è

giusto. Credo proprio», proseguì rivolto alla ragazza, «di aver visto in lei le linee della fortuna. Mi vuol dare la

sua mano, signorina Victorine? Me ne intendo di chiromanzia, ho predetto spesso la buona ventura. Via, non

abbia paura. Oh! Che cosa vedo? Parola di galantuomo, fra poco lei sarà una delle più ricche eredi di Parigi.

Colmerà di felicità colui che l'ama. Suo padre la chiama presso di sé. Si sposerà con un uomo titolato, giovane,

bello e che l'adora».

In quel momento, i passi pesanti della vedova vanesia che stava scendendo interruppero le profezie di

Vautrin.

«Ecco mammma Vauquerre bella come un astrrro, legata come un salame. Non soffochiamo un

tantino?», chiese mettendo la mano sulla punta delle stecche. «Il petto è ben compresso, mamma. Se piangeremo,

ci sarà un'esplosione, ma io raccoglierò i resti con la cura di un antiquario».

«Conosce il linguaggio della galanteria francese, quello lì!», disse la vedova all'orecchio della signora

Couture.

«Arrivederci, ragazzi», riprese Vautrin voltandosi verso Eugène e Victorine. «Vi benedico», soggiunse

imponendo la mani sopra le loro teste. «Mi creda, signorina, non sono cosa da poco i voti di un galantuomo,

porteranno di certo fortuna, Dio li ascolta».

«Arrivederci, cara amica», disse la signora Vauquer alla sua pensionante. «Crede che il signor Vautrin

abbia qualche intenzione nei miei confronti?», soggiunse sottovoce.

«Ehm! Ehm!».

«Ah! mamma cara», sospirò Victorine guardandosi le mani, quando le due donne furono sole, «se quel

buon signor Vautrin dicesse il vero!».

«Basta una sola cosa per questo», rispose la vecchia signora. «Che quel mostro di tuo fratello cada da

cavallo».

«Ah, mamma!».

«Mio Dio, forse è un peccato augurare il male al proprio nemico», rispose la vedova. «Beh! Farò

penitenza. A dire il vero porterei ben volentieri dei fiori sulla sua tomba. Cuore malvagio! Non ha il coraggio di

parlare a nome della madre, e si tiene la sua eredità a tuo danno, grazie ai suoi imbrogli. Mia cugina possedeva un

bel patrimonio. Sfortunatamente per te, nel contratto di matrimonio non si è mai parlato della sua dote».

«La mia felicità spesso mi peserebbe, se dovesse costare la vita a qualcuno», disse Victorine. «E se mio

fratello dovesse morire perché io fossi felice, preferirei restare sempre qui».

«Mio Dio, come dice quel buon signor Vautrin che, come hai visto, è un uomo molto religioso», riprese

la signora Couture, «mi ha fatto piacere sapere che non è un miscredente come gli altri, che parlano di Dio con

meno rispetto di quanto ne abbia il diavolo. Ebbene, chi può sapere per quali vie la Provvidenza ci vuole

guidare?».

Aiutate da Sylvie, le due donne finirono per trasportare Eugène in camera sua, lo sdraiarono sul letto e

la cuoca gli sbottonò l'abito perché stesse più comodo. Prima di uscire, quando la sua tutrice ebbe voltato le

spalle, Victorine depose un bacio sulla fronte di Eugène e quel furtivo peccato la riempì di felicità. Guardò la sua

camera, riunì per così dire in un solo pensiero le mille gioie di quella giornata, ne fece un quadro che contemplò a

lungo e si addormentò come la più felice creatura di Parigi. La serata di baldoria di cui aveva approfittato Vautrin

per far bere a Eugène e a papà Goriot del vino narcotizzato, fu decisiva per la perdita del nostro uomo. Bianchon,

mezzo alticcio, dimenticò d'interrogare la signorina Michonneau su Trompe-la-Mort. Se avesse pronunciato quel

nome, avrebbe sicuramente messo in guardia Vautrin, ovvero, per restituirgli il suo vero nome, Jacques Collin,

una delle celebrità del bagno penale. E inoltre, il nomignolo di Venere del Père-Lachaise spinse la signorina

Michonneau a denunciare il forzato proprio quando, fidando nella generosità di Collin, stava calcolando se non

fosse stato meglio avvertirlo e farlo fuggire durante la notte. Accompagnata da Poiret, la donna era appena uscita

per andare dal famoso capo della polizia in vicolo Sainte-Anne, credendo ancora di avere a che fare con un

funzionario di nome Gondureau. Il capo della polizia giudiziaria la ricevette gentilmente. Dopo un colloquio

durante il quale ogni cosa venne messa a punto, la signorina Michonneau chiese la pozione grazie alla quale

avrebbe potuto verificare la presenza del marchio. Dal gesto di soddisfazione che fece il grande capo del vicolo

Sainte-Anne mentre cercava la fiala in un cassetto della scrivania, la signorina Michonneau intuì che quella

cattura era qualcosa di più importante dell'arresto di un semplice forzato. A forza di spremersi le meningi, la

donna finì col sospettare che la polizia, basandosi su certe rivelazioni fatte dai traditori del bagno penale, sperasse

di arrivare in tempo per mettere le mani su ingenti somme. Dopo che la zitella ebbe espresso le sue congetture,

quella vecchia volpe si mise a sorridere e ne volle stornare i sospetti.

«Si sbaglia», rispose. «Collin è la sorbona più pericolosa che sia mai esistita dalla parte dei ladri. Ecco

tutto. I bricconi lo sanno bene, lui è la loro bandiera, il loro sostegno, il loro Bonaparte insomma, e lo amano tutti.

Quel furfante non ci lascerà mai la crapa in place de Grève».

Siccome la signorina Michonneau non capiva, Gondureau le spiegò le due parole gergali di cui si era

servito. Sorbona e crapa sono due pregnanti espressioni del linguaggio dei ladri che per primi hanno sentito la

necessità di considerare la testa umana sotto due aspetti. La sorbona è la testa dell'uomo vivo, la sua intelligenza,

il suo pensiero. La crapa è una parola spregiativa che vuol far capire come la testa, una volta tagliata, sia poca

cosa. «Collin si fa beffe di noi», riprese. «Quando ci troviamo di fronte uomini fatti come sbarre d'acciaio

temprate all'inglese, abbiamo la possibilità di ucciderli, se durante l'arresto osano opporre la minima resistenza.

Domattina, contiamo su qualche via di fatto per uccidere Collin. Si eviteranno così il processo, le spese di

custodia, il vitto, e si sbarazzerà la società di un criminale. Le varie procedure, la citazione dei testimoni, le loro

indennità, l'esecuzione, tutto ciò che concorre a liberarci legalmente di queste canaglie costa più dei mille scudi

che lei riceverà. E inoltre si risparmia tempo. Con un bel colpo di baionetta nella pancia di Trompe-la-Mort,

impediremo un centinaio di delitti ed eviteremo la corruzione di cinquanta cattivi soggetti che se ne staranno

buoni buoni per non finire in tribunale. Ecco come dev'essere un buon servizio di polizia. Secondo i filantropi,

comportarsi così significa prevenire i delitti».

«E si serve il proprio paese», osservò Poiret.

«Bene!», replicò il capo della polizia. «Stasera lei dice cose sensate. Sì, è vero, noi serviamo il paese.

Perciò il mondo è ingiusto nei nostri confronti. Noi rendiamo alla società grandi servigi che vengono ignorati.

Comunque, è proprio di un uomo superiore porsi al di sopra dei pregiudizi, e di un cristiano accettare le afflizioni

che il bene comporta quando non è compiuto secondo idee preconcette. Parigi è Parigi, capisce? Questa frase

spiega la mia vita. Ho l'onore di salutarla, signorina. Domani sarò con i miei uomini al Jardin du Roi. Mandi

Christophe in rue Buffon, dal signor Gondureau, nella casa in cui abitavo. Signore, servo suo. Caso mai le

rubassero qualcosa, approfitti di me per fargliela ritrovare, sono a sua disposizione».

«Beh!», disse Poiret alla signorina Michonneau, «ci sono degli imbecilli che alla parola polizia si

sentono tutti sconvolti. Quel signore è proprio gentile e quello che le chiede è semplice come bere un bicchier

d'acqua».

Il giorno successivo sarebbe stato annoverato tra i più straordinari della storia di Casa Vauquer. Fino

allora l'avvenimento più saliente di quella vita tranquilla era stata la meteorica apparizione della falsa contessa

dell'Ambermesnil. Ma tutto sarebbe impallidito davanti alle peripezie di quella giornata campale, eternamente al

centro delle future conversazioni della signora Vauquer. Tanto per cominciare Goriot e Eugène de Rastignac

dormirono fino alle undici. La signora Vauquer, tornata a mezzanotte dal teatro della Gaieté, rimase a letto fino

alle dieci e mezzo. Il lungo sonno di Christophe, che aveva finito il vino offerto da Vautrin, provocò dei ritardi nel

servizio. Poiret e la signorina Michonneau non si lamentarono di dover aspettare per il pranzo. Dal canto loro

Victorine e la signora Couture dormirono fino a tardi. Vautrin uscì prima delle otto e tornò nel momento in cui si

serviva a tavola. Nessuno quindi protestò quando, verso le undici e un quarto, Sylvie e Christophe andarono a

bussare a tutte le porte dicendo che era pronto. Profittando di un'assenza di Sylvie e di Christophe, la signorina

Michonneau, scesa per prima, versò la pozione nel bicchiere d'argento di Vautrin dove, fra tutti gli altri, si

scaldava a bagnomaria la panna del caffè. La zitella aveva contato su questa particolarità della pensione per

eseguire il suo piano. Non senza qualche difficoltà, i sette commensali si trovarono infine riuniti. Eugène,

stirandosi, stava scendendo per ultimo, quando un fattorino gli consegnò una lettera della signora de Nucingen,

così concepita:

«Non c'è in me né falsa vanità né collera nei suoi confronti, amico mio. L'ho atteso fino alle due del

mattino. Attendere un essere che si ama! Chi ha conosciuto una simile tortura, non la impone a nessuno. Mi rendo

conto che lei ama per la prima volta. Ma che cosa è successo? Sono piena d'ansia. Se non avessi temuto di svelare

i segreti del mio cuore, sarei venuta a vedere che cosa le stava accadendo di bello o di brutto. Ma uscire a

quell'ora, a piedi o in carrozza, non significava disonorarsi? Ho capito che disgrazia fosse essere donna. Mi

rassicuri. Mi spieghi perché non è venuto, dopo tutto quello che le ha detto mio padre. Andrò in collera, ma poi la

perdonerò. È malato? Perché abitare così lontano? Una parola, di grazia. A presto, vero? Mi basterà una parola, se

è occupato. Dica: "Corro", oppure "sto soffrendo". Ma se non stesse bene, mio padre sarebbe venuto a dirmelo!

Allora che cosa è successo?...».

«Sì, che cosa è successo?», esclamò Eugène che si precipitò nella stanza da pranzo spiegazzando la

lettera senza neanche finirla. «Che ore sono?».

«Le undici e mezzo», rispose Vautrin che stava zuccherandosi il caffè.

Il forzato evaso lanciò a Eugène quello sguardo freddamente incantatore che possiedono certi uomini

dotati di forte magnetismo e che, a quanto si dice, calma i pazzi furiosi nei manicomi. Eugène tremò per tutte le

membra. Dalla strada pervenne il rumore di una carrozza e subito dopo un domestico con la livrea dei Taillefer,

che la signora Couture riconobbe immediatamente, entrò precipitosamente con aria atterrita.

«Signorina», esclamò, «il suo signor padre chiede di lei. È successa una grave disgrazia. Il signor

Frédéric si è battuto in duello, un colpo di spada l'ha ferito in fronte e i medici disperano di salvarlo; avrà appena

il tempo di dirgli addio, ormai è senza conoscenza».

«Povero ragazzo!», esclamò Vautrin. «Come si può litigare, quando si ha una bella rendita di trentamila

lire? Decisamente i giovani sono senza criterio».

«Signore!», gli gridò Eugène.

«Beh, che c'è, bambinone?», chiese Vautrin finendo di bere tranquillamente il caffè, operazione che la

signorina Michonneau seguiva con occhio troppo attento per lasciarsi emozionare da quell'avvenimento fuori del

comune che lasciava tutti sbalorditi. «Non ci sono forse duelli tutte le mattine a Parigi?».

«Vengo con te, Victorine», disse la signora Couture.

E le due donne corsero via senza scialle né cappello.

Prima di uscire, Victorine, con gli occhi pieni di lacrime, lanciò a Eugène uno sguardo che voleva dire:

«Non credevo che la nostra felicità dovesse farmi piangere!».

«Beh! Allora lei è un profeta, signor Vautrin?», disse la signora Vauquer.

«Io sono tutto», rispose Jacques Collin.

«È davvero strano!», riprese la signora Vauquer infilzando una serie di banalità sull'avvenimento. «La

morte ci coglie senza consultarci. Spesso i giovani se ne vanno prima dei vecchi. Siamo fortunate, noialtre donne,

di non dover fare duelli, però abbiamo delle malattie che gli uomini non hanno. Facciamo i figli, e il male di

madre dura un pezzo! Che terno al lotto per Victorine! Il padre è costretto a riconoscerla».

«Ecco fatto!», disse Vautrin guardando Eugène. «Ieri la ragazza era senza un soldo, stamani è ricca a

milioni».

«Dica un po', signor Eugène», esclamò la signora Vauquer, «lei ci ha proprio azzeccato».

A quella frase, papà Goriot guardò lo studente e gli vide in mano la lettera sgualcita.

«Non l'ha neanche finita! Che cosa significa? Allora lei è come gli altri?», gli domandò il vecchio.

«Signora, non sposerò mai la signorina Victorine», dichiarò Eugène rivolgendosi alla signora Vauquer

con un senso di orrore e di disgusto che sorprese i presenti.

Papà Goriot gli afferrò la mano e gliela strinse. Avrebbe voluto baciarla.

«Oh! Oh!», fece Vautrin. «Gli italiani hanno un bel modo di dire: col tempo!».

«Aspetto la risposta», disse a Rastignac il fattorino della signora de Nucingen.

«Dica che andrò».

L'uomo se ne andò. Eugène era in uno stato di violenta irritazione che non gli consentiva di essere

prudente. «Che fare?», si chiedeva ad alta voce. «Nessuna prova!».

Vautrin si mise a sorridere. In quel momento la pozione assorbita dallo stomaco cominciava ad agire.

Ma il forzato era così robusto che si alzò, guardò Rastignac e gli disse con voce cavernosa: «Giovanotto, la

fortuna viene dormendo».

E stramazzò stecchito.

«Allora esiste una giustizia divina!», esclamò Eugène.

«Beh! Che gli prende al caro signor Vautrin, poverino?».

«Un colpo apoplettico», gridò la signorina Michonneau.

«Sylvie, su, figliola, va' a chiamare il medico», disse la vedova. «Ah! Signor Rastignac, corra presto dal

signor Bianchon; Sylvie potrebbe non trovare il nostro medico, il signor Grimpel».

Rastignac, felice di avere un pretesto per lasciare quell'antro spaventoso, scappò di corsa.

«Christophe, su, corri dal farmacista e chiedi qualcosa contro l'apoplessia».

Christophe uscì.

«Forza, papà Goriot, ci aiuti a trasportarlo di sopra, in camera sua».

Vautrin fu afferrato, trasportato a fatica per le scale e deposto sul letto.

«Non vi servo a niente, vado a trovare mia figlia», disse il signor Goriot.

«Vecchio egoista!», esclamò la signora Vauquer. «Vattene, ti auguro di morire come un cane».

«Vada un po' a vedere se ha dell'etere», disse alla signora Vauquer la signorina Michonneau, che con

l'aiuto di Poiret aveva slacciato gli abiti di Vautrin.

La signora Vauquer scese nella sua stanza lasciando la signorina Michonneau padrona del campo.

«Su, gli tolga la camicia e si sbrighi a voltarlo! Sia almeno utile a qualcosa evitandomi di vedere delle

nudità», disse la donna a Poiret. «Se ne sta lì come un babbeo».

Quando Vautrin fu girato, la signorina Michonneau gli dette un gran colpo sulla spalla facendo

riapparire in bianco, sulla zona arrossata, le due lettere fatali.

«Toh, ci ha messo poco a guadagnare i tremila franchi», esclamò Poiret che teneva eretto Vautrin,

mentre la signorina Michonneau gli rimetteva la camicia. «Uff! È pesante», soggiunse Poiret riadagiandolo sul

letto.

«Stia zitto. Se ci fosse una cassaforte?», disse animatamente la zitella con gli occhi che sembravano

trafiggere le pareti, tanta era l'avidità con cui esaminava ogni più piccolo mobile della stanza. «Se con un pretesto

qualsiasi si potesse aprire quel secrétaire?», soggiunse.

«Forse si farebbe male», rispose Poiret.

«No. I soldi rubati, dato che erano di tutti, ora non sono più di nessuno. Ma ci manca il tempo», ribatté

la donna. «Sento la Vauquer».

«Ecco l'etere», disse la signora Vauquer. «Ma guarda un po', oggi è proprio la giornata delle avventure.

Oh, Dio! Quest'uomo non può star male, ha un bel colorito bianco come un pollo».

«Come un pollo?», ripeté Poiret.

«Il cuore batte regolarmente», osservò la vedova posandogli la mano sul petto.

«Regolarmente?», disse Poiret stupito.

«Sta benissimo».

«Lei trova?», domandò Poiret.

«Che diamine, ha l'aria di dormire. Sylvie è andata a chiamare un medico. Guardi un po', signorina

Michonneau, che pelliccia ha sullo stomaco; vivrà cent'anni, quest'uomo! Anche la parrucca gli sta bene attaccata.

Toh, è incollata, sono capelli finti, dev'essere perché è rosso. Si dice che i rossi siano solo buoni o solo cattivi.

Che sia buono, lui?».

«Buono da appendere», disse Poiret.

«Intende dire al collo di una bella donna», intervenne prontamente la signorina Michonneau. «Ora se ne

vada, signor Poiret. Spetta a noi curarvi quando siete malati. Del resto, per quello che sa fare, se ne può anche

andare a spasso», soggiunse. «Il nostro caro signor Vautrin lo veglieremo io e la signora Vauquer».

Poiret se ne andò piano piano e senza fiatare, come un cane che si è preso una pedata dal padrone.

Rastignac era uscito per camminare e prendere un po' d'aria. Si sentiva soffocare. Quel delitto compiuto a ora

fissa, lui aveva voluto impedirlo il giorno prima. Che cosa era successo? Che doveva fare? Tremava all'idea di

esserne complice. Il sangue freddo di Vautrin seguitava a spaventarlo.

"E se Vautrin morisse senza parlare?", si diceva Rastignac.

Percorreva i viali del Lussemburgo come se fosse stato braccato da una muta di cani, e gli pareva di

sentirne i latrati.

«Allora!», gli gridò Bianchon, «hai letto "Le Pilote"?».

«Le Pilote» era un giornale radicale diretto dal signor Tissot, che qualche ora dopo i giornali del

mattino pubblicava un'edizione con i fatti del giorno per la provincia, dove arrivava così con ventiquattr'ore di

anticipo sugli altri giornali.

«C'è una storia incredibile», disse lo studente interno dell'ospedale Cochin. «Il figlio Taillefer si è

battuto in duello con il conte Franceschini della vecchia guardia, il quale gli ha infilato in fronte due pollici di

lama. E così la giovane Victorine è uno dei più ricchi partiti di Parigi. Eh! Se l'avessimo saputo? È proprio un

trente et quarante la morte! È vero che Victorine ti guardava di buon occhio?».

«Taci, Bianchon, non la sposerò mai. Amo una donna deliziosa, che mi ama, io...».

«Lo dici come se ti sforzassi di non essere infedele. Dai, fammi vedere una donna per cui valga la pena

rinunciare alla ricchezza di Taillefer».

«Ma insomma, tutti i demoni ce l'hanno con me?», esclamò Rastignac.

«Ma tu, con chi ce l'hai? Sei pazzo? Dammi un po' la mano», disse Bianchon, «che ti tasti il polso. Hai

la febbre».

«Vai dalla vecchia Vauquer», gli disse Eugène, «quello scellerato di Vautrin è caduto a terra come

morto».

«Ah! Tu mi confermi dei sospetti che voglio verificare», rispose Bianchon lasciando solo Rastignac.

Durante la lunga passeggiata lo studente di legge meditò gravemente. Scandagliò, in un certo modo, la

propria coscienza. Dubitò, rifletté, esitò, ma se non altro da quell'aspro e severo conflitto la sua probità emerse

temprata come una sbarra di ferro che resiste a tutte le prove. Si ricordò delle confidenze che papà Goriot gli

aveva fatto il giorno prima, gli tornò in mente l'appartamento scelto per lui vicino a Delphine, in rue d'Artois;

riprese la lettera, la rilesse, la baciò. "Un simile amore è la mia ancora di salvezza", si disse. "Il cuore di quel

povero vecchio ha molto sofferto. Lui non mi dice niente delle sue pene, ma come non intuirle! E va bene, avrò

cura di lui come di un padre, gli darò mille soddisfazioni. Se lei mi ama, verrà spesso a passare le giornate da me,

accanto a lui. Quella gran contessa de Restaud è un'infame, ridurrebbe suo padre a fare il portiere. Cara Delphine!

Lei è più buona con il bravo vecchio, è degna di essere amata. Ah, stasera sarò infine felice!". Tirò fuori l'orologio

per ammirarlo. "Mi è andato tutto bene! Quando ci si ama davvero per sempre, ci si può aiutare, e io posso

accettare questo regalo. D'altra parte un giorno sarò sicuramente un uomo arrivato, e potrò restituire tutto

centuplicato. Nel nostro legame non c'è peccato e niente che possa far aggrottare la fronte ai virtuosi più severi.

Quanta gente dabbene contrae unioni del genere! Noi non inganniamo nessuno; quello che ci avvilisce è la

menzogna. Mentire non significa abdicare? Lei è separata da tempo dal marito. Del resto glielo dirò io, a

quell'alsaziano, di cedermi una moglie che non può rendere felice".

Il conflitto di Rastignac durò a lungo. Benché infine le virtù della giovinezza risultassero vincenti, verso

le quattro e mezzo, al calar della sera, un'invincibile curiosità lo risospinse verso Casa Vauquer, che giurava a se

stesso di lasciare per sempre. Voleva sapere se Vautrin fosse morto. Dopo aver avuto l'idea di somministrargli un

emetico, Bianchon aveva fatto portare al suo ospedale le sostanze vomitate per analizzarle chimicamente. Di

fronte all'insistenza della signorina Michonneau perché fossero gettate, i suoi dubbi si rafforzarono. Tra l'altro

Vautrin si riprese troppo rapidamente perché Bianchon non sospettasse qualche complotto contro l'allegro

buontempone della pensione. Quando entrò Rastignac, Vautrin era quindi in piedi vicino alla stufa della stanza da

pranzo. Attratti prima del solito dalla notizia del duello del figlio Taillefer, e curiosi di conoscere i particolari

della vicenda, nonché l'influenza che aveva avuto sulla sorte di Victorine, i pensionanti, meno papà Goriot, erano

già tutti riuniti e stavano discorrendo del caso. Quando Eugène entrò, i suoi occhi incontrarono quelli

dell'imperturbabile Vautrin, e il suo sguardo gli penetrò così a fondo nel cuore, facendovi vibrare le corde

peggiori, che il giovane rabbrividì.

«Dunque, caro ragazzo», gli disse l'evaso, «la Camusa non la spunterà tanto presto con me. Secondo

queste signore, ho superato felicemente un colpo apoplettico che avrebbe ucciso un bue».

«Ah! Può anche dire un toro!», esclamò la vedova Vauquer.

«Le dispiace forse vedermi ancora vivo?», disse Vautrin all'orecchio di Rastignac, credendo di

indovinarne i pensieri. «Sarebbe degno di un uomo maledettamente audace!».

«Ma guarda un po'!», disse Bianchon. «Ieri l'altro la signorina Michonneau parlava di un uomo

soprannominato Trompe-la-Mort, un nome che le starebbe a pennello».

Quella parola ebbe su Vautrin l'effetto di un fulmine: impallidì e vacillò, mentre il suo sguardo

magnetico cadeva come un raggio di sole sulla signorina Michonneau, che sotto quel flusso di volontà si sentì

cedere le gambe. La zitella si lasciò cadere su una sedia. Poiret si frappose prontamente fra lei e Vautrin

rendendosi conto che la donna era in pericolo, tanto l'espressione del forzato si era fatta ferocemente eloquente

dopo aver deposto la benevola maschera sotto cui si celava la sua vera natura. Tutti i pensionanti rimasero

sbalorditi, pur continuando a non capire nulla del dramma. In quel momento si sentì il passo di diversi uomini e il

rumore dei fucili sbattuti sul selciato della strada. Mentre Collin cercava macchinalmente una via d'uscita

guardando finestre e pareti, quattro uomini comparvero sulla porta della stanza. Il primo era il capo della pubblica

sicurezza, gli altri tre erano agenti di polizia.

«In nome della legge e del re», disse uno degli agenti, mentre un mormorio di stupore copriva le sue

parole. Nella stanza da pranzo regnò ben presto il silenzio e i pensionanti fecero ala per lasciar passare i tre

uomini che avevano tutti la mano nella tasca laterale contenente la pistola. Due gendarmi che seguivano gli agenti

bloccarono la porta della stanza, mentre altri due comparvero a quella che dava sulla scala. I passi e i fucili di

diversi soldati risuonarono sull'acciottolato lungo la facciata. Svanì quindi ogni speranza di fuga per Trompe-la-

Mort, sul quale si appuntarono irresistibilmente tutti gli sguardi. Il capo andò diritto verso di lui e cominciò

coll'affibbiargli una botta così violenta da fargli saltare la parrucca e restituire alla testa di Collin tutto il suo

orrore. In carattere con il busto, quella testa e quella faccia coronate da corti capelli color mattone che ne

facevano risaltare lo spaventoso aspetto, misto di forza e di astuzia, si illuminarono agli occhi di tutti quasi

fossero state rischiarate dalle fiamme dell'inferno. Cosicché ognuno capì tutto quanto Vautrin, il suo passato, il

suo presente, il suo futuro, i suoi principi implacabili, il culto dell'arbitrio, la supremazia che gli conferiva il

cinismo dei suoi pensieri, dei suoi atti e la forza di un'organizzazione rotta a tutto. Il sangue gli salì al viso e gli

occhi gli brillarono come quelli di un gatto selvatico. Fece un balzo in cui si manifestò un'energia così feroce e

ruggì tanto forte da strappare grida di terrore a tutti i pensionanti. A quello scatto leonino, e profittando del

clamore generale, gli agenti estrassero le pistole. Vedendo brillare il cane delle armi, Collin capì il pericolo e di

colpo dette prova della più incredibile forza umana. Spettacolo orrendo e maestoso! Nella sua fisionomia si

verificò un fenomeno paragonabile solo a quello di una caldaia piena del vapore fumoso che può sollevare le

montagne e che una goccia d'acqua fredda dissolve in un attimo. La goccia d'acqua che raffreddò la sua rabbia fu

una riflessione veloce come un lampo. Si mise a sorridere e guardò la parrucca.

«Non sei in vena di gentilezze, oggi», disse al capo della polizia. E tese le mani ai gendarmi

chiamandoli con un cenno del capo. «Signori gendarmi, mettetemi le manette. Prendo a testimoni i presenti che

non oppongo resistenza». Un mormorio d'ammirazione, suscitato dalla rapidità con cui lava e fuoco uscirono e

rientrarono in quel vulcano umano, risuonò nella stanza.

«Ti ho chiuso il becco, signor smargiasso», riprese il forzato guardando il celebre capo della polizia

giudiziaria.

«Su, spogliamoci», gli disse l'uomo del vicolo Sainte-Anne con aria sprezzante.

«Perché?», rispose Collin. «Ci sono delle signore. Non nego niente e mi arrendo».

Fece una pausa e guardò gli astanti come un oratore che stia per dire cose sorprendenti.

«Scriva, papà Lachapelle», disse rivolgendosi a un vecchietto canuto che si era seduto in fondo al

tavolo, dopo aver tirato fuori da una cartella il processo verbale dell'arresto. «Riconosco di essere Jacques Collin,

detto Trompe-la-Mort, condannato a vent'anni di galera, e ho dimostrato poco fa di aver meritato il mio

soprannome. Se solo avessi alzato la mano», spiegò ai pensionanti, «questi tre spioni avrebbero sparso tutto il mio

succo sul selciato domestico di mamma Vauquer. Questi furfanti stanno lì solo a combinare tranelli».

Al sentire quelle parole, la signora Vauquer si sentì male.

«Mio Dio! Ci sarebbe da farne una malattia! E io che ieri ero con lui al teatro della Gaîté», disse a

Sylvie.

«Un po' di equanimità, mammetta! È forse una disgrazia essere stata nel mio palco ieri, al teatro della

Gaîté?», esclamò Collin. «Crede di essere migliore di noi? Sulla nostra spalla c'è meno infamia che nei vostri

cuori, membra flaccide di una società corrotta: il migliore di voi non mi resisteva». I suoi occhi si soffermarono

su Rastignac, al quale rivolse un amabile sorriso che contrastava singolarmente con la rude espressione del viso.

«Il nostro patto è sempre valido, angelo mio, purché venga accettato, naturalmente. È chiaro?». E cantò:

«La mia Fanchette è incantevole

Nella sua semplicità.

«Non si stia a preoccupare», riprese, «so riscuotere i miei crediti. Mi temono troppo per imbrogliarmi!».

Il bagno penale, con le sue abitudini e il suo linguaggio, con le sue brusche transizioni dallo scherzoso

all'orrendo, la sua spaventosa grandezza, la sua familiarità, la sua bassezza, si espresse di colpo in quell'apostrofe

e in quell'uomo, che non fu più un uomo, ma il simbolo di tutta una nazione degenerata, di un popolo selvaggio e

logico, brutale e arrendevole. In un attimo Collin divenne un poema infernale che illustrò tutti i sentimenti umani,

meno uno, il pentimento. Il suo sguardo era quello di un arcangelo decaduto sempre pronto alla guerra. Rastignac

abbassò gli occhi accettando quella criminale parentela come espiazione dei suoi cattivi pensieri.

«Chi mi ha tradito?», chiese Collin facendo scorrere il suo terribile sguardo sui presenti. E

soffermandolo sulla signorina Michonneau: «Sei stata tu», disse, «vecchia arpia, tu mi hai fatto venire un falso

colpo apoplettico, brutta intrigante! Mi basterebbero due parole per farti tagliare la testa entro una settimana. Ti

perdono perché sono un cristiano. Del resto non sei stata tu a denunziarmi. Ma chi allora? Ah! Ah! State frugando

di sopra!», esclamò sentendo gli agenti che aprivano gli armadi e s'impadronivano della sua roba. «Son volati dal

nido, gli uccelli, volati fin da ieri. E voi non sapete niente. I miei libri contabili sono qui», disse battendosi la

fronte. «Ora lo so chi m'ha denunciato. Non può essere stato che quel furfante di Fil di Seta. Non è vero, vecchio

acciuffatore?», disse al capo della polizia. «Collima troppo bene con la permanenza delle nostre banconote su di

sopra. Non c'è più niente, spioncelli miei. Quanto a Fil di Seta, entro quindici giorni sarà interrato, quand'anche lo

faceste proteggere da tutta la vostra gendarmeria. Che le avete dato, alla nostra Michonnette?», chiese ai

poliziotti. «Qualche migliaio di scudi? Valevo di più, Ninon cariata, Pompadour cenciosa, Venere del Père-

Lachaise. Se tu mi avessi avvertito, ti saresti presa seimila franchi. Ah! Non ci avevi pensato, vecchia venditrice

di carne, altrimenti mi avresti accordato la preferenza. Sì, te li avrei dati per evitare un viaggio che mi secca e mi

fa perdere dei soldi», andava dicendo mentre gli mettevano le manette. «Questa gente sarà ben contenta di tirarla

per le lunghe per abbrutirmi. Se mi mandassero subito al bagno, riprenderei presto le mie occupazioni, nonostante

i nostri piccoli babbei del quai des Orfèvres. Laggiù si faranno in quattro per far evadere il loro generale, il bravo

Trompe-la-Mort! C'è qualcuno, fra voi, che abbia come me più di diecimila fratelli pronti a fare qualsiasi cosa per

lui?», chiese con fierezza. «C'è qualcosa di buono qui dentro», soggiunse battendosi il petto. «Io non ho mai

tradito nessuno! Toh, vecchia arpia, osservali», disse rivolgendosi alla zitella. «Mi guardano con terrore, ma tu gli

rivolti lo stomaco dal disgusto. Prendi quel che ti spetta!». Fece una pausa contemplando i pensionanti. «Quanto

siete stupidi, voialtri! Non avete mai visto un forzato? Un forzato della tempra di Collin, qui presente, è un uomo

meno vile degli altri, e che protesta contro i profondi disinganni del contratto sociale, come dice Jean-Jacques, di

cui mi vanto di essere l'allievo. In fin dei conti, sono solo contro il governo con tutti i suoi tribunali, gendarmi,

bilanci, e così li imbroglio!».

«Diavolo!», disse il pittore. «È maledettamente bello da disegnare».

«Dimmi un po', paggio di monsignore il boia, governatore della Vedova - (nome pieno di terribile

poesia che i forzati danno alla ghigliottina) - sii buono, dimmi se è stato Fil di Seta a tradirmi!», soggiunse

volgendosi verso il capo della polizia. «Non vorrei che pagasse per un altro, non sarebbe giusto».

In quel momento tornarono gli agenti che avevano rovistato e inventariato ogni cosa in camera sua, e

parlarono sottovoce al capo della spedizione. Il processo verbale era finito.

«Signori», disse Collin rivolgendosi ai pensionanti, «stanno per portarmi via. Siete stati tutti

gentilissimi con me durante il mio soggiorno qui, ve ne sarò riconoscente. Vi dico addio. Permettete che vi mandi

dei fichi di Provenza». Fece qualche passo e si voltò per guardare Rastignac. «Addio, Eugène», disse con una

voce dolce e triste che contrastava singolarmente con il tono brusco dei suoi discorsi. «Se tu ti trovassi in

difficoltà, ti ho lasciato un amico devoto». Nonostante le manette, riuscì a mettersi in guardia, eseguì un invito da

maestro d'armi, gridò «Uno, due!», e fece un affondo. «In caso di bisogno, rivolgiti lì. Uomo e denaro: è tutto a

tua disposizione».

Il singolare personaggio pronunciò le ultime parole in maniera abbastanza faceta perché solo lui e

Rastignac le intendessero. Dopo che gendarmi, soldati e agenti di polizia ebbero evacuato la casa, Sylvie, che

fregava con l'aceto le tempie della padrona, guardò i pensionanti stupefatti.

«Beh!», disse. «Però era un brav'uomo».

La frase ruppe in ciascuno l'incantesimo creato dai tanti e vari sentimenti che quella scena aveva

suscitato. Nello stesso istante i pensionanti, dopo essersi scrutati fra loro, videro tutti insieme la signorina

Michonneau, magra, prosciugata e fredda come una mummia, rifugiata vicino alla stufa, con gli occhi bassi, come

se avesse temuto che l'ombra del paralume non bastasse a nasconderle l'espressione degli occhi. Di colpo, tutti

vollero veder chiaro in quella figura che era sempre stata antipatica. Un mormorio, che per il suo perfetto unisono

rivelava un disgusto unanime, risuonò sordamente. La signorina Michonneau lo sentì e non si mosse. Bianchon si

rivolse per primo al suo vicino.

«Io taglio la corda se questa donna deve continuare a cenare con noi», disse a mezzavoce.

In un batter d'occhio tutti, meno Poiret, approvarono la dichiarazione dello studente di medicina che,

forte dell'adesione generale, avanzò verso il vecchio pensionante.

«Lei che è particolarmente legato alla signorina Michonneau», gli disse, «le parli, le faccia capire che

deve andarsene immediatamente».

«Immediatamente?», ripeté Poiret stupito.

Dopo di che si avvicinò alla vecchia e le disse qualche parola all'orecchio.

«Ma io ho pagato la pigione, ho diritto di restar qui come tutti gli altri», protestò lei lanciando uno

sguardo viperino ai pensionanti.

«Poco importa, faremo una colletta per rimborsarla», disse Rastignac.

«Il signore difende Collin», rispose lei lanciando allo studente un'occhiata velenosa e inquisitrice, «non

è difficile sapere perché».

A quelle parole Eugène balzò come per avventarsi sulla zitella e strangolarla. Quello sguardo, di cui gli

fu chiara la perfidia, aveva gettato una luce odiosa nella sua anima.

«La lasci stare», esclamarono i pensionanti.

Rastignac incrociò le braccia e rimase muto.

«Facciamola finita con la signorina Giuda», disse il pittore rivolgendosi alla signora Vauquer. «Se lei,

signora, non mette alla porta la Michonneau, tutti noi lasceremo la sua bicocca e spargeremo la voce che vi

abitano solo spie e forzati. In caso contrario, non faremo parola della vicenda, che tutto sommato potrebbe

capitare nei migliori ambienti, finché i galeotti non si marchieranno in fronte e non gli si proibirà di travestirsi da

borghesi parigini e di fare stupidamente dello spirito come tutti quanti».

A quel discorso, la signora Vauquer recuperò miracolosamente la salute, si alzò, incrociò le braccia e

aprì i suoi occhi chiari senza traccia di lacrime.

«Mio caro signore, ma lei vuole proprio la rovina della mia casa? Ecco che il signor Vautrin...». "Oh,

mio Dio", disse fra sé interrompendosi, "non posso fare a meno di chiamarlo con il suo nome di galantuomo!"

«Ecco che mi ritrovo con una stanza vuota», riprese, «e voi volete che ne abbia altre due da affittare in una

stagione in cui tutti sono sistemati».

«Signori, prendiamo il cappello e andiamo a cena in place Sorbonne, da Flicoteaux», disse Bianchon.

La signora Vauquer calcolò in men che non si dica quale fosse il partito più vantaggioso e si precipitò

verso la signorina Michonneau.

«Su, bellina cara, non vorrà mica la fine della mia pensione, eh? Lo vede a quali estremi mi riducono

questi signori; risalga in camera sua per stasera».

«Niente affatto, niente affatto», gridarono i pensionanti, «noi vogliamo che se ne vada

immediatamente».

«Ma non ha cenato, la povera signorina», intervenne Poiret con tono pietoso.

«Andrà a cena dove le pare», gridarono diverse voci.

«Alla porta, la spiona!».

«Alla porta, gli spioni!».

«Signori», esclamò Poiret ergendosi di colpo all'altezza del coraggio che l'amore suscita negli arieti,

«rispettate una rappresentante del sesso debole».

«Gli spioni non hanno sesso», replicò il pittore.

«Gran bel sessorama!».

«Alla portorama!».

«Signori, è una cosa indecente. Quando si manda via qualcuno, si devono rispettare le forme. Noi

abbiamo pagato e quindi restiamo», disse Poiret mettendosi il berretto e sedendosi accanto alla signorina

Michonneau, che la signora Vauquer stava cercando di convincere.

«Cattivo!», gli disse comicamente il pittore. «Cattivello, va'!».

«Beh, se non ve ne andate voi, ce ne andremo noialtri», disse Bianchon.

E i pensionanti accennarono in massa ad andare verso il salotto.

«Signorina, ma che cosa vuole?», esclamò la signora Vauquer. «Sono rovinata. Lei non può rimanere,

finiranno per ricorrere alla violenza».

La signorina Michonneau si alzò.

«Se ne andrà! Non se ne andrà! Se ne andrà! Non se ne andrà!». L'avvicendarsi di tali supposizioni e le

frasi ostili che cominciavano a circolare nei suoi confronti, costrinsero la signorina Michonneau ad andarsene,

dopo alcuni accordi presi sottovoce con la padrona.

«Vado dalla signora Buneaud», dichiarò con aria minacciosa.

«Vada dove le pare, signorina», disse la signora Vauquer, che si sentì crudelmente offesa dalla scelta di

una pensione rivale, e di conseguenza odiosa. «Vada dalla signora Buneaud, le darà un vino da far ballare i sorci e

avanzi di trattoria».

I pensionanti si disposero su due file senza fiatare. Poiret guardava così teneramente la signorina

Michonneau e si mostrava così candidamente indeciso non sapendo se seguirla o rimanere, che i pensionanti,

soddisfatti della partenza della donna, si misero a ridere guardandosi fra loro.

«Ps, ps, ps, Poiret», gli gridò il pittore. «Su, oplà, op!».

L'impiegato del Museo si mise a cantare con comici accenti l'inizio di una nota romanza:

«Partendo per la Siria,

Il giovane e bel Dunois...».

«Suvvia, se ne sta morendo dalla voglia, trahit sua quemque voluptas», disse Bianchon.

«Ciascuno segua la propria dama, libera traduzione da Virgilio», esclamò il ripetitore.

Poiché la signorina Michonneau, guardando Poiret, aveva fatto il gesto di prendergli il braccio, questi

non poté resistere all'appello e andò a offrire il suo appoggio alla vecchia. Scoppiarono gli applausi e le risate.

«Bravo, Poiret!». «Ma guarda il vecchio Poiret!» «Apollo-Poiret!» «Marte-Poiret!». «Coraggioso, il

nostro Poiret!».

In quel momento entrò un fattorino per consegnare una lettera alla signora Vauquer, la quale, dopo

averla letta, si lasciò cadere sulla sedia.

«Ora non resta che lasciar bruciare la casa, il fulmine l'ha colpita. Il figlio Taillefer è morto alle tre.

Eccomi punita per aver augurato ogni bene alle due donne a tutto danno di quel povero giovane. La signora

Couture e Victorine mi chiedono di fargli avere la loro roba perché andranno a vivere dal padre della ragazza. Il

signor Taillefer permette alla figlia di tenersi la vedova Couture come dama di compagnia. Quattro alloggi vuoti,

cinque pensionanti in meno!». Parve, su quella sedia, sul punto di piangere.

«In casa mia è entrata la sventura», esclamò.

A un tratto risuonò per la strada il rotolio di una carrozza che si fermava davanti alla pensione.

«Ancora qualche batosta», disse Sylvie.

Comparve all'improvviso Goriot con un viso così brillante e roseo di felicità da far credere alla sua

rigenerazione.

«Goriot in carrozza», si stupirono i pensionanti. «Ma è la fine del mondo».

Il brav'uomo andò diritto verso Eugène, che se ne stava pensoso in un cantuccio, e prendendolo per il

braccio gli disse con voce allegra: «Venga!».

«Lei allora non sa quel che è successo?», gli chiese Eugène. «Vautrin era un forzato che hanno arrestato

poco fa e il figlio Taillefer è morto».

«Beh! Che c'importa?», rispose papà Goriot. «Io ceno con mia figlia, in casa sua, capisce? L'aspetto,

venga!».

Tirò Rastignac per il braccio con tale violenza da costringerlo a camminare, e parve rapirlo come se

fosse stato la sua amante.

«A cena», gridò il pittore.

In un attimo ciascuno prese una sedia e si sedette a tavola.

«Questa poi», disse la grossa Sylvie, «oggi va tutto storto, il mio spezzatino di montone si è attaccato.

Beh! Lo mangerete bruciato, peggio per voi!».

La signora Vauquer non ebbe il coraggio di dire una parola vedendo solo dieci persone a tavola invece

di diciotto; ciascuno cercò di consolarla e di farla stare allegra. Se all'inizio gli esterni parlarono di Vautrin e degli

avvenimenti della giornata, ben presto, seguendo l'andamento serpentino della conversazione, si misero a parlare

di duelli, di bagni penali, di giustizia, di leggi da rifare, di prigioni. Alla fine si ritrovarono a mille miglia da

Jacques Collin, da Victorine e da suo fratello. Benché fossero solo dieci, gridarono per venti, tanto da sembrare

più numerosi del solito: fu tutta lì la differenza tra quella cena e la cena del giorno prima. La noncuranza abituale

di quell'ambiente egoista, che il giorno dopo avrebbe trovato tra gli eventi quotidiani di Parigi un'altra preda da

sbranare, riprese il sopravvento. La stessa signora Vauquer si lasciò acquietare dalla speranza, che parlava per

bocca della grossa Sylvie.

Fino a sera, quella giornata doveva essere fantasmagorica per Eugène, che nonostante la forza d'animo e

la solidità del cervello, non sapeva come riordinare le idee quando si trovò in carrozza accanto a papà Goriot, i cui

discorsi manifestavano una gioia inconsueta e gli risuonavano all'orecchio, dopo tante emozioni, come parole

udite in sogno.

«Da stamani è finita. Ceniamo tutti e tre insieme, insieme! Capisce? Sono quattro anni che non ceno

con la mia Delphine, la mia piccola Delphine. L'avrò tutta per me una sera intera. Siamo a casa sua da stamani.

Ho lavorato come un manovale, in maniche di camicia. Ho aiutato a trasportare i mobili. Ah! Ah! Lei non sa

com'è premurosa a tavola, come si occuperà di me: "Tieni, papà, su, mangia questo, sentirai com'è buono". E

allora io non riuscirò a mangiare. Oh! Quant'è che non sono stato tranquillo con lei come lo saremo stasera!».

«Ma allora oggi», chiese Eugène, «il mondo va alla rovescia?».

«Alla rovescia?», disse papà Goriot. «Ma se il mondo non è mai andato tanto bene. Per la strada vedo

solo facce allegre, gente che si stringe la mano e si bacia; gente felice, come se tutti andassero a cena dalle figlie,

a papparsi una buona cenetta che lei ha ordinato in mia presenza al cuoco del Café des Anglais. E in ogni modo,

accanto a lei l'aloe sarebbe dolce come il miele».

«Ho l'impressione di rinascere», disse Eugène.

«Forza, cocchiere, si muova», gridò papà Goriot aprendo il vetro davanti. «Vada più svelto, le darò

cento soldi di mancia se mi porterà in dieci minuti dove lei sa».

A quella promessa, il cocchiere attraversò Parigi veloce come un lampo.

«Non cammina, questo cocchiere», ripeteva papà Goriot.

«Ma dov'è che mi porta?», gli chiese Rastignac.

«A casa sua», rispose papà Goriot.

La carrozza si fermò in rue d'Artois. Il vecchio scese per primo e gettò dieci franchi al cocchiere con la

prodigalità di un vedovo che, nel parossismo della felicità, non bada a nulla.

«Su, saliamo», disse a Rastignac. Gli fece attraversare un cortile e lo guidò fino alla porta di un

appartamento del terzo piano, sul retro di una casa nuova e di bell'aspetto. Papà Goriot non ebbe bisogno di

suonare. Thérèse, la cameriera della signora de Nucingen, aprì subito la porta. Eugène si trovò in un delizioso

appartamento da scapolo, composto da anticamera, salotto, camera da letto e studio con vista su un giardino. Nel

salotto, arredato in modo da poter sostenere il confronto con quanto c'è di più bello e di più armonioso, scorse,

alla luce delle candele, Delphine. La giovane donna si alzò da un piccolo divano accanto al caminetto, mise il

parafuoco davanti alla fiamma e gli disse con voce piena di tenerezza: «È stato proprio necessario venire a

prenderla, mio caro signore che non capisce niente».

Thérèse uscì. Lo studente prese Delphine tra le braccia, la strinse con forza e pianse di gioia.

Quest'ultimo contrasto tra ciò che vedeva e ciò che aveva appena visto, in un giorno in cui tante emozioni gli

avevano messo a dura prova il cuore e la mente, scatenò in Rastignac una crisi di abbattimento nervoso.

«Lo sapevo, io, che ti amava», disse sottovoce papà Goriot alla figlia, mentre Eugène giaceva prostrato

sul divanetto senza riuscire a pronunciare una parola né a rendersi conto di come fosse stato dato l'ultimo colpo di

bacchetta magica.

«Su, venga a vedere», gli disse la signora de Nucingen prendendolo per mano e conducendolo in una

camera, che per i tappeti, i mobili e ogni minimo particolare gli ricordò, in proporzioni ridotte, quella di Delphine.

«Ci manca un letto», osservò Rastignac.

«Sì, signore», disse lei arrossendo e stringendogli la mano.

Eugène la guardò e capì, pur giovane ancora, quanto vero pudore ci fosse in un cuore di donna

innamorata.

«Lei è una di quelle creature da adorare sempre», le sussurrò all'orecchio. «Sì, oso dirglielo, visto che ci

comprendiamo tanto bene: più vivo e sincero è l'amore, più dev'essere nascosto, misterioso. Non sveliamo a

nessuno il nostro segreto».

«Oh! Ma io non sono nessuno...», brontolò papà Goriot.

«Sa benissimo che lei è noi, lei...».

«Ah! Ecco quello che volevo. Voi non farete caso a me, vero? Io andrò e verrò come uno spirito buono

che è ovunque e si sa che c'è senza vederlo. Beh! Delphinette, Ninette, Dedel! Non ho avuto ragione a dirti: "C'è

un bell'appartamentino in rue d'Artois, ammobiliamolo per lui!" Tu non volevi. Ah! Sono io l'artefice della tua

gioia, come sono io l'artefice dei tuoi giorni. I padri devono sempre dare per essere felici. Dare sempre, è questo

che fa un padre».

«Come?», chiese Eugène.

«Sì, lei non voleva, aveva paura che si chiacchierasse, come se la gente valesse più della felicità! Ma se

tutte le donne sognano di fare quello che fa lei...».

Papà Goriot parlava da solo, perché la signora de Nucingen aveva condotto Rastignac nello studio dove

risuonò, per quanto leggero, il rumore di un bacio. La stanza era in armonia con l'eleganza dell'appartamento,

dove d'altronde mancava nulla.

«Abbiamo indovinato i suoi desideri?», chiese Delphine tornando in salotto per mettersi a tavola.

«Sì», disse lui, «troppo bene. Ahimè! Questo lusso perfetto, questi bei sogni realizzati, tutta la poesia di

una vita giovane e elegante, li apprezzo troppo per non meritarli; ma non posso accettarli da lei, e sono ancora

troppo povero per...».

«Ah! Ah! Mi oppone già resistenza», disse lei con un leggero accento di scherzosa autorità, sottolineata

da una di quelle smorfiette che fanno le donne quando vogliono farsi gioco di qualche scrupolo perché meglio si

dilegui.

Quel giorno Eugène si era posto interrogativi troppo seri, e l'arresto di Vautrin, mostrandogli la

profondità dell'abisso nel quale aveva rischiato di cadere, aveva troppo rafforzato la nobiltà e la delicatezza dei

suoi sentimenti perché potesse cedere alla tenera confutazione dei suoi generosi principi. Una profonda tristezza

s'impadronì di lui.

«Come!», esclamò la signora de Nucingen. «Allora vuol rifiutare? Lo sa che cosa significa un rifiuto

simile? Che lei dubita dell'avvenire, che non osa legarsi a me. Allora ha paura di tradire il mio affetto? Se lei mi

ama, se io... l'amo, perché un così lieve obbligo nei miei confronti la fa arretrare? Se sapesse con che piacere mi

sono occupata di questo alloggio da scapolo non esiterebbe, e mi chiederebbe perdono. Avevo del denaro che le

apparteneva e l'ho speso bene, ecco tutto. Crede di essere grande ed è piccino. Esige molto di più... ("Ah!"

esclamò cogliendo uno sguardo appassionato di Eugène ) e fa storie per delle sciocchezze. Se non mi ama, allora

sì che non deve accettare. La mia sorte dipende da una parola. Parli! La prego, padre mio, gli dia lei qualche buon

motivo», soggiunse volgendosi al padre dopo un attimo di pausa. «Crede che io sia meno suscettibile di lei per

quello che riguarda il nostro onore?».

Papà Goriot sorrideva estatico vedendo e ascoltando quel litigio amoroso.

«Bambino! Lei è all'inizio della vita», riprese Delphine afferrando la mano di Eugène, «trova una

barriera per molti insormontabile, una mano di donna gliel'apre, e lei indietreggia! Ma lei riuscirà, avrà un

brillante avvenire, il successo sta scritto sulla sua bella fronte. Non potrà allora rendermi quello che le presto

oggi? Un tempo le dame non donavano forse ai loro cavalieri le armature, le spade, gli elmi, le cotte, i cavalli,

perché potessero combattere in loro nome nei tornei? Ebbene! Le cose che le offro, Eugène, sono le armi dei

nostri tempi, gli strumenti necessari a chi vuole diventare qualcuno. È carina, la soffitta in cui abita, se assomiglia

alla camera di papà. Sicché, non vogliamo cenare? Mi vuol rattristare? Su, risponda!», disse scuotendogli la

mano. «Mio Dio, papà, lo convinca lei, altrimenti me ne andrò per non tornare più».

«Ora la convincerò io», disse papà Goriot emergendo dall'estasi. «Caro signor Eugène, si farà prestare i

soldi da qualche ebreo, no?».

«Sono ben costretto», rispose lui.

«Bene, ora è in mano mia», riprese il vecchio tirando fuori un vecchio portafoglio di cuoio consunto.

«Mi sono fatto ebreo, ho pagato tutte le fatture, eccole. Non deve un centesimo per tutto quello che è qui dentro.

Non è una gran somma, al massimo cinquemila franchi. Glieli presto io! Non me li rifiuterà, non sono una donna.

Mi farà una ricevuta su un pezzetto di carta, e un giorno me li renderà».

Eugène e Delphine si guardarono sorpresi, con il viso bagnato di lacrime. Rastignac tese la mano al

buon uomo e gliela strinse.

«Beh! Che c'è? Non siete miei figli?», disse Goriot.

«Mio povero padre, ma come ha fatto?», chiese la signora de Nucingen.

«Ah! Questo è il punto», rispose il vecchio. «Quando ti ho convinta a sistemarlo vicino a te e ti ho visto

fare acquisti come per una sposa, mi sono detto: "Si troverà in difficoltà!" L'avvocato sostiene che il processo da

intentare a tuo marito, perché ti restituisca i tuoi beni, durerà più di sei mesi. Bene. Ho venduto le mie

milletrecento lire di rendita perpetua; con quindicimila franchi mi sono costituito un vitalizio di milleduecento

franchi bene ipotecati, e con il resto del capitale, figlioli miei, ho pagato i vostri fornitori. Di sopra ho una camera

da cinquanta scudi all'anno, posso vivere da re con quaranta soldi al giorno, e me ne avanzeranno. Non consumo

niente, praticamente non ho bisogno di vestiti. Sono quindici giorni che rido sotto i baffi dicendomi: "Come

saranno felici!" Beh, non siete felici?".

«Oh, papà, papà!», esclamò la signora de Nucingen precipitandosi verso il padre che l'accolse sulle

ginocchia. Lo coprì di «MDFR»baci, gli accarezzò le guance con i suoi capelli biondi e bagnò di lacrime quel

vecchio viso raggiante. «Padre caro, lei sì che è un padre! No, non esistono due padri come lei sotto il cielo.

Eugène le voleva già bene, figuriamoci adesso!».

«Ma ragazzi miei», disse papà Goriot che da dieci anni non aveva sentito il cuore della figlia battere

contro il suo, «ma Delphinette, mi vuoi proprio far morire di gioia! Il mio povero cuore si spezza. Via, signor

Eugène, ora siamo già pari!». E il vecchio strinse la figlia in un abbraccio così violento, così spasmodico, che lei

disse: «Ahi! Mi fai male». «Ti ho fatto male!». Il vecchio impallidì e la guardò con un'espressione di sovrumano

dolore. Per descrivere efficacemente la fisionomia di quel Cristo della paternità, si dovrebbe paragonare alle

immagini che i grandi della tavolozza hanno inventato per dipingere la passione che subì il Salvatore degli uomini

per il bene del mondo. Papà Goriot baciò con grande dolcezza quella vita che le sue dita avevano troppo stretta.

«No, no, non ti ho fatto male, no», ribadì con un sorriso dubbioso. «Sei stata tu a farmi male con il tuo

grido. Costa più caro», le sussurrò all'orecchio baciandolo con cautela, «ma bisogna ingannarlo, questo ragazzo,

altrimenti va in collera».

Eugène era impietrito dall'inesauribile dedizione di quell'uomo e lo contemplava con l'ingenua

ammirazione che nei giovani è anche fede.

«Sarò degno di tutto questo!», esclamò.

«Oh, Eugène mio, è bello quello che dice». E la signora de Nucingen baciò lo studente in fronte.

«Per te ha rifiutato la signorina Taillefer e i suoi milioni», disse papà Goriot. «Sì, l'amava, quella

piccina, e ora che il fratello è morto, è ricca come un Creso».

«Oh! Perché dirlo?», si rammaricò Rastignac.

«Eugène», gli disse Delphine all'orecchio, «ora mi sento un po' in colpa per stasera. Ma io l'amerò tanto,

e per sempre!».

«Ecco il più bel giorno per me dalle vostre nozze. Il buon Dio potrà farmi soffrire quanto vuole, purché

non sia per causa vostra. E io mi dirò: "Nel febbraio di quell'anno sono stato per un po' di tempo più felice di

quanto possano esserlo gli altri uomini in tutta la loro vita". Guardami, Fifine», disse alla figlia. «È bellissima,

non le pare? Mi dica un po', ha mai conosciuto molte donne con i suoi bei colori e una fossetta così? No, vero?

Ebbene, l'ho fatto io quest'amore di donna. D'ora in poi, con lei che la renderà felice, diventerà mille volte meglio.

Io posso anche andare all'inferno, caro vicino», soggiunse. «Se le occorre la mia parte di paradiso, gliela regalo.

Su, mangiamo, mangiamo», riprese senza sapere più quel che diceva, «è tutto nostro».

«Il mio povero papà!».

«Se tu sapessi, bambina mia», seguitò alzandosi per andare da lei, prenderle il capo e baciarla fra le

trecce, «come puoi rendermi felice con poco! Vieni a trovarmi ogni tanto, sarò di sopra, non avrai che un passo da

fare. Promettimelo, di'!».

«Sì, padre caro».

«Dillo ancora».

«Sì, padre mio buono».

«Taci, se stesse in me te lo farei dire cento volte. Ceniamo, ora».

Tutta la serata trascorse tra scherzi puerili, e papà Goriot non fu il meno scatenato dei tre. Si

inginocchiava ai piedi della figlia per baciarli; la guardava lungamente negli occhi, strusciava la testa contro il suo

vestito; faceva insomma gesti inconsulti come il più giovane e tenero amante.

«Lo vede?», disse Delphine a Eugène. «Quando mio padre è con noi, vuole tutti per sé. A volte può

essere anche fastidioso».

Eugène, che già diverse volte aveva sentito i morsi della gelosia, non poteva biasimare quelle parole, in

cui si assommava tutta l'essenza dell'ingratitudine.

«E quando sarà pronto l'appartamento?», chiese Eugène guardandosi intorno. «Così, stasera dovremo

lasciarci?».

«Sì, ma domani verrà a cena da me», rispose Delphine con aria d'intesa. «Domani è il giorno degli

Italiens».

«Io andrò in platea», disse papà Goriot.

Era mezzanotte. La carrozza della signora de Nucingen attendeva. Papà Goriot e lo studente tornarono

alla pensione Vauquer parlando di Delphine con un entusiasmo crescente, e nell'esprimersi, quelle due violente

passioni gareggiavano curiosamente. Eugène non poteva nascondersi che l'amore del padre, immune da ogni

interesse personale, era superiore al suo per tenacia e ampiezza. L'idolo era sempre puro e bello per il padre, e la

sua adorazione si arricchiva del passato come dell'avvenire. Trovarono la signora Vauquer sola accanto alla stufa,

tra Sylvie e Christophe. La vecchia locandiera se ne stava lì come Mario sulle rovine di Cartagine. Aspettava i

due soli pensionanti che le restassero, desolandosi con Sylvie. Benché lord Byron abbia attribuito al Tasso

lamenti di una certa bellezza, essi sono ben lungi dalla profonda verità di quelli che sfuggivano dalla bocca della

signora Vauquer.

«Così, domattina, ci saranno da fare solo tre tazze di caffè, Sylvie. Eh, sì! La casa deserta, non è da

spezzare il cuore? Che cos'è la vita senza i miei pensionanti? Un bel niente. La casa è come smobiliata senza i

clienti. La vita è nei mobili. Che cosa ho fatto di male perché il cielo mi mandasse tante disgrazie? Le provviste di

fagioli e di patate bastano per venti persone. La polizia in casa mia! Così finiremo col mangiare solo patate!

Dovrò licenziare Christophe!».

Il savoiardo, che dormiva, si svegliò di colpo e disse: «Signora?».

«Povero ragazzo! È come un cane da guardia», disse Sylvie.

«Una stagione morta, tutti si sono già sistemati. Da dove mi pioveranno i pensionanti? C'è da perdere la

ragione. E quella sibilla della Michonneau che mi porta via Poiret! Ma che mai gli faceva perché quell'uomo le si

attaccasse così? La segue come un cagnolino».

«Figurarsi!», fece Sylvie scuotendo il capo, «quelle zitelle li sanno tutti, i trucchi!».

«E quel povero signor Vautrin che fanno passare per un forzato», riprese la vedova, «beh, Sylvie, è più

forte di me, io ancora non ci credo. Un uomo così allegro, che spendeva quindici franchi al mese per il caffè

corretto e pagava sull'unghia!».

«E che era generoso!», rincarò Christophe.

«Ci dev'essere uno sbaglio», disse Sylvie.

«Ma no, ha confessato lui stesso», obbiettò la signora Vauquer. «E dire che tutte queste cose sono

capitate in casa mia, in un quartiere dove non passa un cane! Parola d'onore, sto sognando. Perché, capisci, noi si

è visto quel che è successo a Luigi XVI, si è visto cadere l'Imperatore, poi si è visto tornare e cadere un'altra

volta, ma era tutto nell'ordine delle cose possibili; nelle pensioni familiari, invece, certe cose non devono capitare:

si può fare a meno del re, ma bisogna pur sempre mangiare. E quando una donna onesta, nata de Conflans,

presenta in tavola solo cose più che buone, a meno che non venga la fine del mondo... Ma è proprio così, è la fine

del mondo».

«E pensare che la signorina Michonneau, che è la causa di tutto questo danno, si prenderà, a quel che

dicono, mille scudi di ricompensa!», esclamò Sylvie.

«Non me ne parlare, è solo una scellerata!», disse la signora Vauquer. «E per di più, se ne va dalla

Buneaud. Ma quella è capace di tutto, ai suoi tempi deve aver commesso cose orribili, ucciso, rubato. Doveva

andare in galera lei, al posto di quel poveretto così simpatico...».

In quel momento Eugène e papà Goriot suonarono alla porta.

«Ah! Ecco i miei due fedeli», sospirò la vedova.

I due fedeli, che avevano solo un vago ricordo dei disastri della pensione familiare, le annunciarono

senza tante cerimonie che se ne andavano a stare alla Chaussée-d'Antin.

«Ah, Sylvie!», esclamò la vedova. «Ecco la mia ultima carta. Mi avete dato il colpo di grazia, signori! È

stato proprio un pugno nello stomaco. Ho come una sbarra qui. Questa giornata m'invecchia di dieci anni.

Diventerò pazza, parola mia! Che fare dei fagioli? Ah, giusto! Se rimango sola, domani te ne andrai, Christophe.

Arrivederci, signori, buona notte».

«Ma che cos'ha?», chiese Eugène a Sylvie.

«Caspita! Se ne sono andati tutti per via di quel che è successo. Le ha sconvolto il cervello. Ecco, ora la

sento piangere. Le farà bene frignare. È la prima volta che si vuota gli occhi da quando sono al suo servizio».

Il giorno dopo la signora Vauquer si era fatta una ragione, come diceva lei. Se parve afflitta come una

donna che ha perso tutti i pensionanti e la cui vita è sconvolta, aveva ritrovato la lucidità e fece vedere che cosa

fosse il vero dolore, un dolore profondo, il dolore causato dall'interesse leso, dalle abitudini interrotte. Lo sguardo

che un innamorato rivolge ai luoghi abitati dall'amante, nel momento in cui li lascia, non è sicuramente più triste

di quello che la signora Vauquer rivolse alla sua tavola vuota. Eugène la consolò dicendo che Bianchon, il cui

internato ospedaliero finiva pochi giorni dopo, sarebbe certamente venuto a sostituirlo; che l'impiegato del Museo

aveva spesso manifestato il desiderio di occupare l'appartamento della signora Couture, e che fra breve lei

avrebbe ritrovato i suoi clienti.

«Dio l'ascolti, caro signore! Ma la sventura è entrata in questa casa. Non passeranno dieci giorni che

arriverà la morte, vedrà», disse lanciando una lugubre occhiata alla stanza da pranzo. «Chi si porterà via?».

«È bene sgomberare», mormorò Eugène a papà Goriot.

«Signora», annunciò Sylvie accorrendo sgomenta, «sono tre giorni che non vedo Mistigris».

«Ah, bene! Se mi è morto il gatto, se ci ha lasciati, io..».

La povera vedova non terminò la frase; congiunse le mani e cadde riversa sulla spalliera della poltrona,

affranta da quella tremenda previsione.

Verso mezzogiorno, ora in cui arrivavano i postini nel quartiere del Panthéon, Eugène ricevette una

lettera dentro una elegante busta, sigillata con lo stemma dei Beauséant. Conteneva un invito indirizzato al

signore e alla signora de Nucingen per il gran ballo annunciato già da un mese in casa della viscontessa. All'invito

era accluso un bigliettino per Eugène:

«Ho pensato, signore, che si sarebbe incaricato con piacere di farsi interprete dei miei sentimenti presso

la signora de Nucingen; le mando l'invito che mi ha chiesto e sarò lieta di conoscere la sorella della signora de

Restaud. Mi conduca perciò questa bella signora e faccia in modo che non accaparri tutto il suo affetto. Me ne

deve molto in cambio di quello che nutro per lei.

Viscontessa de Beauséant»

"Però", si disse Eugène rileggendo quel biglietto, "la signora de Beauséant mi fa capire abbastanza

chiaramente che non vuole il barone de Nucingen". Andò subito da Delphine, felice di poterle procurare una gioia

di cui sarebbe stato certamente ricompensato. La signora de Nucingen stava facendo il bagno. Rastignac attese nel

salottino, in preda alla naturale impazienza di un ragazzo ardente e smanioso di possedere un'amante, oggetto di

due anni di desiderio. Sono emozioni che non si ripetono due volte nella vita di un giovane. La prima donna

realmente donna alla quale si attacca un uomo, ossia colei che gli si presenta nello splendore dell'apparato che

esige la società parigina, non ha mai rivali. A Parigi, l'amore non assomiglia affatto agli altri amori. Né uomini né

donne si lasciano ingannare dalle apparenze ammantate di luoghi comuni di cui ciascuno riveste per decenza i

propri affetti cosiddetti disinteressati. Qui, una donna non deve soddisfare soltanto il cuore e i sensi, ma sa

perfettamente di avere obblighi maggiori nei confronti delle mille vanità di cui si compone la vita. Qui soprattutto

l'amore è essenzialmente millantatore, sfrontato, sperperatore, ciarlatano e fastoso. Se tutte le donne della corte di

Luigi XIV hanno invidiato a mademoiselle de La Vallière l'irruenza della passione che fece dimenticare a quel

grande sovrano i mille scudi che costava ciascuno dei suoi polsini, quando li strappò per facilitare al duca di

Vermandois il suo ingresso sulla scena del mondo, che cosa si può chiedere al resto dell'umanità? Siate giovani,

ricchi e titolati, siate ancor di più se potete; più granelli d'incenso brucerete dinanzi all'idolo, più vi sarà benigno,

ammesso che abbiate un idolo. L'amore è una religione, e il suo culto deve costare più caro di quello di tutte le

altre religioni; passa rapidamente e passa come un monello che tiene a sottolineare il suo passaggio devastando. Il

lusso del sentimento è la poesia delle soffitte; senza tale ricchezza, che cosa accadrebbe all'amore? Se esistono

eccezioni a queste leggi draconiane del codice parigino, si trovano nella solitudine, nelle anime che non si sono

lasciate travolgere dai dogmi sociali, che vivono nei pressi di qualche sorgente dalle acque limpide, fluenti ma

inesauribili; anime che, fedeli al loro verde ombroso, felici di ascoltare il linguaggio dell'infinito, scritto per esse

in ogni cosa e che ritrovano in sé, attendono pazientemente le loro ali compiangendo le creature della terra. Ma

Rastignac, simile alla maggior parte dei giovani che hanno assaporato in anticipo la grandezza, voleva presentarsi

armato di tutto punto nella lizza del mondo; ne aveva contratta la febbre e forse si sentiva la forza di dominarlo,

ma senza conoscere né i mezzi né il fine di quell'ambizione. In mancanza di un amore puro e sacro, che riempia la

vita, questa sete del potere può diventare una buona cosa; basta spogliarsi di ogni interesse personale e proporsi

come scopo la grandezza di un paese. Ma lo studente non era ancora arrivato allo stadio in cui l'uomo può

contemplare il corso della vita e giudicarla. Fino allora non si era neanche completamente liberato dall'incanto

delle fresche e soavi idee che ammantano come un fogliame la giovinezza di chi è stato allevato in provincia.

Aveva continuamente esitato a varcare il Rubicone parigino. Nonostante le sue ardenti curiosità, sotto sotto aveva

seguitato a pensare alla vita felice che conduce il vero gentiluomo nel suo castello. I suoi ultimi scrupoli erano

peraltro scomparsi il giorno prima, quando si era visto nel suo appartamento. Godendo dei vantaggi materiali

della ricchezza, come da tempo godeva dei vantaggi morali che conferisce la nascita, si era spogliato dei panni del

provinciale e si era pian piano installato in una posizione da cui scopriva un brillante avvenire. Perciò, mentre

aspettava Delphine, pigramente seduto in quel bel salottino che ora diventava un po' il suo, si vedeva talmente

lontano dal Rastignac giunto l'anno prima a Parigi che, sbirciandolo, per un effetto d'ottica morale si chiedeva se

in quel momento assomigliasse a se stesso.

«La signora è in camera sua», venne a dirle Thérèse facendolo trasalire.

Trovò Delphine stesa sul divanetto, accanto al fuoco, fresca, riposata. Nel vederla così sdraiata in un

mare di mussola, era impossibile non paragonarla a quelle belle piante dell'India il cui frutto cresce nel fiore.

«Bene! Eccoci qui», esclamò emozionata.

«Indovini che cosa le porto», disse Eugène sedendosi accanto a lei e prendendole il braccio per baciarle

la mano.

La signora de Nucingen ebbe un moto di gioia nel leggere l'invito. Volse verso Eugène i suoi occhi

inumiditi e gli gettò le braccia al collo per attirarlo a sé in un delirio di vanità soddisfatta.

«Ed è a lei ("a te", gli sussurrò all'orecchio, "ma Thérèse è nello spogliatoio, siamo prudenti!"), a lei che

devo tale felicità? Sì, oso chiamarla felicità. Ottenuta grazie a lei, non è qualcosa di più di un trionfo dell'amor

proprio? Nessuno ha voluto presentarmi in quell'ambiente. Forse in questo momento mi troverà meschina, frivola,

leggera come una parigina; ma si ricordi, amico mio, che sono pronta a sacrificarle tutto, e che se desidero più

ardentemente che mai andare al ballo del faubourg Saint-Germain, è perché ci sarà lei».

«Non le pare», chiese Eugène, «che la signora de Beauséant intenda dirci che non conta di vedere il

barone de Nucingen al suo ballo?».

«Proprio così», rispose la baronessa restituendo la lettera a Eugène. «Hanno un vero dono per

l'insolenza. Ma non importa, io ci andrò comunque. Ci dovrebbe essere anche mia sorella, so che si sta

preparando un vestito delizioso. Ci va per dissipare dei sospetti tremendi», soggiunse sottovoce. «Non sa, Eugène,

che voci corrono su di lei? Nucingen è venuto a dirmi che ieri al Circolo ne parlavano senza mezzi termini. Da

che dipende, mio Dio, l'onore delle donne e delle famiglie! Mi sono sentita attaccata, ferita attraverso mia sorella.

Secondo certe persone, il signor de Trailles avrebbe firmato delle cambiali per un ammontare di centomila

franchi, quasi tutte scadute, e stava per essere citato in giudizio. In una simile situazione d'emergenza, mia sorella

avrebbe venduto i suoi diamanti a un ebreo, quei bei diamanti che ha potuto vederle addosso e che appartenevano

alla madre del signor de Restaud. Insomma, da due giorni, non si parla d'altro. Capisco perciò che Anastasie si

faccia fare un abito di lamé e voglia attrarre su di sé tutti gli sguardi in casa della signora de Beauséant, apparendo

in tutto il suo splendore e con i suoi diamanti. Ma io non voglio essere da meno di lei. Ha sempre cercato di

schiacciarmi, non è mai stata buona con me che pure le facevo tanti favori e le davo sempre del denaro quando

non ne aveva. Ma lasciamo perdere la gente, oggi voglio essere felice senza riserve».

All'una del mattino, Rastignac era ancora dalla signora de Nucingen, che effondendosi nell'addio degli

amanti, quell'addio foriero di gioie, gli disse con espressione malinconica: «Sono così paurosa, così superstiziosa,

chiami pure i miei sentimenti come vuole, che tremo all'idea di pagare la mia felicità con qualche spaventosa

catastrofe».

«Bambina!», disse Eugène.

«Ah! Stasera la bambina sono io», fece lei ridendo.

Eugène tornò a Casa Vauquer con la certezza di lasciarla il giorno dopo. Via facendo si abbandonò così

a quei bei sogni che fanno tutti i giovani quando hanno ancora sulle labbra il gusto della felicità.

«Allora?», chiese papà Goriot quando Rastignac passò davanti alla sua porta.

«Allora», rispose Eugène, «le dirò tutto domani».

«Tutto, vero?», esclamò il buon uomo. «Vada a letto. Inizieremo domani una vita felice».

L'indomani, Goriot e Rastignac aspettavano soltanto che uno spedizioniere si decidesse a venire per

andarsene dalla pensione, quando, verso mezzogiorno, il rumore di una carrozza che si fermava proprio davanti

alla porta di Casa Vauquer, risuonò in rue Neuve-Sainte-Geneviève. Ne scese la signora de Nucingen che chiese

se suo padre fosse ancora alla pensione. Alla risposta affermativa di Sylvie, salì svelta le scale. Eugène era in

camera sua all'insaputa del vicino. A colazione aveva pregato papà Goriot di portar via le sue cose, dandogli

appuntamento per le quattro in rue d'Artois. Ma mentre il vecchio era andato in cerca di facchini, Eugène, dopo

aver rapidamente risposto all'appello del professore, era tornato indietro senza che nessuno lo vedesse per saldare

il conto alla signora Vauquer. Non voleva lasciare tale incarico a Goriot, che nel suo fanatismo avrebbe

probabilmente pagato per lui. Poiché la padrona era uscita, Eugène risalì in camera sua per controllare se non

avesse dimenticato niente e si rallegrò della sua idea vedendo nel cassetto del tavolo la cambiale in bianco

rilasciata a Vautrin, che inavvertitamente aveva buttato lì proprio quel giorno. Dato che il fuoco era spento, stava

per farla in mille pezzi allorché, riconoscendo la voce di Delphine, non volle fare rumore e si fermò per stare ad

ascoltarla. Pensava che in fondo non doveva avere segreti per lui. Poi, dopo le prime parole, trovò la

conversazione tra padre e figlia troppo interessante per non stare a sentirla.

«Ah, padre mio!», esclamò Delphine. «Voglia il cielo che lei abbia avuto l'idea di chieder conto del mio

patrimonio giusto in tempo perché non sia rovinata. Posso parlare?».

«Sì, la casa è vuota», disse papà Goriot con voce alterata.

«Ma che cos'ha, padre?», riprese la signora de Nucingen.

«Mi hai dato una mazzata in testa», rispose il vecchio. «Dio ti perdoni, bambina mia. Non sai quanto ti

ami, altrimenti non mi avresti detto così bruscamente cose simili, soprattutto se la situazione non è disperata. Che

cosa è successo di tanto urgente perché tu sia venuta a cercarmi qui, quando fra pochi minuti saremmo stati in rue

d'Artois?».

«Ah, padre mio! Si è forse padroni del primo impulso in una catastrofe? Mi sento impazzire!

L'avvocato ci ha fatto scoprire con un po' d'anticipo il disastro che salterà fuori più tardi. Ci sarà necessaria la sua

vecchia esperienza commerciale, e io sono corsa a cercarla come ci si aggrappa a un ramo quando si sta per

annegare. Dopo che il signor Derville ha visto che Nucingen gli opponeva mille cavilli, ha minacciato di

intentargli un processo dicendo che avrebbe ottenuto rapidamente l'autorizzazione del tribunale. Stamani

Nucingen è venuto da me per chiedermi se volevo la sua e la mia rovina. Gli ho risposto che non m'intendevo

assolutamente di quelle cose, che avevo un patrimonio, che di questo patrimonio dovevo disporre, e che tutto ciò

che aveva a che fare con quella controversia riguardava il mio avvocato, che ero all'oscuro di tutto e

nell'impossibilità di capire qualcosa al riguardo. Non era quello che mi aveva raccomandato di dire?».

«Bene», rispose papà Goriot.

«Allora», riprese Delphine, «mi ha messo al corrente dei suoi affari. Ha investito tutti i suoi capitali e i

miei in attività appena avviate e per le quali è necessario sborsare grosse somme. Se lo costringessi a restituirmi la

dote, dovrebbe dichiarare fallimento, mentre se aspetterò un anno s'impegna sull'onore a rendermi un patrimonio

due o tre volte superiore al mio, investendo i miei capitali in acquisti di terre, dopo di che sarò padrona di tutti i

beni. Mio caro padre, era sincero, mi ha spaventata. Mi ha chiesto perdono per la sua condotta, mi ha restituito

ogni libertà, mi ha permesso di comportarmi come piace a me, a condizione di lasciarlo interamente padrone di

gestire gli affari sotto mio nome. Per dimostrarmi la sua buona fede, mi ha promesso di chiamare il signor

Derville ogni volta che vorrò giudicare se gli atti in base ai quali mi nominerà proprietaria saranno redatti secondo

le norme. Insomma, si è messo interamente nelle mie mani. Chiede di amministrare la casa per altri due anni e mi

ha supplicato di non spendere per me più di quello che mi assegna. Mi ha dimostrato che tutto ciò che poteva fare

era salvare le apparenze, che aveva congedato la sua ballerina, e che sarebbe stato costretto alla più rigida, ma

anche alla più segreta economia per portare a compimento le sue speculazioni senza compromettere il proprio

credito. L'ho bistrattato, ho messo tutto in dubbio per esasperarlo e saperne di più: mi ha fatto vedere i libri

contabili e alla fine ha pianto. Non ho mai visto un uomo in uno stato simile; aveva perso la testa, parlava di

uccidersi, delirava. Mi ha fatto pietà».

«E tu credi alle sue fandonie!», esclamò papà Goriot. «È un commediante. Commerciando, ho

incontrato dei tedeschi: è quasi tutta gente in buona fede, piena di candore; ma quando si mettono a fare i

ciarlatani, dietro un'aria di franchezza e di bonomia, allora lo sono più degli altri. Tuo marito t'inganna. Si sente

incalzato, fa il morto, vuol restare padrone sotto il tuo nome più di quanto lo sia sotto il suo. Profitterà di questa

circostanza per mettersi al riparo dai rischi del commercio. È astuto quanto perfido; è un cattivo soggetto. No, no,

non me ne andrò al Père-Lachaise lasciando le mie figliole spogliate di tutto. Ho ancora una certa esperienza di

affari. Ha impegnato, dice, i suoi capitali in investimenti: ebbene, i suoi interessi devono essere rappresentati da

titoli, ricevute, contratti! Li faccia vedere e liquidi quello che ti spetta. Sceglieremo le speculazioni migliori,

rischieremo, e avremo titoli di credito a nome nostro, a nome di Delphine Goriot, sposata al barone de Nucingen,

sotto il regime della separazione dei beni. Ci prende forse per degli imbecilli, quello là? Crede che io possa

sopportare solo per due giorni l'idea di lasciarti senza mezzi, senza pane? Non lo sopporterei neanche un giorno,

neanche una notte, neanche due ore. Se fosse vero, non sopravviverei. Come! Avrei lavorato quarant'anni, avrei

portato sacchi sulla schiena, avrei sudato sette camicie, per tutta la vita mi sarei imposto privazioni per voi, angeli

miei, che mi rendevate lieve ogni lavoro, ogni fardello; e oggi i miei beni, la mia vita se ne andrebbero in fumo!

Morirei di rabbia. Per tutto quello che c'è di più sacro sulla terra e in cielo, faremo luce su tutto, verificheremo i

libri contabili, la cassa e gli investimenti. Non dormirò, non andrò a letto finché non mi verrà dimostrato che il tuo

capitale non è stato intaccato. Grazie a Dio, hai chiesto la separazione dei beni; avrai come avvocato il signor

Derville, un galantuomo, per fortuna. Per Giove! Ti terrai il tuo bel milioncino, le tue cinquantamila lire di rendita

fino alla fine dei tuoi giorni, altrimenti farò uno scandalo a Parigi, ah! ah! Sarei capace di rivolgermi alle Camere,

se i tribunali ci dessero torto. Saperti tranquilla e soddisfatta per quanto riguarda il denaro... era un pensiero che

alleviava tutti i miei mali e mitigava le mie pene. Il denaro, è la Vita. Con i soldi si fa tutto. Che ci viene a

raccontare quello zotico di un alsaziano? Delphine, non concedere il becco di un quattrino a quel bestione che ti

ha messa alla catena e ti ha resa infelice. Se ha bisogno di te, lo sistemeremo per le feste e lo faremo rigare diritto.

Mio Dio, ho la testa in fiamme, dentro c'è qualcosa che mi brucia. La mia Delphine sul lastrico. Oh, tu, la mia

Fifine! Perdiana, dove sono i miei guanti? Su, andiamo! Voglio andare a controllare tutto, i libri contabili, gli

affari, la cassa, la corrispondenza, ora, subito. Mi calmerò solo quando mi verrà dimostrato che il tuo patrimonio

non corre più rischi e lo vedrò coi miei occhi».

«Padre caro, sia prudente! Se in questa faccenda si lascia prendere dalla benché minima velleità di

vendetta, se mostrasse intenzioni troppo ostili, sarei perduta. Lui la conosce, ha trovato perfettamente naturale che

ispirata da lei mi preoccupassi del mio patrimonio; ma glielo giuro, se lo tiene stretto, come aveva deciso. È

capace si scappare con tutti gli averi, e di piantarci qui, quello scellerato! Sa bene che io non disonorerò mai il

nome che porto denunciandolo. È forte e debole insieme. Ho considerato tutto attentamente. Se lo esasperiamo,

sono rovinata».

«Ma è proprio un farabutto?».

«Ebbene, sì, padre mio», rispose Delphine gettandosi piangente sulla sedia. «Non glielo volevo

confessare, per risparmiarle il dolore di avermi maritata a un uomo del suo stampo! Abitudini nascoste e

coscienza, anima e corpo, tutto in lui concorda! È spaventoso: lo odio e lo disprezzo. Sì, non posso più stimare

quel vile Nucingen dopo tutto ciò che mi ha detto. Un uomo capace di darsi alle speculazioni commerciali di cui

mi ha parlato, non ha la minima sensibilità, e i miei timori sono dovuti al fatto che gli ho letto perfettamente

nell'anima. Mi ha chiaramente proposto, lui, mio marito, la libertà. Lo sa che cosa significa? Essere, in caso di

disgrazia, uno strumento tra le sue mani, servirgli da prestanome».

«Ma ci sono le leggi! C'è una place de Grève per i generi di quella fatta!», esclamò papà Goriot. «Se

non ci fosse il boia lo ghigliottinerei io stesso».

«No, padre, non ci sono leggi contro di lui. Stia a sentire in poche parole il suo vero linguaggio, al di là

di tutte le circonlocuzioni sotto cui lo mascherava: "O tutto è perduto, e lei non avrà più un soldo, sarà rovinata,

giacché io non potrei scegliere come complice nessun altro all'infuori di lei; oppure mi lascerà portare a

compimento le mie operazioni". È chiaro? Tiene ancora a me. La mia onestà femminile lo rassicura; sa che gli

lascerò il suo patrimonio e mi contenterò del mio. È un'associazione disonesta e ladra che devo accettare se non

voglio essere rovinata. Lui compra la mia coscienza e la paga lasciandomi essere a piacimento la donna di

Eugène. "Io ti permetto di macchiarti di certe colpe, tu lasciami commettere dei reati rovinando della povera

gente!" È un linguaggio abbastanza chiaro? Lo sa che cosa intende per operazioni? Compra dei terreni edificabili

a nome mio, poi ci fa costruire case da uomini di paglia. Questi concludono i contratti per le costruzioni con gli

imprenditori, che pagano con cambiali a lunga scadenza, e in cambio di una piccola somma accettano di rilasciare

quietanza a mio marito, che così diventa proprietario delle case, mentre loro si sdebitano con gli imprenditori

raggirati dichiarando fallimento. Il nome della ditta de Nucingen è servito ad abbagliare i poveri costruttori. L'ho

capito bene. Ho anche capito che per dimostrare, in caso di bisogno, che sono stati effettuati ingenti pagamenti,

Nucingen ha mandato grosse somme a Amsterdam, a Londra, a Napoli, a Vienna. Come potremmo recuperarle?».

Eugène sentì il pesante rumore dei ginocchi di papà Goriot, caduto probabilmente sul pavimento della

camera.

«Dio mio, che cosa ti ho fatto? Mia figlia in mano a quel miserabile che pretenderà tutto da lei se vorrà.

Perdonami, figlia mia!», gridò il vecchio.

«Sì, se sono finita in un baratro, forse è anche colpa sua», disse Delphine. «Abbiamo così poco giudizio

quando ci sposiamo! Conosciamo forse il mondo, gli affari, gli uomini, le abitudini? I padri dovrebbero avere

senno per noi. Padre caro, non le rimprovero niente, perdoni le mie parole. In questo caso la colpa è tutta mia. No,

non pianga, papà», disse baciando la fronte del padre.

«Non piangere neanche tu, mia piccola Delphine. Dammi gli occhi, che possa asciugarli con un bacio.

Vedrai! Ritroverò la mia zucca e sbroglierò la matassa che tuo marito ha intricato».

«No, mi lasci fare; saprò io come manovrarlo. Mi ama, ebbene, mi servirò della mia influenza su di lui

per indurlo a investirmi subito dei capitali in proprietà. Forse gli farò ricomprare a nome mio Nucingen, in

Alsazia, lui ci tiene. Venga comunque domani per esaminare i suoi registri, i suoi affari. Il signor Derville non

s'intende affatto di commercio. No, non venga domani. Non voglio farmi cattivo sangue. Dopodomani ci sarà il

ballo della signora de Beauséant, voglio riguardarmi per essere bella, riposata e fare onore al mio caro Eugène.

Ora andiamo a vedere la sua camera».

In quel momento in rue Neuve-Sainte-Geneviève si fermò una carrozza e si sentì per le scale la voce

della signora de Restaud che diceva a Sylvie: «C'è mio padre?». Quella circostanza salvò fortunatamente Eugène,

che già meditava di buttarsi sul letto e fingere di dormire.

«Ah, padre mio, le hanno parlato di Anastasie?», chiese Delphine riconoscendo la voce della sorella.

«Pare che accadano cose strane anche nella sua famiglia».

«Che c'è ancora!», esclamò papà Goriot. «Per me sarebbe la fine. La mia povera testa non resisterà a

un'altra sventura».

«Buongiorno, padre», disse la contessa entrando. «Ah, sei qui Delphine!».

La signora de Restaud parve imbarazzata nel vedere la sorella.

«Buongiorno, Nasie», disse la baronessa. «Trovi poi così straordinaria la mia presenza? Vedo mio padre

tutti i giorni, io».

«Da quando?».

«Se tu venissi, lo sapresti».

«Non mi punzecchiare, Delphine», disse la contessa con voce lamentosa. «Sono così infelice, sono

perduta, povero padre mio! Oh, davvero perduta questa volta!».

«Che cos'hai, Nasie?», gridò papà Goriot. «Dicci tutto, bambina mia. Guarda, impallidisce. Delphine,

su, soccorrila, sii buona con lei, ti vorrò anche più bene, se possibile!».

«Mia povera Nasie», disse la signora de Nucingen facendo sedere la sorella, «parla. Noi due siamo le

uniche persone che ti vorranno sempre abbastanza bene per perdonarti tutto. Lo sai, gli affetti familiari sono i più

sicuri». Le fece respirare i sali e la contessa si riebbe.

«Finirò per morire», esclamò papà Goriot. «Via», riprese attizzando il fuoco di formelle, «avvicinatevi

tutte e due. Ho freddo. Che cos'hai, Nasie? Parla, presto, mi stai uccidendo...».

«Ebbene», esclamò la poveretta, «mio marito sa tutto. Si figuri, padre mio, qualche tempo fa, si ricorda

di quella cambiale di Maxime? Beh, non era la prima. Ne avevo già pagate molte. All'inizio di gennaio il signor

de Trailles mi sembrava molto preoccupato. Lui non mi diceva niente, ma è così facile leggere nel cuore di chi si

ama, basta un niente; e poi ci sono i presentimenti. Insomma era più affettuoso, più tenero di quanto non fosse

mai stato, e io ero sempre più felice. Povero Maxime! Dentro di sé mi diceva addio, mi ha poi confessato. Voleva

farsi saltare le cervella. L'ho tanto tormentato, tanto supplicato, sono rimasta due ore ai suoi ginocchi, e alla fine

mi ha rivelato di dovere centomila franchi! Mi sono sentita impazzire. Lui non li aveva, io avevo dilapidato

tutto...».

«No», disse papà Goriot, «non sarei riuscito a metterli insieme, a meno di andare a rubarli. Ma ci sarei

andato, Nasie! Ci andrò».

A quelle parole lugubremente pronunciate che suonavano come il rantolo di un morente, manifestando

l'agonia del sentimento paterno ridotto all'impotenza, le due sorelle smisero di parlare. Quale egoismo sarebbe

rimasto indifferente a quel grido di disperazione, che come una pietra scagliata in un baratro ne rivelava la

profondità?

«Li ho trovati servendomi di ciò che non mi apparteneva, padre mio», confessò la contessa

sciogliendosi in lacrime.

Delphine si commosse e pianse con la testa sulla spalla della sorella.

«Allora è tutto vero!», esclamò.

Anastasie chinò il capo e la signora de Nucingen la strinse, la baciò teneramente. Poi, tenendola sul

cuore le assicurò: «Qui sarai sempre amata senza essere giudicata».

«Angeli miei», disse Goriot con voce fievole, «perché la vostra intesa è dovuta alla sventura?».

«Per salvare la vita di Maxime, per salvare insomma tutta la mia felicità», riprese la contessa

incoraggiata da quelle testimonianze di una tenerezza calda e palpitante, «ho portato da quell'usuraio che lei

conosce, un uomo generato dall'inferno che niente può commuovere, quel Gobseck, i diamanti di famiglia ai quali

il signor de Restaud tiene tanto, i suoi, i miei, tutto quanto, e li ho venduti. Venduti! Capite? Lui si è salvato! Ma

io, io sono morta. Restaud ha saputo tutto».

«Da chi? In che modo? L'ammazzo!», gridò papà Goriot.

«Ieri mi ha fatto chiamare in camera sua. Ci sono andata... "Anastasie", mi ha detto con una voce... (Oh!

È bastata la sua voce perché indovinassi tutto), "dove sono i suoi diamanti?" "Nella mia stanza". "No", ha risposto

guardandomi, "sono lì, sul mio comò". E mi ha fatto vedere l'astuccio che aveva coperto con il fazzoletto. "Lo sa

da dove vengono?", mi ha chiesto. Sono caduta alle sue ginocchia... ho pianto, gli ho chiesto di quale morte

volesse vedermi morire».

«Tu hai detto questo!», esclamò papà Goriot. «In nome di Dio, chi farà del male a una di voi due, finché

sarò vivo io, può essere certo che lo brucerò a fuoco lento! Sì, lo farò a pezzetti come...».

Papà Goriot tacque, le parole gli morivano in gola.

«In conclusione, mia cara, mi ha chiesto qualcosa di più difficile del morire. Il cielo preservi ogni donna

dal sentire quello che ho sentito io!».

«Assassinerò quell'uomo», disse papà Goriot tranquillamente. «Ma ha una sola vita, e me ne deve due.

Allora, che ha detto?», seguitò guardando Anastasie.

«Beh», rispose la contessa dopo una pausa, «mi ha guardata: "Anastasie", mi ha detto, "stenderò il velo

del silenzio, resteremo insieme, abbiamo dei figli. Non ucciderò il signor de Trailles, potrei fallire il colpo e per

liberarmene diversamente dovrei magari fare i conti con la giustizia umana. Ucciderlo tra le sue braccia, vorrebbe

dire disonorare i figli. Ma per non veder perire né i suoi figli, né il loro padre, né me stesso, le impongo due

condizioni. Risponda: c'è un figlio che sia mio?". Gli ho detto di sì. "Quale?" ha chiesto. "Ernest, il primogenito".

"Bene", ha detto. "Adesso giuri di ubbidirmi ormai su un solo punto". Ho giurato. "Firmerà la vendita dei suoi

beni quando glielo chiederò"».

«Non firmare», gridò papà Goriot. «Non firmare mai una cosa simile. Ah! Ah! Signor de Restaud, lei

non sa che cosa voglia dire far felice una donna, e se questa va a cercare la felicità dove la trova, lei la punisce per

la sua sciocca impotenza?... Ci sono io, alto là! Mi troverà sulla sua strada. Nasie, stai tranquilla. Ah! Tiene tanto

al suo erede! Bene, bene. Gli porterò via suo figlio che, perdiana, è mio nipote. Potrò ben vederlo, quel

marmocchio? Lo porto a vivere nel mio paese e ne avrò cura, ci puoi contare. Lo farò capitolare, quel mostro. Gli

dirò: "A noi due! Se vuoi riavere tuo figlio, rendi a mia figlia i suoi averi, e lascia che viva a modo suo!"».

«Padre mio!».

«Sì, tuo padre. Ah, sì, sono un vero padre. Che quei gaglioffi di gran signori non maltrattino le mie

figliole. Per mille fulmini! Non so quel che mi scorre nelle vene. Dev'essere sangue di tigre, vorrei divorare quei

due uomini. Oh, bambine mie! È questa la vostra vita? Allora per me è la morte. Che ne sarà di voi quando non ci

sarò più? I padri dovrebbero vivere quanto i figli. Mio Dio, che brutto mondo è il tuo! Eppure hai un figlio, da

quel che dicono. Dovresti impedirci di soffrire attraverso i nostri figli. Angeli cari, che dico! Devo la vostra

presenza solo ai vostri dolori. Voi non mi fate conoscere che le vostre lacrime. Ma sì, mi amate, lo vedo. Venite,

venite a lamentarvi qui! Il mio cuore è grande, può accogliere tutto. Sì, potete trafiggerlo quanto volete, ogni

brandello sarà ancora un cuore di padre. Vorrei prendere su di me le vostre pene, soffrire per voi. Ah! Quando

eravate piccole, eravate tanto felici...».

«È stata l'unica epoca bella», disse Delphine. «Dove sono finiti i tempi in cui si ruzzolava giù dai sacchi

nel granaio grande?».

«Padre! Non è tutto», disse Anastasie all'orecchio di Goriot facendolo sobbalzare. «I diamanti non sono

stati venduti per centomila franchi. Maxime è stato citato in giudizio. Ci restano solo dodicimila franchi da

pagare. Mi ha promesso di comportarsi con giudizio, di non giocare più. Non mi resta al mondo che il suo amore

e l'ho pagato troppo caro per non morire, se lo perdessi. Gli ho sacrificato ricchezza, onore, tranquillità, figli. Oh!

Faccia che almeno Maxime sia libero, onorato, che possa rimanere in società dove saprà farsi una posizione. Ora

non mi deve solo la felicità, abbiamo dei figli che resterebbero senza mezzi. Tutto sarà perduto se lo rinchiudono

a Sainte-Pélagie».

«Non li ho, Nasie. Più niente, proprio più niente! È la fine del mondo. Oh! Il mondo crollerà, ne sono

certo. Andatevene, salvatevi prima! Ah! Ho ancora le mie fibbie d'argento, sei posate, le prime che ho avuto in

vita mia. E per finire, non mi rimangono più che milleduecento franchi di vitalizio...».

«Ma che ne ha fatto delle sue rendite perpetue?».

«Le ho cedute, riservandomi questo piccolo reddito per le strette necessità. Mi occorrevano dodicimila

franchi per sistemare un appartamento a Fifine».

«A casa tua, Delphine?», chiese la signora de Restaud alla sorella.

«Oh, che importa!», riprese papà Goriot. «I dodicimila franchi sono già spesi».

«Immagino come», disse la contessa. «Per il signor de Rastignac. Ah! Povera Delphine, bada a te. Lo

vedi come sono finita».

«Mia cara, il signor de Rastignac è un giovane incapace di rovinare la propria amante».

«Grazie, Delphine. In questi frangenti, mi aspettavo di più da te. Ma tu non mi hai mai voluto bene».

«Sì che ti vuol bene, Nasie!», protestò papà Goriot. «Me lo diceva proprio poco fa. Parlavamo di te e lei

sosteneva che tu eri bella e lei invece solo carina, ti rendi conto?».

«Lei!», ripeté la contessa. «Lei è di una bellezza fredda».

«Anche se così fosse», disse Delphine arrossendo, «come ti sei comportata, tu, con me? Mi hai

rinnegata, mi hai fatto chiudere le porte di tutte le case che desideravo frequentare, e per concludere non hai mai

perso un'occasione per farmi dispiacere. E io, sono forse venuta come te a spillare al nostro povero padre, mille

franchi alla volta, tutto il suo capitale, per ridurlo nello stato in cui si trova? Ecco quel che hai fatto, sorella mia.

Io ho visto mio padre finché ho potuto, non l'ho messo alla porta, e non sono venuta a leccargli i piedi quando

avevo bisogno di lui. Non sapevo neanche che avesse speso quei dodicimila franchi per me. Ho dei principi, io!

Lo sai bene. E d'altronde, quando papà mi ha fatto dei regali, non li ho mai mendicati».

«Tu eri più felice di me: il signor de Marsay era ricco, ne sai qualcosa. Sei sempre stata cattiva come il

veleno. Addio, non ho né sorella, né...».

«Taci, Nasie!», gridò papà Goriot.

«Solo una sorella come te può ripetere ciò che la gente non crede più, sei un mostro», replicò Delphine.

«Bambine mie, bambine mie, tacete, o mi ammazzo davanti a voi».

«Va', Nasie, ti perdono», seguitò la signora de Nucingen, «sei infelice. Ma io sono migliore di te.

Parlarmi così quando mi sentivo pronta a tutto per aiutarti, perfino a entrare in camera di mio marito, cosa che

non farei più né per me né per... Tutto questo è degno del male che mi hai fatto da nove anni».

«Bambine mie, bambine mie, abbracciatevi!», esclamò il padre. «Siete due angeli».

«No, mi lasci», gridò la contessa che Goriot aveva preso per un braccio, liberandosi dalla stretta

paterna. «Delphine ha meno pietà di me di quanta ne avrebbe mio marito. Non si direbbe che è lo specchio di tutte

le virtù!».

«Preferisco si dica che devo del denaro al signor de Marsay, piuttosto che confessare che il signor de

Trailles mi costa più di duecentomila franchi», rispose la signora de Nucingen.

«Delphine!», gridò la contessa facendo un passo verso di lei.

«Io ti dico la verità, mentre tu mi calunni», ribatté freddamente la baronessa.

«Delphine! Sei una...».

Papà Goriot si slanciò per trattenere la contessa e le impedì di parlare coprendole la bocca con la mano.

«Mio Dio, padre, ma che cosa ha toccato stamani?», gli chiese Anastasie.

«Beh, sì, scusami», disse il pover'uomo pulendosi le mani sui calzoni, «ma non sapevo che sareste

venute, sto traslocando».

Era felice di essersi attirato un rimprovero che sviava su di lui la collera della figlia.

«Ah!», riprese sedendosi. «Mi avete spezzato il cuore. Sto morendo, figlie mie! Mi sento ribollire in

testa come se ci fosse il fuoco. Su, siate buone, vogliatevi bene. Mi fareste morire. Delphine, Nasie, via, avevate

ragione, avevate torto tutte e due. Vediamo, Dedel», riprese volgendo verso la baronessa due occhi pieni di

lacrime, «Nasie ha bisogno di dodicimila franchi, cerchiamoli. Non vi guardate così». Si mise in ginocchio

davanti a Delphine. «Chiedile perdono per farmi piacere», le sussurrò all'orecchio. «È la più infelice, non credi?».

«Mia povera Nasie», disse Delphine spaventata dall'espressione folle e selvaggia che il dolore

imprimeva sul viso del padre, «ho avuto torto, abbracciami...».

«Ah! Mi mettete del balsamo sul cuore. Ma dove trovare dodicimila franchi? E se prestassi servizio

militare al posto di un altro?».

«Ah, padre mio! No, no!», supplicarono le figlie circondandolo.

«Dio la ricompenserà per questo pensiero, la nostra vita non basterebbe, vero Nasie?», riprese Delphine.

«E poi, povero padre, sarebbe una goccia d'acqua», fece osservare la contessa.

«Allora non si può proprio fare niente del proprio sangue?», gridò disperato il vecchio. «Io mi voto a

chi ti salverà, Nasie! Ucciderò un uomo per lui. Farò come Vautrin, andrò al bagno penale! Io...». Si fermò come

fulminato. «Più niente!», esclamò strappandosi i capelli. «Se sapessi dove andare per rubare, ma è difficile

perfino trovare da rubare. E poi ci vorrebbe gente e tempo per svaligiare la Banca. Allora devo morire, non mi

resta più che morire. Sì, non sono più buono a niente, non sono più padre! No. Lei chiede aiuto, ha bisogno di me!

E io, miserabile, non ho niente. Ah! Ti sei fatto dei vitalizi, vecchio scellerato, e avevi delle figlie! Allora non le

ami? Crepa, crepa da quel cane che non sei altro! Sì, valgo meno di un cane, un cane non si comporterebbe così!

Oh, la mia testa! Sta bollendo!».

«Ma papà», gridarono le due giovani che gli stavano attorno per impedirgli di battere la testa contro il

muro, «via, sia ragionevole».

Singhiozzava. Eugène, spaventato, prese la cambiale firmata a Vautrin con un bollo che attestava una

somma più alta. Corresse la cifra, la trasformò in una cambiale regolare di dodicimila franchi all'ordine di Goriot

ed entrò.

«Ecco tutto il suo denaro, signora», disse presentando la carta. «Dormivo, la vostra conversazione mi ha

svegliato, e così sono venuto a sapere quello che dovevo al signor Goriot. Ecco il titolo che potrà negoziare e che

io onorerò puntualmente».

La contessa, immobile, teneva il foglio in mano.

«Delphine», disse pallida e tremante di collera, di furore, di rabbia, «ero disposta a perdonarti tutto, ma

questo no! Come, questo signore era di là e tu lo sapevi! Sei stata tanto meschina da vendicarti lasciando che gli

svelassi i miei segreti, la mia vita, quella dei miei figli, la mia vergogna, il mio onore! Va', tu non sei più niente

per me, ti odio, ti farò tutto il male possibile, io...». La collera le strozzava le parole in gola.

«Ma è mio figlio, il nostro ragazzo, tuo fratello, il tuo salvatore», gridava papà Goriot. «Abbraccialo,

Nasie! Guarda, l'abbraccio io», riprese stringendo Eugène con una sorta di furore. «Oh, figlio mio! Sarò più di un

padre per te, voglio essere una famiglia intera per te. Vorrei essere Dio, metterei l'universo ai tuoi piedi. Bacialo,

su, Nasie! Non è un uomo, è un angelo, un vero angelo!».

«La lasci stare, padre, in questo momento è fuori di sé».

«Fuori di sé! Fuori di sé! E tu, come sei?», chiese la signora de Restaud.

«Figlie mie, morirò se continuate così», gridò il vecchio cadendo sul letto come colpito da una

pallottola. "Mi stanno uccidendo!", mormorò fra sé.

La contessa guardò Eugène che rimaneva immobile, sbalordito dalla violenza di quella scena.

«Signore», gli disse interrogandolo con il gesto, la voce e lo sguardo, senza badare al padre a cui Delphine

slacciava svelta il gilè.

«Signora, pagherò e tacerò», rispose Eugène senza attendere la domanda.

«Hai ucciso nostro padre, Nasie!», esclamò Delphine additando il vecchio svenuto alla sorella, che

scappò via.

«La perdono di cuore», disse il buon uomo aprendo gli occhi. «La sua situazione è spaventosa e farebbe

perdere la testa anche a chi l'avesse più solida. Consola Nasie, sii dolce con lei, promettilo al tuo povero padre che

sta morendo», supplicò il vecchio stringendo la mano di Delphine.

«Ma che cos'ha?», chiese lei tutta spaventata.

«Niente, niente, passerà. C'è qualcosa che mi stringe la fronte, un'emicrania. Povera Nasie, che

avvenire!».

In quel momento la contessa rientrò e si buttò alle ginocchia del padre: «Perdono!», implorò.

«Via», disse papà Goriot, «mi fai anche più male adesso».

«Signore», fece la contessa a Rastignac, con gli occhi umidi di pianto, «il dolore mi ha resa ingiusta.

Vuol essere un fratello per me?», riprese tendendogli la mano.

«Nasie», disse Delphine abbracciandola, «mia piccola Nasie, dimentichiamo tutto».

«No», rispose la sorella, «io me ne ricorderò!».

«Angeli miei», esclamò papà Goriot, «mi togliete il velo che avevo sugli occhi, la vostra voce mi

rianima. Su, abbracciatevi ancora. Allora, Nasie, quella cambiale ti salverà?».

«Lo spero. A proposito, papà, vuol metterci la sua firma?».

«Guarda un po' che stupido a dimenticarlo! Ma ho avuto un malessere. Nasie, non me ne volere. Fammi

sapere che sei fuori dai guai. No, verrò io. Anzi no, non verrò, non posso più vedere tuo marito, lo ucciderei su

due piedi. Quanto a convertire i tuoi beni, lascia fare a me. Va' svelta, bambina mia, e fa' che Maxime metta

giudizio».

Eugène era stupefatto.

«La povera Anastasie è sempre stata violenta», disse la signora de Nucingen, «ma ha buon cuore».

«È tornata per l'avallo», sussurrò Eugène all'orecchio di Delphine.

«Crede?».

«Vorrei non crederlo. Diffidi di lei», rispose alzando gli occhi come per confidare a Dio pensieri che

non osava esprimere.

«Sì, è sempre stata un po' commediante e il mio povero padre si lascia ingannare dalle sue moine».

«Come sta, mio buon papà Goriot?», chiese Rastignac al vecchio.

«Ho voglia di dormire», rispose lui.

Eugène lo aiutò a coricarsi. Poi, quando il buon uomo si fu addormentato tenendo la mano di Delphine,

questa si ritirò.

«A stasera, agli Italiens», disse a Eugène, «e mi dirà come sta. Domani traslocherà, signore. Vediamo

un po' la sua camera. Oh, che orrore!», esclamò entrando. «Stava anche peggio di mio padre. Eugène, si è

comportato bene. L'amerei anche di più se fosse possibile; ma, ragazzo mio, se vuole far fortuna, non deve buttar

così dalla finestra dozzine di migliaia di franchi. Il conte de Trailles è un giocatore. Mia sorella non lo vuole

ammettere. Si sarebbe andato a cercare dodicimila franchi là dove sa perdere o vincere montagne d'oro».

Un gemito li fece tornare da Goriot che sembrava addormentato. Ma quando i due amanti si

avvicinarono, udirono queste parole: «Non sono felici!». Sia che dormisse o fosse sveglio, il tono di quella frase

colpì così vivamente il cuore della figlia, che essa si avvicinò al misero letto su cui giaceva il padre e lo baciò

sulla fronte. Il vecchio aprì gli occhi dicendo: «Sei Delphine!».

«Allora, come si sente?», gli chiese.

«Bene», rispose. «Non ti preoccupare, ora esco. Andate, andate, figlioli, siate felici».

Eugène accompagnò Delphine fino a casa, ma impensierito dallo stato in cui aveva lasciato Goriot,

rifiutò di cenare con lei e tornò a Casa Vauquer. Trovò papà Goriot in piedi e sul punto di andare a tavola.

Bianchon si era piazzato in modo da poter esaminare bene il viso del pastaio. Quando gli vide prendere il pane e

annusarlo per giudicare di quale farina fosse fatto, lo studente, che aveva notato in quel gesto la totale mancanza

di ciò che si potrebbe chiamare la coscienza dell'atto, fece un cenno tristemente presago.

«Vieni accanto a me, signor interno di Cochin», disse Eugène.

Bianchon si spostò volentieri, tanto più che sarebbe stato vicino al vecchio pensionante.

«Che cos'ha?», chiese Rastignac.

«Può anche darsi che mi sbagli, ma è spacciato! Dev'essere accaduto in lui qualcosa di anormale, mi

sembra che a breve scadenza lo minacci un'apoplessia sierosa. La parte inferiore del viso è abbastanza distesa, ma

i tratti superiori si tendono verso la fronte suo malgrado, lo vedi! E inoltre, dallo stato degli occhi si può rilevare

che il cervello è invaso dal siero. Non si direbbero pieni di una leggera polvere? Domattina ne saprò di più».

«Esiste un rimedio?».

«Nessuno. Forse si potrà ritardarne la morte se si trova il modo di provocare una reazione verso le

estremità, verso le gambe; ma se domani sera i sintomi non sono scomparsi, per il pover'uomo è finita. Lo sai da

che cosa è stata causata la malattia? Deve aver ricevuto un colpo violento in seguito al quale il suo morale ha

ceduto».

«Sì», confermò Rastignac ricordando che le due figlie si erano accanite sul cuore del padre.

"Delphine, se non altro, vuol bene a suo padre!", si diceva Eugène. La sera, agli Italiens, cercò

cautamente di non allarmare la signora de Nucingen.

«Non stia a preoccuparsi», rispose lei alle prime parole che le disse Eugène, «mio padre è forte. Solo

che stamani lo abbiamo un po' scosso. Ci sono di mezzo i nostri patrimoni, si rende conto dell'entità del disastro?

Io non potrei vivere se il suo affetto non mi rendesse insensibile a quelle che poco tempo fa avrei considerato

angosce mortali. Oggi per me non esiste che un solo timore, una sola disgrazia, ed è di perdere l'amore che mi ha

fatto sentire felice di vivere. Al di fuori di questo sentimento, tutto mi è indifferente, non amo più niente al

mondo. Lei è tutto per me. Se mi sento soddisfatta di essere ricca, è per piacerle di più. Per mia vergogna, sono

più amante che figlia. Perché? Non lo so. Tutta la mia vita è in lei. Mio padre mi ha dato un cuore, ma lei l'ha

fatto battere. Tutto il mondo può biasimarmi, ma che importa se lei, che non ha il diritto di serbarmi rancore, mi

assolve dalle colpe a cui mi condanna un sentimento irresistibile? Mi crede una figlia snaturata? Oh no, è

impossibile non amare un padre buono come il nostro. Potevo impedirgli di vedere infine le logiche conseguenze

dei nostri deplorevoli matrimoni? Perché non li ha impediti? Non spettava a lui riflettere per noi? Oggi, lo so,

soffre quanto noi; ma che cosa ci potevamo fare? Consolarlo! Non lo consoleremmo affatto. La nostra

rassegnazione lo addolorava più di quanto lo ferissero i nostri rimproveri e le nostre lamentele. Vi sono situazioni

nella vita in cui tutto è amarezza».

Eugène rimase silenzioso, intenerito dalla candida espressione di quel sentimento autentico. Se le

parigine sono spesso false, ebbre di vanità, egoiste, civette, fredde, non c'è dubbio che quando amano realmente

sacrificano alla passione più sentimenti delle altre donne, superano tutte le loro meschinità e diventano sublimi.

Eugène era anche impressionato dalla profondità e dall'assennatezza che dimostra una donna nel giudicare i

sentimenti più naturali, quando un affetto privilegiato gliene fa prendere le distanze. La signora de Nucingen

rimase colpita dal persistente silenzio di Eugène.

«Ma a che cosa sta pensando?», gli chiese.

«Riodo le parole che mi ha detto. Finora ho creduto di amarla più di quanto lei mi amasse».

Delphine sorrise e si schermì dal piacere che provava, perché la conversazione restasse nei limiti

imposti dalle convenienze. Non aveva mai sentito le espressioni vibranti di un amore giovane e sincero. Ancora

qualche parola e non si sarebbe più controllata.

«Eugène», disse cambiando argomento, «non sa quello che sta accadendo? Domani tutta Parigi sarà

dalla signora de Beauséant. I Rochefide e il marchese d'Ajuda si sono messi d'accordo per non divulgare la

notizia, ma domani il re firmerà il contratto di matrimonio e la sua povera cugina non sa ancora niente. Non potrà

esimersi dal ricevere i suoi ospiti e il marchese non sarà presente al ballo. Non si parla d'altro».

«E la gente ride di una cosa indegna e ci sguazza dentro! Non sa che la signora de Beauséant ne

morrà?».

«No», disse Delphine sorridendo. «Lei non conosce quel genere di donne. Ma tutta Parigi sarà a casa

sua e ci sarò anch'io. E dire che devo a lei questa gioia».

«Magari è solo una delle tante voci assurde che circolano a Parigi!», osservò Eugène.

«Domani sapremo la verità».

Eugène non tornò a Casa Vauquer. Non poté rinunciare al piacere di approfittare del suo appartamento.

Se il giorno prima era stato costretto a lasciare Delphine all'una del mattino, quella volta fu lei a lasciarlo verso le

due per tornare a casa. L'indomani dormì fino a tardi e attese verso mezzogiorno la signora de Nucingen che

andava a pranzo da lui. I giovani sono talmente avidi di questi allettanti piaceri, che aveva quasi dimenticato papà

Goriot. Fu una gran festa per lui abituarsi a tutte quelle cose eleganti che ormai gli appartenevano. La signora de

Nucingen era lì, con lui, e conferiva a tutto un valore nuovo. Tuttavia, verso le quattro, i due amanti si ricordarono

di papà Goriot pensando alla felicità che si riprometteva venendo ad abitare in quella casa. Eugène fece osservare

che era necessario trasferirvi subito il buon vecchio, caso mai dovesse essere malato, e lasciò Delphine per correre

a Casa Vauquer. A tavola non c'erano né papà Goriot né Bianchon.

«Eh sì!», gli disse il pittore. «Papà Goriot è malconcio. Bianchon è di sopra con lui. Il vecchio ha visto

una delle figlie, la contessa de Restaurama. Poi è voluto uscire, e il male è peggiorato. La società sta per perdere

uno dei suoi più begli ornamenti».

Rastignac si precipitò verso le scale.

«Ehi! Signor Eugène!».

«Signor Eugène! La signora la vuole», gridò Sylvie.

«Lei e il signor Goriot ve ne dovevate andare il quindici febbraio», disse la vedova. «Il quindici è

passato da tre giorni, siamo al diciotto, e ora mi dovrà pagare un mese per sé e per lui, ma se vuole garantire per

papà Goriot, la sua parola mi basterà».

«Perché, non si fida?».

«Fidarsi! Se il vecchio andasse fuori di testa e morisse, le sue figliole non mi darebbero un soldo, e tutti

i suoi stracci non valgono dieci franchi. Stamani ha portato via le sue ultime posate, chissà perché. Si era vestito

come un giovanotto. Dio mi perdoni, credo che si fosse imbellettato, mi è parso ringiovanito».

«Rispondo io di tutto», disse Eugène rabbrividendo d'orrore e paventando una catastrofe.

Salì da papà Goriot, il quale giaceva sul letto con Bianchon accanto.

«Buongiorno, padre», gli disse Eugène.

Il buon uomo gli sorrise con dolcezza volgendo verso di lui due occhi vitrei: «Come sta Delphine?».

«Bene. E lei?».

«Non c'è male».

«Non lo stancare», disse Bianchon spingendo Eugène in un angolo della camera.

«Allora?», chiese Rastignac.

«Solo un miracolo lo può salvare. C'è stata la congestione sierosa, e ora gli ho applicato dei senapismi;

per fortuna li sente, stanno facendo effetto».

«Si può trasportare?».

«Impossibile. Bisogna lasciarlo qui, evitargli ogni movimento e ogni emozione...».

«Mio buon Bianchon, lo cureremo noi due», disse Eugène.

«Ho già fatto venire il primario del mio ospedale».

«Allora?».

«Si pronuncerà domani sera. Mi ha promesso di venire in serata, dopo il lavoro. Purtroppo questo

benedett'uomo stamani ha commesso un'imprudenza di cui non vuol parlare. È testardo come un mulo. Quando

gli parlo, fa finta di non sentire e dorme per non rispondermi; oppure, se ha gli occhi aperti, si mette a gemere. È

uscito di buon mattino e se n'è andato a piedi per Parigi, non si sa dove. Ha portato via tutto quello che possedeva

di valore per combinare qualche dannato affare abusando delle sue forze! È venuta una delle figlie».

«La contessa?», chiese Eugène. «Una bruna, alta, con un bel taglio d'occhi, dei piedini graziosi, una vita

flessuosa?».

«Sì».

«Lasciami un momento solo con lui», lo pregò Rastignac. «Lo farò confessare, a me dirà tutto».

«Intanto andrò a cena. Cerca solo di non farlo agitare troppo; abbiamo ancora qualche speranza».

«Stai tranquillo».

«Come si divertiranno domani», disse papà Goriot a Eugène quando furono soli. «Vanno a un gran

ballo».

«Ma che cos'ha fatto stamani, papà, per sentirsi così male stasera da dover restare a letto?».

«Niente».

«È venuta Anastasie?», chiese Rastignac.

«Sì», rispose papà Goriot.

«Su, non mi nasconda niente. Che cosa le ha chiesto ancora?».

«Ah!», riprese il vecchio raccogliendo le forze per parlare, «era proprio infelice, sa, ragazzo mio! Nasie

non ha più un soldo dopo quella storia dei diamanti. Per il ballo si era ordinata un abito di lamé che le deve stare a

meraviglia. La sua sarta, un'infame, non ha voluto farle credito e la sua cameriera ha dato un acconto di mille

franchi per il vestito. Povera Nasie, essere arrivata a questo punto! Mi ha straziato il cuore. Ma la cameriera,

vedendo che Nasie non gode più del credito di quel Restaud, ha avuto paura di perdere i suoi soldi e si è messa

d'accordo con la sarta perché l'abito sia consegnato solo se le vengono restituiti i mille franchi. Il ballo è per

domani, il vestito è pronto, Nasie è disperata. Ha voluto in prestito le mie posate per impegnarle. Il marito vuole

che vada al ballo per mostrare a tutta Parigi i diamanti che da quel che dicono lei avrebbe venduto. Può forse dire

a quel mostro: "sono debitrice di mille franchi, li paghi"? No. Io l'ho capito. Delphine andrà al ballo con un vestito

stupendo. Anastasie non deve essere da meno della sorella più giovane. E poi è in un mare di lacrime, la mia

povera figliola! Mi sono sentito così umiliato per non aver avuto dodicimila franchi ieri, che avrei dato il resto

della mia miserabile vita per farmi perdonare quella colpa. Capisce? Avevo avuto la forza di sopportare tutto, ma

l'ultima volta la mancanza di denaro mi ha spezzato il cuore. Non ho fatto tante storie, oh no! Mi sono ripulito, mi

sono vestito per bene; ho venduto posate e fibbie per seicento franchi, poi ho impegnato per un anno il mio titolo

vitalizio da papà Gobseck, in cambio di quattrocento franchi pagati in una volta. Bah! Mangerò solo pane!

Quando ero giovane mi bastava, può bastare anche ora. Almeno la mia Nasie passerà una bella serata. Sarà tutta

in ghingheri. Ho il biglietto da mille franchi qui, sotto il guanciale. Mi scalda il cuore avere sotto la testa una cosa

che farà piacere alla povera Nasie! Potrà mettere alla porta quella malvagia Victoire. Si sono mai visti dei

domestici che non hanno fiducia nei loro padroni! Domani sera starò bene, Nasie viene alle dieci. Non voglio che

mi credano malato, non andrebbero al ballo, mi starebbero a curare. Domani Nasie mi abbraccerà come fossi il

suo bambino, le sue carezze mi guariranno. Dopo tutto, non avrei speso mille franchi dal farmacista? Preferisco

darli al mio toccasana, alla mia Nasie. La consolerò della sua miseria, se non altro. Mi riscatterà della colpa di

essermi fatto un vitalizio. Lei è in fondo al baratro e io non sono più abbastanza forte per tirarla fuori. Oh! Mi

ridarò al commercio. Andrò a Odessa per comprare delle granaglie. Laggiù costano tre volte meno delle nostre.

Anche se è proibita l'importazione dei cereali non lavorati, quella brava gente che fa le leggi non ha pensato a

proibire i prodotti di cui il grano è la materia prima. Ah! Ah!... Questa l'ho pensata stamattina! C'è qualche bel

colpo da fare con gli amidi».

"È pazzo!", si disse Eugène guardando il vecchio. «Via, si riposi, non parli più...».

Eugène scese a cena quando risalì Bianchon. Poi passarono la notte vegliando a turno il malato. E

intanto Bianchon leggeva libri di medicina e Rastignac scriveva alla madre e alle sorelle. L'indomani, i sintomi

che si manifestarono nel malato furono di buon auspicio, secondo Bianchon. Tuttavia richiesero cure continue di

cui solo i due studenti erano capaci, e per raccontarle dobbiamo necessariamente servirci della pudibonda

terminologia di quei tempi. Alle sanguisughe applicate sul corpo debilitato del vecchio si aggiunsero cataplasmi,

pediluvi, misure mediche per cui occorreva d'altro canto la forza e la dedizione dei due giovani. La signora de

Restaud non venne, mandò un fattorino a ritirare i soldi.

«Credevo che sarebbe venuta di persona. Ma è meglio così, si sarebbe preoccupata», disse il padre che

sembrava felice di quella circostanza.

Alle sette di sera Thérèse venne a consegnare una lettera di Delphine.

«Ma che fa, amico mio? Appena amata e già sarei trascurata? Nelle confidenze da cuore a cuore, lei mi

ha mostrato un'anima troppo bella per non essere uno di quegli uomini che restano sempre fedeli, sapendo quante

sfumature abbiano i sentimenti. Come ha detto ascoltando la preghiera di Mosè: "Per alcuni è sempre la stessa

nota, per altri è l'infinito nella musica!". Si ricordi che l'aspetto stasera per andare al ballo della signora de

Beauséant. Il contratto del signor d'Ajuda è stato effettivamente firmato stamani a corte, e la povera viscontessa

l'ha saputo solo alle due. Tutta Parigi si recherà da lei come fa il popolino quando si accalca alla Grève al

momento di una esecuzione. Non è orribile andare a vedere se quella donna saprà nascondere il suo dolore, se

saprà morire con dignità? Di sicuro io non ci andrei, amico mio, se fossi già stata a casa sua, ma probabilmente lei

non riceverà più, e tutti gli sforzi che ho fatto sarebbero stati inutili. La mia situazione è molto diversa da quella

degli altri. D'altro canto ci vado anche per lei, Eugène. L'aspetto. Se non dovesse essere da me entro due ore, non

so se le perdonerei questa fellonia».

Rastignac prese una penna e rispose così:

«Aspetto un medico per sapere se suo padre potrà vivere ancora. È moribondo. Verrò a comunicarle la

sentenza e temo che sia una sentenza di morte. Vedrà lei se può andare al ballo. Mille affettuosità».

Il medico venne alle otto e mezzo e pur senza pronunciarsi favorevolmente non ritenne che la morte

fosse imminente. Previde un'alternanza di miglioramenti e di ricadute da cui sarebbero dipese la vita e la lucidità

mentale del brav'uomo.

«Sarebbe meglio che morisse subito», furono le ultime parole del dottore.

Eugène affidò papà Goriot alle cure di Bianchon e uscì per portare alla signora de Nucingen quelle tristi

notizie che, secondo la sua mentalità ancora imbevuta del senso del dovere familiare, dovevano sospendere ogni

svago.

«Le dica comunque che si diverta», gli gridò papà Goriot che sembrava assopito e invece si mise a

sedere proprio quando Rastignac stava uscendo.

Il giovane si presentò desolato a Delphine e la trovò pettinata e calzata; non le restava più che da

indossare l'abito da ballo. Ma, come le pennellate con cui i pittori danno gli ultimi tocchi ai loro quadri, i

preparativi finali richiedevano più tempo di quanto ne esigesse lo sfondo della tela.

«Come, non è ancora vestito?», si stupì.

«Ma, signora, suo padre...».

«Ancora mio padre!», esclamò interrompendolo. «Non vorrà mica insegnarmi quali siano i miei doveri

verso mio padre. Conosco mio padre da molto tempo. Non una parola di più, Eugène. L'ascolterò solo quando si

sarà cambiato. Thérèse ha già preparato tutto a casa sua, la mia carrozza è pronta, la prenda e torni qui. Parleremo

di mio padre andando al ballo. Bisogna muoversi presto, se ci ritroviamo nella fila delle carrozze, sarà già molto

se riusciremo a presentarci alle undici».

«Signora!».

«Vada! Non una parola di più», disse la donna correndo nel salottino a prendere una collana.

«Su, vada, signor Eugène, farà andare in collera la signora», disse Thérèse spingendo il giovane

sbigottito da quell'elegante parricidio.

Andò a prepararsi facendo le più tristi, le più scoraggianti riflessioni. Vedeva il mondo come un oceano

di fango in cui un uomo, se v'immergeva il piede, sprofondava fino al collo. "Vi si commettono solo delitti

meschini!", si disse. "Vautrin è più grande". La società umana gli si era presentata nelle sue tre grandi espressioni:

l'Ubbidienza, la Lotta e la Rivolta; la Famiglia, il Mondo e Vautrin. E non osava prendere partito. L'Ubbidienza

era noiosa, la Rivolta impossibile e la Lotta incerta. Il pensiero lo riportò in seno alla sua famiglia. Ricordò le

pure emozioni di quella vita quieta, i giorni trascorsi tra esseri che lo amavano teneramente. Ubbidendo alle leggi

naturali del focolare domestico, quelle care creature vi attingevano una felicità piena, continua, senza angosce.

Nonostante l'elevatezza dei suoi pensieri, non si sentì il coraggio di andare a professare la fede delle anime pure a

Delphine, intimandole la Virtù in nome dell'Amore. La sua educazione ormai avviata aveva già dato i suoi frutti.

Già amava egoisticamente. La sua sensibilità gli aveva permesso di riconoscere la natura dell'animo di Delphine.

Avvertiva che sarebbe stata capace di camminare sul corpo del padre pur di andare al ballo, e lui non aveva la

forza di atteggiarsi a educatore, né il coraggio di dispiacerle, né la virtù necessaria per lasciarla. "Non mi

perdonerebbe mai di aver avuto ragione nei suoi confronti in questa circostanza", si disse. Poi rifletté sulle parole

dei medici, inclinò a credere che papà Goriot non fosse così gravemente malato come supponeva; insomma

accumulò una serie di tendenziosi ragionamenti per giustificare Delphine. Lei non sapeva in che stato fosse il

padre. Il buon uomo stesso l'avrebbe rimandata al ballo, se fosse andata a trovarlo. Spesso le leggi sociali,

implacabili nella loro formulazione, condannano laddove la colpa apparente è giustificata dalle innumerevoli

modificazioni che la differenza dei caratteri e la diversità degli interessi e delle situazioni determinano nelle

famiglie. Eugène voleva ingannare se stesso, era pronto a sacrificare all'amante la sua coscienza. Da due giorni,

nella sua vita tutto era cambiato. La donna vi aveva introdotto le sue sregolatezze, aveva fatto sbiadire la famiglia,

si era appropriata di ogni cosa a proprio vantaggio. Rastignac e Delphine si erano incontrati nelle condizioni

ideali per trarre l'uno dall'altra i più vivi godimenti. La loro passione, adeguatamente preparata, era cresciuta

grazie a ciò che uccide le passioni: il godimento. Nel possedere quella donna, Eugène si rese conto che fino allora

l'aveva solo desiderata, non l'amò che all'indomani della feli«MDFR»cità: l'amore è forse solo la riconoscenza del

piacere. Infame o sublime, l'adorava per le voluttà che le aveva dato e per tutte quelle che aveva ricevuto; allo

stesso modo Delphine amava Rastignac come Tantalo avrebbe amato l'angelo che fosse venuto a placare la sete

della sua gola riarsa.

«Allora, come sta mio padre?», gli chiese la signora de Nucingen quando fu di ritorno in abito da sera.

«Malissimo», rispose, «se vuol darmi una prova del suo affetto, corriamo a trovarlo».

«D'accordo», rispose lei, «ma dopo il ballo. Mio buon Eugène, sia gentile, non mi faccia la morale,

venga».

Uscirono. Eugène rimase silenzioso per un buon tratto di strada. «Ma che cos'ha?», chiese Delphine.

«Sento il rantolo di suo padre», rispose di malumore. E si mise a raccontare con la calorosa eloquenza

dei giovani la crudele azione a cui la vanità aveva indotto la signora de Restaud, la crisi mortale provocata

dall'ultimo gesto di dedizione paterna, e quello che sarebbe costato l'abito di lamé di Anastasie. Delphine

piangeva.

"Diventerò brutta", pensò. Le lacrime si asciugarono. «Andrò a vegliare mio padre, non abbandonerò il

suo capezzale».

«Ah! Ora è come la volevo», esclamò Rastignac.

Le lanterne di cinquecento carrozze rischiaravano le adiacenze del palazzo di Beauséant. Ai due lati

della porta illuminata scalpitava il cavallo di un gendarme. Il bel mondo affluiva così numeroso e tutti erano

talmente impazienti di vedere quella gran signora nel momento della caduta, che i saloni del pianterreno erano già

pieni quando vi fecero il loro ingresso la signora de Nucingen e Rastignac. Da quando tutta la corte si era

precipitata dalla Grande Demoiselle di cui Luigi XIV aveva cacciato l'amante, nessuna catastrofe amorosa era

stata più clamorosa di quella della signora de Beauséant. In quella circostanza, l'ultima figlia della quasi real casa

di Borgogna si era dimostrata superiore alla propria disgrazia e fino all'ultimo momento aveva dominato quel

mondo di cui aveva accettato le vanità solo perché servissero al trionfo della sua passione.

Le più belle donne di Parigi animavano i saloni con i loro abiti e i loro sorrisi. Gli uomini più eminenti

della corte, gli ambasciatori, i personaggi famosi in ogni campo, fregiati di croci, placche e cordoni multicolori, si

accalcavano intorno alla viscontessa. Le musiche dell'orchestra risuonavano sotto le volte dorate di quel palazzo,

deserto per la sua regina. La signora de Beauséant stava in piedi nel primo salone per ricevere i suoi cosiddetti

amici. Vestita di bianco, senza nessun ornamento tra i capelli semplicemente intrecciati, appariva calma e non

ostentava né dolore, né fierezza, né falsa gioia. Nessuno poteva leggere nella sua anima. Si sarebbe detta una

Niobe di marmo. Il suo sorriso per gli amici intimi fu a tratti ironico, ma comportandosi come quando era radiosa

di felicità, a tutti parve non diversa dal solito. Di conseguenza anche i più insensibili l'ammirarono, proprio come

le giovani romane applaudivano il gladiatore che sapeva sorridere morendo. Sembrava che il mondo si fosse

parato a festa per dare l'addio a una delle sue sovrane.

«Avevo paura che non venisse», disse a Rastignac.

«Signora», rispose lui con voce commossa interpretando quelle parole come un rimprovero, «sono

venuto per rimanere fino in fondo».

«Bene», fece lei prendendogli la mano. «Qui è forse il solo di cui mi possa fidare. Amico mio, ami una

donna che possa amare sempre. Non ne abbandoni nessuna».

Prese sottobraccio Rastignac e lo condusse a sedere su un divano nel salone dove suonavano.

«Vada a casa del marchese», gli disse. «La condurrà Jacques, il mio cameriere, che le consegnerà una

lettera per lui in cui gli chiedo di restituirmi la mia corrispondenza. Gliela darà tutta quanta, oso sperare. Se avrà

le mie lettere, salga in camera mia. Mi avvertiranno».

Si alzò per andare incontro alla duchessa de Langeais, che a sua volta stava arrivando. Rastignac uscì e

a palazzo Rochefide fece chiedere del marchese che doveva passarvi la serata. Il marchese, che in effetti era

presente, lo condusse a casa sua dove gli consegnò un cofanetto, dicendogli: «Ci sono tutte». Sembrò che volesse

parlare a Eugène per fargli delle domande a proposito del ballo e della viscontessa, oppure per confessargli che

forse rimpiangeva già amaramente il suo matrimonio, come sarebbe accaduto in seguito; ma un lampo d'orgoglio

gli brillò negli occhi ed egli ebbe il triste coraggio di mantenere segreti i suoi più nobili sentimenti. «Non le dica

niente di me, mio caro Eugène». Strinse la mano di Rastignac con un gesto mestamente affettuoso e gli fece

cenno di uscire. Tornato a palazzo de Beauséant, Eugène fu fatto entrare nella camera della viscontessa dove notò

alcuni preparativi di partenza. Si sedette accanto al caminetto, guardò la cassettina di cedro e piombò nella

malinconia. Per lui, la signora de Beauséant assumeva i contorni delle dee dell'Iliade.

«Ah, amico mio!», disse la viscontessa entrando e posando la mano sulla spalla di Rastignac.

Vide la cugina in lacrime, gli occhi rivolti al cielo, una mano tremante e l'altra sollevata, prendere a un

tratto il cofanetto, buttarlo nel fuoco e guardarlo bruciare.

«Ballano! Sono venuti tutti puntualmente, mentre la morte verrà tardi. Sss! amico mio», disse mettendo

un dito sulla bocca di Rastignac che si accingeva a parlare. «Non vedrò mai più né Parigi né il mondo. Alle

cinque del mattino, partirò per andare a seppellirmi in fondo alla Normandia. Dalle tre del pomeriggio ho dovuto

provvedere ai preparativi, firmare documenti, occuparmi di certi affari; non potevo mandare nessuno da...».

S'interruppe. «Di sicuro l'avrebbero trovato da...». S'interruppe di nuovo, affranta dal dolore. In quei momenti

tutto è dolore, e certe parole è impossibile pronunciarle. «Così», riprese, «contavo su di lei stasera per

quest'ultimo favore. Vorrei darle un pegno della mia amicizia. Penserò spesso a lei, che mi è parso buono e

nobile, giovane e candido in questo mondo dove simili qualità sono così rare. Spero che qualche volta pensi a me.

Tenga», disse guardandosi intorno, «ecco il cofanetto dove mettevo i guanti. Ogni volta che li ho presi prima di

andare a un ballo o a teatro, mi sentivo bella perché ero felice e non lo toccavo senza lasciarvi qualche pensiero

lieto: c'è molto di me qui dentro, c'è tutta una signora de Beauséant che non esiste più. Lo accetti. Glielo farò

portare a casa, in rue d'Artois. La signora de Nucingen è molto bella stasera, le voglia bene. Se non ci vedremo

più, amico mio, stia certo che farò voti per lei, che è stato buono con me. Scendiamo, non voglio far credere che

io stia piangendo. Ho l'eternità davanti a me, ci starò da sola, e nessuno mi chiederà ragione delle mie lacrime.

Ancora uno sguardo a questa camera». S'interruppe. Poi, dopo essersi nascosta per un attimo gli occhi con la

mano, li asciugò, li asperse d'acqua fresca e prese sottobraccio lo studente. «Andiamo», disse.

Rastignac non aveva mai provato un'emozione così violenta come quella derivata dal contatto di un

dolore così nobilmente controllato. Tornando nel salone da ballo, ne fece il giro con la signora de Beauséant,

ultima e delicata attenzione di quella donna squisita. Quasi subito vide le due sorelle, la signora de Restaud e la

signora de Nucingen. La contessa era magnifica con tutti i suoi diamanti in mostra che sicuramente le scottavano,

dato che li portava per l'ultima volta. Per quanto grandi fossero il suo orgoglio e il suo amore, le era difficile

sostenere gli sguardi del marito. Lo spettacolo non era tale da rendere meno tristi i pensieri di Rastignac. Rivide

allora, dietro i diamanti delle due sorelle, il povero letto su cui giaceva papà Goriot. Tratta in inganno dal suo

atteggiamento malinconico, la viscontessa ritrasse il braccio.

«Vada! Non voglio privarla di un piacere», gli disse. Eugène fu ben presto rivendicato da Delphine,

felice dell'effetto che suscitava e ansiosa di esibire agli occhi dello studente gli omaggi che riceveva in quel

mondo da cui sperava di essere adottata.

«Come trova Nasie?», gli chiese.

«Ha goduto in anticipo della morte di suo padre», rispose Rastignac.

Verso le quattro del mattino, la folla dei saloni cominciava a diradarsi. Poco dopo la musica tacque. La

duchessa de Langeais e Rastignac si trovarono soli nel gran salone. La viscontessa, credendo di trovarvi soltanto

lo studente, entrò dopo aver detto addio al signor de Beauséant, che andò a dormire ripetendole: «Fa male, mia

cara, ad andare a rinchiudersi alla sua età. Resti con noi».

Nel vedere la duchessa, la signora de Beauséant non poté trattenere un'esclamazione.

«Ho indovinato le sue intenzioni, Clara», disse la signora de Langeais. «Parte per non tornare più; ma

non se ne andrà senza avermi ascoltata e senza che ci siamo comprese». Prese sottobraccio l'amica, la condusse

nel salone accanto, dove guardandola con le lacrime agli occhi la strinse tra le braccia e la baciò sulle guance.

«Non voglio lasciarla con freddezza, mia cara, sarebbe un rimorso troppo grande. Può contare su di me come su

se stessa. È stata grande stasera, mi sono sentita degna di lei e glielo voglio dimostrare. Ho commesso degli errori

nei suoi confronti, non sempre mi sono comportata bene, mi perdoni, mia cara: faccio ammenda di tutto ciò che

ha potuto ferirla e vorrei cancellare le mie parole. Uno stesso dolore ha ravvicinato le nostre anime, e non so chi

di noi due sarà la più infelice. Il signor de Montriveau stasera non c'era, capisce? Chi l'ha vista durante il ballo,

Clara, non la dimenticherà mai. Quanto a me, farò un ultimo tentativo. Se fallisco, mi ritirerò in un convento. Lei,

dove va?».

«In Normandia, a Courcelles, ad amare, pregare, finché Dio mi toglierà da questo mondo».

«Venga, signor de Rastignac», disse la viscontessa con voce commossa, pensando che il giovane stava

aspettando. Lo studente piegò il ginocchio, prese la mano della cugina e la baciò. «Antoinette, addio!», riprese la

signora de Beauséant. «Sia felice. Quanto a lei», disse allo studente, «lo è già, è giovane, può credere in qualcosa.

Quando lascerò questo mondo, avrò goduto, come certi morenti privilegiati, di sacri, sinceri affetti accanto a me!».

Rastignac se ne andò verso le cinque, dopo aver visto la signora de Beauséant nella sua carrozza da

viaggio, dopo il suo ultimo addio pieno di lacrime, a dimostrare che le persone più nobili non ignorano le leggi

del cuore e non vivono senza soffrire, come alcuni cortigiani plebei avrebbero voluto fargli credere. Eugène tornò

a piedi a Casa Vauquer, con un tempo umido e freddo. Stava ultimando la sua educazione.

«Non salveremo il povero papà Goriot», gli comunicò Bianchon quando Rastignac entrò dal suo vicino.

«Amico mio», gli disse Eugène dopo aver guardato il vecchio addormentato, «va', segui il semplice

destino che ti sei modestamente prefisso. Io sono all'inferno e ci devo restare. E se ti parlano male della buona

società, credici. Non c'è Giovenale che possa descriverne l'orrore, ammantato d'oro e di pietre preziose».

L'indomani Rastignac fu svegliato verso le due del pomeriggio da Bianchon, che costretto a uscire lo

pregò di vegliare papà Goriot. Il suo stato era molto peggiorato durante la mattinata.

«Quel buon uomo non ha due giorni di vita, forse neanche sei ore», disse lo studente di medicina, «e

tuttavia non possiamo smettere di combattere il male. Occorreranno cure costose. Saremo anche i suoi infermieri,

ma io non ho un soldo. Gli ho rivoltato le tasche, ho frugato nei suoi armadi: zero assoluto. L'ho interrogato in un

momento di lucidità, mi ha detto che non ha un centesimo. Quanto hai, tu?».

«Mi restano venti franchi», rispose Rastignac, «ma andrò a giocarli, vincerò».

«E se perdi?».

«Chiederò dei soldi ai generi e alle figlie».

«E se non te ne danno?», obbiettò Bianchon. «La cosa più urgente adesso non è trovare i soldi, bisogna

avvolgere il vecchio in un senapismo bollente dai piedi fino a metà coscia. Se grida, c'è ancora qualche

possibilità. Sai come si fa. E poi, Christophe ti aiuterà. Io passerò dal farmacista per garantirgli il pagamento di

tutte le medicine che prenderemo. È davvero un peccato che non si possa trasportare il pover'uomo al nostro

ospedale. Ci sarebbe stato meglio. Su, vieni al mio posto, e non lo lasciare prima del mio ritorno».

I due giovani entrarono nella camera dove giaceva il vecchio. Eugène fu spaventato dal cambiamento di

quella faccia convulsa, bianca e profondamente sofferente.

«Allora, papà?», gli disse chinandosi sul giaciglio.

Goriot alzò verso Eugène due occhi spenti e lo guardò con grande attenzione senza riconoscerlo. Lo

studente non sopportò quella vista e gli occhi gli s'inumidirono.

«Bianchon, non ci vorrebbero delle tende alle finestre?».

«No. Le condizioni atmosferiche non gli fanno più niente. Sarebbe troppo bello se avesse caldo o

freddo. Ci vuole comunque del fuoco per preparare le tisane e molte altre cose. Ti manderò delle fascine che ci

serviranno finché non avremo la legna. Ieri e stanotte ho bruciato la tua e tutte le formelle del poveretto. Era

umido, le pareti gocciolavano. Sono riuscito a malapena ad asciugare la camera. Christophe l'ha spazzata, era una

vera stalla. Ci ho bruciato del ginepro, c'era troppo puzzo».

«Mio Dio!», esclamò Rastignac. «E le figlie!».

«A proposito, se chiede da bere, dagli quello», disse l'interno indicando a Rastignac un gran vaso

bianco. «Se senti che si lamenta e ha la pancia calda e dura, fatti aiutare da Christophe per somministrargli... hai

capito. Se per caso si eccitasse troppo, se parlasse molto, se insomma desse segno di essere un po' fuori di testa,

lascialo fare. Non sarebbe cattivo segno. Manda però Christophe all'ospedale Cochin. Un nostro medico, un mio

compagno o io, verremo ad applicargli delle sanguisughe. Stamani, mentre dormivi, abbiamo tenuto un gran

consulto con un allievo del dottor Gall, con un primario dell'Hôtel-Dieu e il nostro primario. Tutti questi dotti

signori hanno individuato degli strani sintomi, perciò seguiremo l'evolversi della malattia per avere lumi su

diversi dati scientifici piuttosto importanti. Uno di loro sostiene che se la pressione del siero si esercitasse su un

organo piuttosto che su un altro, potrebbe dar luogo a fenomeni particolari. Perciò, caso mai parlasse, ascoltalo

con attenzione per constatare che genere di discorsi fa: se sono effetto della memoria, dell'intelligenza o del

giudizio; se si occupa di cose materiali o di sentimenti; se calcola o se ritorna sul passato. Insomma, sii in grado di

farci un rapporto esatto. È possibile che si verifichi un'invasione globale, in tal caso morirà in stato d'imbecillità

come in questo momento. È tutto molto strano in questo genere di malattie! Se la bomba dovesse esplodere qui»,

fece Bianchon indicando l'occipite del malato, «si sono avuti esempi di fenomeni singolari: il cervello recupera

alcune delle sue facoltà, e la morte sopravviene più lentamente. Le sierosità possono deviare dal cervello e

prendere altre vie di cui si conosce il corso solo con l'autopsia. Agli Incurables c'è un vecchio inebetito in cui il

travaso ha seguito la colonna vertebrale; soffre orribilmente, ma vive».

«Si sono divertite?», chiese papà Goriot riconoscendo Eugène.

«Oh! Pensa solo alle figlie», osservò Bianchon. «Stanotte mi ha detto più di cento volte: "Stanno

ballando! Lei ha il suo vestito". Le chiamava per nome. Mi faceva piangere, che il diavolo mi porti, con quelle

sue intonazioni: "Delphine! Mia piccola Delphine! Nasie!". Parola d'onore, c'era da sciogliersi in lacrime»,

concluse lo studente di medicina.

«Delphine», disse il vecchio, «è qui, vero? Lo sapevo». E i suoi occhi ripresero a muoversi

convulsamente per guardare le pareti e la porta.

«Scendo per dire a Sylvie di preparare i senapismi», esclamò Bianchon, «è il momento giusto».

Rastignac rimase solo accanto al vecchio, seduto ai piedi del letto, con gli occhi fissi su quella faccia

spaventosa che faceva male a guardarsi.

"La signora de Beauséant se ne fugge, questo muore", pensò. "Le anime belle non possono restare a

lungo in questo mondo. Come farebbero infatti i nobili sentimenti a conciliarsi con una società meschina, gretta,

superficiale?".

Gli tornarono in mente le immagini della festa alla quale aveva partecipato, contrapponendosi allo

spettacolo di quel letto di morte. All'improvviso ricomparve Bianchon.

«Ascolta, Eugène, ho appena parlato con il primario e sono tornato di corsa. Se manifesta sintomi di

lucidità, se parla, sdraialo su un senapismo lungo quanto basta perché sia avvolto nella senape dalla nuca fino in

fondo alla schiena, e facci chiamare».

«Caro Bianchon!», disse Eugène.

«Oh! Si tratta di una questione scientifica», replicò lo studente di medicina con tutto l'ardore di un

neofita.

«Così», disse Eugène, «sarò l'unico a curare il povero vecchio per affetto».

«Se tu mi avessi visto stamani, non lo diresti», ribatté Bianchon senza sentirsi offeso. «I medici già

vecchi del mestiere non vedono che la malattia, mentre io vedo ancora il malato, caro ragazzo».

E se ne andò, lasciando Eugène solo con il vecchio e con la paura di una crisi che non tardò a

manifestarsi.

«Ah! È lei, caro figliolo», disse papà Goriot riconoscendolo.

«Si sente meglio?», chiese Eugène prendendogli la mano.

«Sì. Mi sentivo la testa stretta in una morsa, ma ora si sta allentando. Ha visto le mie figliole? Verranno

presto, correranno appena sapranno che sono malato, mi hanno curato così bene in rue de la Jussienne! Mio Dio!

Vorrei che la mia camera fosse pulita per accoglierle. C'è stato un giovanotto che ha bruciato nel caminetto tutte

le formelle».

«Sento venire Christophe», gli disse Eugène. «Le porta su della legna che le manda quel giovanotto».

«Bene! Ma come faccio a pagare la legna? Non ho un soldo, figliolo mio. Ho dato tutto, tutto. Sono

ridotto a elemosinare. Il vestito di lamé almeno era bello? (Ah, come sto male!) Grazie, Christophe, Dio la

ricompenserà, ragazzo mio; io non ho più niente».

«Pagherò io come si deve, te e Sylvie», disse Eugène all'orecchio del garzone.

«Le mie figliole le hanno detto che venivano, vero, Christophe? Tornaci, ti darò cento soldi. Di' che non

mi sento bene, che le vorrei abbracciare, vederle ancora una volta prima di morire. Diglielo, ma senza spaventarle

troppo».

A un cenno di Rastignac, Christophe uscì.

«Verranno», riprese il vecchio. «Le conosco. La mia cara Delphine, se io muoio, chissà che dolore le

darò! Anche a Nasie. Non vorrei morire per non farle piangere. Morire, mio buon Eugène, vuol dire non vederle

più. Là dove si va, mi annoierò molto. Per un padre, l'inferno è essere senza i figli, e io ne ho fatta l'esperienza da

quando si sono sposate. Il mio paradiso era in rue de la Jussienne. Dica un po', se vado in paradiso potrò tornare

sulla terra come spirito accanto a loro? Ho sentito parlare di cose del genere. Saranno vere? Mi pare di vederle in

questo momento com'erano in rue de la Jussienne. La mattina scendevano: "Buongiorno, papà", dicevano. Le

prendevo sulle ginocchia, facevo a tutte e due mille moine, degli scherzi. Loro mi accarezzavano delicatamente.

Tutte le mattine facevamo colazione insieme, pranzavamo, insomma ero padre, mi godevo le figlie. Quando erano

in rue de la Jussienne, non stavano lì a ragionare, non sapevano niente delle cose del mondo, mi volevano bene e

basta. Mio Dio! Perché non sono rimaste sempre piccole? (Oh, sto male! La testa mi scoppia.) Ah, perdonatemi,

bambine mie! Soffro terribilmente, e dev'essere un dolore vero, voi mi avete reso così resistente al male. Mio

Dio! Se soltanto avessi le loro mani fra le mie, non sentirei più male. Crede che verranno? Christophe è così

sciocco! Sarei dovuto andare io stesso. Lui le vedrà. Ma ieri lei è stato al ballo. Mi racconti un po' com'erano. Non

sapevano niente della mia malattia, vero? Non avrebbero ballato, povere bambine! Oh! Non voglio più star male.

Hanno ancora troppo bisogno di me. I loro patrimoni corrono troppi rischi. E in mano di quali mariti sono! Mi

guarisca! Mi guarisca! (Oh, come soffro! Ah! Ah! Ah!) Capisce, mi deve far guarire, perché hanno bisogno di

soldi e io so dove andare a guadagnarli. Andrò a fare l'amido in granuli a Odessa. Sono un furbo io, guadagnerò

milioni. (Oh! Soffro troppo!)».

Goriot tacque per un po' e parve che si sforzasse di raccogliere le forze per sopportare il dolore.

«Se fossero qui, non mi lamenterei», disse. «Perché lamentarsi allora?».

Sopravvenne un leggero sopore che durò a lungo. Tornò Christophe. Rastignac, che credeva papà

Goriot addormentato, lasciò che il servitore riferisse ad alta voce il risultato della sua missione.

«Signore», disse, «sono andato prima dalla contessa, ma non le ho potuto parlare perché era troppo

impegnata con il marito. Dato che insistevo, il signor de Restaud è venuto di persona e mi ha detto così: "Il signor

Goriot sta morendo? Beh, è quanto di meglio possa fare. Ho bisogno della signora de Restaud per concludere

degli affari importanti, verrà quando avremo finito". Sembrava in collera, quel signore. Stavo per uscire quando la

signora è entrata in anticamera da una porta che non avevo visto e mi ha detto: "Christophe, di' a mio padre che

sto discutendo con mio marito e che non lo posso lasciare; si tratta di vita o di morte per i miei figli, ma appena

tutto sarà finito, verrò". Quanto alla baronessa, un'altra storia! Non l'ho vista, non le ho potuto parlare. "Ah!" mi

fa la cameriera, "la signora è tornata dal ballo alle cinque e un quarto e sta dormendo; se la sveglio prima di

mezzogiorno, mi sgrida. Quando mi suonerà, le dirò che suo padre sta peggio. Per dare una cattiva notizia, c'è

sempre tempo". Ho avuto un bel pregare! Ah sì! Ho chiesto di parlare con il barone, era uscito».

«Nessuna delle sue figlie verrà!», esclamò Rastignac. «Scriverò a tutte e due».

«Nessuna», ripeté il vecchio drizzandosi a sedere. «Sono occupate, dormono, non verranno. Lo sapevo.

Bisogna morire per sapere che cosa sono i figli. Ah, amico mio! Non si sposi, non abbia figli. Lei gli dà la vita,

loro gli danno la morte. Lei li fa entrare nel mondo, loro la cacciano. No, non verranno! Lo so da dieci anni.

Qualche volta me lo dicevo, ma non osavo crederci».

Gli tremò una lacrima negli occhi, sull'orlo arrossato, senza cadere.

«Ah! Ah! Se fossi ricco, se avessi conservato il mio patrimonio, se non glielo avessi dato, sarebbero qui

a riempirmi le guance di baci! Vivrei in un palazzo, avrei delle belle stanze, domestici, un fuoco tutto per me; e

loro sarebbero in lacrime, con i loro mariti, i loro figli. Tutto questo, avrei. Invece niente. Il denaro procura tutto,

perfino delle figlie. Oh! Il mio denaro, dov'è? Se avessi dei tesori da lasciare, mi curerebbero, mi assisterebbero.

Le sentirei, le vedrei. Ah! Mio caro figliolo, mio unico figliolo, preferisco il mio abbandono e la mia miseria!

Almeno, quando uno sventurato è amato, può essere sicuro di quell'amore. No, vorrei essere ricco, così le vedrei.

Hanno tutte e due un cuore di pietra. Il mio amore per loro era troppo grande per essere ricambiato. Un padre

deve essere sempre ricco, deve tenere i propri figli a freno come cavalli infidi. E io stavo in ginocchio davanti a

loro. Sciagurate! Coronano degnamente la loro condotta verso di me da dieci anni in qua. Sapesse com'erano

premurose con me nei primi tempi del loro matrimonio! (Oh! Soffro le pene dell'inferno!) Avevo dato da poco a

ciascuna quasi ottocentomila franchi, e non potevano essere dure con me. E neanche i loro mariti. Mi ricevevano

in casa: "Padre caro di qui, padre caro di là". C'era sempre un posto a tavola per me. Insomma cenavo con i loro

mariti, che mi trattavano con riguardo. Davo l'impressione di possedere ancora qualcosa. Perché tutto questo?

Non avevo detto niente dei miei affari. Ma un uomo che aveva dato ottocentomila franchi alle due figlie, era un

uomo da non trascurare. E tutti erano pieni di attenzioni, ma era per i miei soldi. Il mondo non è bello. L'ho visto,

io! Mi portavano in carrozza a teatro, e restavo finché volevo ai ricevimenti. Insomma si dichiaravano mie figlie,

e mi riconoscevano come padre. Ho ancora un certo acume, via, e non mi è sfuggito niente. Tutto è andato come

doveva andare e mi ha spezzato il cuore. Vedevo bene che erano finzioni, ma il male era senza rimedio. A tavola,

da loro, non mi sentivo a mio agio come qui, alla pensione. Non sapevo cosa dire. Così, quando qualcuno fra

quella gente di mondo chiedeva sottovoce ai miei generi: "Chi è quel signore?". "È il padre con gli scudi, è ricco".

"Ah, perbacco!", dicevano, e mi guardavano con il rispetto dovuto agli scudi. E se qualche volta li mettevo un po'

in imbarazzo, compensavo bene i miei difetti! Del resto, chi è perfetto? (La mia testa è come una piaga!) In

questo momento soffro quel che bisogna soffrire per morire, caro signor Eugène, eppure non è niente in confronto

al dolore che mi ha dato il primo sguardo con cui Anastasie mi ha fatto capire che avevo detto una sciocchezza

umiliante per lei: il suo sguardo mi ha fatto sanguinare il cuore. Avrei voluto sapere tutto, ma quello che

effettivamente ho saputo è che ero di troppo sulla terra. L'indomani sono andato da Delphine per consolarmi ed

ecco che combino una stupidaggine che la fa andare in collera. Ero diventato come pazzo. Per otto giorni non

seppi più quello che dovevo fare. Non ho osato andare a trovarle, per paura dei loro rimproveri. E così, eccomi

messo alla porta dalle figlie. Oh mio Dio! Tu che conosci le miserie, le sofferenze che ho patito, tu che hai

contato le pugnalate che ho ricevuto in tutto questo tempo che mi ha invecchiato, cambiato, ucciso, incanutito,

perché mai mi fai soffrire oggi? Ho espiato abbastanza il peccato di averle amate troppo. Si sono vendicate

abbastanza del mio affetto, mi hanno torturato come carnefici. Eppure i padri sono talmente sciocchi che sono

tornato da loro come un giocatore al tavolo da gioco. Le mie figliole erano il mio vizio, le mie amanti, tutto

quanto insomma. Avevano entrambe bisogno di qualcosa, di bei vestiti; erano le cameriere a dirmelo e io glieli

regalavo per essere bene accolto! Ma loro mi hanno lo stesso impartito qualche lezioncina sul modo di stare in

società. Oh, non sono state ad aspettare! Cominciavano ad arrossire di me. Ecco che cosa vuol dire allevare bene i

propri figli. Alla mia età non potevo certo andare a scuola. (Soffro terribilmente, mio Dio! I medici! I medici! Se

mi aprissero la testa, soffrirei di meno.) Le mie figliole, le mie figliole, Anastasie, Delphine! Voglio vederle.

Mandatele a prendere con i gendarmi, con la forza! La giustizia è dalla mia parte, tutto è dalla mia parte, la natura,

il codice civile. Protesto. La patria perirà, se i padri sono calpestati. È chiaro. La società, il mondo si reggono

sulla paternità, tutto crolla se i figli non amano i padri. Oh! Vederle, sentirle, qualunque cosa mi dicano, basterà

che senta la loro voce perché si calmino i miei dolori. Delphine soprattutto. Ma quando saranno qui, glielo dica di

non guardarmi con freddezza, come al solito. Ah! Mio buon amico, signor Eugène, lei non sa che cosa vuol dire

vedere l'oro dello sguardo cambiato all'improvviso in un grigio plumbeo. Dal giorno in cui i loro occhi non mi

hanno più scaldato con i loro raggi, è sempre stato inverno qui; ho avuto solo dispiaceri da ingoiare, e li ho

ingoiati! Ho vissuto per essere umiliato, insultato. Le amo tanto che mandavo giù tutti gli affronti con cui mi

facevano pagare qualche piccola gioia meschina e avvilente. Un padre nascondersi per vedere le proprie figlie!

Ho dato a loro la mia vita, ma loro non mi daranno neanche un'ora oggi. Ho sete, ho fame, il cuore mi brucia, non

verranno a dare refrigerio alla mia agonia, perché io muoio, lo sento. Possibile che non sappiano cosa vuol dire

calpestare il cadavere del padre! C'è un Dio in cielo, ci vendica nostro malgrado, noi padri! Oh! Verranno!

Venite, mie dilette, venite ancora a baciarmi, un ultimo bacio, il viatico di vostro padre, che pregherà Dio per voi,

che gli dirà che siete state delle brave figliole, che difenderà la vostra causa. Dopo tutto, siete innocenti. Sono

innocenti, amico mio. Lo dica a tutti, che nessuno abbia a rimproverarle per me. È tutta colpa mia, io le ho

abituate a calpestarmi. Mi piaceva. È una cosa che non riguarda nessuno, né la giustizia umana, né la giustizia

divina. Dio sarebbe ingiusto se le condannasse per causa mia. Non ho saputo comportarmi bene, ho fatto la

sciocchezza di abdicare ai miei diritti. Mi sarei degradato per loro! Che ci vuol fare! L'indole migliore, le anime

più belle si sarebbero lasciate corrompere da una simile indulgenza paterna. Sono un miserabile e vengo

giustamente punito. Io solo sono responsabile delle sregolatezze delle mie figliole, io che le ho viziate. Oggi

vogliono il piacere, come un tempo volevano le caramelle. Ho sempre permesso che i loro capricci giovanili

fossero soddisfatti. A quindici anni avevano la carrozza. Tutto si è piegato al loro volere. Solo io sono colpevole,

ma colpevole per amore. La loro voce m'allargava il cuore. Le sento, vengono! Oh, sì! Verranno. La legge esige

che si vada a trovare il padre morente, la legge è dalla mia parte. In fondo non costerà che una corsa e la pagherò

io. Glielo scriva che ho dei milioni da lasciare! Parola d'onore. Andrò a fabbricare la pasta italiana a Odessa. So

come fare. Con il mio progetto, si potranno guadagnare milioni! Non ci ha pensato nessuno. È roba che non si

guasterà a trasportarla come il grano o la farina. Eh, eh, l'amido? Sarà un affare di milioni! Lei non dirà bugie,

dica pure dei milioni, e anche se dovessero venire per avidità, preferisco che mi s'inganni, ma almeno le vedrò.

Voglio le mie figliole! Le ho fatte io! Sono mie!», disse drizzandosi sul letto. Eugène vide così una testa dai

capelli bianchi e scarmigliati e un'espressione che minacciava il peggio.

«Via», disse Eugène, «si rimetta giù, mio buon papà Goriot, ora scriverò. Appena Bianchon sarà di

ritorno, andrò io, se loro non vengono».

«Se loro non vengono?», ripeté il vecchio singhiozzando. «Ma io sarò morto, morto in un impeto di

rabbia, di rabbia. La rabbia mi sopraffà. In questo momento vedo tutta quanta la mia vita. Sono un credulone!

Loro non mi amano, non mi hanno mai amato! È chiaro. Se non sono venute, non verranno. Più tarderanno, più

difficilmente si decideranno a darmi questa gioia. Le conosco. Non sono mai riuscite a intuire niente dei miei

affanni, dei miei dolori, dei miei bisogni, non intuiranno neanche la mia morte. E neanche hanno mai saputo cosa

fosse la mia tenerezza. Sì, mi rendo conto, l'abitudine di strapparmi le viscere ha tolto ogni valore a tutto quello

che facevo. Se avessero chiesto che mi cavassi gli occhi, avrei detto: "Cavatemeli!" Sono troppo stupido. Credono

che tutti i padri siano come il loro. Bisogna sempre farsi valere. I loro figli mi vendicheranno. Ma è nel loro

interesse venire qui. Le avverta che così compromettono la loro agonia. Compiono tutti i delitti in uno solo. Su,

vada, glielo dica che non venire è un parricidio! Ne hanno già commessi abbastanza perché non debbano

aggiungere anche questo. Gridi con me: "Ehi, Nasie! Ehi, Delphine! Venite da vostro padre che è stato tanto

buono con voi e che soffre!" Niente, nessuno. Allora morirò come un cane? Ecco la mia ricompensa: l'abbandono.

Sono delle infami, delle scellerate, le aborro, le maledico; la notte mi alzerò dalla bara per maledirle di nuovo,

perché in fin dei conti, amici miei, ho forse torto? Loro si comportano davvero male! Eh? Che sto dicendo? Non

mi ha avvertito che Delphine è qui? È la migliore delle due. Lei sì che è mio figlio, Eugène! L'ami, sia come un

padre per lei. L'altra è tanto infelice. E i loro patrimoni! Ah, mio Dio! Sto spirando, soffro davvero troppo.

Tagliatemi la testa, lasciatemi soltanto il cuore».

«Christophe, vada a cercare Bianchon», esclamò Eugène spaventato dal tono che assumevano i lamenti

e le grida del vecchio, «e torni con un cabriolet».

«Vado a cercare le sue figliole, mio buon papà Goriot, e gliele porterò qui».

«Con la forza, con la forza! Chiami le guardie, l'esercito, tutto! Tutto!», disse lanciando a Eugène un

ultimo sguardo rischiarato dalla coscienza. «Dica al governo, al procuratore del re, che me le portino, lo voglio!».

«Ma le ha maledette!».

«Chi l'ha detto?», rispose il vecchio stupito. «Lei lo sa bene che le amo, le adoro! Guarirò, se le vedo...

Vada, mio buon vicino, mio caro figliolo, vada, è buono, lei; la vorrei ringraziare, ma non ho altro da offrirle che

la benedizione di un morente! Ah! Vorrei vedere almeno Delphine per dirle di sdebitarmi nei suoi confronti. Se

l'altra non può, mi porti almeno lei. Le dica che non l'amerà più se non vuol venire. L'ama tanto che verrà. Datemi

da bere, mi bruciano le viscere. Mettetemi qualcosa sulla testa. La mano delle mie figliole mi salverebbe, lo

sento... Mio Dio! Chi rifarà la loro ricchezza, se me ne vado? Voglio andare a Odessa per loro, a Odessa, a

fabbricare la pasta».

«Beva questo», disse Eugène sollevando il moribondo e sostenendolo con il braccio sinistro mentre con

l'altro teneva una tazza piena di tisana.

«Deve amare suo padre e sua madre, lei!», disse il vecchio stringendo nelle sue mani tremanti la mano

di Eugène. «Lo capisce che morirò senza vederle, le mie figliole? Aver sempre sete e non bere mai, ecco come ho

vissuto da dieci anni... I miei due generi hanno ucciso le mie figlie. Sì, non ho più avuto figlie da quando si sono

sposate. Padri, fate votare alle Camere una legge sul matrimonio! Insomma, non maritate le figlie se le amate. Il

genero è uno scellerato che guasta tutto in una figlia, insudicia tutto! Basta con i matrimoni! Ci tolgono le figlie e

quando moriamo non le abbiamo più. Fate una legge sulla morte dei padri. È spaventoso! Vendetta! Sono i miei

generi che non le lasciano venire! Uccideteli! A morte quel Restaud, a morte l'alsaziano, sono i miei assassini! La

morte o le mie figliole! Ah! È finita, muoio senza di loro! Loro! Nasie, Fifine, su, venite! Il vostro papà se ne

va...».

«Mio buon papà Goriot, si calmi, su, resti tranquillo, non si agiti, non pensi a nulla».

«Non vederle, è questa l'agonia!».

«Le vedrà».

«È vero?», gridò il vecchio smarrito. «Oh, vederle! Le vedrò, sentirò la loro voce. Morirò contento.

Ebbene, sì! Non chiedo più di vivere, non ci tenevo più, le mie pene erano sempre più grandi. Ma vederle, toccare

i loro vestiti, ah! solo i loro vestiti, non è poi molto; ma che almeno senta qualcosa di loro! Mi faccia toccare i

capelli... elli...».

Cadde con la testa sul guanciale come se avesse ricevuto una mazzata. Le mani annasparono sulla

coperta come per toccare i capelli delle figlie.

«Le benedico», disse in un ultimo sforzo, «benedico».

Di colpo si accasciò. In quel momento entrò Bianchon.

«Ho incontrato Christophe», disse, «ti porterà una carrozza». Poi guardò il malato, gli sollevò a forza le

palpebre e i due studenti videro uno sguardo appannato e spento. «Non si riprenderà», disse Bianchon, «non

credo». Prese il polso, lo tastò e appoggiò la mano sul cuore del buon uomo.

«La macchina funziona ancora, ma nel suo stato è un guaio, sarebbe meglio che morisse!».

«Penso anch'io», annuì Rastignac.

«Ma che cos'hai? Sei pallido come un morto».

«Amico mio, ho ascoltato finora grida e lamenti. Ma c'è un Dio! Oh, sì! C'è un Dio e ci ha preparato un

mondo migliore, o la nostra terra non ha senso. Se tutto non fosse stato così tragico, mi scioglierei in lacrime, ma

ho il cuore e lo stomaco stretti in una morsa».

«Di' un po', ci vorranno molte cose; dove prenderemo i soldi?».

Rastignac tirò fuori l'orologio.

«Tieni, impegnalo subito. Non mi voglio fermare lungo la strada per non perdere un minuto, e sto

aspettando Christophe. Non ho un centesimo, al ritorno si dovrà pagare il cocchiere».

Rastignac si precipitò per le scale e uscì per andare in rue Helder dalla signora de Restaud. Via facendo,

la sua immaginazione, colpita dal tremendo spettacolo di cui era stato testimone, rinfocolò la sua indignazione.

Quando giunse nell'anticamera e chiese della signora de Restaud, gli risposero che non era possibile vederla.

«Ma io vengo da parte di suo padre che sta morendo», disse al cameriere.

«Signore, abbiamo ricevuto dal conte ordini severissimi».

«Se il signor de Restaud è in casa, gli dica in che stato si trova suo suocero e lo avverta che devo

parlargli immediatamente».

Eugène attese a lungo.

«Forse in questo momento sta morendo», pensava.

Il cameriere lo fece entrare nel primo salotto dove il signor de Restaud lo ricevette in piedi, davanti a un

caminetto spento, senza farlo accomodare.

«Signor conte», gli disse Rastignac, «suo suocero sta spirando in questo momento in un buco infame,

senza un soldo per comprare la legna; è letteralmente in punto di morte e chiede di vedere sua figlia...».

«Signore», gli rispose freddamente il conte de Restaud, «lei ha potuto rendersi conto che non nutro

molta tenerezza per il signor Goriot. Ha nuociuto al carattere della signora de Restaud, è stato la disgrazia della

mia vita e vedo in lui il nemico della mia pace. Che muoia o che viva, mi è del tutto indifferente. Questo è ciò che

provo nei suoi confronti. La gente potrà anche biasimarmi, ma io disprezzo la sua opinione. Adesso ho cose più

importanti da fare che preoccuparmi di quello che penseranno di me gli sciocchi o gli indifferenti. Quanto alla

signora de Restaud, non è in grado di uscire. Del resto non voglio che lasci la casa. Dica a suo padre che non

appena avrà adempiuto ai suoi obblighi verso di me e verso mio figlio, andrà a trovarlo. Se ama suo padre, fra

poco potrà essere libera...».

«Signor conte, non spetta a me giudicare il suo comportamento, lei è padrone di sua moglie; ma posso

almeno contare sulla sua lealtà? Allora mi prometta soltanto di dirle che a suo padre non resta neanche un giorno

di vita e che l'ha già maledetta non vedendola al suo capezzale!».

«Glielo dica lei stesso», rispose il signor de Restaud, colpito dall'indignazione che trapelava dal tono di

Eugène.

Guidato dal conte, Rastignac entrò nel salotto dove stava di solito la contessa; la trovò in un mare di

lacrime, sprofondata in una poltrona come una donna che voglia morire. Ne ebbe pietà. Prima di guardare

Rastignac, lanciò verso il marito occhiate intimorite che rivelavano la totale prostrazione delle sue forze,

schiacciate da una tirannia fisica e morale. Il conte scrollò la testa e lei si credette incoraggiata a parlare.

«Signore, ho sentito tutto. Dica a mio padre che se sapesse in che situazione mi trovo, mi perdonerebbe.

Non pensavo a un supplizio del genere, è superiore alle mie forze, signore, ma resisterò fino in fondo», soggiunse

rivolta al marito. «Sono madre. Dica a mio padre che non ho niente da rimproverarmi nei suoi confronti,

nonostante le apparenze», gridò disperata allo studente.

Eugène salutò i due coniugi intuendo la terribile crisi della donna, e se ne andò sgomento. Il tono del

signor de Restaud gli aveva dimostrato l'inutilità del suo passo e capì che Anastasie non era più libera. Corse dalla

signora de Nucingen e la trovò a letto.

«Sono malata, mio povero amico», gli disse. «Ho preso freddo uscendo dal ballo, temo di avere una

congestione polmonare, sto aspettando il medico...».

«Anche se avesse la morte addosso», la interruppe Eugène, «deve trascinarsi fin da suo padre. La sta

chiamando! Se potesse udire la più flebile delle sue invocazioni, non si sentirebbe più male».

«Eugène, mio padre forse non sta male come dice lei, ma sarei disperata se lei mi giudicasse colpevole,

perciò farò quello che vorrà. Lui, lo sa, morirebbe di dolore se la mia malattia diventasse mortale perché sono

uscita. Ho deciso, verrò appena sarà venuto il medico. Ah! Perché non ha più l'orologio?», chiese non vedendo

più la catena. Eugène arrossì. «Eugène! Eugène, se l'avesse già venduto o perso... oh! Sarebbe una gran brutta

cosa».

Lo studente si chinò sul letto di Delphine e le disse all'orecchio: «Lo vuol sapere? Ebbene, sia! Suo

padre non ha di che comprarsi il lenzuolo funebre in cui sarà avvolto stasera. Il suo orologio l'ho impegnato, non

avevo più niente».

Delphine saltò di botto fuori del letto, corse allo scrittoio e prese una borsa che tese a Eugène. Poi suonò

il campanello esclamando: «Vengo, vengo, Eugène. Il tempo di vestirmi. Sarei davvero un mostro! Thérèse»,

gridò alla cameriera, «dica al signor de Nucingen di salire immediatamente: ho bisogno di parlargli».

Eugène, felice di poter annunciare al moribondo la presenza di una delle figlie, arrivò quasi allegro in

rue Neuve-Sainte-Geneviève. Frugò nella borsa per pagare subito il cocchiere. La borsa di quella giovane donna,

così ricca, così elegante, conteneva settanta franchi. Giunto in cima alle scale, trovò papà Goriot sostenuto da

Bianchon, mentre il chirurgo dell'ospedale lo stava operando sotto gli occhi del medico. Gli cauterizzava la

schiena con delle sanguisughe, estremo rimedio della scienza, rimedio inutile.

«Le sente?», chiedeva il medico.

Papà Goriot, che aveva intravisto lo studente, rispose: «Vengono, vero?».

«Può cavarsela», disse il chirurgo. «Parla».

«Sì», rispose Eugène, «Delphine mi sta seguendo».

«Ma sì!», disse Bianchon. «Parla delle figlie e le invoca come dicono che un uomo sul palo invochi

l'acqua».

«Basta così», disse il medico al chirurgo, «non c'è più niente da fare, non lo salveremo».

Bianchon e il chirurgo riadagiarono il morente sul suo lurido giaciglio.

«Bisognerebbe però cambiargli la biancheria», suggerì il medico. «Anche se non c'è più nessuna

speranza, è un essere umano che va rispettato. Tornerò, Bianchon», disse allo studente. «Se si lamentasse ancora,

gli metta dell'oppio sul diaframma».

Il chirurgo e il medico uscirono.

«Su, Eugène, coraggio, ragazzo mio!», disse Bianchon a Rastignac quando rimasero soli. «Ora bisogna

mettergli una camicia bianca e cambiare il letto. Va' a dire a Sylvie di portare su delle lenzuola e di darci una

mano».

Eugène scese e trovò la signora Vauquer che stava apparecchiando con Sylvie. Alle prime parole di

Rastignac, la vedova gli si avvicinò assumendo l'aria agrodolce di una bottegaia sospettosa che non voglia

rimetterci del suo e neanche contrariare l'acquirente.

«Caro signor Eugène», rispose, «lei sa come me che papà Goriot non ha più un soldo. Dare delle

lenzuola a un uomo che sta per lasciarci la pelle, significa perderle, tanto più che bisognerà pure sacrificarne uno

come lenzuolo funebre. A questo punto lei mi deve già centoquarantaquattro franchi. Aggiunga quaranta franchi

di lenzuola e qualche altra cosetta, la candela che le darà Sylvie, in tutto faranno almeno duecento franchi che una

povera vedova come me non può permettersi di perdere. Che diamine! Sia giusto, signor Eugène, ho già perso

abbastanza in questi cinque giorni che la scalogna mi si è piazzata in casa. Avrei dato cinque scudi perché quel

buon uomo se ne fosse andato in questi giorni, come diceva lei. È una cosa che impressiona i miei pensionanti.

Quasi quasi lo farei portare all'ospedale. Beh, insomma, si metta un po' nei miei panni. La pensione prima di tutto.

È la vita, per me».

Eugène risalì rapidamente da papà Goriot.

«Bianchon, i soldi dell'orologio?».

«Sono lì, sul tavolo. Restano trecentosessanta franchi e rotti. Con quello che mi hanno dato ho pagato

tutti i nostri debiti. La ricevuta del Monte di Pietà è sotto il denaro».

«Tenga, signora», disse Rastignac disgustato dopo essersi precipitato giù per le scale, «saldi i conti. Il

signor Goriot non resterà ancora per molto da lei, e io...».

«Sì, ne uscirà con i piedi davanti, poveraccio», constatò la signora Vauquer contando duecento franchi,

con un'aria tra l'allegro e il malinconico.

«Sbrighiamoci», disse Rastignac.

«Sylvie, gli dia le lenzuola e vada su per aiutare questi signori».

«Non dimentichi Sylvie», bisbigliò la signora Vauquer all'orecchio di Eugène, «sono due notti che

veglia».

Appena Eugène ebbe voltato le spalle, la vecchia corse dalla cuoca. «Prendi le lenzuola rivoltate,

numero sette. Perdio, vanno anche troppo bene per un morto», le disse all'orecchio.

Eugène, che aveva già salito qualche scalino, non sentì le parole della vecchia locandiera.

«Forza», gli disse Bianchon, «infiliamogli la camicia. Tienilo diritto».

Eugène si mise a capo del letto e sorresse il moribondo al quale Bianchon tolse la camicia. Il vecchio

fece un gesto quasi volesse trattenere qualcosa sul petto, ed emise dei gridi lamentosi e inarticolati, come un

animale che abbia un grande dolore da esprimere.

«Ah, sì!», fece Bianchon. «Vuole una catenella di capelli con un piccolo medaglione che prima gli

abbiamo tolto per applicare le sanguisughe. Pover'uomo! Bisogna rimettergliela. È sul caminetto».

Eugène andò a prendere una catenella intrecciata di capelli biondo cenere, sicuramente quelli della

signora Goriot. Su una faccia del medaglione lesse: Anastasie, e sull'altra: Delphine. Immagine del suo cuore che

riposava sempre sul suo cuore. I riccioli che conteneva erano talmente fini che dovevano essere stati tagliati nella

loro prima infanzia. Quando il medaglione gli toccò il petto, il vecchio fece un haan prolungato che manifestava

una soddisfazione terribile a vedersi. Era uno degli ultimi echi della sua sensibilità, che pareva ritrarsi in quel

centro sconosciuto, origine e punto d'arrivo delle nostre simpatie. Il suo viso contratto assunse un'espressione di

gioia morbosa. I due studenti, colpiti da quella tremenda esplosione di forza affettiva che sopravviveva al

pensiero, piansero calde lacrime che caddero sul moribondo strappandogli un grido di acuto piacere.

«Nasie! Fifine!», esclamò.

«È ancora vivo», disse Bianchon.

«A che gli serve?», chiese Sylvie.

«A soffrire», rispose Rastignac.

Dopo aver fatto cenno al compagno perché lo imitasse, Bianchon s'inginocchiò per infilare le braccia

sotto le gambe del malato, mentre Rastignac s'inginocchiava dall'altra parte del letto per infilarle sotto la schiena.

Sylvie si teneva pronta a tirar via le lenzuola appena il moribondo fosse stato sollevato, per sostituirle con quelle

che aveva portato. Ingannato forse dalle lacrime, Goriot impiegò le ultime forze per tendere le mani incontrando

ai due lati del letto le teste degli studenti. Le afferrò con violenza per i capelli, e lo si udì mormorare fievolmente:

«Ah! Angeli miei!». Due parole, due mormorii espressi dall'anima che così sospirando volò via.

«Pover'uomo», disse Sylvie intenerita da quella esclamazione in cui si era manifestato un sentimento

supremo, che la più terribile, la più involontaria delle menzogne aveva esaltato un'ultima volta.

L'ultimo sospiro di quel padre doveva essere un sospiro di gioia. Quel sospiro fu l'espressione di tutta la

sua vita. S'ingannava ancora. Papà Goriot fu pietosamente riadagiato sul suo giaciglio. A partire da quel

momento, la sua fisionomia mantenne la dolorosa impronta della lotta che si svolgeva tra la morte e la vita in un

organismo che non aveva più quella coscienza cerebrale da cui deriva nell'essere umano la sensazione del piacere

e del dolore. La distruzione era solo una questione di tempo.

«Resterà così per qualche ora e morirà senza che ce ne accorgiamo. Non rantolerà neanche. Il cervello

dev'essere completamente invaso».

In quel momento si sentì per le scale un passo di giovane donna ansante.

«Arriva troppo tardi», disse Rastignac.

Non era Delphine, ma Thérèse, la sua cameriera.

«Signor Eugène, c'è stata una scenata violenta tra il signore e la signora, a proposito del denaro che la

povera signora chiedeva per il padre. È svenuta, è arrivato il dottore che ha dovuto salassarla. Lei gridava: "Mio

padre sta morendo, voglio vedere papà!" Insomma, delle grida da spezzare il cuore».

«Basta, Thérèse. Anche se arrivasse adesso, sarebbe superfluo, il signor Goriot ha perso conoscenza».

«Povero signore, sta proprio male!», disse Thérèse.

«Non avete più bisogno di me, bisogna che vada giù per la cena, sono le quattro e mezzo», disse Sylvie

che per poco non si scontrò in cima alle scale con la signora de Restaud.

Fu un'apparizione drammatica e terribile quella della contessa. Guardò il letto di morte, appena

rischiarato da un'unica candela, e pianse nel vedere la maschera del padre su cui palpitavano ancora gli ultimi

sussulti della vita. Per discrezione, Bianchon uscì dalla stanza.

«Non sono riuscita a scappare in tempo», disse la contessa a Rastignac.

Lo studente annuì tristemente. La signora de Restaud prese la mano del padre e la baciò.

«Mi perdoni, padre mio! Diceva che la mia voce l'avrebbe richiamato dalla tomba; torni allora un

attimo alla vita per benedire la sua figliola pentita. Mi ascolti. È tremendo! La sua benedizione è ormai l'unica che

possa ricevere su questa terra. Tutti mi odiano, soltanto lei mi ama. Anche i miei figli mi odieranno. Mi porti via

con sé, io l'amerò, la curerò. Non sente più, divento pazza». Cadde in ginocchio e contemplò quel rottame con

un'espressione delirante. «Non manca niente alla mia sventura», disse guardando Eugène. «Il signor de Trailles se

n'è andato lasciando debiti enormi, e ho saputo che mi tradiva. Mio marito non mi perdonerà mai e l'ho lasciato

padrone dei miei beni. Ho perduto ogni illusione. Ahimè! Per chi ho tradito il solo cuore», e indicò il padre «che

mi adorava! L'ho misconosciuto, l'ho respinto, gli ho fatto tutto il male possibile, infame che non sono altro!».

«Lo sapeva!», disse Rastignac.

In quel momento papà Goriot aprì gli occhi, ma solo per effetto di una convulsione. Il gesto che

rivelava la speranza della contessa non apparve meno terribile dello sguardo del morente.

«Può essere che mi senta?», gridò la contessa. "No", si disse sedendosi accanto a lui.

Poiché la signora de Restaud aveva espresso il desiderio di vegliare il padre, Eugène scese per mangiare

qualcosa. I pensionanti erano già riuniti a tavola.

«Allora», chiese il pittore, «è vero che avremo un piccolo mortorama di sopra?».

«Charles», gli rispose Eugène, «mi pare che dovrebbe scherzare su un argomento meno lugubre».

«Vuol dire che non si potrà più ridere, qui?», riprese il pittore. «Che importanza ha? Bianchon dice che

ormai quel buon uomo ha perso conoscenza».

«Beh», osservò l'impiegato del Museo, «sarà morto com'è vissuto».

«Mio padre è morto!», gridò la contessa.

A quell'urlo terribile, Sylvie, Rastignac e Bianchon salirono e trovarono la signora de Restaud svenuta.

Dopo averla rianimata, la trasportarono nel fiacre che la stava aspettando. Eugène l'affidò alle cure di Thérèse,

ordinandole di condurla dalla signora de Nucingen.

«Oh! È proprio morto», annunciò Bianchon scendendo.

«Andiamo, signori, a tavola», disse la signora Vauquer, «la minestra si raffredda».

I due studenti si sedettero accanto.

«E ora che bisogna fare?», chiese Eugène a Bianchon.

«Beh, io gli ho chiuso gli occhi e l'ho composto come si deve. Quando il medico del Comune avrà

constatato il decesso che ora andremo a denunciare, lo cuciremo in un lenzuolo funebre e lo sotterreremo. Che

vuoi che ne facciamo?».

«Non fiuterà più il pane così», disse un pensionante imitando la smorfia del vecchio.

«Perbacco, signori», esclamò il ripetitore, «lasciamo un po' stare papà Goriot e piantantela di

riservircelo in tutte le salse. Da un'ora in qua non avete fatto altro. Uno dei privilegi della nostra brava città di

Parigi è che ci si può nascere, vivere, morire senza che nessuno ci faccia caso. Approfittiamo dei vantaggi della

civiltà. Ci sono stati sessanta morti oggi, volete impietosirvi sulle ecatombi parigine? Se papà Goriot è crepato,

tanto meglio per lui! Se lo amate tanto, andate a vegliarlo e lasciateci mangiare in pace, noialtri».

«Oh sì!», ribadì la vedova, «tanto meglio per lui se è morto! Pare proprio che a quel poveraccio non

siano mancati i dispiaceri in vita».

Fu la sola orazione funebre per un essere che agli occhi di Eugène rappresentava la Paternità. I quindici

pensionanti si misero a chiacchierare come al solito. Quando Eugène e Bianchon ebbero mangiato, il rumore delle

forchette e dei cucchiai, le risa della conversazione, le diverse espressioni di quei visi ingordi e indifferenti, la

loro noncuranza, tutto li inorridì. Uscirono per cercare un prete che durante la notte vegliasse e pregasse accanto

al morto. Dovettero commisurare le estreme onoranze da rendere al buon uomo ai pochi soldi di cui potevano

disporre. Verso le nove di sera, la salma fu posta su una branda tra due candele, in quella camera spoglia, e un

prete venne a sedervisi accanto. Prima di andare a letto, Rastignac, che aveva chiesto all'ecclesiastico il prezzo

della cerimonia e quello del funerale, scrisse due righe al barone de Nucingen e al conte de Restaud pregandoli di

mandare i loro amministratori perché provvedessero a tutte le spese della sepoltura. Affidò a Christophe il

compito di recapitarle, poi si coricò e si addormentò affranto dalla stanchezza. L'indomani mattina Bianchon e

Rastignac dovettero andare loro stessi a dichiarare il decesso, che fu constatato verso mezzogiorno. Due ore dopo

nessun genero aveva mandato il denaro, nessuno si era presentato a nome loro e Rastignac era già stato costretto a

pagare le spese per il prete. Poiché Sylvie aveva chiesto dieci franchi per avvolgere il vecchio e cucirlo nel

lenzuolo funebre, Eugène e Bianchon calcolarono che se i parenti del morto non intendevano occuparsi di niente,

avrebbero avuto appena il necessario per provvedere alle spese. Lo studente di medicina s'incaricò quindi

personalmente di mettere il cadavere in una bara per i poveri, che aveva fatto portare dall'ospedale pagandola

meno cara.

«Fai uno scherzo a quei due ribaldi», disse a Eugène. «Va' a comprare un pezzo di terra per cinque anni

al Père-Lachaise, e ordina un funerale di terza classe in chiesa e alle Pompe funebri. Se i generi e le figlie si

rifiutano di rimborsarti, farai incidere sulla tomba: "Qui giace il signor Goriot, padre della contessa de Restaud e

della baronessa de Nucingen, sepolto a spese di due studenti"».

Eugène seguì il consiglio dell'amico solo dopo essersi recato inutilmente a casa de Nucingen e de

Restaud. Non oltrepassò la soglia. I portinai avevano entrambi ordini severi.

«I signori», dissero, «non ricevono nessuno; il loro padre è morto e sono immersi nel più profondo

dolore».

Eugène aveva una certa esperienza del mondo parigino per sapere che non doveva insistere. Il cuore gli

si strinse stranamente quando constatò l'impossibilità di arrivare a Delphine.

«Venda un gioiello», le scrisse dalla portineria, «e che suo padre sia accompagnato decorosamente

all'estrema dimora».

Sigillò il biglietto e pregò il portinaio del barone di consegnarlo a Thérèse per la sua padrona; ma il

portinaio lo consegnò al barone che lo buttò nel fuoco. Dopo aver assolto tutti i suoi compiti, verso le tre Eugène

tornò alla pensione e non poté trattenere una lacrima quando alla porta secondaria scorse la bara coperta da un

drappo nero e posata su due sedie nella via deserta. Un vecchio aspersorio, che nessuno aveva ancora toccato, era

immerso in un recipiente di rame argentato riempito d'acqua benedetta. La porta non era neanche parata a lutto.

Era la morte dei poveri, senza fasto, né seguito, né amici, né parenti. Bianchon, costretto a restare all'ospedale,

aveva scritto due righe a Rastignac per metterlo al corrente degli accordi presi con la chiesa. Lo informava che

una messa costava troppo, che bisognava contentarsi di una funzione meno cara come i vespri, e che aveva

mandato Christophe alle Pompe funebri con un biglietto. Mentre stava finendo di leggere le parole scarabocchiate

da Bianchon, Eugène vide tra le mani della signora Vauquer il medaglione cerchiato d'oro che conteneva i capelli

delle due figlie. «Come ha osato prenderlo?», le chiese.

«Perbacco! Si doveva sotterrarlo con questo?», rispose Sylvie. «È d'oro».

«Certo!», s'indignò Eugène. «Che almeno porti con sé la sola cosa che rappresenta le figlie».

Quando arrivò il carro funebre, Eugène fece riportare su la bara, la schiodò e depose religiosamente sul

petto del buon uomo un'immagine legata al tempo in cui Delphine e Anastasie erano giovani, vergini e pure e

«non stavano lì a ragionare», come aveva detto papà Goriot tra i gemiti dell'agonia. Soltanto Rastignac e

Christophe, con due becchini, accompagnarono il carro funebre che portava il poveruomo a Saint-Etienne-du-

Mont, chiesa poco distante da rue Neuve-Sainte-Geneviève. E lì la salma fu esposta in una cappellina bassa e

scura, dove lo studente cercò invano le due figlie di papà Goriot o i loro mariti. Si ritrovò solo con Christophe,

che si sentiva obbligato a rendere le estreme onoranze a un uomo che gli aveva fatto guadagnare qualche buona

mancia. Aspettando i due preti, il chierichetto e lo scaccino, Rastignac strinse la mano di Christophe, senza

riuscire a proferir parola.

«Sì, signor Eugène», disse Christophe, «era un uomo buono e onesto che non ha mai alzato la voce, non

offendeva nessuno e non ha mai fatto del male».

Arrivarono i due preti, il chierichetto e lo scaccino e fecero tutto ciò che si può pretendere per settanta

franchi in un'epoca in cui la religione non è abbastanza ricca per pregare gratis. I preti cantarono un salmo, il

Libera e il De Profundis. La funzione durò venti minuti. Non c'era che una carrozza a lutto per un prete e un

chierichetto, che acconsentirono a far salire con loro Eugène e Christophe.

«Non c'è corteo», disse il prete, «si potrà andare svelti per non perdere tempo, sono già le cinque e

mezzo».

Tuttavia, nel momento in cui la salma veniva posta nel carro funebre, si presentarono due carrozze

stemmate, ma vuote, quella del conte de Restaud e quella del barone de Nucingen, che seguirono il corteo funebre

fino al Père-Lachaise. Alle sei, la salma di papà Goriot fu calata nella fossa circondata dai domestici delle figlie,

che scomparvero con il prete non appena fu terminata la breve preghiera che spettava al defunto grazie ai soldi

dello studente. Quando i due becchini ebbero gettato qualche palata di terra sulla bara per nasconderla, si

raddrizzarono, e uno di loro, rivolgendosi a Rastignac, gli chiese la mancia. Eugène si frugò in tasca e non

trovando niente fu costretto a farsi prestare venti soldi da Christophe. Questo fatto, di per sé trascurabile, suscitò

nello studente una profonda tristezza. Scendeva la sera, un umido crepuscolo irritava i nervi. Guardò la tomba e vi

seppellì la sua ultima lacrima di ragazzo, una lacrima strappata dalle sacre emozioni di un cuore puro, una di

quelle lacrime che, dalla terra su cui cadono, risalgono fino al cielo. Incrociò le braccia, contemplò le nubi, e

vedendolo così, Christophe si allontanò.

Rastignac, rimasto solo, fece qualche passo verso le alture del cimitero e vide Parigi tortuosamente

adagiata lungo le due rive della Senna dove cominciavano a brillare le luci. I suoi occhi si fissarono quasi

avidamente tra la colonna della place Vendôme e la cupola degli Invalides, là dove viveva il bel mondo in cui era

voluto penetrare. Lanciò su quell'alveare ronzante uno sguardo che già sembrava volerne assorbire il miele, e

pronunciò queste parole grandiose: «A noi due adesso!».

E come primo gesto di sfida alla Società, Rastignac andò a cena dalla signora de Nucingen.

Saché, settembre 1834

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